Se esiste qualcosa in cui noi italiani siamo davvero bravi (oltre al fare la pizza), questa è senza dubbio l’antica arte di nascondere la polvere sotto il tappeto. Ignorare i problemi fa parte del nostro modus operandi e il tutto viene ovviamente trasposto anche nel mondo del calcio. Nessuno si era accorto della situazione economica del Parma fino a quando la società non si è trovata praticamente sull’orlo del baratro, finendo per caderci dentro. Allo stesso modo, si torna a parlare di razzismo nel mondo del calcio e, in fondo, i discorsi son sempre uguali. Se ne parlerà per un paio di settimane: in fondo il campionato sta per finire e i temi interessanti latitano. La Juventus è pronta a conquistare l’ennesimo tricolore, Milan ed Inter pronte a mancare l’accesso alle competizioni europee per l’ennesima volta. Inseriamo una nota di colore (nero) nella cronaca sportiva, salvo poi rimetterla sotto il tappeto proprio come si fa con la polvere indesiderata. Prima o poi, però, il tappeto si gonfierà e camminarci sopra diventerà impossibile.
L’episodio che ha visto protagonista Sulley Muntari ricorda molto una vicenda analoga accaduta nel lontano 2005. In quel caso fu il messinese Marco Andrè Zoro a smettere di giocare per via dei reiterati insulti razzisti provenienti dal settore ospiti: solo l’intervento di compagni di squadra ed avversari a calmare il difensore permise la regolare ripresa del gioco. Tutti ricorderanno lo sfogo di Boateng durante l’amichevole Pro Patria-Milan: il pallone scagliato dal centrocampista ghanese verso la tribuna avversaria a testimonianza di un clima divenuto insostenibile. Il tutto, però passato relativamente in sordina.
Le autorità si affrettano a ribadire la loro vicinanza al giocatore. Anche Tavecchio ha definito “esecrabile” quanto avvenuto domenica pomeriggio a Cagliari: in fondo Opti Pobbà e le banane rimangono un lontano ricordo. Mentre l’Onu elogia il comportamento del centrocampista del Pescara (“Un’ispirazione per tutti noi qui all’ufficio Onu per i diritti umani“), il sistema calcio italiano è impegnato a punire Muntari con una giornata di squalifica, mentre glissa sui cori intonati da 10 persone. Un numero definito non punibile, in quanto inferiore all’1% degli spettatori presenti allo stadio. Senza cadere nella facile retorica, da oggi sarà possibile parlare di Muntari come del Gatto di Schrödinger: vittima e colpevole allo stesso tempo.
Il discorso va però ampliato non solo agli insulti riguardanti il colore della pelle. La concezione che lo stadio sia una vera e propria zona franca, in cui tutto è possibile, ha infatti portato negli anni diversi esempi di vera e propria inciviltà. Dai cori pro Heysel e Superga al razzismo e alla discriminazione territoriale il passo è davvero breve. Il fatto che, in questo caso, sia stato addirittura un bambino il primo ad apostrofare Muntari rende bene l’idea del livello di cultura sportiva raggiunto negli stadi italiani.
Il discorso sarebbe però da allargare anche alla realtà quotidiana: quante volte si sono lette delle minacce di morte nei confronti di giocatori avversari attraverso i Social Network? Quanti insulti nei confronti dell’arbitro ancora prima che sbagli qualche decisione? Auspicare un’inversione di tendenza nel breve periodo è praticamente impossibile. In fondo il calcio è quanto di più simile ad una guerra religiosa e l’avversario, ormai nemico, non bisogna batterlo, bisogna ucciderlo. Anche psicologicamente, ricorrendo al sistematico insulto. Anche razzista, se serve.
Il No to Racism in onda durante i match di Champions League prova a sensibilizzare gli spettatori su un tema apparentemente lontano ma incredibilmente vicino. La riflessione sul razzismo nel calcio italiano, invece, si fermerà al prossimo goal di Higuain.




