Walter Mazzarri è un uomo, prima che un allenatore, di cui il nostro calcio non può e non potrà mai fare a meno. Certo, è facile dirlo adesso: il suo Torino ha chiuso il campionato al settimo posto, ad un passo dal traguardo Europa League – traguardo che sarebbe stato meritatissimo. Un po’ meno facile dirlo nella stagione 2013-14, dove il tecnico toscano sedeva sulla panchina dell’Inter: un Inter ancora fresca di triplete ed in piena rivoluzione, sia tecnica che societaria. Si ricorda più facilmente il gesto dell’orologio alla vittoria del suo Napoli contro il Chelsea (che poi vincerà la Champions League). E se è così, qualcosa non va.
Mazzarri è figlio di una grande tradizione di allenatori toscani. Inizia la sua carriera da vice di Renzo Ulivieri nel 1996, poiché ancora sprovvisto dell’abilitazione di allenatore professionista. Sono tanti i successi sportivi, dalla promozione in Serie A con il Livorno alla Coppa Italia vinta con il Napoli, passando dalle tre salvezze consecutive con la Reggina. Reggina che fu coinvolta nello scandalo Calciopoli e che Mister Mazzarri portò, dopo 15 punti di penalizzazione, alla salvezza. Se non ci fossero stati i punti di penalizzazione la formazione calabrese sarebbe approdata in Intertoto, correva l’anno 2007.
Poi la Sampdoria (dove lascia un grandissimo ricordo umano e sportivo) e il Napoli: nel febbraio del 2012 tutta l’apoteosi del gioco di Mazzarri si concentrò nell’ottavo di finale d’andata di Champions contro il Chelsea, con gli inglesi che andarono in vantaggio ed il Napoli che rimontò battendoli 3-1. Fino all’Inter, dove non riuscì mai ad imporre la sua filosofia, ed in questo non fu molto aiutato dalla società, anzi. Riparte dall’Inghilterra, dopo l’Inter il tecnico toscano si rinchiude in un silenzio tutto suo. Un silenzio che spiega tante cose riguardo l’amaro biennio. Il Watford lo ingaggia e Mazzarri guida la formazione inglese alla salvezza, lascia a campionato finito e con tanta voglia di tornare in Italia. In Italia trova il Torino, società perfetta per lui: 9° e 7° posto con lui in panchina in queste ultime due stagioni, e con il suo lavoro e la sua tenacia le soddisfazioni maggiori devono ancora arrivare. Questa la storia finora di un tecnico competente, umile e preparato, un tecnico che in maniera silente si è preso una fetta della storia recente del calcio italiano.



