Sono al centro di ogni discorso calcistico, sempre bistrattati, sempre denigrati, puntualmente soggetti – meglio oggetti – dell’altrui inviperimento. Gli arbitri di oggi non soddisfano più, anzi non son proprio graditi. Nemmeno l’esaltazione della nostra nazione, del nostro spirito patrio in seguito alla designazione del signor Rizzoli per la finale mondiale ha riconsegnato prestigio, autorità ed autorevolezza alla classe arbitrale italiana.
Passati son i tempi di Agnolin, Casarin o Concettino Lo Bello. Arbitri che estraevano gialli solo per uno sguardo irriverente, per una contenuta ed educata protesta, per un respiro non gradito. Le vecchie, e vere, giacchette nere…
Oggi, nell’era della spettacolarizzazione tout court, i direttori di gara assomigliano molto ai radiocronisti. Cuffietta e microfono, quest’ultimo esaltato dalla guancia madida sulla quale si applica il (doloroso?) nastro adesivo. Dell’intransigente rigore di un tempo, dell’indiscutibilità ed inappellabilità delle decisioni, dell’istituzione che fu nulla è rimasto.
Anzi, la classe arbitrale di oggi non fa altro che screditare se stessa. Arbitri che sconfessano i propri guardalinee, che non ascoltano le segnalazioni degli arbitri di porta (ma allora che ci stanno a fare?), che prima di ammonire per proteste ignorano plateali e talvolta poco costumate recriminazioni dei calciatori e che, buon ultimo, (dis)applicano il regolamento.
Non si fa che parlare, nelle ultime ore, di due partite contorniate da presunte inesattezze dei fischietti. La prima Napoli – Juve pel gol in fuorigioco di Caceres, la seconda Roma – Empoli pel rigore decisivo accordato ai giallorossi e prima ancora per mancata espulsione del difensore Yangambiwa.
Basterebbe solo la gara dell’Olimpico, per scientificamente ed analiticamente dimostrare…l’errore in cui cadono coloro che vivacemente avversano le decisioni arbitrali e gridano allo scandalo. Non è mala fede, né volontà di favoritismo. È proprio una classe arbitrale che non sa, non che non vuole!
Non sa in terza categoria, non sa in Promozione – Eccellenza – serie D, non sa nelle categorie professionistiche. Ed è una catena di sant’Antonio inarrestabile. Perché gli arbitri di serie A di oggi sono gli stessi che prima facevano discutere in serie D o nelle categorie ancora inferiori. Nel corso del proprio processo evolutivo e premiale l’arbitro non si è mai affinato, non ha mai migliorato e perfezionato le proprie pecche, è rimasto lo stesso. È proprio la classe arbitrale intera a presentare una incerta e dubbia qualità, la mala fede non c’entra. È un discorso di capacità, non di volontà. Si vuole impeccabilmente dirigere, ma senza una struttura tecnica adeguata – leggi preparazione – tutto resta una pura enunciazione di principio senza risvolti di concretezza.
Nel dettaglio e nello specifico. Si possono unire gli episodi del fuorigioco di Caceres e del rigore concesso a Paredes. In entrambi i casi l’arbitro commette un errore di fatto: valuta nel primo caso quale regolare la posizione dell’uruguaiano juventino, nel secondo quale falloso l’intervento sul centrocampista romanista. È un errore di fatto, bisogna prenderne atto e basta. Senza alimentare polemiche infinite. Accade, è accaduto e accadrà. Ieri sbagliava Lo Bello, oggi Di Bello domani semplicemente… Bello! Non è mala fede, è semplicemente una inesatta valutazione di un fatto, di un accadimento.
E tale tipo di errore non suscita la meraviglia che invece provoca il caso della mancata espulsione di Yangambiwa. Questo errore lo definirei “di diritto” perché un arbitro non può non applicare quanto il regolamento prevede e gli impone. Se è fallo quello di Yangambiwa (premessa maggiore) e Yangambiwa è l’ultimo uomo della Roma (premessa minore), il cartellino da estrarre non può che essere rosso (inferenza). È un sillogismo perfetto, indiscutibile. Ogni altra determinazione assunta, che non sia di espulsione dell’autore del fallo, è morfologicamente errata, intrinsecamente erronea, sostanzialmente scorretta. Perché la decisione corretta, univocamente conseguente al fatto, coincide con l’estrazione del rosso.
Non c’entra la maglia dell’autore del fallo (se giallo-rossa o bianco-nera), né ha significanza il contesto la competizione od il risultato, è proprio una infedele applicazione del regolamento. È un errore di (mancata) cognizione e (mancata) scienza delle prescrizioni normative.
Ed allora, perché accanirsi contro una classe arbitrale già scossa dalla propria oggettiva inidoneità? Rizzoli è una eccezione, perché purtroppo la regola consta di una vigente ignoranza. Colmabile, questa, solo con un sostegno (non psicologico, ma quasi) elettronico. I cui termini e modalità hanno necessità di preliminari scelte e successivi affinamenti sul…campo.



