Neanche l’ultima conferenza stampa (o almeno, speriamo) è servita a Giampiero Ventura per risultare simpatico al popolo italiano, neanche quel (poco forzato, eh) sentimento di pentimento verso tutto la tifoseria calcistica del nostro paese. Ora, andando con ordine, partiamo da due presupposti: il primo è che questo è sicuramente il punto più basso della storia del nostro movimento, un’ apocalisse che ci investe sia dal punto di vista economico, sia da punto di vista sportivo, ma anche da quello puramente cognitivo. Secondo appunto: Ventura ha sbagliato, tanto. Ha fatto moltissimi errori tattici e comunicativi da quando si è seduto in panchina, arrivando quasi alla “pazzia” in questo doppio scontro, con giocatori adattati, moduli scelti per “principio” e rapporti a quanto pare proprio non perfetti con alcuni senatori. Bene, queste due cose le sappiamo ed è giusto prenderle in considerazione: ma bisogna anche essere consapevoli che questa umiliazione non è una spina in un campo di rose, ma un chiaro sviluppo di un impreciso progetto tecnico da parte di un movimento che ormai ha ben poco da dire. Con Conte su quella panchina ci saremmo qualificati sicuramente ai mondiali: ma anche lui si ritroverebbe questa rosa, sicuramente non sufficiente per tornare a vincere; d’altronde quei quarti di finale raggiunti all’Europeo scorso sapevano veramente di un miracolo sportivo. Ed era un semplice “campionato continentale”. C’è qualcosa di profondamente distorto in tutto ciò, un male che è difficilmente ritrovabile in un singolo elemento, una caccia ad una strega che assume le sembianza di diverse donne: chi parla di dirigenti corrotti, chi di stranieri, chi di squadre minori non all’altezza, chi di campionato poco competitivo…qual è la verità? Semplice: tutto.

Il discorso che si vuole fare in questa sede non è una banalizzazione/generalizzazione dell’argomento, non è un semplice dire “E’ tutta una m****”, ma è un’ammissione di totale svalutazione per quanto riguarda strutture simboliche, giuridiche e tecniche. Bisogna capire che in questo momento, la storia del nostro calcio sta vivendo una situazione simile a quella della Prima Repubblica Italiana, una fase storico con un sistema di governance (la DC politica riflessa nel tipo di gestione della disciplina sportiva) che sembra non poter ripetere i fasti di un tempo (gli anni settanta-ottanta italiani, così come il Boom Economico degli anni ’60). E’ un qualcosa di estremamente marcio ma alquanto complesso, perché riuscire a trovare una soluzione unica che risolva praticamente tutti i problemi è assolutamente impossibile. Qui non si tratta di dire “Il pesce puzza dalla testa” o “Tutti a casa” e non bisogna nemmeno pensare che le problematiche siano semplicemente al livello endogeno, considerando che (come la politica, guarda un po’) ci sono alcuni vincoli trans-nazionali (qualcuno ha detto detto Legge Bosman?) da cui non si può sfuggire.

