#HistoriaMagistraCalcis – La Roma per i tifosi romanisti

Curva Sud

Le capacità maggiori dei romani sono insite nel loro linguaggio; si tratta di: icasticità e concisione. Sono epigrammatici. Hanno una forza espressiva monumentale e sanno comprimerla in poche parole. I romani. I romanisti ancor più. “Noi c’avemo er core grosso, mezzo giallo e mezzo rosso” (da Forza Roma Forza Lupi di Lando Fiorini): poche parole, un mondo. Perché il tifoso romanista è così: focoso, sentimentale, passionale. E queste virtù esplodono per i colori della Roma. D’altronde “semo romani ma romanisti de più“. E’ certo vero che qualsiasi supporter ami la propria squadra. Che per ogni curvarolo il giorno della partita sia il più importante. Ma c’è una straordinaria diversità: prima di essere romano od italiano od europeo è romanista: è questione viscerale e d’orgoglio. La Roma rappresenta – come canta Venditti – il “core de sta città“. Ar core nun se comanna, si direbbe. E per il tifoso giallorosso è una questione ontologica: quando indossa la sciarpa sa che non si tratta di un accessorio. Bensì di un vessillo che lo contraddistingue dal “monno ‘nfame“. E così la sua voce diventa centomila ed i suoi sudori e brividi sono condivisi. Tutti in uno spazio ben delineato. Ciò contraddistingue la Roma dalle grandi milanesi e dalla Juventus: tanti fan, ma nessuna concisione fra città e club. Per il romanista è questione di cieco e folle innamoramento, di alienazione straordinaria. Di fratellanza: “Dimmi cos’è che ci fa sentire amici anche se non ci conosciamo. Dimmi cos’è che ci fa sentire uniti anche se siamo lontani. Dimmi cos’è, cos’è che batte forte, forte, forte in fondo al cuore, che ci toglie il respiro e ci parla d’amore” (Grazie Roma, Antonello Venditti). Di sovrapposizione di difetti e pregi insiti nelle caratteristiche della Capitale: senso di onnipotenza ed autoironia; speranze immotivate ma perpetue. Il vero tifoso giallorosso non smetterà mai di sognare. E per questo è deriso: è obiettivamente un perdente, un eterno secondo, un chiacchierone che “ad agosto ha già vinto lo scudetto“. Ma quale male possiamo trovarci? Parliamo pur sempre di calcio. Di canti e bandiere. E la forza del romanista sta proprio qui: nell’accettare la speranza – maledetta bastarda, astuta traditrice – a costo di vivere solo pochi attimi di gioia. Perché è vero che dopo ogni sconfitta “l’allenatore ha sbagliato e coso è una pippa“, e dopo ogni vittoria “io il mister l’ho sempre sostenuto, teniamolo finché nun more. Coso pallone d’oro“. Ma dove non sta la bellezza in questo? Nello sport del business e del marketing, non è più bella l’esplosione di cuori piuttosto che del portafogli? Probabilmente questa mentalità porterà sempre il tifoso della maggica ad essere un non-vincente. Ma è un problema? Le emozioni di una singola partita rimbalzano in Roma molto più veementemente di uno scudetto cosmopolita, senza un vero centro geografico e di singolarità culturale. Il romanista è di Testaccio, della Garbatella, di Trastevere. Va allo stadio con la porchetta e bestemmia. Puzza. Piange ed abbraccia la vecchietta accanto (a questo proposito, “Grazie Roma, che ci fai piangere e abbracciare ancora“). Piange di gioia. Di delusione. In novanta minuti perde la dignità guadagnata in una vita. Eppure è così paurosamente affascinante. Così orgoglioso. Forse burbero. Forse bislacco. Ma va bene così: è anzitutto romanista: “Dimmi chi è chi è che mi fa sentì importante anche se non conto niente, che mi fa re quando sento le campane la domenica mattina. Dimmi chi è chi è che mi fa campà sta vita così piena di problemi e mi dà coraggio se tu non mi vuoi bene“. L’inno di Venditti per lui è più soave di mille angeli. Non c’è tecnica o scienza. C’è sentimento ed innamoramento. Valori che nella freddezza sistematica sportiva non vanno solo preservati. Vanno osannati ed urlati. Perciò “grazie Roma“.