Oltre lo stemma: storia e spiegazione del logo dell’Atalanta

Storia

Scopriamo l’origine del logo dell’Atalanta.

L’Atalanta Bergamasca Calcio nasce, come moltissime società italiane ed estere, da una fusione tra più club. Si tratta infatti dell’unione di Atalanta e Bergamasca. L’Atalanta viene fondata nel 1907 da un gruppo di liceali, la Bergamasca nel 1877. La differenza sostanziale consiste nell’impostazione delle due compagini: la prima nasce come una squadra di calcio vera e propria, la seconda come una polisportiva basata principalmente sulla scherma e che solo nel 1913 vede aperta la sezione dedicata al calcio, sezione fondata grazie all’inglobamento del Football Club Bergamo (prima squadra della storia della città lombarda). È nel 1920 che le due società si fondono ufficialmente, dando vita all’Atalanta Bergamasca Calcio; non si tratta però di una vera e propria fusione: l’Atalanta subì un’evoluzione, la Bergamasca si staccò semplicemente una “costola”: esiste infatti tuttora la Società Bergamasca, che però da allora si occupa solamente di Ginnastica e Scherma. 

 

Evoluzione dello stemma.

 

Simbolo

L’identità del club è, comunque, per la maggior parte figlia dell’Atalanta: non a caso, infatti, viene indicato come anno di nascita il 1907. La scelta del nome va ricercata nell’intenzione dei fondatori di creare una squadra in cui ambizione, forza di volontà e propensione alla vittoria fossero protagoniste: caratteristiche tipiche di “Atalanta”, una figura mitologica famosa per essere la cacciatrice più forte della Grecia, cresciuta da un orso nei monti dell’Arcadia. Piccola curiosità: il soprannome di Dea è storicamente inesatto, dal momento che Atalanta era “solo” una principessa, figlia del Re Iaso; il titolo di Dea le è stato confezionato essendo discendente lontana di Arcadio, uno dei figli di Zeus. 

Evoluzione

La “Dea” ripresa nella seconda maglia 2019/20.

La figura della principessa è anche il simbolo del club, nel cui stemma è raffigurata di profilo. Il disegno del volto è però stato introdotto nel 1984 con l’ammodernamento dello stemma: quell’anno la società decise di dare una “svecchiata”, cominciando i lavori per il nuovo stadio e rifacendo il logo. Inizialmente Atalanta era stata rappresentata per intero, immortalata in un momento di corsa; come spiegato prima, infatti, la Principessa aveva tra le sue virtù (essendo una grande cacciatrice) la forza e la velocità (che, secondo il mito, superava quella dei centauri). Il volto del 1984 è stato recuperato fedelmente nell’evoluzione del 1993, stemma che da allora è rimasto quello ufficiale del club.

Colori

Come abbiamo capito, l’Atalanta ha una storia che poco coincide con la simbologia della sua città, Bergamo. I colori del Comune sono infatti il giallo e il rosso, mai presi in considerazione neppure dai club precedenti alla fusione tra Atalanta e Bergamasca. I colori del club sono azzurro (per essere precisi andrebbe definito come blu oceano), nero e (sempre per essere precisi) bianco. La scelta cromatica appartiene proprio al 1920, anno in cui si sono unite le due società: l’Atalanta giocava con una maglia a strisce bianconere (dettaglio che si ritrova nel primo logo del 1907), mentre la Bergamasca con una maglia a strisce biancazzurre. Le due società decisero che la prima divisa dopo la fusione fosse nerazzurra: il bianco è però sempre rimasto nei colori dei vari stemmi dell’Atalanta. 

Atalanta raccoglie le mele d’oro in un quadro di Guido Reni.