Cerchiamo però di fare una piccola rassegna di situazioni chiave su cui provare almeno di inquadrare il discorso. Partiamo però non da un discorso “bottom-up” (dal basso verso l’alto, come si tende di solito a fare), ma “top-down” (dall’alto verso il basso), perché il problema non nasce dalle scuole calcio e si percuote a livello professionistico, ma il contrario. Prendendo in considerazione la massima serie, la Serie A, sono tanti gli ordini del giorno. Innanzitutto bisogna considerare la questione diritti televisivi (argomento trattato diverse volte da RadioGoal24 nei suoi approfondimenti): in Italia la redistribuzione del compenso monetario derivante dalla messa in onda delle competizioni non segue un modello democratico ed equo, ma uno teoricamente meritocratico che nella pratica si sviluppa come estremamente gerarchico. Non si tratta di paragonare la Juventus con il Leicester, ma di confrontare la differenze che ci sono fra la Juventus con la SPAL e del Chelsea con il Leicester. Questo è un problema di fondo che riguarda sopratutto il rapporto fra i vari club, fra il gruppo delle “grandi” e quello delle “piccole” più la relazione (sempre conflittuale) fra questi due e la Federazione. La mancanza di unità d’intenti genera una situazione in cui veramente regna sovrano l’egoismo e l’avversario, con la grande contraddizione del fatto che siamo nel paese in cui il Presidente della Lega e della Federazione sono la stessa persona! In molti potrebbero però, giustamente, considerare che un tale dislivello a livello di campionato maggiore c’è sempre stato in Italia e che esiste anche in molti altri paesi d’Europa: basti pensare la Ligue1, che ha due club che potrebbero tranquillamente vincere mandando in campo la squadra riserve o la Bundesliga, dove il dominio del Bayern Monaco in questi ultimi anni è stato più che determinante. In questi due casi la situazione si è andata a risolvere secondo due strade diverse: nel modello tedesco si è preferito risolvere internamente, usando le piccole squadre quasi come agnello sacrificale per la crescita dei giovani talenti, come serbatoio calcistico che va poi a rinforzare le “big” del campionato o estere. Aldilà di alcuni grandi top player, infatti, una grande parte della nazionale tedesca è formata da calciatori che giocano nel proprio paese, pronti ad esplodere con le proprie squadre d’appartenenza andando poi, una volta svezzati, a rinforzare Bayern Monaco e Borussia (che tra l’altro hanno quasi sempre la precedenza proprio a livello giuridico-politico per accaparrarseli) oppure alcune squadre del campionato inglese per prendersi quindi definitivamente la propria nazionale. Il modello francese è invece totalmente opposto, attraverso una grandissima campagna di esportazione di “materia prima” calcistica che va a riempire le squadre straniere di campionati più importanti per un percorso di auto-crescita professionale lontano da casa. Esempi concreti possono essere Antoine Griezmann o Paul Pogba. Detto che quest’ultimo modello non è proprio il massimo dell’efficienza, per la complessità d’esecuzione e per la poca ortodossia, la differenza invece fra la strategia tedesca e quella italiana è purtroppo di natura economica. Le squadre sono aziende, ricordiamocelo: se in un normale mercato competitivo l’obiettivo fosse per tutte le imprese il monopolio od il dominio del settore, vivremo nel caos. L’economia europea è formata sopratutto da piccole e medie imprese che si auto-sostengono e “fanno il loro” per sopravvivere al meglio in quello che è un campo di battaglia. Sarò banale, ma avere a livello di introiti uno stadio di proprietà riesce a portare direttamente altre due grandi fonti di finanziamento: da una parte una maggiore fidelizzazione con il pubblico e quindi un maggiore coinvolgimento, a livello monetario, di esso; dall’altra una maggiore attrattività nei confronti degli sponsor, che vedono nel brand-team una fonte di grande ricchezza. E’ chiaro che una squadra minore, avendo già un tipo di sostenimento finanziario fisso infra-strutturale, cerca di ottenere il surplus tramite un solo modo: le plusvalenze fatte in casa. Allevare i propri pulcini e venderli a peso d’oro permette di avere un ritorno economico non differente, permettendo ulteriori “rischi” che potrebbero portare ad ulteriori vincite. E’ tutto qui. I giovani poi puoi anche comprarli eh, non devi mica per forza attingere sempre dalle giovanili…ma dove si comprano talenti del proprio paese ad un basso costo? Semplice, nelle squadre delle serie minori. E’ chiaro che il parallelismo Serie A/Bundesliga e Serie B/2. Bundes potrebbe anche essere preso in considerazione, ma purtroppo le dinamiche che coinvolgono la nostra serie cadetta sono quasi veramente fuori controllo: il problema qui, senza troppi indugi, risiede proprio nella debolezza dell’apparato economico/sociale italiano, visto