L’allenatore é importante, il duro lavoro anche di più

Lavoro Van Gogh

Il calcio vincente si fonda sempre su delle novità. Sempre é stato così. L’Arsenal iniziò a vincere solo con l’invenzione tattica di Chapman (il Sistema, un 3-2-2-3), il Brasile conquistò il Campionato Mondiale nel 1958 grazie all’idea di Feola di schierare un 4-2-4, il Barcellona ottenne il Triplete perché Guardiola capì l’importanza di ricavare uno spazio dal movimento del centravanti. E le novità non derivano dai tifosi, dai presidenti, dai giornalisti. Arrivano e si solidificano dai tecnici. Partiamo, quindi, da questo presupposto: l’allenatore è fondamentale.
Di conseguenza, la scelta deve ricadere su un nome valido, capace di ottenere riguardevoli risultati. Sia sul piano tattico che di numero di vittorie. E allora perché in Serie A si continua a puntare su allenatori inesperti ed acerbi? Colpa del guardiolismo. Dal 2008 in poi, anno in cui Guardiola è stato nominato tecnico del Barcellona, si è spesso cercato il talento in casa propria. Peccato che sia un’eccezione radicale, quella spagnola. Innanzitutto, al Barça esiste un modo di lavorare unico, eguale per ogni strato giovanile. Ed è più semplice riuscire ad allenare una squadra quando si hanno già input predefiniti. C’é una programmazione quasi maniacale. Fra l’altro, Guardiola arrivava dalla vittoria della terza divisione spagnola con la squadra B del Barcellona. Invidiabile. Inoltre lui era e rimane un’eccezione, introvabile nel panorama calcistico moderno. L’unico paragonabile é Louis Van Gaal, ora al Manchester United. Pretendere di trovare un nuovo Guardiola è utopia. Il Barcellona puntò su Guardiola perché ne valeva effettivamente il rischio, era oltre. Un fuoriclasse, ovvero esterno a qualsiasi categoria. Puntare su allenatori giovani a priori è come garantire la titolarità ad un calciatore 17enne solo perché Pelé aveva funzionato. Perché il coraggio nel puntare sui giovani esiste solo in virtù della figura che siede in panchina? La storia ha sempre dimostrato che l’allenatore giovane non dà garanzie allenando calciatori maturi. Viceversa, il prodotto fra tecnico esperto e giocatori giovani e di talento ha sempre coinciso con successi e soddisfazioni. Rinus Michels, inventore del Calcio Totale olandese, arrivò ad allenare l’Ajax dopo 5 anni di duro lavoro in divisioni meno altisonanti.
E nella Serie A odierna il divario fra allenatori esperti ed esordienti è nettissima. I principali rappresentanti di questa acerbità premeditata sono Inzaghi e Stramaccioni, 19 vittorie stagionali in due. Allenano in media da un anno e 5 mesi. Nel medesimo campionato, Ventura e Sarri, protagonisti in squadre meno attrezzate, hanno ottenuto lo stesso numero di successi. Hanno in media 22 anni e 5 mesi di calcio alle spalle. E sono passati per Entella, Grosseto e Pistoiese. Cari presidenti, non è vietato allenare in certe realtà. E’ solo utile a far crescere il tecnico. Sommando i punti ottenuti finora dalle rispettive squadre, Ventura e Sarri sono 5 lunghezze avanti: 86 contro gli 81 di Inzaghi e Stramaccioni. La differenza reti media dei primi è zero, quella di Milan ed Udinese è -4.
L’unico tentativo riuscito, negli ultimi anni, è stato Montella alla Roma. Poi non gli venne data fiducia. Tipicamente italiano.
Aspetto ansiosamente che qualcuno smentisca quanto detto in questo editoriale. Sarebbe bellissimo.

@ftabelli

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