Da notare è il giallo-oro presente fino al 1993 e, per spiegarne la presenza, dobbiamo ancora una volta tornare al mito greco e aprire una parentesi. Il mito racconta che Atalanta venne mandata in esilio dal Re (suo padre), furioso del fatto che gli fosse nata una figlia femmina. Divenuta adulta, le impose di trovare marito contro la sua volontà. Come compromesso, consapevole che nessuno l’avrebbe mai battuta, la Principessa stabilì col padre che l’avrebbe avuta in sposa chi fosse riuscito a sconfiggerla in una gara di velocità. E infatti nessuno ci riuscì… senza aiuti divini: il vincitore, Ippomene, la batté grazie a tre mele d’oro consegnategli da Afrodite: le mele distrassero Atalanta che, durante la sfida, si fermò a raccoglierle. L’oro delle mele è anche l’oro raffigurato negli stemmi storici del club; il colore è stato poi accantonato nell’ultimo design, ma (se ci avete fatto caso) il giallo torna spesso nelle divise della squadra bergamasca.

 

Design

Difficile spiegare la geometria dello stemma, essendo – nelle sue varie evoluzioni – sempre stata modificata. Non essendoci continuità, l’attuale forma ovale non ha una spiegazione dettata da scelte particolari, bensì si tratta di una decisione principalmente estetica. Come già spiegato, il tondo centrale raffigurante la principessa è ripreso fedelmente dal disegno minimalista, efficace e iconico degli anni ’80. Entrando nel dettaglio, la linea stilistica sempre ripresa nella raffigurazione va ricercata nei capelli: in ogni stemma, infatti, il tentativo (sempre ben riuscito) è di immortalarli in movimento, cercando di fotografare Atalanta nella caratteristica che l’ha sempre contraddistinta, ovvero la velocità; il volto della Principessa va considerato come se fosse in corsa. Per questo motivo nello stemma attuale il volto è stato angolato leggermente all’insù, poiché correndo la testa tende naturalmente ad andare all’indietro.

L’inclinazione della testa è cambiata rispetto al logo precedente.

Si potrebbe dire che è proprio il movimento a contraddistinguere il logo del club: nome e data di fondazione sono scritti seguendo una linea circolare, che li allontanano dalla staticità dei classici stemmi. Anche la diagonale che divide il simbolo garantisce questo senso di velocità sempre cercato nei disegnatori, che attraverso queste scelte sono riusciti a confezionare uno stemma geometricamente anarchico: l’efficienza del design sta però proprio nell’equilibrio stilistico dell’effetto finale, dove con grande cura sono stati uniti cerchi, diagonali, ovali e angolazioni differenti.

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15 aprile 1992, il Torino irrompe tra le grandi d’Europa

15 aprile 1992, una data memorabile per i tifosi del Torino, ma in generale per gli amanti del calcio italiano, è il giorno del riscatto granata, la rivincita di una società gloriosa quanto disgraziatamente sfortunata.

