#UnCalcioAllaStoria – URSS, il calcio prima e dopo Stalin: racconti di sfide uniche

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Il 18 gennaio 1943 i sovietici, dopo molte settimane sotto assedio, dichiarano di aver finalmente distrutto le difese naziste: il presidio tedesco a Leningrado è finalmente distrutto.

L’inizio effettivo dell’assedio ci fu il 30 settembre, data dell’ultimo collegamento ferroviario avuto dalla città. All’interno di “Un Calcio Alla storia” abbiamo raccontato più volte di come la guerra, e in particolare la seconda guerra mondiale, abbia stravolto lo sport, oggi parliamo di una nazione che, nell’arco della sua storia, è stata perennemente in guerra: l’URSS.

La nazionale sovietica ha partecipato a tanti eventi sportivi dai risvolti leggendari, due grandi partite furono: URSS- Jugoslavia nelle Olimpiadi di Helsinki (1952) e Cile – URSS (1973).

Nel 1952 Stalin aveva esortato i suoi atleti a raccogliere più medaglie possibili, ma il 20 luglio 1952, nello stadio di Tampere, quando la Jugoslavia affrontò l’Unione Sovietica guidata dal tecnico Boris Arkadev, non c’era solo in ballo la dignità della nazione guidata da Stalin. Il segretario generale del partito comunista sovietico doveva surclassare la Jugoslavia, dopo il grande tradimento di Tito.

Il tecnico Arkadev, in quei giorni, viveva un vero dramma: perdere poteva costargli la vita o ancora peggio un viaggio di sola andata in Siberia.

La partita iniziò, dopo il primo tempo il risultato diceva 5-1 per gli slavi, i sovietici avevano la testa già nei Gulag: tuttavia un secondo tempo miracoloso rimise in piedi il risultato e portò l’URSS ad un rematch, perso però con un netto 3-1. La squadra al rientro in Russia fu messa al bando, additata e schernita, la morte di Stalin avvenuta nel 1953 però salvò sia i giocatori che l’allenatore dai campi di lavoro e dall’esecuzione.

Prima di passare al racconto dell’altro match, bisogna spiegare il rapporto tra la Russia comunista e il calcio. La rivista “Sport Rosso” definisce così il gioco importato dai marinai inglesi: “Si tratta di un gioco collettivo, di squadra, che educa lo spirito di gruppo, la fermezza, la rapidità di decisione, la determinazione, la destrezza; tutte queste qualità sono indispensabili per ogni combattente dell’Armata Rossa e per ogni cittadino, che deve essere pronto in ogni istante a scattare armi in pugno a difesa delle proprie conquiste”. Lo sport in ogni regime è stato definito propedeutico al combattimento e in Unione Sovietica già dal 1917 l’entusiasmo per il calcio era alle stelle.

La partita con il Cile vede trionfare, almeno moralmente, l’URSS. L’episodio parte dalla partita di qualificazione mondiale giocata in Russia e finita 0-0 tra le due nazionali. Il ritorno doveva essere giocato nello stadio Nazionale a Santiago del Cile. Alcuni mesi prima però in quell’impianto, dopo il golpe militare di Pinochet, si verificarono episodi di violenza verso i cittadini che si opponevano al regime. Il segretario del partito comunista sovietico, Leonid Breznev, mandò una missiva alla FIFA affincè l’incontro si svolgesse in campo neutro. La richiesta non venne ascoltata e la nazionale sovietica si rifiutò di partire per il Cile. Il match si giocò con i soli giocatori cileni in campo e 20.000 seguaci di Pinochet sugli spalti: al fischio d’inizio venne segnata una rete simbolica da parte del capitano del Cile Francisco Valdes. Alcuni calciatori cileni meditavano clamorose rivolte verso Pinochet, ma negli spogliatoi solo silenzio dopo l’accaduto: qualche giocatore vomitò, Carlos Caszely, giocatore simbolo della nazionale cilena, nell’incontro con il generale golpista Pinochet, si rifiutò di stringere la sua mano che aveva macchiato per sempre lo sport sudamericano.

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