Il quarto turno europeo consegna ancora una dimensione italiana pressoché inadeguata e tuttora non pronta alla comparazione con le altre squadre del continente. Il bilancio offerto dalle compagini della nostra penisola è scialbo o comunque non soddisfacente: due vittorie (Juve e Napoli), due pareggi (Fiorentina ed Inter), due sconfitte (Roma e Torino).
Non ci siamo più, o forse non ci siamo mai stati nell’ultimo triennio. Non ci siamo sul piano del gioco, prevedibile, annunciato, esasperatamente manovriero e poco concreto. Il continuo palleggio che si propone nel nostro campionato risulta stucchevole e non fruttifero fuori confine. Non ci siamo neanche quanto a valori tecnici: società quali Olimpiakos, Paok ed Helsinki, un tempo poco blasonate e nostre scontate “vittime sacrificali”, non sono più così inferiori e subordinate. Oggi, anzi, le succitate tre formazioni spesso ci battono, quasi sempre meritatamente.
Non ci siamo e basta. Solo su un aspetto unanimemente si concorda. L’Italia calcistica c’è solo quanto ai risultati conseguiti. Risultati frutto non delle proprie prestazioni od abilità ma, è bene precisarlo, delle mancanze ed assenze altrui. “Quisque faber fortunae suae”, recitava e recita un noto adagio antico. Oggi non è più così. Ciascuno, oggi, è artefice del proprio destino (calcistico) non più in assoluto, per meriti propri incontestabilmente guadagnati, ma soltanto e nella misura in cui si avvantaggia di un errore dell’altro. Ovvero ciascuno determina le proprie sorti in funzione delle negatività dell’altro. Una relazione inversamente proporzionale che, per quanto scontata, non era così nitidamente dipinta all’interno del nostro movimento calcio, sempre presuntuoso, distinto, autoritario ed autoritativo. Un continuo precipitare verso il basso, verso quell’oblio che sempre più impietosamente sta contrassegnando il nostro essere.
Sono cambiati i tempi. Le nostre squadre non vivono più di luce propria, ma di energia riflessa. Una esistenza non già autonoma, ma flaccidamente etero – determinata. Si compete finché le altre rivali si dimostrano peggiori di noi. Peggiori, si noti, non inferiori per qualità o tecnica. La differenza non è ambigua ma è chiaramente scolpita.
Il resto è l’ordinarietà, i resoconti quotidiani fatti di risultati classifiche differenze reti e graduatorie avulse. E’ la nostra dimensione odierna. Un decennio or è simili minuziosi calcoli sarebbero stati effettuati esclusivamente in una marginalità di casi; oggigiorno è la nostra perpetua dimensione. Quello che un tempo non era, ora imperativamente ed inderogabilmente è.
Il resto è il cambio modulo di Allegri, l’atteggiamento da preda ingabbiata della Roma di Garcia, l’exploit di De Guzman nel Napoli di Benitez (sempre più in crescita), l’indispensabilità di Quagliarella nel Toro, l’invisibilità del reparto avanzato della Fiorentina, l’indecifrabilità dell’Inter di Mazzarri, quest’ultimo sempre più….in cerca d’autore oltre che di se stesso.
Il resto…è noia, per dirla col Maestro. Questo scomodo ritornello oggi è il nostro filo conduttore.
Non si pretende, beninteso, nulla di eccezionale od eclatante; semplicemente un ritorno al decennio, l’ultimo, che fu. Un decennio nel quale l’ordinarietà, il minimo sindacale richiesto sempre coincideva con quarti e semifinali (per non espanderci alle finali, magari poi vinte), mentre oggi si lotta esageratamente e sproporzionatamente per un misero e modico passaggio del turno, anzi del girone.
Lichtsteiner ed Asamoah, in Italia autentiche furie, nel contesto europeo di Champions sono spesso impalpabili e prestamente fermati dagli avversari; Destro e Gervinho, osannati da noi, al cospetto delle potenze europee risultano annientati ed annullati in modo imbarazzante.
Sobrietà di giudizi: era ciò che sommessamente chiedeva e pretendeva il “tattico di Pieris”. Ma il suo “poco allenante” è stato equivocato e mal interpretato, forse perché scomodo e maledettamente veritiero.