Tornato in Serie A da appena una stagione, nella quale aveva conquistato un incredibile quinto posto, il Torino di Mondonico nella stagione 1991-1992 si gioca le sue carte in Coppa Uefa. Al tempo l’attuale Europa League prevedeva che ogni squadra partisse da i 32esimi di finale, la competizione procedeva sino all’assegnazione del titolo con turni ad eliminazione diretta costruiti sulla doppia sfida con le reti segnate in trasferta che valevano doppio in caso di parità nella differenza reti. Prima di affrontare il Real Madrid, il Torino eliminò in sequenza: KR Reykjavik (8-1); Boa Vista (2-0) , formazione che aveva superato l’Inter nei 32esimi; AEK Atene (3-2); BoldKlubben 1903 (3-0). Nelle quattro squadre semifinaliste c’erano ben due italiane, i granata se la dovevano vedere con il Real, mentre nell’altra sfida il Genoa sfidava l’Ajax.  La gara d’andata con i blancos si gioca il 1 aprile 1992 ed il Toro fa capire di che pasta è fatto, nonostante la sconfitta di misura per 2-1, con Hagi e Hierro che ribaltano la rete del vantaggio di Casagrande. La sfida di ritorno si gioca in un Delle Alpi stracolmo, ci sono ben 60mila persone caricate dagli ultimi due successi in campionato, in trasferta con l’Hellas l’11 aprile e nel derby con la Juventus giocatosi il 5 aprile, la città crede nella finale, nonostante lo svantaggio maturato nell’andata e la qualità dell’avversario. Le due formazioni si schierano con lo stesso modulo, il 4-4-2, per il Real Madrid: Buyo tra i pali, difesa con Chendo, Lasa, Rocha e Hierro, a centrocampo Milla, Michel, Maqueda ed Hagi, in attacco Butragueno e Paco Llorente; il Toro schiera Marchegiani in porta, Annoni, Cravero, Bruno e Mussi in difesa, Fusi, Scifo, Venturin e Lentini a centrocampo, l’ex Vazquez a supporto di Casagrande. Al settimo minuto arriva il primo boato del Dell’Alpi: cross di Lentini che Rocha spedisce nella sua porta, 1-0 per il Torino, che sarebbe già qualificato; la gara resta pericolosamente in bilico fino al 74esimo minuto, quando un altro cross di Lentini lacera la difesa del Real, finendo stavolta sui piedi di Fusi, che spinge in rete da pochi passi. 2-0. Torino in finale di Coppa Uefa. Purtroppo nella doppia sfida in finale la spunta l’Ajax per la regola delle reti in trasferta, 2-2 al Delle Alpi: alla doppietta di Casagrande, rispondono Jonk e Pettersson, mentre la partita di Amsterdam terminerà 0-0.  A distanza di 28 anni la cavalcata  del Toro di Mondonico  rimane ancora oggi il miglior risultato nelle competizioni internazionali dei granata, condita da quel 15 aprile 1992 e frenata ad un passo dal sogno da una formazione carica di giovani talenti (Berckamp, Winter, De Boer, Blind), che per tutti gli anni 90′ vincerà in Olanda ed in Europa. In campionato i granata si piazzano terzi alle spalle del Milan di Sacchi e della Juventus, conquistando un’altra qualificazione alla Coppa Uefa.

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Nel podcast tematico sulla Serie A questa settimana abbiamo parlato dei nuovi acquisti dell’Inter: Young, Moses ed Eriksen, tutti e tre provenienti da squadre di Premier League, dunque un calciomercato simile a quello fatto dal duo Marotta-Ausilio già in estate. L’Inter di Conte ora ha tre nuove frecce nella propria faretra, ma cosa possono dare i nuovi arrivati ai nerazzurri? Corsa, dinamismo, tecnica ed esperienza sicuramente, ma basteranno per arrivare alla vittoria del tricolore?

 




Napoli: è Boga l’erede di Callejon?

l Napoli non molla Jeremie Boga. Come si legge sulle pagine del Corriere dello Sport la missione non è semplice: Boga gioca nel Sassuolo ma il Chelsea può esercitare un diritto di recompra a 14 milioni per riportarlo a Londra. L’alternativa porta il nome di Oussama Idrissi: olandese di nascita e marocchino di Nazionale, prima della sospensione dei campionato aveva strappato applausi in Olanda con la maglia dell’AZ Alkmaar, con 17 gol e 10 assist.

Il Napoli è alla ricerca di un esterno. José Marìa Callejon è infatti dato per partente dopo ben sette stagioni passate all’ombra del Vesuvio. Quello di Boga sembra il profilo giusto per sostituire lo spagnolo: è veloce in contropiede, ma anche abile negli inserimenti e possiede un destro micidiale, con il quale ha più volte fulminato i portieri avversari in questa stagione rientrando dalla fascia sinistra. L’ala francese è approdata in Serie A la scorsa stagione collezionando 3 gol e un assist in 27 presenze tra campionato e Coppa Italia, mentre quest’anno si sta consacrando alla corte di De Zerbi con 8 reti e 4 assist in 25 apparizioni. Può essere lui la nuova freccia del Napoli?

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Inter, bivio su Icardi: guadagnare o recuperarlo?

