#HistoriaMagistraCalcis – Andrés Escobar ed il narcofutbol

Andres Escobar

Si chiamava Andrés Escobar Saldarriaga. Era un campione. Morì per un autogol; ce lo ricordiamo per questo.
Nacque nel 1967 nel distretto di Medellin, in una Colombia serena. Non avanzata, non irresistibile. Ma tranquilla. In cui i sogni ancora potevano strisciare e materializzarsi in realtà. Non era la Colombia del narcotraffico. Neanche quella della guerra civile. Tantomeno quella delle morti gratuite.
Andres Escobar è un ragazzo eccellente, educato da una famiglia molto attenta e volenterosa. Va bene a scuola, porta buoni voti a casa, si mostra sempre educato e disponibile. Il suo tempo libero, finita la mattinata e lo studio, è interamente dedicata al calcio. E’ un difensore pulito. Elegante. Che non commette falli perché contrasta colpendo solo il pallone. Non eccessivamente alto (un metro ed 84) ma ben piazzato. Con un gran senso tattico. Costantemente al posto giusto.
Si destreggia nelle giovanili ed intanto seguita a studiare. Ma ad un certo punto, come succede a tutti, deve prendere una scelta: se continuare a giocare a calcio e divenire un professionista o percorrere un’altra strada. Lui è quasi indeciso, però ha un sogno: militare per la sua squadra del cuore, l’Atletico Nacional.
E così vi approda. Nel 1987. E vi rimarrà senza mai cambiare club. Ha vent’anni e tanta voglia di sudare per quella maglia. Voglia di migliorarsi quotidianamente. All’Atletico trova un grande del futbol colombiano: Francisco Maturana, ex campione dei biancoverdi ed ora allenatore. Nel frattempo svolge anche il ruolo di commissario tecnico della Nazionale. Vede giocare Andres, e dopo qualche allenamento dichiara: “E’ un vero campione. Esempio di professionalità e rettitudine“. In un paio d’anni Escobar – con la maglia numero 2 che porterà tutta la vita – diventa un idolo: per i tifosi è “el caballero de futbol“.
Nel 1989 la Colombia ottiene la sua prima Copa Libertadores della storia: grazie all’Atletico Nacional di Maturana, che batte in finale i paraguaiani dell’Olimpia Assuncion. Ovviamente, Andres è un titolare inamovibile di quella rosa. Ed è un periodo straordinario sportivamente: con la coppa arriva anche la qualificazione ai Mondiali di Italia 1990, dove Escobar scenderà in campo con la fascia da capitano. E’ un campione assoluto.
Ma questa storia non è purtroppo solo calcistica. Perché negli anni ’70 dal Cile arriva colei che stravolgerà le sorti della Colombia: la cocaina. A profittarne più di chiunque altro è Escobar, ma non il nostro Andres, bensì Pablo. A metà degli anni ’80 è – secondo Forbes – fra i dieci uomini più ricchi al mondo. Arriva a guadagnare 50 milioni di dollari al giorno. Ciò grazie al narcotraffico verso gli Stati Uniti ed all’eliminazione totale della concorrenza: “Siete liberi di seguirmi o meno. Per chi mi seguirà, ci saranno soldi. Per chi mi si opporrà, piombo“. Nel 1983 diventa presidente della Colombia.
Però non viene disprezzato dal popolo. Lui, in fondo, prende soldi dai ricchi statunitensi e dona ingenti somme di denaro ai colombiani. Ed intanto, per riciclare soldi, è costretto a trovare alcuni metodi. La soluzione è semplice: il calcio. I club. La compravendita di calciatori. Tra cui l’Atletico Nacional.
A quel punto la Colombia diventa politicamente e calcisticamente isolata: i prezzi dei giocatori sono gonfiati per far girare soldi, e le società europee non vogliono trattare con dei boss malavitosi. Fra l’altro la situazione sui campi non è delle migliori: le sfide fra due schieramenti sono anche sfide tra proprietari criminali. Entrano interessi in ballo. Si alterano i risultati per ottenere denaro dalle scommesse. Gli arbitri vengono uccisi per direzioni imprecise. Si parla in questo periodo di “narcofutbol“.
Però tutto giova al movimento calcistico, soprattutto alla Nazionale. Maturana ha infatti la possibilità di seguire i convocabili direttamente nel proprio campionato. E la Colombia ottiene la qualificazione per i Mondiali di U.S.A. 1994. E vi arriva come una delle favorite.
Ma, come già detto, non c’è solo il calcio. Nel 1993 Pablo Escobar muore sotto i colpi delle forze speciali. Questo delitto spezza gli equilibri – già labili – fra i boss della droga. Il Paese è in guerra. Si costituiscono clan di criminali che vogliono il controllo dei traffici. La gente muore in strada. Innocenti e non. Il clima è tesissimo. E la Nazionale non può che risentirne.
Andres Escobar sa che al Mondiale va portato in alto il nome della Colombia. E’ l’unica cosa che conta. Lo dice pubblicamente e ne parla privatamente con gli scossissimi compagni di squadra. Anche lui ha paura. Vuole sposarsi ma non farà in tempo. Teme per l’incolumità della sua gente. Legge ogni giorno la Bibbia: come segnalibri le foto della fidanzata e della madre. Parte per gli Stati Uniti. Saluta le donne della sua vita all’aeroporto.
E così i ragazzi di Maturana arrivano al Mondiale. Con una sconfinata pressione sulle spalle. Amici e familiari dei calciatori rischiano la vita in patria. Alcuni sono morti prima che partissero. Altri mentre erano in viaggio.
Ma la Colombia è tra le favorite. Andres Escobar col suo numero 2 e la sua fascia comanda in campo. E’ il leader. E’ la stella. E’ un campione. Ma il peso di ogni minuto passato lì è troppo elevato. La prima partita va malissimo: la Romania, col suo atteggiamento difensivo, strappa un incredibile 3-1.
E così la seconda partita, quella con i padroni di casa, è decisiva. Se si perde, si è eliminati. E l’eliminazione non è accettabile. La squadra lo sa fin troppo bene: mister Maturana scoppia a piangere negli spogliatoi. Gli sono arrivate minacce di morte. In quello stesso giorno, ad Herrera arriva un comunicato: il fratello è stato ucciso. Diventa impossibile concentrarsi sul campo.
Ed in quella partita succede qualcosa. Una frazione di secondo. Una scivolata per anticipare l’attaccante avversario. Un pallone intercettato con la gamba. Quello che Andres Escobar sa fare meglio. Ma stavolta qualcosa non è andato: è autogol. La Colombia perde ed è fuori. Ed è un guaio. Gli scommettitori in patria avevano puntato molto sulla seleccion.
Ed il responsabile principale di questa perdita – sportiva e di denaro – viene individuato in Andres. Che però mantiene la calma. Ha la sua Bibbia. Sua madre. E soprattutto la fidanzata che vuole sposare. E così, pochi giorni dopo il suo ritorno, la porta fuori. In un bar. Lo riconoscono. Lo insultano. Vuole andarsene. E’ spaventato. Arriva al parcheggio retrostante. Un uomo tira fuori una mitragliatrice. Gli dice “grazie per l’autogol“. Gli spara. Muore. Muore il più forte calciatore colombiano. E’ il 2 luglio del 1994. Se n’è andato perché dei narcotrafficanti hanno perso dei soldi.
Mi raccolgo in silenzio per sentire l’agonia,
quel sospirare lieve delle foglie che cadono
come lo sfilacciarsi dolce della malinconia“.
(Mario Rivero, forse il più grande poeta della storia colombiana).

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