Top 10 risse tra calciatori e tifosi

Fin da principio, fin dalla nascita del “football” abbiamo assistito a comportamenti dei calciatori sopra le righe: risse in campo, litigate con avversari, con i propri compagni di squadra e allenatori e ovviamente insulti all’arbitro. C’è anche un’altra categoria di scontri, quella dove si incontrano gli spettatori e gli attori, quella tra tifosi e giocatori. Quanti di noi assistendo ad una partita si sono lasciati scappare un parolina di troppo nei confronti di un avversario o, più frequente, verso un giocatore della propria squadra reo di aver giocato una partita non proprio eccellente? C’è chi lo ha fatto di persona e ha trovato di fronte a sé calciatori, diciamo, non proprio concilianti. Invasioni di campo, tifosi troppo esagitati, abbiamo assistito proprio a tutto. Vi ricordiamo che potete seguire RadioGoal24 anche tramite la nostra pagina radio ed il nostro canale spreaker. ecco la top 10 delle risse tra calciatori e tifosi:


Éric Cantona

Nel match di Premier League Crystal Palace-Manchester United del 25 Gennaio 1995 accade l’episodio copertina di questa classifica: il colpo di Kung-fu di Éric Cantona ad un tifoso avversario. Il numero 7 dei Red Devils si stava dirigendo negli spogliatoi dopo aver ricevuto un rosso diretto per un fallo di gioco e un tifoso del Crystal Palace, tale Matthew Simmons, a bordo campo gli disse qualcosa come “torna al tuo paese, francese bastardo”, senza sospettare che 2 secondi dopo si sarebbe ritrovato il segno dei tacchetti di Cantona sul proprio petto. Immagino che se avesse riflettuto un momento in più sicuramente avrebbe commesso lo stesso gesto, ma si sarebbe alzato il colletto della maglietta come era solito fare prima di battere una punizione. “The King” non era proprio un tipo da far innervosire! Questo episodio gli costò 20.000 sterline di multa, 8 mesi di squalifica e una condanna per aggressione, poi convertite a 120 ore di servizio civile.


Peter Schmeichel

Rimaniamo in casa Manchester United, sempre negli anni ’90. Oltre al già citato Cantona, la squadra di Sir Alex Ferguson era composta di giocatori di indubbio carattere, oltre ad un gran talento. Questa volta protagonista è Peter Schmeichel, il portierone dei Red Devils. Il fatto si svolge ad Instanbul, dove la squadra inglese aveva subito trovato un ambiente sereno e pacifico: una volta atterrati ad accoglierli c’era un bello striscione con scritto “Welcome to Hell”. Al termine di un ottavo di finale di Champions fra Manchester United e Galatasary edizione 93/94 un tifoso turco esagitato invade il campo e si dirige con veemenza verso il numero 1 danese, sottovalutando forse che Schmeichel proprio piccolo non fosse con i suoi 193 centimetri. Infatti, come se fosse un pallone, senza pensarci 2 volte, prese di peso il tifoso e lo rinvia fuori dal campo.



Eran Zahavi

Probabilmente non in molti si ricorderanno di Eran Zahavi, il fantasista israeliano che ha giocato un solo anno in Serie A con la maglia del Palermo dall’estate 2011 al Gennaio 2013 per poi tornare in Israele al Maccabi Tel Aviv. Ora sta segnando a raffica in Cina con il Guangzhou R&F ma è proprio un episodio di quando vestiva la maglia del Maccabi che ci interessa. In un derby con gli acerrimi rivali dell’Hapoel, club nel quale l’israeliano è cresciuto, ha esordito nella massima serie e da cui è stato prelevato dal Palermo, c’è stata un invasione di campo e un tifoso, che evidentemente non lo aveva perdonato per il cambio di casacca. Il tifoso ha colpito al volto Zahavi provocando la reazione dell’israeliano (poi espulso) e dando vita ad una mini rissa, placata dall’intervento di compagni polizia e arbitro che ha infine sospeso la partita.


Cristiano Ronaldo

Un episodio molto recente di scontro tifosi-giocatori è quello tra Cristiano Ronaldo e un invasore troppo esaltato. Nella sua carriera il portoghese ha assistito a centinaia di invasioni ma questa volta le modalità non sono affatto piaciute. Alla fine della partita Bayer Leverkusen-Juventus un tifoso entra in campo come una furia e va diretto dal fuoriclasse in cerca di un selfie, ma il modo irruente con cui avvinghia al collo CR7 infastidisce molto il giocatore. Non c’è stato un vero scontro tra i due per l’immediato intervento dello steward ma il campione di Madeira ha continuato a ripetere “you are crazy” per un bel pò, toccandosi il collo e la spalla e venendo infine calmato da Gigi Buffon.


Froode Olsen

Durante uno Spagna-Norvegia del 2002, arbitrato da Collina, un tifoso entra in campo scorrazzando da una parte all’altra fino a quando non interviene il portiere norvegese Froode Olsen che lo atterra con un tackle degno del miglior Roy Keane. Il tifoso perde anche il berretto che viene indossato come un trofeo dal portiere dopo averlo atterrato. L’episodio, che sembra essere uscito da una puntata di Benny Hill, suscita le risa e gli applausi di compagni ed avversari, mentre il tifoso viene accompagnato fuori dalla sicurezza.


Esteban
Alvarado

Un episodio che fa letteratura per l’argomento trattato in questo articolo. Siamo in Olanda, ad Amsterdam nel Dicembre 2011 e si gioca una partita di Coppa tra Ajax e AZ Alkmaar e. Il portiere dell’AZ il costaricano Esteban Alvarado viene letteralmente aggredito da un tifoso dei Lancieri. Il portiere però reagisce prendendo a calci con violenza il tifoso. La partita viene sospesa e il portiere viene immediatamente espulso dall’arbitro. Il cartellino rosso è stato poi annullato dalla Federcalcio olandese, secondo cui Alvarado “è stato aggredito improvvisamente e questo ha condizionato la sua reazione”. Il tifoso dell’Ajax invece si pentirà amaramente del suo gesto, costatogli ben 30 anni di DASPO. La partita si è poi rigiocata nel Gennaio 2012, davanti ad un pubblico di soli bambini ed è stata vinta 3 a 2 dall’AZ Alkmaar.


Memphis Depay

Un altro episodio recente è quello che vede protagonista il giocatore del Lione Memphis Depay. Nella partita di Champions contro il Lipsia, una volta oltre il novantesimo, un tifoso francese ha esposto uno striscione con un asino stilizzato indirizzato ad un compagno di squadra dell’olandese, il difensore centrale brasiliano Marcelo, invitandolo ad andarsene. Una volta visto lo striscione quello Depay è corso verso il tifoso per strapparglielo di mano, arrivando ad un soffio dalla rissa. Sono arrivati immediatamente gli altri compagni di squadra e il mister del Lione Rudi Garcia che hanno placato gli animi.


Mamadou Tounkara

In Serie A abbiamo visto parecchi scontri giocatori-tifosi. Uno risale al 2017 allo stadio Olimpico di Roma ma non si consuma sul terreno di gioco, bensì sugli spalti. Finale di partita Lazio-Chievo. Dalla tribuna Monte Mario arrivano da parte di un tifoso continui insulti ed inviti ad andarsene all’allora capitano laziale Lucas Biglia. Nel momento in cui l’argentino rientra negli spogliatoi incrocia il tifoso e lo invita allo scontro, venendo poi bloccato da compagni e steward. Sembra essere finita lì ma entra in gioco Tounkara, attaccante della Lazio fuori rosa che aveva assistito alla partita dalla Tribuna e che decise di fare giustizia a modo suo. Va verso il tifoso e gli sferra un pugno. Verrano entrambi daspati per un anno.