Nel futuro di Mauro Icardi dovrebbe esserci ancora il Paris Saint-Germain. Secondo Sky Sport l’attaccante argentino, che ha lasciato l’Inter nella sessione estiva di calciomercato del 2019 per trasferirsi al Psg in prestito oneroso (5 milioni di euro) con diritto di riscatto a 65 milioni, sembra aver convinto il club parigino ad acquistarlo definitivamente. Il club nerazzurro, in base anche alle informazioni dell’entourage del giocatore, si aspetta il riscatto del cartellino di Icardi da parte del suo attuale club. Il Psg, anche per via della situazione attuale legata al Coronavirus, potrebbe chiedere uno sconto sul cartellino e, visto il momento, difficilmente l’Inter resterebbe insensibile davanti a tale richiesta. Non vi è inoltre nessuna clausola del contratto che permetterebbe a Icardi di rifiutare tale opzione.

Ma è davvero così conveniente per l’Inter monetizzare sul giocatore piuttosto che provare a recuperarlo? Icardi e sua moglie hanno un rapporto pessimo con l’ambiente ed è difficile immaginare con che faccia possano tornare a Milano. Qualora si decidesse di non puntare nuovamente sull’argentino, come è probabile, la cessione a titolo definitivo al Psg eviterebbe l’incubo di vederlo giocare con la Juventus e magari di svenderlo a causa della difficile situazione economica di tutti i club, nessuno dei quali quest’estate potrà presumibilmente permettersi investimenti monstre: a questo punto, meglio uno sconticino al Psg che un regalo alla Juve (l’interesse di alcuni club inglesi non è niente di concreto, anche per il motivo già spiegato). Oltre al pessimo rapporto con l’ambiente, Icardi non rientrerebbe neanche nel progetto tecnico di Conte, che proprio l’estate scorsa spinse per una sua cessione: il ruolo di prima punta è già occupato da Lukaku ed è impossibile che uno dei due possa sedersi in panchina per alternarsi con l’altro, trattandosi di due attaccanti di grande caratura; non converrebbe del resto neanche all’Inter accollarsi due stipendi così pesanti per un solo slot.

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Milan, rinnovo per Cahlanoglu: può essere l’uomo del futuro?

Novità importante in casa MilanHakan Calhanoglu, uno dei perni del progetto rossonero del presente e del futuro, ha cambiato rappresentante. Adesso ad assisterlo è la ISMG International di Gordon Stipic, una delle più importanti agenzie in Germania e in Europa. Nel portfolio ci sono giocatori del calibro di Matthias Ginter del Borussia Monchengladbach, Kevin Volland e Nadiem Amiri del Bayer Leverkusen, Sead Kolasinac dell’Arsenal e ora anche il ventiseienne turco.

La prima questione che Stipic e la sua agenzia dovranno discutere col Milan sarà quella del contratto. Appena sarà possibile, s’intende, sul tavolo ci sarà un accordo ora in scadenza nel 2021 che dovrà esser visto al rialzo per quanto riguarda il futuro di Calhanoglu. Il giocatore è felice di restare a Milano e lo sarà ancor di più eventualmente con Ralf Rangnick. Il tecnico tedesco stima molto il trequartista ex Amburgo e Bayer Leverkusen e lo renderebbe centrale nel proprio progetto tattico. Non solo: anche Stefano Pioli apprezza molto l’evoluzione di Calhanoglu, il cui futuro sembra dipingersi sempre di più a tinte rossonere.

