Roma, perché Sousa non è l’uomo giusto per il rilancio

Soccer: Serie A; Fiorentina-Bologna

Paulo Sousa nome caldo per il dopo-Luciano Spalletti: questa la voce piuttosto inaspettata giunta nelle ultime ore, a movimentare il rebus sul futuro dei giallorossi. La rivoluzione societaria prevista per giugno, con l’approdo del nuovo d.s. Monchi, darà il via a un nuovo percorso anche sul piano tecnico. Probabili cessioni eccellenti in rosa, ormai sicuro il cambio di allenatore. James Pallotta ha grande stima di Spalletti, che però considera ormai finito il suo ciclo nella Capitale. A ogni modo l’erede del tecnico toscano dovrebbe proseguire sulla via del bel gioco: il sogno irrealizzabile sarebbe Pep Guardiola, quello meno irrealizzabile Maurizio Sarri. Il portoghese, destinato all’addio dalla Fiorentina, rientra in questa linea e prende quota quasi di prepotenza.

Sarebbe tuttavia, come accennato or ora, soprattutto un ripiego: questo il grande handicap con cui Sousa arriverebbe alla Roma. Non esattamente il massimo per una squadra che non può più permettersi di vivere di mezze misure o di allenatori che non godono della piena fiducia. Di questi ultimi, la Roma ha fatto quasi una collezione negli ultimi anni: da Luis Enrique a Rudi Garcia, passando per il redivivo Zdenek Zeman. Scommesse su scommesse, valide talvolta per momenti esaltanti ma insufficienti per la progettazione di una squadra vincente e stabile ad alti livelli. La stessa Fiorentina di Sousa ha vissuto di alti e bassi, nell’ultima parte di stagione soprattutto di questi ultimi.

A non convincere poi è anche il carattere del portoghese. Spalletti è stato bravissimo a imprimere alla squadra la mentalità che le è sempre mancata, a livello di concentrazione negli allenamenti e nelle partite. Impresa resa possibile dal suo carattere forte, quasi da sergente di ferro. Una dote che Sousa, con tutto rispetto parlando, non ha dimostrato di possedere. Il rischio è di un rilassamento generale da parte dello spogliatoio, purtroppo un vizio d’origine con cui la dirigenza romanista deve fare i conti. E forse anche la tifoseria.

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