Go Ahead Eagles e De Graafschap

Restiamo in Olanda ma non nella massima serie. Nella serie B olandese assistiamo ad un vero tutti contro tutti nel match fra fra Go Ahead Eagles e De Graafschap, vinto dagli ospiti 4-0. I tifosi della squadra di casa però non se la sono presa con i giocatori della loro squadra ma con gli avversari, scendendo in campo e facendo iniziare una rissa calmata a fatica grazie all’intervento della sicurezza.


Anton Kanibolotskiy

Come avete potuto leggere, i protagonisti di questa classifica sono per lo più i portieri. Chiudiamo questa Top 10 proprio con un altro estremo difensore. Durante Oleksandriya-Shakhtar del 2015 un tifoso entra in campo e si dirige verso il portiere dello Shakhtar, Kanibolotskiy, puntandogli un bel dito medio di fronte la faccia. Il portiere non reagisce bene e lo prende per il collo, cercando di “accompagnarlo” non certo con delicatezza fuori dal terreno di gioco.




Top 10 calciatori senza Pallone d’oro

La cerimonia del Pallone d’Oro è in vigore dal 1956 ed è sicuramente il trofeo individuale più ambito da ogni calciatore. Da pochi giorni abbiamo assistito alla consegna del Pallone d’oro numero 63, il sesto nella carriera di Lionel Messi che con questa vittoria stacca nuovamente Cristiano Ronaldo, fermatosi a 5, in questa meravigliosa corsa tra fenomeni che ci accompagna da un decennio. Come ogni premio che si rispetti non possono mancare le polemiche e ovviamente anche quest’anno non si possono fare eccezioni. Sono molti, infatti, i calciatori che a furor di popolo avrebbero meritato questo riconoscimento e non l’hanno ottenuto. Va detto, però, che solo a partire dal 1995 la vittoria del premio è stata estesa anche ai calciatori extraeuropei e va da sé che giocatori come Pelè e Maradona o Romario, che avrebbero vinto senza fatica, non sono stati premiati. Negli ultimi anni i protagonisti assoluti sono sempre stati Messi e Ronaldo, intervallati solo nel 2018 con la vittoria un po’ a sorpresa di Modric. A partire da quest’anno tutto sembra essere tornato alla normalità. Scopriamo, invece, chi sono per noi coloro che avrebbero dovuto vincere ma non sono stati premiati. Vi ricordiamo che potete seguire RadioGoal24 anche tramite la nostra pagina radio ed il nostro canale spreaker. ecco la top 10 dei calciatori senza Pallone d’Oro:

Top 10 senza Pallone d’oro: Gianluigi Buffon



Calciatori senza Pallone d'oro
Andiamo per ordine. Partiamo dal portiere. Nel 2006 l’Italia è campione del Mondo e tra i protagonisti della cavalcata azzurra impossibile non citare Gigi Buffon. Il portierone azzurro oltre al trionfo di Berlino poteva vantare anche stagioni sempre al top con la Juventus, maglia che decide di non abbandonare anche dopo la retrocessione in serie B a seguito dello scandalo di Calciopoli. Così invece non fa Fabio Cannavaro, che lascia il bianconero per Madrid, sponda Real. Le qualità di Cannavaro sono indubbie, soprattutto durante il Mondiale ma probabilmente nel 2006 avrebbe meritato Buffon.


Paolo Maldini


Calciatori senza Pallone d'oro
Rimaniamo sempre in patria. Se in Italia pensi ad un difensore non puoi non pensare automaticamente a Paolo Maldini. Bandiera del Milan con cui ha vinto ogni titolo possibile e pilastro della Nazionale (con la quale, ci è andato molto vicino ma non ha mai vinto) non è stato mai insignito del Pallone d’oro per non si sa bene quale ragione. Ricordiamo, ad esempio, che il trofeo nel 1996 è andato al difensore del Borussia Dortmund Matthias Sammer, autore si di una stagione molto positiva ma sicuramente non paragonabile con Maldini degli anni 90.


Francesco Totti


Calciatori senza Pallone d'oro
Nonostante non abbia vinto molto nella sua lunga carriera (uno Scudetto, 2 Coppe Italia e 2 Supercoppe con la Roma, 1 Europeo Under 21 e 1 Mondiale con la maglia Azzurra e una Scarpa d’Oro a livello individuale) non si può certo dire che Francesco Totti non avesse le qualità tecniche per poter vincere quantomeno un Pallone d’oro. Ha disegnato Calcio di altissima qualità per più di 20 anni e sicuramente l’amore dei suoi tifosi fino al giorno del suo ritiro sarà stato importante quasi come vincere l’ambito trofeo.


Thierry Henry


Calciatori senza Pallone d'oro

Uomo simbolo dell’Arsenal spumeggiante di Arsene Wenger, Thierry Henry non ha mai vinto il Pallone d’oro. Il francese ha incantato per anni sui campi inglesi e in tutta Europa, a suon di gol meravigliosi e regalandoci giocate di una classe indescrivibile ma, nonostante avesse tutte le carte in regola per vincere, non è mai stato premiato.


Zlatan Ibrahimovic


Calciatori senza Pallone d'oro
Impossibile non nominare Re Zlatan! Ibrahimović è uno di quei giocatori straordinari, inarrivabili che però non può vantare né Champions League né Pallone d’oro. Si dice che la Champions sia stata da sempre l’ossessione dello svedese, anche perché a suo avviso non ha bisogno del premio di miglior giocatore dell’anno, lui già sa di esserlo.


Wesley Sneijder


Calciatori senza Pallone d'oro

Nel 2010 Wesley Snejider vince tutto da autentico protagonista e scrive la storia dell’Inter di Mourinho. Sempre nello stesso anno arriva in finale del Mondiale con l’Olanda, venendo poi sconfitto dalla Spagna ai supplementari. Morale? Solamente 4° nella classifica finale del Pallone d’oro, preceduto da Xavi, Iniesta e Messi. Probabilmente il trofeo più immeritato nella carriera dell’argentino.


Andrés Iniesta


Calciatori senza Pallone d'oro
Andrés Iniesta
. Uno dei centrocampisti più forti di tutti i tempi. Tecnica purissima e idee di gioco a velocità raddoppiata per il giocatore spagnolo che non ha mai vinto inspiegabilmente un Pallone d’oro ma può vantare la vittoria di ogni trofeo possibile a livello di club con il Barcellona e con la nazionale spagnola.


Neymar JR.


Top 10 senza pallone d'oro

Il giocatore più pagato nella storia del calcio non ha mai vinto un Pallone d’oro. Neymar da Silva Santos Júnior, o semplicemente noto come Neymar non è ancora riuscito a mettere le mani sul Mondiale e soprattutto sul Pallone d’Oro, complici i tanti infortuni e la poca continuità negli ultimi anni. Riuscirà O’Ney a vincerlo nei prossimi anni?


Fenerenc Puskas


Top 10 senza pallone d'oro
Facciamo un salto nel passato ma più che doveroso per parlare di una delle più grandi ingiustizie nella storia del calcio: il pallone d’oro mai assegnato a Fenerenc Puskás. L’ungherese, capace di segnare valanghe di gol e soprattutto 4 gol nella finale di Champions vinta dal Real contro l’Eintracht nel 1960 non vinse mai il trofeo, venendogli preferito Luis Suarez del Barcellona.


Virgil Van Dijk


Top 10 senza pallone d'oroSenza molti dubbi quest’anno avrebbe meritato di vincere un grande protagonista del Liverpool campione d’Europa, il difensore Virgil Van Dijk. L’olandese, autore di una stagione superlativa, pilastro dei Reds e della Nazionale, capace non subire dribbling per più di 17 mesi, è stato battuto proprio al fotofinish nella classica del Pallone d’oro, superato da una manciata di voti da Leo Messi.