Ma come può Hakan Cahlanoglu tornare utile nel Milan che verrà? Il modulo preferito da quello che molte fonti considerano il prossimo allenatore del Milan, Ralf Rangnick, è il 4-4-2.  Ciò esclude dunque per il turco la collocazione di trequartista, nella quale è stato spesso utilizzato durante la sua prima stagione a Leverkusen (2014/15) e talvolta con la maglia rossonera. Molto probabile l’utilizzo da esterno sinistro, suo ruolo naturale, che lo ha visto essere assai prolifico in termini di assist più che di reti segnate; trattandosi di un 4-4-2, sarà comunque richiesta una propensione al ripiego in difesa oltre che la corsa nei contropiede. Plausibile anche un impiego come centrocampista centrale con la tendenza a spingersi più in avanti, ruolo che al Milan ha ricoperto in più di un’occasione dimostrando inoltre una non trascurabile capacità realizzativa e di rifinitura (anche se in un 4-3-3). Appaiono infine decisamente improbabili utilizzi da seconda punta, esterno destro o addirittura prima punta, ruoli che Cahlanoglu ha ricoperto sporadicamente solo quando giocava in Germania.

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Dybala, diario di un talento in un mondo di leggende

L’eroe della nazionale argentina Mario Kempes ha rilasciato un’intervista esclusiva a TMW. Nel corso della chiacchierata ha parlato anche di Paulo Dybala: “A Dybala manca solo la convinzione di essere un gran calciatore. Dopo la grande esperienza al Palermo ha avuto un ottimo inizio con la Juve e ha fatto bellissime cose. Non so se poi l’arrivo di Cristiano Ronaldo abbia fatto in modo che giocasse un po’ meno però è un giocatore importante nella Juve e in Nazionale. Bisogna sapere che giocatori come lui sono differenti. Deve lottare e mettere sul campo quel che ha dentro”.

Paulo Dybala non ha bisogno di presentazioni. A prescindere dai limiti caratteriali che gli hanno impedito di essere un trascinatore e di affermarsi con continuità, nella Juventus ha dimostrato tutto il suo bagaglio tecnico, ha vinto tanto ed ha segnato gol pesanti anche in Europa. Con i bianconeri in 5 stagioni ha collezionato 216 presenze ufficiali, 91 gol e  36 assist fra tutte le competizioni ufficiali e ha vinto 4 scudetti, 3  Coppe Italia e 2 Supercoppe. Ha raggiunto l’apice a livello personale con i 26 gol e i 7 assist della stagione 2017-18, calando vistosamente in quella successiva, segnata dall’arrivo di CR7 in bianconero (solo 10 gol e 2 assist). L’analisi di Kempes sul fatto che l’argentino possa essere stato “oscurato” dal portoghese potrebbe dunque avere senso almeno a livello di numeri, ma bisogna anche fare attenzione al ruolo. Dybala nel 2017-18 ha giocato prevalentemente da seconda punta garantendo un rendimento mostruoso, con tantissime reti e assist, mentre nel campionato successivo la sua collocazione è stata quella ora di ala, ora di trequartista, ora di seconda e prima punta. Nella stagione corrente Sarri gli ha affibbiato perlopiù quest’ultimo ruolo, grazie al quale ha ritrovato brillantezza soprattutto in fase di rifinitura più che di marcature, ma mostrando comunque un’alta percentuale di partecipazione ai gol della squadra (65%). E in Nazionale? Dybala non ha fino ad ora mai inciso veramente con la maglia del suo Paese, disputando  29 partite condite da soli 2 gol e 5 assist. L’attuale CT Lionel Scaloni (ex-giocatore di Lazio e Atalanta) lo ha impiegato 16 volte, più di qualunque altro allenatore della Selecciòn, tuttavia nella scorsa Copa America (nella quale l’Argentina ha raggiunto il terzo posto) è sceso in campo da titolare una volta sola contro il Cile (presenza condita da un gol) e tre da subentrato. La speranza è che possa rilanciarsi nel 4-3-3 impiegato dal tecnico dell’Albiceleste come prima punta allo stesso modo che con Sarri, agendo però più come rifinitore che come bomber, nell’attesa che sia lui il prossimo protagonista nella vittoria di un trofeo che l’Argentina aspetta da troppi anni.

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Milan, è giusto continuare con Maldini alle sue condizioni?

