Del Leicester se ne sta parlando tanto, tantissimo. Social Network, siti, blog, trasmissioni, stanno dedicando speciali su speciali per festeggiare il titolo delle Foxes. Paradossalmente questo sta avvenendo più in Italia che in Inghilterra, dove l’essere connazionali del condottiero Ranieri sta di nuovo accendendo le fiamme del patriottismo calcistico che hanno sempre contraddistinto la nostra storia. Questa però è un altra faccenda. Ora, sebbene sia cosciente dell’importanza e della unicità dell’impresa della squadra inglese, vorrei un attimo soffermarmi su qualcos’altro, tanto per uscire un po’ dal giro. Questo editoriale esaminerà infatti il Tottenham, i “cattivi”, come qualcuno potrebbe dire se si avesse l’intenzione di trasformare questa stagione in un bel romanzo d’azione. Ovviamente qui non si parlerà di operai, di fatturati o di antiche rivalità, ma si analizzerà una squadra di calcio, una BELLA squadra di calcio, che purtroppo è passata inosservata ed è ancora oggi, nonostante il quasi matematico secondo posto, considerata una effimera comparsa. L’obiettivo non è assolutamente un’analisi di stampo revisionista o un tentativo di sminuire le imprese altrui, ma è di dare merito a chi di complimenti ne ha ricevuti ben pochi, nonostante le grandi novità che ha portato al campionato inglese.
Ad agosto nessun tifoso del Tottenham pensava di lottare per il titolo fino a 3 giornate dalla fine. Gli umori non erano dei migliori, visto che l’anno precedente l’unica vera soddisfazione era stata l’esplosione di un ragazzotto inglese, Harry Kane, che aveva forse risolto i problemi della punta dopo il flop Soldado. Nella stagione 2014-2015, gli Spurs erano riusciti a centrare il quinto posto; niente male direte voi, visto le gigantesche corazzate che dominavano la scena inglese a suon di milioni. Tuttavia ai tifosi del Tottenham questo non bastava, un po’ perché lì davanti c’erano le odiate rivali londinesi Chelsea e Arsenal, un po’ perché c’era la netta sensazione che la distanza effettiva tra le compagini fosse veramente alta, irraggiungibile, tanto da sperare in un posizionamento in Champions League come unico traguardo. C’è da dire che i tifosi non avevano ancora digerito addirittura la partenza di Gareth Bale nel 2013, vero trascinatore della squadra negli anni precedenti e non sostituito a dovere dalla dirigenza londinese (in particolare dall’ex Roma Franco Baldini). Così, anche ad agosto 2015, gli animi non erano per niente festosi e il calciomercato non aveva regalato così tante emozioni. Per carità, nessun titolare era partito, ma i nomi in entrata (Wimmer dal Colonia, Toby Alderweireld dall’Atletico Madrid, N’Jie dal Lione e Son dal Leverkusen) non avevano fatto gridare al miracolo e sopratutto non avevano fatto nascere nel cuore dei tifosi la sensazione di poter riempire il divario con le grandi (nonostante il pessimo mercato di Chelsea e Arsenal). A guidare la squadra era stato confermato Mauricio Pochettino che comunque aveva dimostrato di essere un bravo allenatore capace di far giocare bene la sua squadra. Il suo lavoro infatti non era nulla di paragonabile al pallido anno e mezzo di Villas Boas o ai disastrosi sei mesi di Tim Sherwood. Tuttavia, dati alla mano, in termini di punti e statistiche il Tottenham non era poi così tanto migliorato nel 2014-2015 con il tecnico argentino, e i problemi erano evidenti: innanzitutto la fase difensiva, con la quintultima difesa della Premier con una percentuale del 68% di occasioni concesse agli avversari (primato in Inghilterra). Il problema più che altro, secondo colui che vi scrive, era principalmente però a centrocampo, con i due mediani (Mason, Paulinho o Bentaleb di solito) che non erano in grado di recuperare palloni efficacemente, compromettendo un po’ il punto di forza del 4-2-3-1, dove il pressing ed il recupero palla la fanno da padrone: gli avversari quindi, una volta superato il blocco dei 4 là davanti, non avevano problemi a superare anche il centrocampo e a rendersi pericolosi. La bravura del tecnico questa estate, che ha in qualche modo differenziato la squadra da quella dell’anno scorso, si basa su 3 mosse: la prima è stata la scelta mirata di giocatori funzionali al proprio gioco; la seconda il grande sfoltimento di esuberi che poco servivano; la terza è stata la scelta di puntare sui giovani, portando in rosa molti under-21 e dando a quelli che già c’erano un ruolo di primo piano. Ma andiamo per gradi. Come gioca questo Tottenham?

Figura 1 – Ecco in grande linee la fase offensiva degli Spurs, con Dier che spesso si abbassa in difesa, Alderweireld che invece palla al piede avanza, i due terzini larghi che spingono, Eriksen gioca a tutto campo e Alli che si inserisce.

Figura 3 – Eriksen si abbassa al ruolo di mezz’ala insieme a Dembele con Dier che va a fare il mediano: 4-2-3-1 che diventa 4-3-3.