Riconosci la squadra dalle nazionalità? | QUIZ SUL CALCIO

Nel video di oggi i ragazzi di RadioGoal24 saranno messi l’uno contro l’altro. Gli verranno mostrate delle formazioni di squadre attuali in cui saranno indicate le nazionalità dei giocatori. Col passare dei secondi la formazione, che inizialmente ha dei ruoli oscurati, verrà rivelata bandiera dopo bandiera.

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Gigantomachia, primo viaggio nella Metafisica del calcio

Metafisica del calcio. In questa rubrica assoceremo ogni settimana tre opere-simbolo della filosofia occidentale a tre personalità calcistiche, giocando a rappresentare ciascun protagonista come incarnazione e compimento di un pensiero filosofico. Abbiamo dedicato il primo capitolo a tre calciatori che hanno sfidato i propri limiti terreni per conquistare un posto d’onore sull’Olimpo del calcio, rileggendoli brevemente attraverso le opere di tre grandi pensatori moderni. In ciascuno, tre modi diversi di intendere il calcio e la vita. Gigantomachia, primo viaggio nella Metafisica del calcio.

 

Kant pensa Javier Zanetti

Feurbach pensa Zlatan Ibrahimovic

Hegel pensa Francesco Totti

 

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 – Javier Adelmar Zanetti- Critica della ragion pratica, Immanuel Kant

Metafisica del calcio

Javier Adelmar Zanetti

 

“Opera in modo che la massima della tua volontà possa sempre valere in ogni tempo come principio di una legislazione universale” (Critica della ragion pratica , Immanuel Kant). Sempre così uguale a se stesso, su questa massima Zanetti ha poco a poco costruito la propria leggenda da capitano dell’Inter e dell’Argentina . Esempio naturale di fedeltà e consacrazione a una causa, la sua carriera infinita è stata contraddistinta soprattutto da una continuità incurante di qualsiasi fattore esterno. Le sole due espulsioni collezionate in carriera, il record di 162 partite giocate consecutivamente e gli allenamenti in solitaria il giorno del matrimonio fanno della bandiera nerazzurra un perfetto kantiano applicato al mondo del calcio. El hombre vertical Rigoroso e inscalfibile come la sua pettinatura, potente e penetrante come le sue cavalcate .

“la mia è la storia di un uomo che ha dato tutto”, glissa nelle interviste post ritiro…La fede incrollabile nel suo lavoro lo ha ripagato quando nessuno ci credeva più, col celebre triplete del 2010. Un trionfo che lo ha visto gioire intimamente, all’ombra dei riflettori e degli stoccatori Sneijder e Milito, per tornare di nuovo al lavoro a portare sulle spalle una squadra in declino per altri 4 lunghi anni, sopportando panchine e tracolli sportivi fino al 10 maggio 2014, giorno di un congedo composto e senza rimpianti di un uomo che ha vissuto un sogno giorno per giorno senza mai tradire la “legge morale dentro di se”. Un uomo e un calciatore gigantesco ed essenziale, kantianamente consacrato al suo lavoro di Capitano. Javier Adelmar Zanetti.

–  Zlatan Ibrahimovic-“l’essenza del cristianesimo” , Ludwig Feuerbach

Metafisica del calcio

“Non posso che compiacermi di quanto sono perfetto”. Zlatan Ibrahimovic.

 

Cosa c’è di più metafisico di un dio che non pensa nulla di inferiore a se stesso ? Cosa c’è di più metafisico, nel nostro universo calcistico, di Zlatan Ibrahimovic? In una cultura sportiva dominata dall’etica protestante del lavoro e dell’umiltà la figura dello svedese spicca per la disinvoltura con cui non esita ad affermarsi causa prima dei successi propri e dei suoi compagni, non tenendo mai da conto fattori che non siano strettamente legati alla sua volontà . Il suo pellegrinaggio vincente , oltre a soddisfare le sue esigenze economiche, gli ha consentito in carriera di dar prova coi fatti di un’ onnipotenza che sente addosso sin dai primi calci nel parco di Rosengard, nella periferia di Malmoe. Suo padre, racconta Zlatan: “Era dotato di un orgoglio smisurato che lo metteva bene in guardia dal chiedere aiuto a qualcuno” E anche lui, partendo dalle sue origini, ha sviluppato un modo tutto suo di sentirsi solo: una sensazione di rotondità e interezza su cui ha fondato il proprio modo di essere e di giocare a calcio, con un alto tasso di autoironia mai banale in un calciatore.

“Non è stato dio a creare l’uomo bensì l’uomo a creare dio”,

scriveva Feuerbach in polemica con la filosofia del suo tempo, accusata di essere una trasposizione laica della teologia. Un rovesciamento che si presta bene a sunto della carriera di Zlatan: “Non è mai stato il contesto a determinare Ibrahimovic ma sempre Ibrahimovic a determinare il contesto” qualunque esso fosse. Una consapevolezza profonda che farebbe scivolare la maggior parte degli uomini in un eccesso di alterigia controproducente e che invece Ibra ha plasmato a suo vantaggio tappa dopo tappa, accentrando su di sé un carico di responsabilità e aspettative non da poco.

Se il suo carattere non lo ha portato alla deriva di un narcisismo compulsivo lo deve paradossalmente alla comprensione dei suoi limiti e a una visione globale del calcio che fa di lui un attaccante tutt’altro che egocentrico nel suo modo di intendere il ruolo: nel corso del tempo il suo gioco è diventato sempre più essenziale e buona parte del merito spetta al suo primo allenatore italiano: Fabio capello. Il quale parlando di lui ha tracciato un profilo abbastanza sorprendente rispetto al l’immaginario comune:

“Quando arrivò alla Juventus non sapeva calciare, però sapeva ascoltare e questa è una cosa fondamentale”.

Alla luce di chi lo conosce, più che di onnipotenza Zlatan ci fa mostra di una continua attestazione di unicità e indipendenza, la stessa che Feuerbach esige da parte dell’uomo rispetto a dio: un rapporto che rovesciandosi libera le sue energie più creative e lo rende per la prima volta autentico padrone di sé.

Alla domanda di un giornalista su quale fosse il suo idolo Ibra ha risposto: “Muhammad Alì”, perché “era perfetto nel suo saper fare quello che prometteva e nessuno ha mai potuto dire che Alì era uno che parlava e basta. Un giorno vorrei si potesse dire la stessa cosa di Zlatan Ibrahimovic e per questo prometto quello che posso:cioè di giocare sempre il mio calcio.”

In un epoca di spaesamento per un dio che è morto ed un uomo che non è ancora all’altezza della sua sostituzione , il gigante di Malmoe è la perfetta realizzazione del calciatore che accoglie fieramente lo spirito di un dio su di sé, e nel farlo pone a sé stesso un destino e dei compiti grandi. In controtendenza a un panorama contemporaneo in cui assistiamo spesso a all’incapacità generazionale dei nuovi calciatori di imprimere un marchio di personalità ad un calcio sempre più modellato su”un etica protestante del lavoro e della fatica” dove il risultato è l’unica cifra universalmente valida senza la quale ogni affermazione e atteggiamento sopra le righe paga lo scotto della gogna mediatica, onnipervasiva quasi quanto un dio; la stessa che non perde mai occasione di rinfacciare a Ibrahimovic la mancata vittoria di una Champions league con l’allusione di essere un giocatore che accentra troppo la squadra sul proprio gioco . Quel che è certo, finché Zlatan non deciderà di smettere , è che bisogna guardarsi bene dal dare un dio per Finito! E con un contratto coi Galaxy in scadenza a dicembre e un possibile rientro in Italia… mai dire mai.