Paolo Maldini vorrebbe continuare a far parte della dirigenza del Milan – scrive oggi La Gazzetta dello Sport -, ma  con la garanzia di partecipare alle decisioni cruciali in tema di mercato e di allenatore, senza più accontentarsi di un ruolo meramente rappresentativo. Nell’ultimo anno soltanto rare conferenze stampa. Si è esposto su Rangnick, presunto nuovo allenatore, non ritenendolo un profilo giusto per il calcio italiano. Si dice che la proprietà non abbia preso molto bene la sua riflessione e le vacanze natalizie in Florida dopo il 5-0  di Bergamo con l’Atalanta, ma nessuno ha mai messo in discussione la sua permanenza. Rappresenta il Milan, la faccia bella del club, la continuità da rappresentare all’estero. Gazidis ha sempre caldeggiato il suo impiego in dirigenza e continua a crederci, perché il milanismo all’interno della società non sia azzerato e perché Paolo è un valore anche all’estero. Ma la scelta spetta a lui, chiamato a decidere se vuole andare avanti dopo aver visto gli altri mollare, come Leonardo e Boban. Perciò ora detta le sue condizioni. Maldini non ha potuto occuparsi subito di quello che era successo prima con Boban, con l’intervista alla Gazzetta e il conseguente licenziamento, perché prima c’era la questione della salute, ma bisognerà parlarne quando la situazione migliorerà. Se è vero che adesso la questione più urgente da risolvere è la ripresa della Serie A, il futuro di Paolo Maldini non è una questione meno urgente.

Nel calcio attuale non solo le bandiere e la rappresentatività, ma anche i consigli forniti dall’esperienza di chi ha vissuto lo spogliatoio intensamente e per lungo tempo non sembrano più avere un valore importante, se messi a confronto con la logica del profitto e con la necessità di far quadrare i conti, a maggior ragione per l’esistenza di ferrei (ma solo per alcuni) meccanismi di controllo finanziario. Le questioni di cuore vanno a scontrarsi con questioni di pura razionalità strumentale, il potere decisionale a chi sa come accontentare la gente “vs” a chi sa meglio condurre un’azienda in base a necessità economico-finanziarie,  uno scontro che nel XXI secolo non coinvolge solo il calcio, ma tutti gli ambiti della società, fino alla politica. L’accantonamento di Maldini, come già avvenuto con Totti e non solo, testimonierebbe ancora una volta la vittoria della seconda opzione, quella che (purtroppo) più si addice ai nostri tempi. Tuttavia  anche la sua permanenza con un ruolo meramente rappresentativo rappresenterebbe una repressione di quella che è sicuramente la volontà di Paolo di incidere in modo sostanziale sulle scelte tecniche del club e, come successo (ancora una volta) con Totti, potrebbe in seguito sfociare in una brusca rottura con la società e uno sfogo doloroso.

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Juventus, chi merita la conferma tra questi sei giocatori?

Juventus, chi merita la conferma tra questi sei giocatori?

E’ tempo di bilanci in casa Juventus; la società bianconera, in attesa di capire se si potrà tornare a giocare, stanno riflettendo sulla rosa e sul futuro di alcuni giocatori. Sono sei gli elementi che devono guadagnare la fiducia di Sarri per restare all’interno di un gruppo il cui obiettivo è quello di dominare in ambito italiano e internazionale. Quali sono questi giocatori? Douglas Costa, Ramsey, Bernardeschi, Khedira, De Sciglio e Rugani. Cerchiamo di capire su chi i bianconeri dovrebbero puntare.

Douglas Costa

Partiamo dall’esterno offensivo brasiliano, un giocatore tanto forte quanto fragile. L’ex Bayern Monaco, infatti, non è mai riuscito a trovare la giusta continuità a causa dei numerosi problemi fisici. Una situazione difficile da gestire; Sarri, infatti, considera il brasiliano titolare imprescindibile nel suo 4-3-3 visto la sua immensa qualità con la quale riesce a creare costantemente la superiorità numerica ma bisogna fare anche altri ragionamenti. Qualora sul mercato si dovesse presentare una possibilità di livello non è da escludere la rinuncia al brasiliano.

