Roma, Vainqueur: “Sapevo di non poter essere titolare, ma sto migliorando”

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William Vainqueur, centrocampista arrivato a Roma questa estate dalla Dinamo Mosca, ha parlato della sua esperienza con la squadra giallorossa. Ecco le sue parole:

“Quando si vince il derby, puoi fare quello che vuoi”: Roma non è male…
Qui si sente ogni giorno la pressione intrinseca di un club delle dimensioni della Roma. Quando le cose vanno bene come adesso, le persone ti lasciano in pace, ma quando le cose vanno meno bene, come tra novembre e dicembre, l’ambiente si riscalda rapidamente. Gli ultras sono venuti al centro di allenamento. Il derby di Roma è un evento unico. Ogni volta che si vince, si può fare ciò che si desidera in città, vai al ristorante e non paghi, la gente ti segue. Ho avuto la possibilità di giocarlo e soprattutto, di vincerlo”.

Ti piace lavorare in un club in cui c’è una tale pressione?
Sì, ed è per questo che faccio questo lavoro. Amo la passione. Sia i dirigenti della squadra, che Daniele De Rossi, mi hanno spiegato come sarebbe andata. Allo Standard Liegi ho avuto tifosi straordinari, mentre a Mosca abbiamo giocato di fronte a 5.000 persone. C’era zero pressione, non cambiava molto giocare bene o male”.

Come giudichi la tua stagione?
Buona. Soprattutto perché sono circondato da grandi giocatori: De Rossi, Pjanic, Keita, Maicon, Nainggolan, e, ovviamente, Totti, etc. Il primo giorno mi sono trovato seduto due posti lontano da. Vi assicuro che diventi più piccolo. E ho scoperto un altro calcio, un altro livello, qui si va a 2000, se non vedi il gioco prima di ricevere la palla sei morto e senti Totti urlare”.

Com’è Spalletti?
Stella o non stella, se non fai quello che chiede ti uccide (ride, ndr). Ma lui ama i suoi giocatori e li difenderà fino alla fine. Io non sono nessuno in questa squadra rispetto a tutti i grandi nomi che ci sono, ma lui mette tutti sullo stesso piano. Tatticamente è il top, concepisce il gioco come nessuno. Ti dice di metterti in quel punto preciso in una certa fase di gioco, inizialmente non capisci bene perché, poi ti rendi contro che la palla ti arriva sui piedi”.

È stato difficile all’inizio?
Sì. Quando mi sono unito al gruppo, ero rientrato da un infortunio avuto in Russia e dopo il primo allenamento, una sessione basata sul lavoro fisico,  sono tornato a casa e ho vomitato. Ho capito quello che mi era stato detto sull’Italia, che non era uno scherzo. Bisogna vedere le dimensioni delle cosce dei giocatori per capire cosa intendo”.

Sei venuto a Roma senza grandi referenze. Ti ha complicato il compito?
In Italia, sanno di calcio. Un centrocampista ai loro occhi è importante quanto un attaccante o un difensore. Non è sorprendente che Pirlo e De Rossi siano italiani”.

Senti di essere migliorato?
Certo. Sono arrivato che ero nessuno. Quando mi sono trovato in panchina in un primo momento era come a teatro. Era già una possibilità. Questo club è pieno di buoni giocatori che non hanno nemmeno la possibilità di andare in panchina. Quando sono arrivato, avevo un piano che ho sviluppato con il mio agente Meissa Ndiaye: per prima cosa ti fai piccolo, e lavori in allenamento per trovare un posto panchina e poi per diventare titolare. Sapevo benissimo che non avevo possibilità di essere titolare, ci sono anche molte stelle di fronte a me, era impossibile. Dovevo andare a cercare questo. Questa è la mia ambizione”.

Tra queste stelle, c’è Radja Nainggolan.
È eccezionale. Lui sa fare tutto. È potente, tecnico, può giocare un po’ più al centro o un po’ più basso. La Roma è già molto forte ma lui può giocare con le più forti, a mio parere: PSG, Real Madrid, non importa. Ma il ragazzo che mi ha impressionato di più, a parte Totti, è Pjanic: è un genio. Quando è al 100%, è troppo, è un piacere. Non va a 100 miglia all’ora, ma vede tutto sul campo. Per Miralem e Radja non c’è confine”.

La consacrazione è stata giocare contro il Real nella fase a eliminazione diretta della Champions League?
Quando gli ho annunciato che sarei stato titolare contro il Real, il mio agente mi ha detto di ricordarmi da dove ero venuto e di ricordarmi i sacrifici che avevamo fatto, perché l’avevamo fatto per questo. A Roma ero in panchina come Zidane, due settimane dopo mi son trovato sul terreno del Bernabeu con Modric…”.

Eri stressato in occasione del derby?
Sì, soprattutto perché ho giocato come titolare. E i leader e i tifosi ti fanno capire che non si può perdere. Quando eravamo in albergo, abbiamo visto arrivare 5-6000 sostenitori alle 8 del mattino. Walter Sabatini mi ha chiamato nel suo ufficio e lui non ci ha girato intorno, mi disse che avrei giocato, che si fidava di me e che non mi aveva preso per niente. Ed è là che inizi a traballare. Prima della sosta, eravamo ancora secondi o terzi, ci hanno lanciato uova e pomodori e mi sono chiesto dove fossi finito. Qui è un’altra cosa. Quando siamo andati a Napoli, per esempio, siamo dovuti andare in aereo quando non ci sarebbero volute più di due ore. E all’arrivo in aeroporto c’erano 200 agenti di polizia per scortarci. È stata pura follia”.

Totti?
Quando c’è Totti, probabilmente fai un po’ più di attenzione, ma se devi portargli il pallone tu lo fai e probabilmente ti urlerà alla fine, ma nello spogliatoio ti darà una pacca sulla spalla. Sono persone che rispettano molto il calcio, sanno che fa parte del gioco”.

Ti sei abituato a stare con una leggenda simile?
E’ incredibilmente tranquillo negli spogliatoi. Ma sportivamente, rimane impressionante. Ha quasi 40 anni, mi chiedo come abbia fatto. Ha gli occhi ovunque, ha un piede che gli permette di fare quello che vuole. Contro il Chievo Verona, ho veramente realizzato dove mi trovavo: ho visto De Rossi, Maicon, Gervinho e mi sono reso conto che giocavo nella Roma   È stupido, ma è davvero lì che ho capito”.

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