– Francesco Totti- Fenomenologia dello spirito, Georg Wilhelm Friedrich Hegel

Metafisica del calcio

 

Tesi: “Nun te preoccupà, mo je faccio er cucchiaio!”

Antitesi (Paolo Maldini): “Ma che sei pazzo? siamo a una semifinale degli Europei!”

Tesi: “Gol, l’Italia va in finale”

29 Giugno 2000, Europei Belgio-Olanda

Se Hegel vivesse oggi e scegliesse di interpretare lo spirito del proprio tempo attraverso il calcio , dedicherebbe a Francesco Totti almeno un capitolo della sua Fenomenologia dello Spirito!  Il che suona francamente ridicolo… La romana visceralita’ di Totti iscritta all’interno di un sistema filosofico sistematico come quello hegeliano stona abbastanza . Ma forse non è assurdo credere che se si fosse recato allo stadio il pomeriggio del 28 Maggio 2017, il professore di Tubinga vi avrebbe scorto qualcosa di straordinario, qualcosa che forse, più dell’eroe greco o di Napoleone ,gli avrebbe spalancato le porte alla comprensione di quell’assoluto che in Hegel non consisteva tanto in una realtà statica e immanente, come un Dio che presiede sul mondo sensibile, quanto in un momento di profonda conciliazione in cui la vita si manifesta in tutta la sua interezza .

“Pensare solo a sé è la stessa cosa che non pensarci affatto, perché il fiore assoluto dell’individuo non è dentro di lui ma nell umanità intera”. W. G. Hegel.

Metafisica del calcio

Per 24 anni di carriera Roma è stato Tutto il mondo di Totti e Totti il figlio prediletto di una piazza che in lui ha riposto sogni e valori, considerandolo un totem nonchè il giocatore più talentuoso della propria storia. In questa totalità vi si sono riconosciuti entrambi, rendendosi imprescindibili l’uno con l’altro : Totti per Roma è stato come un re bambino, a cui tutto concedere in cambio di magie e fedeltà incondizionata;la Roma per Totti una culla e una missione: strappare all’anonimato una squadra e una piazza assettata di vittorie ma soprattutto di miti, in una fase storica in cui la Roma dopo l’addio di Giannini , rischiava di soffrire l’assenza di una bandiera. In questo destino comune si sancisce quello che per Hegel è un po’ il senso dello spirito assoluto: il reciproco riconoscersi e appartenersi di un individuo e il suo mondo di riferimento , che nel caso di Totti e la Roma è da subito una compenetrazione totale, primordiale e a volte esasperata: l’orgoglio di Totti per la sua romanità e il suo romanismo (soprattutto quando feriti, come in occasione dell’espulsione su Balotelli) è ancora quello di un bambino nei confronti della mamma dalla quale non vuole e non può emanciparsi, così come per la tifoseria giallorossa mettere in discussione Totti è il più grave sacrilegio che un uomo possa commettere(chiedere a Spalletti). La dimensione di questo rapporto è stata sottovalutata da Pallotta  che ha sempre dato l’impressione di considerare Totti più come testimonial di una causa piuttosto che sacerdote di un tempio,quel tempio che era lo stadio olimpico nel pomeriggio di quel 28 Maggio, quando ogni presente dimenticava se stesso e lo ritrovava negli occhi lucidi del vicino o nell’abbraccio con un estraneo, ognuno parte di un popolo unito come mai ad accompagnare verso l’ignoto il proprio simbolo quasi fosse un fratello di sangue, ormai rassegnato ad uscire per sempre dal suo elemento, quello che per Totti è stato sempre e sempre sarà solo un campo di calcio. Se questa empatia ha avuto un impatto tale da bucare gli schermi televisivi e rendere emotivamente partecipe anche chi quel giorno non era allo stadio o non era nemmeno un tifoso della Roma, è perché tutti, chi più chi meno, ci siamo ritrovati come sospesi su una faglia che separa il tempo dall’eternità : da una parte il pupone, dall’altra il mito ; se il primo ha svegliato il bambino che è in noi, incredulo che il tempo debba in qualche modo scorrere, il secondo ci ha ricordato che il calcio ha ancora il potere di regalare momenti di comunione profonda, dove i cuori di migliaia di sconosciuti possono sincronizzarsi al di fuori di qualsiasi senso pratico e individualistico, in una dimensione di gratuità sempre più difficile da reperire in altre sfere del vivere sociale . D’altro canto c’è anche il lato tragico di Totti che ha vissuto in maniera così totale la sua passione da trovarsi sicuramente un po’ smarrito una volta che la vita lo ha costretto ad aprirsi a nuove strade. Con la coscienza infelice di chi viene separato dal (suo) Tutto.

 

“ho visto lo spirito del mondo in maglietta e pantaloncini sormontare un campo di calcio”. (Georg Wilehlm Hegel, 28 Maggio 2017)

Articolo e Rubrica a cura di Giovanni Biassoni.




Sponsor, fuga dalla Serie A degli operatori di gioco: gli effetti del Decreto Dignità

Crescono ovunque, in Europa, tranne l’Italia. Ecco gli effetti sulle squadre di calcio della riforma proibizionista.

L’applicazione del Decreto Dignità è una vera e propria batosta per il calcio italiano. Sono d’accordo tutti gli
esperti del settore, che avevano già ampiamente preannunciato gli effetti nefasti del provvedimento varato
dal primo Governo Conte per iniziativa di Luigi Di Maio.
La conferma viene direttamente dai dati del World Football Report stilato da Nielsen: dal 2008 al 2017 le
aziende di betting hanno investito una cifra superiore ai 575 milioni di euro per sponsorizzare le divise delle
sei principali serie calcistica d’Europa. Un vero e proprio mare di denaro che, da quest’anno, non bagnerà
più le coste italiane. E che verrà ridistribuito all’estero: +10 in Inghilterra, con ampie percentuali divise in
paesi che prima non comparivano neppure tra i primi dieci.
È il caso della Danimarca, la cui prima lega non è di certo tra le più entusiasmanti e avvincenti del panorama
sportivo, ma che ha potuto beneficiare di questa ridistribuzione dei fondi viaggiando ad un +80% dei ricavi
da società di betting. In Spagna, sono 19 squadre su 20 ad avere almeno un’agenzia di scommesse come
sponsor. In Italia a pagare il prezzo più forte del divieto totale di pubblicità di gioco lo hanno pagato le
squadre di Serie B. Nella massima serie invece le big sono state costrette a scappare all’estero. La Roma, ad
esempio, ha stretto un accordo con una società asiatica, così come il Bologna, nuova partner di aziende di
betting provenienti da Taiwan. Tutti accordi che non saranno pubblicizzati in Italia, ma che permetteranno
alle società di recuperare parti dei soldi persi.
Tornando in Spagna, però, c’è anche chi va in controtendenza. Si tratta della Real Sociedad, squadra che
non ha neppure uno sponsor riferito al gioco d’azzardo. Lo hanno deciso i loro tifosi, attraverso un vero e
proprio referendum: l’86% ha detto di no alla sponsorizzazione, costringendo il presidente Aperribay a
cambiare strategia: “Abbiamo cura dei messaggi che trasferiamo alla nostra comunità”, hanno fatto sapere.

Storia diversa in Regno Unito, il paese più ricco, calcisticamente parlando, grazie a sponsor, diritti televisivi
e, ovviamente, a bookmakers. Anche qui 19 squadre su 20 hanno sponsorizzazioni con aziende di betting
con il Brighton & Hove Albion unica squadra a non averle, mentre club come Leicester, Newcastle o Arsenal
hanno tre o quattro bookmaker tra gli sponsor.
Ma la crescita, in Europa, è dovuta soprattutto alla fuga dall’Italia degli operatori di betting e casinò online, che potrebbe impoverire notevolmente le società della Serie A.
Meno investimenti, meno soldi per la programmazione. Come per la Roma, che aveva stretto un accordo
con Betway: 5 milioni l’anno, per 3 anni. Tutto saltato, tutto da stracciare. Per colpa, o per merito, del
Decreto Dignità, che ha reso illegale qualsiasi tipo di forma di comunicazione sul gioco a vincita.
Provocando così un vero e proprio terremoto di investimenti. Con conseguente fuga dall’Italia, come
sempre.