che le squadre di Serie B sono praticamente tutte proprietà di piccoli e medi imprenditori italiani che, purtroppo, non hanno proprio la forza di mettere in piedi un apparato sportivo competente, utilizzando la squadra più come fattore di marketing/pubblicitario. Il risultato è che le formazioni di questo campionato sono in una situazione ancora più arretrata di quelle delle serie maggiori (e si vede con le neo-promosse) ma, a differenza di queste ultime, poco o niente si può risolvere a livello puramente calcistico: diminuire il numero delle squadre in Serie A potrebbe essere un piccolo tamponamento, ma che porterebbe forse a maggiori investimenti da parte delle società di Serie A (con la paura di scendere in B) e sicuramente non ad una ristrutturazione del campionato minore. Per fare un esempio concreto di questo collasso basti pensare al famigerato premio-salvagente ai club retrocessi: che per caso Palermo, Hellas Verona, Empoli, Pescara o Frosinone hanno effettuato importanti investimenti in questi anni? No. Il motivo è semplicemente che quei soldi sono serviti più che altro per risanare situazione economiche difficili, poiché quando sei costretto a cambiare categoria molti ricavi si abbassano e bisogna controllare i costi per rientrare nel Break Even Point (punto di pareggio). Va bene allora, ma attingere le risorse dalle squadre Primavera? Questo è un altro punto che negli ultimi anni è stato al centro di grandi discussioni a livello mediatico, collegate anche al mancato supporto delle “Squadre B” in Italia. Sì, perché il problema principale è simile a quello della Serie B: il livello riscontrato delle giovanili con le prime squadre è troppo elevato: in effetti il campionato Primavera ha anch’esso un tipo di struttura particolare rispetto al resto d’Europa: in Inghilterra, ad esempio, il percorso è molto più stratificato e prende quasi le sembianze del meccanismo gerarchico delle nazionali, dove esiste persino una categoria Under-21 con l’ammissione di 3 fuori quota (che ricadono sempre sui giocatori della prima squadra poco in forma). Quello della League1 non è ancora un campionato “formalmente” professionale, ma costituisce sicuramente un livello molto più alti rispetto al nostro campionato Primavera. Questo scalino in più, a livello agonistico, permette poi di avere pronti giocatori in grado di esordire tranquillamente in prima squadra (il Liverpool, il Tottenham e l’Arsenal sono dei buoni esempi sotto questo punto di vista) oppure di farsi le ossa (da protagonisti però) nelle categorie professionistiche minori. Adesso è il momento di andare ancora più indietro, alle scuole calcio italiane: sotto questo punto di vista, di colui che vi scrive, le argomentazioni qui proposte sono di carattere molto più soggettivo rispetto ai paragrafi precedenti visto che ci troviamo in una situazioni che ha le sue particolarità a livello territoriale e che sembra, negli ultimi anni, protendere verso una ipotetica evoluzione: nel corso dell’ultimo biennio, infatti, sono stati creati dalla FIGC diversi centri federali gratuiti per la selezione e l’allenamento di diversi piccoli talenti presi dalle zone più remote del paese, seguendo quello che è il modello belga/tedesco. E’ ovviamente troppo presto per fare le prime stime, ma sicuramente è un intervento apprezzabile che però rischia di finire male. Questo perché, come avrete potuto capire, il percorso che ho deciso di seguire (dalla Serie A alle giovanili) è strettamente collegato: i giovani sono ad un livello troppo basso in Primavera, la Serie B sembra una discarica semi-professionistica e la Serie A non ha motivazione nell’investimento. Tutte problematiche che in un certo senso pregiudicano quello che è stato un po’ il sentimento trainante di molti giovani degli anni passati: la speranza e il sogno di giocare in Serie A con la propria squadra del cuore è diventato sempre più difficile, sia a livello tecnico che a livello proprio umano: la pesante burocrazia calcistica italiana, tesa a creare personaggi e divi anche i pulcini, le troppe aspettative e la pressione di procuratori che ti fanno firmare contratti a 12 anni, rappresentano un ostacolo alla crescita genuina del ragazzo e allo sviluppo della passione. Questo è unito ovviamente allo stato di molte società sportive italiane, senza un deciso appoggio da parte della autorità territoriali, con strutture d’allenamento che risultato per nulla idonee. Tali elementi rovinano in maniera netta la stessa cultura del calcio giovanile, in cui gli allenatori sono costretti a vincere e a non sperimentare, a posizionare al meglio i giocatori e non a far sviluppare la loro vena creativa (guarda caso l’unico ruolo non “in crisi” del nostro calcio è quello del portiere). Personalmente rabbrividisco al pensiero di alcuni allenatori giovanili che abbiano un profilo simile a quello di Sandro Pocheschi.

