Più che un calciatore, un simbolo. Con quei suoi dentoni da cartone animato, non nascosti ma esibiti con orgoglio in smaglianti sorrisi. Con quel tocco di palla e quelle giocate da funambolo del pallone, sempre imprevedibili persino per i compagni di squadra. Con quell’umiltà ancora più spaventosa del suo talento, che lo faceva amare tanto dai suoi tifosi quanto dagli avversari. Qualità, quest’ultima, che nessuno fra i divi attuali (vedi Cristiano Ronaldo e Lionel Messi) può citare a proprio vantaggio. Ronaldinho de Assis Moreira è stato una delle incarnazioni del dio del calcio, di quello strano spirito che di tanto in tanto si diverte a rimettersi in gioco e a farci innamorare di nuovo dello sport che amavamo da bambini. E che di tanto in tanto saremmo tentati di abbandonare, corrotto com’è da logiche di mercato e simili. Ora, a 36 anni e dopo alcune stagioni un po’ anonime in Brasile, appende le scarpe al chiodo: sarà ambasciatore per il Barcellona, il club con cui ha giocato per 5 stagioni (dal 2003 al 2008), e vinto Champions League (nel 2006) e Pallone d’Oro (nel 2005).
L’ascesa di Ronaldinho all’Olimpo del calcio mondiale iniziò il 30 giugno del 1999, in occasione della Coppa America in Paraguay. L’allora 19enne talentino del Gremio subentrò nella ripresa del match tra Brasile e Venezuela, segnando un gol assurdo: doppio sombrero su due difensori e destro sotto l’incrocio dei pali. Segnali di una grande promessa, anche per una nazione calcistica che all’epoca contava su gente come Ronaldo e Rivaldo. Oggi Ronaldinho sarebbe oggetto di un’asta multimilionaria fra i maggiori club europei. Invece ad accaparrarselo nel 2001 è il PSG (non ancora quello degli sceicchi), nel quale Ronaldinho giocherà per due stagioni: giusto il tempo di aiutare il compagno d’attacco Pauleta a raggiungere il record di reti nel club francese superato finora solo da Zlatan Ibrahimovic. Nell’estate 2003 avrebbe potuto vestire la maglia del Real Madrid, che però decise di rinunciare a lui per il più fotogenico David Beckham. Un assist clamoroso per il Barcellona, che lo acquistò per 30 milioni di euro. Praticamente niente, per gli standard di oggi. Il resto è storia nota: le reti del brasiliano proprio contro il Real sono entrate nella leggenda.
Come non comprendere l’entusiamo con cui Ronaldinho sarà poi accolto al Milan nel 2008? Nonostante una condizione fisica non più smagliante e due stagioni poco brillanti in Liga, la sua sola presenza accende un furioso entusiasmo in tutti gli stadi della Serie A. Le vere stelle rossonere in quel momento sono i Pirlo, i Kakà, i Seedorf, gli Inzaghi. Ronaldinho comunque regala 26 reti in 95 presenze e tante giocate che non si vedono spesso dalle parti di San Siro. Non reggerà più i ritmi del calcio degli ultimi anni e nel 2011 deciderà di vestire la maglia del Flamengo. Seguiranno esperienze all’Atletico Mineiro, ai messicani del Queretaro e di nuovo in Brasile alla Fluminense. Le reti in carriera sono 263 in 679, cifre importanti per un giocatore che comunque faceva sognare per numeri d’altro genere.
Che cosa gli è mancato per essere fra gli immortali del pallone? Forse la continuità, forse un carattere più competitivo, forse proprio nulla. Chi l’ha visto giocare, non lo dimenticherà più. Mentre il Ronaldinho in giacca e cravatta, dietro una scrivania nella sede del Barcellona, con tutto il rispetto nemmeno ci interessa.