Juventus-Hellas Verona: probabili formazioni, quote e dove vederla in TV

Sabato 21 settembre alle ore 18:00, all’Allianz Stadium di Torino, si affronteranno Juventus ed Hellas Verona nel match valevole per il quarto turno di Serie A. Nelle prime tre giornate la Juventus di Maurizio Sarri ha collezionato 7 punti lasciando però i propri tifosi perplessi riguardo alla qualità di gioco espresso; diversamente, il Verona ha ottenuto 4 punti ma ha convinto i propri tifosi sul piano del gioco. Maurizio Sarri avrà qualche problema di formazione viste le numerose assenze a cui andrà incontro, pertanto la formazione che scenderà in campo sarà piuttosto obbligata salvo qualche giocatore in ballottaggio per far rifiatare i titolari. Saranno out i vari Chiellini, Perin, De Sciglio, Pjanic, Pjaca e Douglas Costa oltre che il partente Mario Mandzukic (con destinazione Qatar), perciò in campo rivedremo la stessa Juventus che ha pareggiato per 0-0 contro la Fiorentina e sempre col 4-3-3, fatta eccezione per il portiere che dovrebbe essere Buffon e non Szczesny, mentre in ballottaggio andranno Danilo e Cuadrado per il ruolo di terzino destro e Rabiot e Matuidi per una maglia da titolare a centrocampo. Ivan Juric continua a perdere giocatori per sanzioni disciplinari: dopo l’espulsione di Dawidowicz (ora scontata) è arrivata quella di Stepinski nell’ultimo turno, in più sarà sicuramente out Bessa per infortunio mentre Badu e Bocchetti saranno da valutare. Il modulo rimarrà il 3-4-2-1 che in questo inizio di campionato ha ben figurato e l’undici rimarrà lo stesso visto perdere per 1-0 contro il Milan, fatta eccezione per la punta che sarà il giovane Tutino (vista la squalifica di Stepinski). Andiamo ora a vedere le probabili formazioni e le quote di Juventus-Hellas Verona:

Juventus-Hellas Verona probabili formazioni:

Probabile formazione Juventus (4-3-3): Buffon; Danilo, De Ligt, Bonucci, Alex Sandro; Khedira, Bentancur, Matuidi; Bernardeschi, Higuain, Ronaldo.

Probabile formazione Hellas Verona (3-4-2-1): Silvestri; Rrahmani, Kumbulla, Gunter; Faraoni, Amrabat, Veloso, Lazovic; Zaccagni, Verre; Tutino.

Juventus-Hellas Verona quote e pronostico:

*le quote potranno subire variazioni (che saranno prontamente da noi segnalate) nei prossimi giorni

AGENZIE1X2UNDER 2.5OVER 2.5GOALNO GOAL
1.157.5020.002.351.552.751.40
1.147.2517.002.351.552.601.44
1.138.0524.002.401.532.731.42

Il Verona è sicuramente una squadra aggressiva che può impensierire, lo abbiamo visto, ma la Juventus appare ancora troppo forte (per quanto in difficoltà in questo inizio di campionato). Raccomandiamo un NO GOAL.

Juventus-Hellas Verona dove vederla in TV

La Serie A viene trasmessa su DAZN e Sky. La partita verrà trasmessa sul canale Sky Sport Serie A alle 18:00. Rimanete sintonizzati nei prossimi giorni su tutte le novità tramite il nostro canale Spreaker, sul nostro sito web www.radiogoal24.it e sul canale YouTube.




Metafisica del calcio presenta: Calcio eretico

Il secondo capitolo di Metafisica del calcio è dedicato a tre allenatori che hanno infranto i dogmi calcistici e valoriali del proprio tempo per portare nuove proposte di gioco e di mentalità che hanno contribuito a rivoluzionare l’interpretazione di questo sport. Tre personalità e tre destini diversi: un sergente di ferro; un visionario ossessivo; un maestro di calcio e di cultura sportiva: stiamo parlando di Ernst Happel, Arrigo Sacchi e Zdenek Zeman, raccontati con lo sguardo di tre filosofi che hanno scardinato con il proprio pensiero la cultura egemone della loro epoca. Metafisica del calcio presenta: Calcio eretico.

Niccolò Machiavelli pensa Ernst Happel

Platone pensa Arrigo Sacchi

Giordano Bruno pensa Zdenek Zeman

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 – Ernst Happel e “Il Principe” di Machiavelli

 

“E’ meglio essere temuto che amato. Respondesi, che si vorrebbe essere l’uno e l’altro; ma, perchè elli è difficile accozzarli insieme, è molto più sicuro essere temuto che amato, quando si abbia a mancare all’uno de’ dua.”

Scrive Machiavelli nel capitolo 17 de “Il Principe” fondando i presupposti di un buon governo, duraturo e assennato, sull’equilibrio tra forza e intelligenza. Due qualità che uno dei maggiori pionieri del “calcio totale” ha incarnato in sè ed impresso indelebilmente nei club dove ha militato da giocatore prima, e da allenatore poi.

“Correre, correre, correre e disciplina.” Soprannominato “Il tiranno”, Ernst Happel,conduce un’ottima carriera (1942-59) nel ruolo di difensore centrale, posizione che non lo limita a stroncare gli attacchi avversari ma lo vede responsabile del compito di primo regista con una straordinaria propensione al gol (celebre la tripletta messa a segno contro il Real Madrid di Alfredo di Stefano).

Nel 1965, dopo aver svolto il ruolo di direttore sportivo nel Rapid Vienna, con grossa incidenza sulle questioni tattiche, inizia la sua carriera da allenatore nell’ADO Den Haag, club olandese con cui conquista subito una coppa di Olanda contro l’Ajax di Rinus Michels e Johann Cruijff. L’anno successivo è il Feyenoord a scommettere su di lui inaugurando alla sua guida quello che per molti è un primo germoglio di calcio totale: “uno stile di gioco per cui ogni calciatore che si sposta dalla propria posizione è prontamente sostituito da un compagno, permettendo così alla squadra di mantenere invariata la propria disposizione tattica”. Al suo primo anno vince una clamorosa Coppa dei Campioni ai danni del Celtic (eliminando tra gli altri il Milan di Gianni Rivera), e inizia a marchiare con il suo genio il calcio olandese che a partire da quegli anni si apre alla strada spianata dal suo credo tattico, fatto di pressing alto e difesa a zona. Vincerà in seguito una seconda coppa dei campioni con l’Amburgo (1983), a discapito della Juve di Trapattoni, diventando così uno dei cinque allenatori della storia ad aver vinto la più prestigiosa competizione Europea sulla panchina di due squadre diverse grazie ad una carriera all’insegna dell’erranza e della continua ricerca di nuove sfide.

