Voglio trovare un senso, un senso a questo calcio, anche se questo calcio un senso non ce l’ haaaa! E sì perché domani è un altro giorno, anche per il calcio, ed arriverà.
La nostra cara, bella, tenera ed amorosa Serie A. Oggi caduta male, al rango di negletta serva dell’ ostello continentale ed esposta alla mai sopita e sempre ostentata superbia anglosassone. Sono loro i padroni del vapore e noi il carbone da ardere. La nostra forza è però attendere, non vivere solo di nostalgie passate di quando eravamo l’ alter ego della supercorazzata Brasile, ma di guardare avanti. In questo rassicurati dall’ autonomia del mondo del calcio, dal suo egocentrismo, dal suo essere governato da una misteriosa forza centripeta che rimette al centro sempre il pallone, posizionandolo in un punto qualificato: nel centro del campo! Una centralità oggi diffusa ma per altri versi, se tutti proclamano un centro di appartenenza quasi terrorizzati dall’ aver indossato precedenti milizie. E sì, la politica nel senso puro e dialettico non partitico (non ci ha mai interessato) che ha decentrato il Belpaese, lo ha declassato, emarginato al di là dei propri demeriti. Occhi miopi, intelligenze davvero mediocri hanno consentito a tedeschi ed inglesi (i francesi poco poco più abili di noi vanno a rimorchio), nelle rispettive condizioni di diversità economiche, di fare ed affrontare quello che a noi viene negato. Soprattutto gli inglesi, bilanci in dissesto ma investimenti da capogiro, roba che se a tentarli siamo noi abbiamo tutti i vincoli inibitori addosso, Maastricht compreso. Dura davvero la vita se un nume tutelare del calcio, se un post inventore del calcio mediterraneo, un Nicolò Copernico del pallone in una disamina tecnica e genuina si è lasciato andare a degli apprezzamenti veri e saggi: se non abbiamo soldi per comprare almeno facciamo i nostri di atleti (come si dice dei tedeschi), ma per far ciò è lapalissiano che bisogna escludere gli altri o rintuzzarne il numero. Ma in un paese, oggi in un continente, di giacobini, guai a parlare di colore, fosse anche quello dei pantaloni da indossare: identificarli con la taglia le pence o semplicemente alla Celentano. Il colore no, mai, caput!
La povera Italia del Pallone è costretta a vivere e dipanarsi in una avvolgente alternanza di sentimenti in un vicolo di esasperata nevrosi: autoreferenzialità per quello che siamo, ancora con i denti ci teniamo lontani dalla nostalgia, o guardare in faccia l’ oggi e non poter non confermare che il calcio è altro, i salotti intesi come campi verdi altri, le serate di luci e di sfarzo altre? Carlo Marx, detto in pillole di palla, teorizzò un modo di pensare col tempo non contraddetto più neanche dalla Chiesa, il bene ha una diversa valenza se fatto dai ricchi o da chi non lo è, il sacrificio personale ha, agli occhi di Dio, diverso gradimento. Ed allora i soldi ci vogliono. E quando cerchi di riporre lo sguardo a chi il calcio dovrebbe tutelare, intesi come gli uomini di suo governo, ti imbatti ancora in cariche governative o quanto meno in nomine al potere non sgradite ed allora il cerchio si richiude e tutta la nostra boria intellettuale d’ avvio va a farsi benedire. La nostra iniziale supponenza prende manto e vigore per sostanziarsi in quella che è ma che fortemente volevamo non fosse: una fottuta nostalgia.
Non ci metteremo mai la mano sul petto, chi lo fa durante le esecuzioni musicali si espone a languide figure, ma un senso di appartenenza lo abbiamo. Nelle bandiere in cui ci avvolgiamo le domeniche o, negli eventi internazionali, nel tricolore che tutti annoda; negli sfottò quotidiani ma sempre contenuti in quella cornice socialmente utile e sperimentata ad avvicinare lunedì mattina il portiere del condominio al primario che ne abita la mansarda: una lingua comune ignota anche ai canali ufficiali della comunicazione. Un senso che è divenuto sentimento e, come tale, sempre pacatamente vissuto: non è un caso che le esasperazioni siano anche di recente provenute da estranei al calcio italiano o figure pseudoimprenditoriali che nulla hanno a che vedere con gli Agnelli, i Moratti, Pinelli, Garrone, Sensi e via cantando. Non basta mai il tempo. Domani è un altro giorno. E qui sovviene la cara Vanoni che aggiunge Si vedrà!



