#InPanchina – Bora Milutinovic

Bora Milutinovic

Sir Alex Ferguson ha vinto oltre 40 titoli in carriera, tra cui due Champions League. Josè Mourinho sarà sempre associato al Triplete nerazzurro, oltre alla Champions League conquistata a sorpresa con il suo Porto. Ma il protagonista della nostra storia è la dimostrazione vivente che vincere sarà anche importante, ma nella leggenda calcistica ci si può entrare anche per altre vie. Ad esempio portando formazioni improbabili lì dove nessuno era mai riuscito prima. Stiamo parlando di Velibor Milutinovic, per tutti Bora.

Amo il football, ma ho sempre la valigia pronta

Prototipo dell’allenatore jugoslavo giramondo, comincia il suo pellegrinaggio per il mondo durante la sua carriera da calciatore: smetterà infatti di giocare tra le fila del Pumas, in Messico. E proprio lì inizia la sua avventura da allenatore. Approdato sulla panchina della Nazionale messicana, ha l’arduo compito di guidarli nel mondiale casalingo del 1986. Subito si impongono come sorpresa del torneo: escono ai quarti di finale contro la futura finalista, la Germania Ovest, ai calci di rigore. Il nome di Bora inizia a girare. Nel 1990 lo troviamo alla guida della Costa Rica. Non esattamente Italia o Brasile. Eppure, anche questa volta la sua squadra supera il primo turno, fermandosi agli ottavi di finale contro la Cecoslovacchia.

Altro Mondiale, altra avventura. Nel 1994 guida i padroni di casa degli Stati Uniti agli ottavi di finale, persi poi contro il Brasile con uno striminzito uno a zero. Dopo le imprese americane, l’Olandese Volante del calcio si sposta in Africa. Ai Mondiali del 1998 porta la Nigeria agli ottavi di finale, venendo considerata dagli esperti la vera mina vagante del torneo per il gioco espresso. La Danimarca spegne però il sogno delle Super Aquile.

Nel 2002 l’ultima impresa: la Cina si affida a Bora per qualificarsi ai mondiali di Corea e Giappone. Questa volta si ferma al primo turno, ma grazie a questa partecipazione Milutinovic è uno dei due allenatori ad aver allenato cinque Nazionali differenti ai Mondiali.

Quando alleni, meglio una risata che una sudata

Forse proprio per questo il suo rapporto con le squadre di club non è stato dei migliori. In momenti diversi alcune squadre hanno provato ad affidarsi alla saggezza tattica di Bora Milutinovic, ottenendo però scarsi risultati. Se n’è resa conto l’Udinese, che nell’87 lo porta sulla sua panchina, salvo poi esonerarlo dopo solo nove partite. E’ evidente che il ruolo di selezionatore, in cui deve allenare più la testa che il corpo, è perfetto per lui, cittadino sotto ogni bandiera. La sua impronta tattica non è ben definita, potendosi così adattare al materiale umano di volta in volta a sua disposizione. Materiale, come si è intuito, non esattamente di primo livello.

Nascere poveri è una sfortuna. Sposare una povera è una cazzata

Già la sua fuga in Messico alla fine della sua carriera da calciatore (in un periodo molto diverso da quello odierno) dovrebbe spiegare bene il significato di questa frase. Ad ulteriore conferma, sposerà in Messico la figlia di un ricco proprietario terriero, per non farsi mancare nulla, acquisendo anche la cittadinanza messicana. Mercenario, opportunista, anche un po’ “paraculo”, per riprendere un aggettivo usato nei suoi confronti da Sergio Tavcar. Nel 2002 il suo sogno era di far segnare la Cina come la Francia: entrambe chiusero la manifestazione con zero gol segnati. Ma l’importante era esserci. Adesso fa l’ambasciatore del calcio in Qatar, provando a convincere tutti che nel 2022 è lì che si dovrebbe giocare.

Con Bora è tutto così, prendere o lasciare, rosso o nero. Un uomo capace di insegnare calcio in tre continenti diversi non può che essere una leggenda.

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