Perfezionista maniacale, Ernst Happel racchiude in sé la figura dell’innovatore tattico e del sergente di ferro, della volpe e del leone, metafore di astuzia e potenza: requisiti che per Machiavelli un condottiero esperto deve
essere in grado di miscelare senza appiattirsi su uno di essi. Le sue squadre erano in grado di applicare i principi di un calcio fluido e spettacolare ma allo stesso tempo scendevano in campo ogni partita con il coltello tra i denti riuscendo a calarsi in ogni tipo di situazione di gioco. Oltre a essere un grande teorico, Happel era infatti soprattutto uno stratega: preparava ogni partita abbinando ai suoi fondamenti una variante tattica appositamente studiata come contromisura ai piani avversari. Esattamente come l’ordinatore teorizzato da Machiavelli egli teneva conto di tutte le circostanze presentate dal contesto, applicando un calcio che metteva in campo cinismo e raffinatezza; un calcio privo di fronzoli fatto di pressing alto e verticalizzazioni immediate, simili per certi versi alle folate di contropiede all’italiana con la differenza che il recupero-palla avveniva almeno trenta metri più avanti. Questa fusione di stili rese le sue squadre indecifrabili per la maggior parte dei suoi avversari e costituì una lunga carriera di successi, raggiunti quasi sempre con lo sfavore del pronostico: 2 coppe dei campioni, 8 campionati nazionali nazionali in 4 paesi diversi su tutti.

“I miei quattro comandamenti sono sempre gli stessi: correre, correre, correre e disciplina”. Chiosava l’allora allenatore più vincente d’Europa (17 trofei in squadre di club!) nella sua ultima conferenza stampa di presentazione (1992), alla guida della Nazionale Austriaca. Un modo di autodefinire il proprio lavoro molto riduttivo, indice di un uomo che non teneva in grande considerazione il compiacimento dell’opinione pubblica in un mondo come quello del calcio in cui, come in politica, essere e apparenza difficilmente coincidono. E così rispetto a molti allenatori di successo più eccentrici e auto-celebrativi Happel fu un personaggio che sfruttò poco l’auto-rappresentazione (o l’accentramento dell’attenzione mediatica su di sé), preferendo sempre lasciar parlare i fatti e i suoi tratti arcigni da generale; lavorando nell’ombra, proprio come il principe agognato da Machiavelli. Un uomo severo e geniale che riuscì a conciliare la straordinaria creatività della sua mente con la durezza del suo carattere mantenendo la propria leadership vincente per oltre un ventennio e contribuendo a cambiare per sempre il nostro modo di pensare il calcio.

 

– Arrigo Sacchi ne “ La Repubblica” di Platone

 

“Vedi la fortuna di quel Milan è stata quella che anche i giocatori di maggiori attitudini si muovevano con la squadra, per la squadra, a tutto campo, tutto il tempo; coerenti con l’Idea che avevamo: io il regista-sceneggiatore, loro gli interpreti… Io cercavo innanzitutto di convincerli ma l’autorità si può ottenere in due modi: per persuasione o per percussione. Se tu non fai quello che la squadra ti chiede, io ti lascio giù.”

Con queste parole l’allenatore emiliano ha spiegato il suo modo di intendere il calcio in una recente intervista. Sacchi considera il gioco  alla stregua di una sinfonia musicale in cui ogni giocatore ha il compito di muoversi in relazione con gli altri cercando di limitare al massimo ogni forma di estemporaneità e di individualismo.

In questo quadro vincere risulta essere non tanto il fine ultimo quanto il significante e l’inevitabile conseguenza di un’esecuzione impeccabile di tale spartito.

Sacchi non lavorava solo per la vittoria ma soprattutto sulla vittoria, in uno sforzo di perfezione  conciliante con l’idea di calcio del suo presidente Silvio Berlusconi. A nessuno dei due bastava vincere: entrambi andavano alla ricerca di una “vera” vittoria che lasciasse un marchio eterno. Per il profeta di Fusignano questa strada era perseguibile solo attraverso l’armonia e la bellezza; E la storia del calcio gliene ha dato atto.

Lo sguardo si illumina d’orgoglio mentre racconta che: “Se quel Milan fosse stato un’orchestra, avrebbe saputo interpretare tutti i tipi di musica, dal rock al jazz.”
Un’orchestra che aveva come presupposto una ferrea disciplina e una spartizione dei ruoli molto chiara: Sacchi stava alle sue squadre come il filosofo-magistrato sta alla polis nel disegno politico de “La Repubblica”; i suoi principi di gioco erano orientati al calcio totale dell’Ajax di Cruijff nella stessa misura in cui Platone orientava la sua filosofia sul sapere assoluto di Socrate; ogni componente doveva imparare a sentirsi indispensabile e responsabile, ragion per cui persino di
notte, nei ritiri, Sacchi si intratteneva con ognuno dei suoi calciatori per dargli la buonanotte e ribadirgli le disposizioni tattiche in vista del match.

Sapienza, coraggio, temperanza: le 3 categorie dell’anima che insieme dovevano concorrere al perseguimento del Bene platonico. Ad ognuna delle tre classi (magistrati, guerrieri, produttori) de “La Repubblica” appartenevano rispettivamente queste prerogative. Le stesse che Sacchi chiedeva alle sue squadre, con la differenza che tali qualità dovevano essere instillate in egual misura dentro ogni singolo giocatore: tutti dovevano imparare a fare tutto! E partecipare attivamente sia alla fase offensiva che a quella difensiva.

“Eroi sono tutti quelli che fanno quello che possono fare.” Sosteneva citando il premio Nobel Romain Rolland. Armonia; geometria; coscienza e trascendenza del limite: con questi ingredienti abbinati a un parco giocatori di qualità calcistica inestimabile Sacchi riuscì a edificare al Milan la sua “Repubblica”: la realizzazione di un calcio assoluto fatto di fraseggi, distanza minima fra i reparti, creazione costante di spazi e superiorità numerica in ogni zona del campo. All’interno di un calcio italiano ancora fortemente ancorato all’individualismo e al difensivismo concepì questo sport come espressione di un’intelligenza collettiva. “Intelligenza e generosità” al servizio della collettività. Un modo di pensare il calcio fortemente platonico: prima l’Idea, il modello, calcisticamente parlando il modulo; poi la scelta dei giocatori; solo in ultima istanza  l’avversario da battere.

“L’esercizio fisico anche quando imposto, non fa alcun male al corpo, ma la conoscenza acquisita per forza non ha presa sulla mente.” In questa affermazione  risiede grossomodo la filosofia del tecnico di Fusignano: da un lato lavoro duro sulle gambe e sui movimenti; dall’altro sollecitazioni continue sulla testa dei giocatori con esercitazioni psico-cinetiche, partitelle a tema con tante regole per abituare i calciatori a non atrofizzare il proprio cervello, a non dare mai nulla per scontato.

Conoscenza, memoria e armonia erano alla base della filosofia e del progetto utopico di Platone, idee che applicate al calcio si sono concretizzate nel successo totale del Milan di Arrigo Sacchi: una squadra leggendaria che l’Uefa ha da poco incoronato come “Club più forte di tutti i tempi”.

-Zdenek Zeman nel “De Infinito” di Giordano Bruno

 

“Sicome la nostra imaginazione è potente di procedere in infinito, imaginando sempre grandezza dimensionale oltra grandezza e numero oltra numero, secondo certa successione e, come se dice, in potenzia, cossì si deve intendere che Dio attualmente intende infinita dimensione ed infinito numero. E da questo intendere séguita la possibilità con la convenienza ed opportunità, che ponemo essere: dove, come la potenza attiva è infinita cossì, per necessaria conseguenza, il soggetto di tal potenza è infinito”

La paura che incute la dimensione dell’infinito spinge l’uomo dentro a un sistema finito, comodo e rassicurante.
Al vertice di questo sistema un motore immobile muove le sfere inferiori e ne garantisce l’essenza, in un processo di emanazione attraverso cui tutte le stelle dell’universo obbediscono alla volontà di una sola e nessuna brilla di luce propria. Una volta rotta la muraglia di questo mondo statico, che il mondo cristiano ha ereditato dal sistema cosmologico di Aristotele, Giordano Bruno si apre alla prospettiva di un cosmo infinito dentro al quale ogni stella e ogni corpo reclamano la stessa “dignità ontologica” di Dio affermando che Dio è in ciascuna parte di essi, e in ciascuna nella stessa misura.