Parlando di quest’ultimo non possiamo non mettere in mezzo alla discussione il tema “stranieri”. E chiaro che il fenomeno vada visto sotto due prospettive: da una parte bisogna infatti considerare le centinaia di ragazzi non italiani che riempono le file delle nostre squadra Primavera e della nostra Serie A. Questa è la faccia negativa del fatto, più che altro perché questo tipo di giocatori sono spesso ricorrenti essendo forza lavoro a basso costo ma con una preparazione a volte migliore di quella dei nostri prodotti. Tuttavia questo è un discorso che meriterebbe una sede ulteriori di discussioni, considerando anche la impossibilità ad arrestare questo processo a causa della libera circolazione dettata dalla Legge Bosman. L’altra prospettiva di indagine ha radici invece più profonde e, anche qui, si viene a richiamare la realtà politica. Da tanti anni la maggior parte delle persone sogna infatti (ancora una volta) di emulare il modello di gestione della Germania: molti campioni tedeschi hanno infatti un doppio passaporto e rappresentano comunque molta della linfa vitale della nazionale. Il nostro rapporto con gli “oriundi” è stato invece da sempre molto più complesso ma, sopratutto, si tende ancora a far confusione nell’uso del termine: Emerson Palmieri e tanti altri che hanno “solo” il passaporto italiano non possono essere considerati a pieno regime giocatori italiani. Balotelli ed El Shaarawy sono calciatori oriundi, ma anche Jorginho. Quest’ultimo ha infatti praticamente passato tutta la propria vita nel nostro paese, a partire dalle giovanili, e non è quindi quel tipo di calciatore sudamericano che sceglie l’Italia solo perché non avrebbe spazio in Argentina e Brasile. Questo è un discorso che cozza sull’efficienza tecnica, sicuramente, ma per costruire un vero gruppo Italia serve veramente gente che la considera una “seconda (o terza) pelle”. Il problema è che ce ne sono pochi, perché effettivamente un numero esiguo riesce a diventare italiano. E’ inutile nasconderci infatti che l’attuale legge sulla cittadinanza (in arte Ius Sanguinis) non permette un preciso processo di integrazione a dei giovani talenti che vorrebbero essere italiani e giocare con l’Italia. Se cominciassimo ad avere molta più flessibilità sotto questo punto di vista avremo nuova linfa da attingere, con ragazzi che si sentono italiani ed hanno la cittadinanza come diritto fondamentale. L’impossibilità di essere concittadini è invece un ostacolo (insormontabile) a molte delle persone che nel nostro paese vorrebbero trovare veramente un futuro migliore ed è triste pensare che, dal punto di vista regolamentare, solo i bambini con meno di 10 anni possono essere regolarmente tesserati. Qui non si tratta di fare propaganda allo Ius Soli per permettere la cittadinanza alle più disparate comunità straniere, ma di riflettere riguardo ad un processi calcistico di integrazione che non funziona.

Siamo arrivati alle conclusioni e ovviamente ancora non ho dato il perché del titolo: il fatto è che la visione futura del nostro calcio non è per forza positiva: ad una rivoluzione non sempre corrisponde un periodo di rinascita e di benessere. C’è chi è riuscito (la Germania), chi non sa ancora cosa fare (l’Olanda) e chi invece probabilmente è andata peggio: di chi sto parlando? Ovviamente della politica italiana che, dopo Mani Pulite, ha gridato all'”innovazione necessaria” pretendendo la testa della vecchia gestione e promuovendo il nuovo ed il diverso, come se la corruzione colpisse solo il vecchio ed il tradizionale. Cosa è successo? All’Italia politica è capitato per anni il duo Berlusconi-Prodi (con qualche breve intermezzo) e si spera, quindi, che all’Italia calcistica non succeda lo stesso. Diamo il benvenuto alla Seconda Repubblica (calcistica), di nuovo.



