– Ernst Happel e “Il Principe” di Machiavelli

“E’ meglio essere temuto che amato. Respondesi, che si vorrebbe essere l’uno e l’altro; ma, perchè elli è difficile accozzarli insieme, è molto più sicuro essere temuto che amato, quando si abbia a mancare all’uno de’ dua.”
Scrive Machiavelli nel capitolo 17 de “Il Principe” fondando i presupposti di un buon governo, duraturo e assennato, sull’equilibrio tra forza e intelligenza. Due qualità che uno dei maggiori pionieri del “calcio totale” ha incarnato in sè ed impresso indelebilmente nei club dove ha militato da giocatore prima, e da allenatore poi.
“Correre, correre, correre e disciplina.” Soprannominato “Il tiranno”, Ernst Happel,conduce un’ottima carriera (1942-59) nel ruolo di difensore centrale, posizione che non lo limita a stroncare gli attacchi avversari ma lo vede responsabile del compito di primo regista con una straordinaria propensione al gol (celebre la tripletta messa a segno contro il Real Madrid di Alfredo di Stefano).
Nel 1965, dopo aver svolto il ruolo di direttore sportivo nel Rapid Vienna, con grossa incidenza sulle questioni tattiche, inizia la sua carriera da allenatore nell’ADO Den Haag, club olandese con cui conquista subito una coppa di Olanda contro l’Ajax di Rinus Michels e Johann Cruijff. L’anno successivo è il Feyenoord a scommettere su di lui inaugurando alla sua guida quello che per molti è un primo germoglio di calcio totale: “uno stile di gioco per cui ogni calciatore che si sposta dalla propria posizione è prontamente sostituito da un compagno, permettendo così alla squadra di mantenere invariata la propria disposizione tattica”. Al suo primo anno vince una clamorosa Coppa dei Campioni ai danni del Celtic (eliminando tra gli altri il Milan di Gianni Rivera), e inizia a marchiare con il suo genio il calcio olandese che a partire da quegli anni si apre alla strada spianata dal suo credo tattico, fatto di pressing alto e difesa a zona. Vincerà in seguito una seconda coppa dei campioni con l’Amburgo (1983), a discapito della Juve di Trapattoni, diventando così uno dei cinque allenatori della storia ad aver vinto la più prestigiosa competizione Europea sulla panchina di due squadre diverse grazie ad una carriera all’insegna dell’erranza e della continua ricerca di nuove sfide.
Perfezionista maniacale, Ernst Happel racchiude in sé la figura dell’innovatore tattico e del sergente di ferro, della volpe e del leone, metafore di astuzia e potenza: requisiti che per Machiavelli un condottiero esperto deve
essere in grado di miscelare senza appiattirsi su uno di essi. Le sue squadre erano in grado di applicare i principi di un calcio fluido e spettacolare ma allo stesso tempo scendevano in campo ogni partita con il coltello tra i denti riuscendo a calarsi in ogni tipo di situazione di gioco. Oltre a essere un grande teorico, Happel era infatti soprattutto uno stratega: preparava ogni partita abbinando ai suoi fondamenti una variante tattica appositamente studiata come contromisura ai piani avversari. Esattamente come l’ordinatore teorizzato da Machiavelli egli teneva conto di tutte le circostanze presentate dal contesto, applicando un calcio che metteva in campo cinismo e raffinatezza; un calcio privo di fronzoli fatto di pressing alto e verticalizzazioni immediate, simili per certi versi alle folate di contropiede all’italiana con la differenza che il recupero-palla avveniva almeno trenta metri più avanti. Questa fusione di stili rese le sue squadre indecifrabili per la maggior parte dei suoi avversari e costituì una lunga carriera di successi, raggiunti quasi sempre con lo sfavore del pronostico: 2 coppe dei campioni, 8 campionati nazionali nazionali in 4 paesi diversi su tutti.
“I miei quattro comandamenti sono sempre gli stessi: correre, correre, correre e disciplina”. Chiosava l’allora allenatore più vincente d’Europa (17 trofei in squadre di club!) nella sua ultima conferenza stampa di presentazione (1992), alla guida della Nazionale Austriaca. Un modo di autodefinire il proprio lavoro molto riduttivo, indice di un uomo che non teneva in grande considerazione il compiacimento dell’opinione pubblica in un mondo come quello del calcio in cui, come in politica, essere e apparenza difficilmente coincidono. E così rispetto a molti allenatori di successo più eccentrici e auto-celebrativi Happel fu un personaggio che sfruttò poco l’auto-rappresentazione (o l’accentramento dell’attenzione mediatica su di sé), preferendo sempre lasciar parlare i fatti e i suoi tratti arcigni da generale; lavorando nell’ombra, proprio come il principe agognato da Machiavelli. Un uomo severo e geniale che riuscì a conciliare la straordinaria creatività della sua mente con la durezza del suo carattere mantenendo la propria leadership vincente per oltre un ventennio e contribuendo a cambiare per sempre il nostro modo di pensare il calcio.



