#PalloneDiCarta – Io, Ibra: viaggio nella vita del campione

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Zlatan Ibrahimovic, un metro e novantacinque centimetri di talento, è un nome che difficilmente chi è innamorato del pallone non conosce.

Completo, forte fisicamente, in grado di spostare gli equilibri di una squadra, ha giocato in Italia per molti anni indossando le maglie delle tre grandi: Juventus, Inter e Milan.

Ha dato lezioni di calcio in Svezia con il Malmö, in Olanda con l’Ajax, in Spagna con il Barcellona e in Francia con il Paris Saint Germain e ora sta facendo sognare l’Old Trafford con la “nove” del Manchester United. Un dato non trascurabile: ovunque è andato ha vinto, o meglio, ha fatto vincere.

Capace di decidere il ritmo di una partita grazie alla sua immensa tecnica, lo svedese di origine bosniaca ha portato a casa 31 trofei, roba da antologia. E non sembra avere voglia di smettere. Una vita da raccontare quella di Zlatan, consiglio che sembra aver seguito, tant’è vero che una biografia l’ha anche scritta nel 2011.

“Io, Ibra”.

L’ autobiografia di Zlatan Ibrahimovic, frutto di un centinaio di ore di intervista riportate su carta dal giornalista svedese David Lagercrantz è uscita nel novembre del 2011 in Italia e successivamente è stata tradotta in altre 5 lingue (inglese, francese, tedesco, svedese e norvegese).

Ha ottenuto un buon successo in Italia e soprattutto in Svezia, dove ha venduto più dell’ultimo libro di Harry Potter.

E’ una lettura scorrevole, piacevole e a tratti divertente. Non è stato scritto da Dostoevskij e si vede ma il lettore rimane soddisfatto di ciò che legge perché le aspettative che uno può avere conoscendo il personaggio Ibra non vengono disattese.

Emerge lo Zlatan spaccone che tante volte si vede in campo e nelle varie interviste ma anche il lato più umano di un campione che ha dovuto lottare molto per affermarsi nel grande calcio, nel mito di van Basten e Ronaldo, per riscattare una vita inizialmente molto complicata. L’infanzia dello svedese, cresciuto nel ghetto di Rosengard tra difficoltà economiche e una famiglia divisa, un padre alcolizzato e una madre poco presente è qualcosa di cui poco si sapeva ed è apprezzabile come lo svedese racconti di sè e del suo passato in maniera così diretta, anche se presumibilmente un pò romanzata.

Tanti sacrifici per arrivare al successo, tanti momenti in cui tutto sembrava sfumare a causa di un carattere troppo impulsivo ma c’era quel talento, quella classe innata fuori dal comune che andava solo perfezionata e gestita al meglio. La fortuna ha voluto che incontrasse persone che credessero in lui, due su tutte: Mino Raiola, il procuratore-fratello che l’ha saputo gestire e tirarne fuori le qualità e gli ha permesso di raggiungere traguardi prestigiosi e firmare contratti faraonici e sua moglie Helena Seger, di 11 anni più grande, colei che gli ha insegnato come comportarsi nella vita vera, quella fuori dal campo, riuscendo (solo in parte) a togliergli l’etichetta di “bad boy”, il ragazzo venuto dal ghetto.

Ci sono stati anche altri incontri che hanno reso Ibrahimovic il giocatore che è oggi e nel libro vengono citati e ringraziati per ciò che hanno fatto. Gli allenatori Fabio Capello alla Juventus e Josè Mourinho all’Inter vengono annoverati come i migliori avuti in carriera, persone e personaggi dai quali imparare e dai quali effettivamente lo svedese ha imparato molto. Tante pagine sono dedicate al rapporto conflittuale con Pep Guardiola, accusato di non aver capito Ibra ai tempi del Barcellona. Scontri verbali da duello western con Zlatan che (sembra) aver avuto sempre la meglio sullo spagnolo, incapace di reagire di fronte alla “montagna” svedese ma capace di convincere la dirigenza blaugrana a venderlo al Milan.

Aneddoti curiosi di vita quotidiana che arricchiscono ancora di più la lettura dell’autobiografia di Ibra. Come quella volta che Capello lo costrinse a vedere un VHS…: “Ibra, vieni qui!” L’angoscia di essere convocato non mi passerà mai, e cominciai a chiedermi: “Ho rubato di nuovo una bicicletta? Oppure tirato una testata al tipo sbagliato?”. (…) Quando entrai, trovai Capello con addosso solo un asciugamano. Aveva fatto la doccia. Gli occhiali erano appannati, e gli spogliatoi erano malandati come al solito.(…) “Siediti” disse. Di fronte a me c’era un vecchio televisore con un videoregistratore ancora più vecchio, e Capello v’infilò dentro una cassetta VHS. “Mi ricordi Van Basten (…) ma lui si muoveva meglio di te in area. Qui ho raccolto le sue reti. Studia i movimenti”. Capello uscì e io cominciai a guardare(…) dopo dieci minuti iniziai a chiedermi quando sarei potuto andare via. Capello aveva qualcuno che controllava fuori della porta? Non era impossibile.”

 

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