Potrebbe non avere speranza di vincere la Bundesliga, essendo a -8 dal Bayern Monaco schiacciasassi. Ma se per l’appunto non ci fosse in mezzo la squadra di Carlo Ancelotti, quest’anno in Germania potremmo vedere un miracolo simile a quello del Leicester in Inghilterra. L’RB Leiptzig (in italiano Lipsia) ha comunque realizzato già il suo miracolo: neopromossa, a cinque giornata dal termine del campionato ha già matematicamente ottenuto la qualificazione alla prossima Champions League. Immaginatevi un’impresa del genere in Italia da parte di Crotone o Pescara. E pensare che per un lungo tratto di stagione, prima che i bavaresi si svegliassero dal letargo, la piccola squadra allenata da Ralph Hasenhüttl ha visto tutti dall’alto in basso, carezzando la possibilità dell’impresa del millennio.
Il Lipsia tuttavia non riscuote lo stesso consenso della Cenerentola inglese, nonostante tra l’altro rappresenti l’unico club dalla Germania est in gioco oggi. Motivo? La mancanza di storia: la sua fondazione risale al 2009, quando la Red Bull ha acquistato la licenza del Markranstadt (club di quinta divisione). Una manovra che nasconde intenti promozionali già nel nuovo nome: RB non starebbe per ‘Red Bull‘ ma per RasenBallsport, traducibile come “sport della palla che rotola sul prato“. In pratica una presa in giro verso la regola federale che vieta l’associazione dei nomi dei club a marchi commerciali. Così accade che il piccolo Lipsia diventa la squadra più detestata dai tifosi avversari, simbolo di un calcio assoggettato a logiche ritenute estranee a quello del solo sport.
Ma è davvero così? Gli altri club più rinomati in giro per l’Europa non seguono forse la medesima deriva? Non è che forse, in questo mondo pallonaro all’insegna dell’ipocrisia, lo sfacciato Lipsia rappresenti semmai la voce della triste verità?



