Guerriero lo è stato in campo, guerriero lo è stato fino alla fine. Si è spento lo scorso martedì, 28 ottobre, Klas Ingesson, ex calciatore, in Italia, di Bari, Bologna e Lecce. Lottava da cinque anni con un cancro, un mieloma multiplo, diagnosticatogli nel 2009 e che sembrava essere guarito già nel 2010. Invece il ritorno della malattia l’anno scorso, ma questa volta, nonostante i trapianti di cellule staminali, non c’è stato nulla da fare.
Il cancro se l’è portato via presto, molto presto, ma Klas rimarrà nella mente di tanti, di tutti quelli che hanno avuto il piacere di conoscerlo e di vederne le imprese, di scoprirne la generosità e la forza di volontà.
Uomo tutto d’un pezzo, sempre in prima fila per lottare per gli obiettivi che si era prefissato. La sua carriera di calciatore inizia nelle giovanili dell’Odeshogs IK, squadra della sua città natale, già nel 1975, quando aveva solo sette anni. Una vita dedicata al pallone, vissuta nel calcio e per il calcio.
Centrocampista non dai piedi delicatissimi, ma sempre pronto a raddoppiare, a pressare, a correre e sacrificarsi per i compagni. All’Odeshogs IK resta fino al 1986, quando il Goteborg ne scova il talento. Da allora inizia a girare per l’Europa. Belgio, Olanda e Inghilterra, prima di arrivare in Italia, al Bari, nel 1995.
In Puglia resta per tre anni, periodo in cui, pur non parlando l’italiano correttamente, Fascetti gli affibbia la fascia di capitano, ulteriore dimostrazione della forza di Klas. Dopo Bari si trasferisce a Bologna, dove in due anni mette a segno 64 presenze e 4 goal. Poi parentesi al Marsiglia, in Francia, prima del rientro in Puglia, questa volta sponda Lecce, nel 2001, dove, dopo 19 presenze e 1 gol all’attivo, si ritira dal calcio giocato. La sua carriera nel mondo del pallone però non si ferma lì, e nonostante la malattia, diventa allenatore dell’Elfsborg, in Svezia, prima di dover rinunciare per impossibilità ad andare avanti. In nazionale ha avuto il grande merito di esserci in quella squadra che, nel 1994, fu capace di arrivare al terzo posto ai Mondiali negli Stati Uniti. Questo è stato il risultato di maggior prestigio della sua intera carriera.
Oggi che non c’è più lo rimpiangono in tanti il gigante svedese.. Lo rimpiangono i tifosi del Bari, quelli del Bologna, quelli del Lecce. In tutte le squadre in cui è stato ha lasciato il segno, della sua umanità e della sua correttezza. Correttezza che ha avuto fino in fondo quando, nell’annunciare il ritiro dalla panchina dell’Elfsborg, aveva semplicemente detto: “La malattia mi fa stare troppo male per il momento e non voglio che l’attenzione stia su di me. Devo pensare al meglio della squadra“. E invece già sapeva che, per lui, il destino era segnato.