Quando il Tottenham ha la palla. la prima cosa che chiede il mister Pochettino è quella di far abbassare il più possibile la difesa avversaria, con l’obbligo di pressare subito (anche con più uomini) il giocatore avversario in caso di perdita del pallone, emulando quindi in qualche modo il GegenPressing di Kloppiana memoria. Come nelle moderne squadre di calcio, anche i difensori partecipano attivamente alla fase di impostazione, con uno dei centrali (in questo caso quasi sempre Alderweireld) che sale palla al piede mentre uno dei due centrocampisti invece si abbassa (alla De Rossi, per dire). Quest’ultima mossa permette quindi di facilitare la circolazione del pallone, in modo da essere sempre in superiorità numerica anche contro il pressing dell’attacco avversario. Alto elemento che fa del Tottenham una squadra molto moderna è la posizione dei terzini, che spesso salgono con l’obbligo di rimanere molto larghi per dare ampiezza al gioco (un po’ come il Torino di Ventura).
Essendo i terzini molto alti, gli esterni d’attacco occupano una posizione più interna, a mettersi quasi entrambi alle spalle dietro a Kane. Una delle più importanti chiavi di gioco del Tottenham si basa sopratutto proprio sulle due ali: In fase di attacco manovrato, l’obiettivo della squadra di Pochettino è far giungere il pallone alle spalle della linea di centrocampo avversario nelle zone di campo denominate dagli esperti di tattica (…e di Football Manager!) “half-spaces”, zone intermedie di difficile lettura per la difese avversarie. Il Tottenham predilige un gioco verticale e diretto e pertanto, quando possibile, svuota il centrocampo e sceglie come giocata di transizione tra la preparazione bassa e la fase offensiva in zona avanzata la giocata verticale dalla linea arretrata verso la zona della trequarti, cercando un varco tra la linea dei centrocampisti avversari. Se il gioco è bloccato per vie centrali ecco che si sviluppa l’azione sulle fasce, con i terzi che sono raggiunti o da un passaggio centrale dallo stesso lato (da parte quindi dei mediani, come in Figura 2) oppure da un lancio lungo in diagonali da parte dei due centrali, che hanno comunque dei buoni piedi. In linea generale comunque il gioco degli Spurs è molto fluido, capace di adattarsi a differenti schieramenti avversari. Questo grazie anche a provvisori cambi di modulo che spesso Pochettino effettua per affrontare situazioni o ad avversari particolari. Ad esempio, si è visto spesso una difesa a 3 e l’abbassamento delle ali sulla linea dei centrocampisti. Questo permette in linea generale un gioco più palleggiato con l’aggiunta di un centrocampista alla linea di difensori per facilitare la circolazione del pallone. Un’altra variazione, vista ad esempio contro il Manchester City (Figura 3), è quella in cui c’è una sorta di “rotazione” del triangolo formato da i due interni e dal trequartista, andando a formare un centrocampo con due mezze ali e un mediano (Dier in quel caso) e passando quindi ad un 4-3-3.
Nelle fasi più mature dell’azione offensiva la palla viene girata con scambi ravvicinati che coinvolgono sopratutto le mezzepunte e Kane. Molto spesso da Eriksen partono anche aperture verso l’esterno, con i terzi pronti a crossare per il centravanti sul primo palo o l’inserimento dei centrocampisti sul secondo.
La caratteristica predominante nel gioco del Tottenham è però l’enorme mole di pressing, che nel caso del Tottenham ha una doppia funzione: da una parte quella di interrompere il flusso di gioco avversario e dall’altra di creare i presupposti per un fulmineo contropiede che sfrutta lo sbilanciamento della difesa. Ad esempio, nel 1° Video qui sotto, passano addirittura solo circa 4 secondi dalla perdita del pallone di Son al recupero di Walker. Gli Spurs, alzando tanti uomini al di sopra delle linea del pallone e svuotando in un certo senso il centrocampo, cercano sempre di schiacciare dietro il maggior numero di avversari, in maniera da rendere loro più complicata la gestione del pallone in caso di conquista della palla. Anche la posizione più interna delle ali favorisce l’asfissiante pressing creando molta densità nella zona di impostazione del gioco avversario. Ma il Tottenham attua un pressing alto e aggressivo anche partendo dal possesso palla avversario. L’azione collettiva di pressing è innescata da varie situazioni di gioco. Costituiscono “inneschi per il pressing” (2° Video), per esempio, i retropassaggi, le ricezioni spalle alla porta e le palle giocate dal centro verso il terzino. L’uomo più vicino al pallone aggredisce per togliere tempo e spazio al portatore, mentre i compagni vicini chiudono le possibili soluzioni di passaggio. Infine è molto frequente è la salita della squadra in blocco dopo aver giocato palla lunga, aggredendo le seconde palle. La posizione alta dei giocatori anche in fase di pressing permette di coinvolgere nell’azione i 4 giocatori offensivi, che hanno spesso il compito di trovare l’ “innesco” giusto per far iniziare il pressing. Molto frequenti anche, una volta saltato il primo pressing, situazioni di difesa con 6 uomini, con uno schieramento a zona stretto in larghezza per proteggere il centro del campo.