In un’atmosfera culturale simile Zdenek Zeman iniziò a farsi strada all’interno del sistema calcio italiano: un sistema retto sul potere economico di poche stelle tra cui una in particolare, la Juventus, sembrava svolgere la medesima funzione del motore immobile aristotelico: un vero e proprio demiurgo che (nell’ottica zemaniana) plasmava la serie A a sua immagine e somiglianza lasciando agli altri le briciole dei suoi successi. Il boemo si impegnò dentro e fuori dal campo per cercare di scalfire il monopolio bianconero e costellare il nostro calcio di stelle piccole e luminose, dotate di materia viva e mai inerte al sistema; squadre in grado di giocarsela contro ogni avversario in base a un atteggiamento tattico da molti considerato scriteriato, ma certamente rivoluzionario in un calcio in cui  il conservatorismo tattico pagava discretamente. Il suo Foggia dei miracoli della prima stagione in serie A (1991-1992) ne è forse la concretizzazione più riuscita, paragonabile al De infinito, opera più rappresentativa del filosofo campano, dove Dio viene pensato come “energia del mondo” che è ovunque e in atto in ogni corpo così che ognuno la può ritrovare in sé. Allo stesso modo Zeman concepisce il calcio: una fonte di espressione che appartiene a tutti e di cui nessuno può sentirsi padrone. Battersi in solitudine all’interno di un sistema chiuso, quello clericale Bruno e quello calcistico Zeman, per aprirlo e liberarlo dalla stagnazione del dogma centrale, è stato il comun denominatore di entrambi. Zeman, nelle sue battaglie che vanno dal doping al calcio-scommesse, ha sempre messo la faccia per contribuire allo sviluppo di un sistema calcistico più equo, trasparente e propositivo; Giordano Bruno ha calcato l’intuizione Copernicana dell’eliocentrismo nel tentativo di attuare una rivoluzione cosmologica ma soprattutto culturale che portava con sé l’interrogativo: “se l’universo è infinito noi come possiamo pensare l’uomo e la sua posizione nel mondo come prima?”; rivoluzione che ha messo in crisi i fondamenti stabili su cui si poggiava la ragione umana e di cui l’uomo forse non è ancora all’altezza nemmeno oggi.

La loro tenacia gli ha permesso di non sprofondare nella tentazione di negare un mondo a loro ostile, osservandolo semplicemente dall’esterno, ma di lavorare senza sosta per comprenderlo e trasformarlo, pur consapevoli del rischio di restare incompresi nella migliore delle ipotesi, epurati nella peggiore: emarginato in realtà calcistiche minori il boemo, bruciato nel rogo di Campo de’ Fiori il filosofo di Nola. Come una formica è considerata da Giordano matrice di vita per l’universo alla pari del leone, Zeman ha dimostrato che una matricola di provincia può essere matrice di spettacolo ed emozioni, quanto o più delle compagini ricche e blasonate. Eredità diverse di due personalità indipendenti e ostinate, che arrivate entrambe dalla provincia, hanno aperto delle faglie nei rispettivi “sistemi centrali” aiutandoli a crescere e ad interrogarsi, finendo entrambe ad ingoiare la pillola amara della solitudine.




Alla scoperta di…Leo Duarte: storia, numeri e caratteristiche tecniche

Il Milan ha trovato il difensore da affiancare a Romagnoli per la prossima stagione: stiamo parlando di Leo Duarte da Silva. Il giocatore del Flamengo ha già effettuato le visite mediche e sarà acquistato a titolo definitivo per una cifra pari a undici milioni di euro; per il ragazzo un contratto fino al 2024 a 1.5 milioni di euro a stagione. Rimanete sintonizzati nei prossimi giorni su tutte le novità tramite il nostro canale Spreaker, sul nostro sito web www.radiogoal24.it e sul canale YouTube.

Storia:

Leo Duarte è un classe 1996 e nasce il diciassette luglio a Mococa (comune brasiliano nello stato di San Paolo). I primi passi nel mondo calcistico li muove nel Desportivo Brasil anche se la sua carriera prende il volo nel Flamengo. Nel club brasiliano inizia a far intravedere le sue qualità e, in sessanta partite, realizza due goal. Non ha ancora esordito in nazionale ma la sua giovane età e l’esperienza in Italia potranno dargli la possibilità di vestire la maglia della Seleção.

Caratteristiche tecniche:

Leo Duarte e un difensore centrale che ha nel senso della posizione una delle sue caratteristiche principali; il suo metro e ottantatré lo rende decisamente forte sulle palle alte. Come la maggior parte dei brasiliani è estremamente tecnico (ricorda molto Marquinhos del PSG); è molto rapido e questo gli permette di sfidare i propri avversari nell’uno contro uno senza troppi problemi. Se ha un difetto è quello di essere troppo impulsivo ma in Europa potrà limare questo dettaglio.

Numeri:

Le qualità di Leo Duarte si possono evincere anche da alcuni numeri; il difensore, nella sua esperienza brasiliana, ha vinto la bellezza di 500 duelli aerei (pari al 48.8%); per quanto riguarda i contrasti corpo a corpo il 58.4% delle volte ne esce vincitore. Realizza il 92.9% dei passaggi mentre, nei lanci lunghi, ha una riuscita del 53.9%. Con il Flamengo ha recuperato la palla ben 787 volte e intercettato il diretto avversario in 343 occasioni.




Alla scoperta di Valentin Rongier: storia, numeri e caratteristiche tecniche

Valentin Rongier nasce il 7 novembre del 1994 a Mâcon, un comune francese della regione Borgona-Franca Contea situato all’estremo est della Francia. Rongier è un centrocampista centrale e trequartista, destro naturale ma discretamente abile anche col sinistro, è alto 172 cm e pesa 70 kg. Vistosi sfumare il colpo Radja Nainggolan, Daniele Pradè si è rituffato nel mercato per cercare un centrocampista da regalare a Vincenzo Montella per rinforzare il reparto forse più scoperto della Fiorentina. I soldi per acquistare Rongier verranno dalle imminenti cessioni di Saponara, Dabo, Eysseric e Cristoforo, Pradè dovrà poi sborsare non meno di 14 milioni che è la cifra richiesta dal Nantes per liberare il ragazzo. Il patron Rocco Commisso vuole una rosa competitiva ed il tempo stringe, ma la Viola sembra essersi finalmente svegliata sul mercato. Rimanete sintonizzati nei prossimi giorni su tutte le novità tramite il nostro canale Spreaker, sul nostro sito web www.radiogoal24.it e sul canale YouTube.

