#InPanchina – Arpad Weisz

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Da “Le Figaro”, 7 giugno 1937

“Il TORNEO DI FOOTBALL DELL’ESPOSIZIONE E’ TERMINATO

In finale, il Bologna si impone per 4 reti a 1 sul Chelsea che è stato battuto in tecnica, velocità e qualità atletiche

La potenza, la decisione e il coraggio dei giocatori italiani hanno seminato il panico nella squadra britannica”

Da « La Stampa », 8 giugno 1937

“Il trionfo del Bologna

« La prima squadra d’Europa ».

Il Bologna è sul tetto d’Europa. Siamo ancora lontani dalla nascita della “Coppa Campioni” ufficiale, dunque il successo al Torneo Internazionale dell’Expo Universale di Parigi (anno 1937) faceva in modo che la squadra rossoblu potesse a pieno merito fregiarsi del titolo su Campione D’Europa. Oltretutto il successo era stato ottenuto contro i “maestri inglesi” del Chelsea, per la prima volta partecipanti ad un torneo continentale, con un roboante 4-1. Ecco la formazione bolognese:

Ceresoli; Fiorini, Gasperi; Montesanto, Andreolo, Corsi; Busoni, Sansone, Schiavio, Fedullo, Reguzzoni

A guidarli, dalla panchina, un ebreo magiaro giunto in Italia nel 1924 come calciatore del Padova prima e dell’Inter poi. Dopo un grave infortunio dovette però abbandonare prematuramente la carriera sul campo per spostarsi solo pochi metri più in là, in panchina, dove avrebbe ottenuto i successi più importanti della sua vita calcistica. Prima che la barbarica storia italiana ed europea degli anni ’30 gli togliesse tutto. L’architetto del grande Bologna che “tremare il mondo fa” era Arpad Weisz.

Nato a Solt (100 KM da Budapest) il 16 aprile 1896, di ruolo ala sinistra, faceva parte della grande Ungheria degli anni ’20 (basti pensare che nel 1923, durante un amichevole tra Italia ed Ungheria gli azzurri riuscirono a concludere la partita con un pareggio a reti inviolate, considerandolo un risultato storico). Tuttavia è da allenatore che coglie i suoi grandi successi, grazie anche alla sua capacità innovativa e ai suoi studi sull’allora giuoco del calcio. Anche Vittorio Pozzo stima il tecnico ungherese, firmando la prefazione del manuale redatto dallo stesso Weisz (adesso Veisz per mascherare le sue origini ebree) intitolato “Il giuoco del calcio”. Capisce per primo l’importanza della preparazione atletica nel calcio “moderno”, impostando la preparazione dei giocatori sulla resistenza di base e per primo partecipa agli allenamenti correndo in testa al gruppo in un’epoca in cui gli allenatori si limitavano ad osservare, da lontano, il riscaldamento della squadra. Grazie ai suoi viaggi in Sud America amplia i suoi orizzonti calcistici e, applicando il Sistema (o WM) di Chapman introduce delle geniali variazioni personali. Ma soprattutto mostra un indole vincente sin dal suo esordio in panchina, vincendo lo scudetto con L’Inter nell’annata 1929-30. Dopo aver girovagato sulle panchine di squadre di serie inferiori, nel 1935 approda a Bologna formando con il presidente Dall’Ara un sodalizio vincente. Altra grande innovazione introdotta da Weisz sono i ritiri: odiati dai giocatori nottambuli, servono a ricompattare il gruppo nei momenti difficili, ritrovando la concentrazione necessaria ad affrontare gli avversari più forti e batterli.

Arpad è una persona schiva, non ama le luci della ribalta. Si stabilisce con la sua famiglia nei pressi del Villaggio della Rivoluzione Fascista (un complesso residenziale in prossimità dello stadio). Instaura rapporti cordiali con i vicini, grazie alla sua propensione al dialogo, caratteristica che gli sarà utile nel formare un solido rapporto con i suoi giocatori. Evita la vita mondana e politica, per paura di risultare troppo “in vista” agli occhi del regime fascista. Pur non rinnegando la sua fede, vive una vita distaccata dalla comunità ebraica.

Il suo Bologna interrompe il dominio juventino degli anni ’30 vincendo due scudetti consecutivi e imponendosi anche a livello continentale nel 1937. Ma la sua città, adesso, è un posto inospitale per lui e la sua famiglia. Sono state emanate, anche in Italia, le leggi razziali. Neanche il presidente Dall’Ara può proteggerlo. E’ costretto così a fuggire. La memoria delle sue imprese sportive viene cancellata dalla stampa di regime. La prima idea è rifugiarsi in Sud America, ma l’amore per il calcio lo convince a restare in Europa, ritenendo Parigi una meta al sicuro da ogni influenza antisemita. Tuttavia la sua permanenza nella capitale francese non porta agli esiti sperati: nonostante sia senza alcun dubbio il miglior allenatore d’Europa, nessuna squadra è disposta ad offrirgli una panchina. Si trasferisce, quindi, in Olanda alla guida del Dordrecht, una piccola cittadina di circa cinquantamila abitanti. Con una squadra composta da dilettanti, Weisz ottiene la salvezza e l’anno dopo finisce il campionato addirittura al quinto posto. L’ambiente olandese sembra l’ideale per lui e la sua famiglia, vista anche la nutrita presenza di ebrei in città. Ma, purtroppo, la storia è destinata a cambiare, questa volta irreversibilmente. Il 10 maggio 1940 i paracadutisti tedeschi invadono Dordrecht, diventata punto focale dell’invasione tedesca in Olanda. Ogni via di fuga è impossibile a causa del blocco dei beni e dei depositi bancari. Nel 1941 viene allontanato dalla panchina della squadra che lui stesso aveva costruito. Per la seconda volta, la sua vita è a pezzi.

Il 2 agosto 1942 Arpad Weisz, sua moglie Elena e i suoi due figli, Roberto e Clara, vengono arrestati dalla Gestapo e portati in un campo di lavoro a Westerbork, un campo di transito in cui gli ebrei vengono catalogati e preparati per Auschwitz-Birkenau, dove i Weisz saranno trasferiti il 2 ottobre dello stesso anno. Elena, Roberto e Clara vengono uccisi tre giorni dopo, mentre per Arpad la sofferenza sarà molto più lunga, visto che la sua resistenza fisica forgiata negli anni sui campi da calcio lo costringe a lavorare duramente sotto la guida delle SS. Il 31 gennaio 1944, dopo un anno e mezzo di indicibili sofferenze, gli viene finalmente accordato il permesso di raggiungere i suoi cari.

Questa è la storia del miglior allenatore d’Europa degli anni ’30 e di come lo sport, in quegli anni terribili, abbia dovuto sottostare a regole che con esso non hanno nulla a che fare. La memoria di Arpad è stata onorata solo grazie all’opera di Matteo Marani, “Dallo scudetto ad Auschwitz”, datata 2007. E’ grazie a lui che conosciamo la storia di un uomo che provò a combattere l’odio e il razzismo dilagante grazie ad un pallone. E ne uscì sconfitto sul momento, ma immortale nella storia.

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