Storia:

Valentin Rongier è nato a Mâcon come già detto, ma all’età di cinque anni la famiglia si è spostata a Saint Herblain (distante 367km da casa!). Il ragazzo inizia a giocare a calcio all’età di sei anni nel Saint Herblain Olympic Club e dopo solo una stagione, quella del 2000-2001, con quella maglia viene adocchiato e tesserato dal Nantes. Gli osservatori del Nantes intravedono sin da subito un grande potenziale in quel ragazzino di appena sette anni che gioca centrocampista, rimanendo stupiti e colpiti dalle giocate di un bambino così piccolo, e decidono subito di prenderlo prima che qualcun altro lo noti. Ha così inizio un amore che dura da diciotto anni e che, qualora la trattativa dovesse andare a buon fine, finirebbe con una stretta di mano pacifica e leale, senza isterismi o litigi. Dicevamo, Rongier inizia a giocare col Nantes quando ha solamente sette anni e con i gialloverdi fa tutta la trafila dai primi calci alla primavera, dal 2001 al 2013, quando all’età di diciannove anni viene promosso nel Nantes 2, la seconda squadra del club che milita nel Championnat National (terza divisione francese, semiprofessionistica). Rongier gioca due stagioni da regista di centrocampo col Nantes 2, dal 2013-al 2015, finendo l’annata 2014-2015 anche con qualche presenza da titolare nella Ligue 1 sul finire di stagione (8 presenze, 1 gol ed 1 assist). Le ottime prestazioni col Nantes 2 (39 partite e 2 gol) e le convincenti apparizioni del ragazzo con la prima squadra convincono la dirigenza e l’allenatore Mikel Del Zakarian a promuoverlo nel Nantes, facendolo diventare così un calciatore professionista a vent’anni. Nella prima stagione come calciatore stabilmente in prima squadra, quella del 2015-2016, Rongier disputa col Nantes solamente le prime undici gare di campionato perché nella gara contro il Caen è costretto ad uscire anzitempo dal campo per un infortunio piuttosto serio. La diagnosi del giorno dopo sarà spietata: rottura parziale del legamento crociato, stagione finita. Nonostante l’infortunio, Rongier nell’ultima gara di campionato contro il PSG torna a calcare il campo nei cinque minuti finali del match. La stagione 2016-2017 si rivela determinante per la sua carriera: il ragazzo smaltisce il terribile infortunio dell’anno precedente, si piazza titolare in mezzo al campo e diventa il regista titolare del Nantes, tanto che a fine anno colleziona 35 presenze, 2 gol ed 1 assist. Anche in questa stagione rimedia però un paio di infortuni: si frattura il setto nasale e si stira i muscoli della coscia, ciononostante questi due infortuni lo terranno fuori solamente per cinque partite. La stagione 2017-2018 si apre con la rottura della clavicola che costringe Rongier a stare fuori quattro partite, ma una volta smaltito quell’infortunio il ragazzo torna in campo e gioca 35 partite, segna 2 gol e sigla 2 assist. Questa stagione si rivela fondamentale sia per il club perché il tecnico Claudio Ranieri guida il Nantes ad una corsa all’Europa League che sfuma solamente nelle ultime giornate, ma soprattutto per Rongier che viene utilizzato non più solo come mediano regista ma spesso anche come trequartista. La stagione 2018-2019 segna la definitiva maturazione del ragazzo: Valentin Rongier nel ritiro estivo viene nominato capitano della squadra dal neo tecnico Vahid Halilhodžić, gioca indifferentemente sia come centrocampista centrale che come trequartista ed attira su di se le attenzioni di numerosi club europei tra cui la nuova Fiorentina di Rocco Commisso. A fine stagione le presenze sono 43, condite da 4 gol e 7 assist. Il ragazzo non è stato mai chiamato da Deschamps per giocare con la Nazionale francese.

Caratteristiche tecniche:

Valentin Rongier è un centrocampista centrale molto tecnico che gioca come regista, è il cervello della squadra, ma all’occorrenza può giocare anche come trequartista. È un calciatore estremamente tecnico: è bravissimo con la palla tra i piedi sia nel dribblare l’avversario per liberarsi da una marcatura asfissiante sia nel giocare il pallone avanti di prima per sorprendere la difesa, quest’ultima caratteristica è favorita anche dalla sua abilità nell’usare discretamente il piede debole (il sinistro). Rongier è dotato anche di un’eccezionale tecnica balistica che gli permette di essere pericoloso anche nei tiri dall’enorme distanza, tiri peraltro molto potenti. Ovviamente il ragazzo si disimpegna benissimo sia nei passaggi corti che nei lanci lunghi. Valentin Rongier è utilissimo anche in fase difensiva: è estremamente forte nei contrasti ed è molto presente in marcatura generalmente sulla seconda punta o il trequartista avversario. Ha chiaramente anche lui dei punti deboli: è spesso soggetto ad infortuni, pur essendo forte e duro nei contrasti non lo si può definire un calciatore aggressivo, non possiede forza fisica sufficiente a competere con avversari più grossi di lui, non è abile nei calci piazzati ed è piuttosto lento nella corsa nonostante sia un giocatore agile. Lui stesso si è definito come un adepto di Marco Verratti, ammettendo di ispirarsi al centrocampista italiano nel modo di giocare; ciò detto, si può paragonare anche ad un Lucas Torreira o ad un David Pizarro. Nel 4-3-3 di Vincenzo Montella troverebbe una perfetta collocazione nel centro di centrocampo, coadiuvato da Benassi e Castrovilli (o Zurkowski) come mezzali. In Francia lo hanno soprannominato Le Métronome per la sua abilità nel dettare i tempi di gioco. Rongier è considerato un ottimo calciatore con ancora enormi margini di miglioramento, molti sostengono che a breve potrà anche ottenere la sua prima convocazione in Nazionale.

Numeri:

Valentin Rongier vince numerosi duelli difensivi e nonostante questo è pulitissimo negli interventi, gli riescono un discreto numero di dribbling, gioca correttamente un’enormità di palloni in avanti ed ovviamente le percentuali di passaggi completati e lanci andati a buon fine sono da vero cecchino. Un dato non troppo buono riguardo quello legato ai gol ed agli assist, dovrebbe essere decisamente più alto per un calciatore del suo talento e della sua pericolosità.

Partite disputate in carriera: 132     Gol segnati in carriera: 10     Assist siglati in carriera: 12

Duelli difensivi vinti: 62%     Cartellini gialli/rossi in carriera: 6/0     Dribbling riusciti: 52%

Passaggi completati: 87%     Lanci lunghi completati: 69%     Passaggi giocati in avanti: 81%




Alla scoperta di…Sam Lammers: storia, numeri e caratteristiche tecniche

La Roma è alla ricerca di due attaccanti (visto le probabili cessioni di Dzeko e Schick) per rinnovare il reparto offensivo. Una punta potrebbe essere Sam Lammers; il giocatore del PSV, attualmente infortunato per un problema al ginocchio che lo terrà lontano dai campi per alcuni mesi, piace molto al club giallorosso. Il prezzo del cartellino si aggira intorno ai dieci milioni di euro. Rimanete sintonizzati nei prossimi giorni su tutte le novità tramite il nostro canale Spreaker, sul nostro sito web www.radiogoal24.it e sul canale YouTube.

Storia:

Sam Lammers è un classe 1997 e nasce il trenta aprile a Tilburg. Dal punto di vista calcistico inizia nelle giovanili del PSV; l’esordio in prima squadra avviene il quindici ottobre 2016 contro l’Heracles Almelo. Con la maglia dei Boeren inizia a far vedere le proprie qualità anche se la stagione migliore la vive nel 2018 quando viene acquistato, in prestito, dall’Heerenveen. In trentacinque presenze realizza diciannove goal e cinque assist. Il 20 gennaio 2019 realizza una doppietta in casa dell’Ajax. Veste la maglia della nazionale a partire dall’Under-19 con cui partecipa al campionato europeo nel 2016; l’esordio in Under-21, invece, arriva il 24 marzo 2017 nella gara vinto contro la Finlandia per due a zero.

Caratteristiche tecniche:

Sam Lammers è una prima punta forte fisicamente che ha nel colpo di testa (grazie ai suoi centonovantuno centimetri) la caratteristica migliore. Dotato di una buona tecnica sa calciare con entrambi i piedi e difficilmente esce sconfitto nel contrasto con il difensore avversario; l’area di rigore è il suo habitat naturale. Pecca nella velocità e, alle volte, è troppo lezioso sotto porta.

Numeri:

Le qualità di Sam Lammers si possono evincere anche da alcuni numeri; nell’ultima stagione ha vinto 597 duelli aerei (pari al 40%) mentre nei contrasti corpo a corpo è riuscito ad avere la meglio sul difensore 2583 volte. Ha calciato in porta ben 280 volte e in 46 occasioni ha avuto la possibilità di segnare.