Bernardeschi

L’eventuale cessione di Douglas Costa favorirebbe Bernardeschi; l’esterno italiano, a differenza della gestione Allegri, non è riuscito a trovare una continuità di rendimento. I motivi sono sostanzialmente due: alcune prestazioni decisamente sotto tono e il passaggio al 4-3-1-2 che ha sicuramente sfavorito le qualità dell’ex Fiorentina che però può tornare utile alla causa bianconera. La sua capacità di saltare l’uomo e l’abilità sui calci piazzati possono essere armi importanti in determinati momenti del match.

Ramsey

Molto più complicato il futuro di Ramsey. Mezzala nel 4-3-3, o trequartista nel 4-3-1-2 rinunciando a uno come Dybala? Difficile trovare una risposta a questa domanda. L’unico in grado di farlo è Sarri che deve capire, una volta per tutte, come voler sistemare in campo la sua Juventus. Il modulo perfetto per il gallese è il 4-3-3; da mezzala, infatti, riesce ad esprimere al meglio le proprie qualità. Inserimento, capacità di attaccare lo spazio, tanta corsa: ecco cosa può dare Ramsey da interno di centrocampo. Vietato rinunciarci.

Khedira

Un giocatore su cui, invece, la Juventus potrebbe rinunciare è Khedira nonostante l’importanza del tedesco; il centrocampista classe 1987 ha un’intelligenza tattica fuori dal comune, riesce a coniugare al meglio capacità difensiva e abilità nell’attaccare la profondità. Il problema? La carta d’identità e una fragilità muscolare che gli ha impedito di scendere in campo con continuità. La Juventus, in mezzo al campo, ha bisogno di investire in maniera importante e Khedira potrebbe essere il sacrificato.

De Sciglio

Ad un passo dall’addio nella sessione invernale di mercato (sembrava tutto fatto per lo scambio con Kurzawa del PSG), non è da escludere una sua cessione in estate. Terzino destro in grado di giocare anche a sinistra ha avuto più di qualche problema in fase difensiva dove va costantemente in difficoltà. I bianconeri hanno bisogno di investire nel ruolo di terzino e uno come De Sciglio può anche essere sacrificato.

Rugani

Chiellini, Bonucci, de Ligt, Demiral; questo il reparto difensivo della Juventus. E Rugani? Difficile possa trovare spazio con continuità e non è da escludere una sua cessione nel prossimo mercato estivo. Venticinque anni e la voglia di trovare un club in cui poter essere titolare.

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Nel podcast tematico sulla Serie A questa settimana abbiamo parlato dei nuovi acquisti dell’Inter: Young, Moses ed Eriksen, tutti e tre provenienti da squadre di Premier League, dunque un calciomercato simile a quello fatto dal duo Marotta-Ausilio già in estate. L’Inter di Conte ora ha tre nuove frecce nella propria faretra, ma cosa possono dare i nuovi arrivati ai nerazzurri? Corsa, dinamismo, tecnica ed esperienza sicuramente, ma basteranno per arrivare alla vittoria del tricolore?

 




Griezmann, è lui il compagno perfetto per Lukaku?

Griezmann, è lui il compagno perfetto per Lukaku?

L’Inter si sta muovendo sul mercato; l’obiettivo è quello di regalare a Conte una rosa ancora più competitiva in modo da andare ad accorciare il divario con la Juventus. Tanti i nomi sul tavolo di Marotta e, quello che stuzzica maggiormente la fantasia, è sicuramente Antoine Griezmann; il francese potrebbe rientrare nello scambio con Lautaro Martinez su cui il Barcellona ha messo gli occhi da tempo. Una trattativa non semplice considerando lo stipendio (17 milioni di euro) del giocatore; l’eventuale arrivo del piccolo diavolo, però, potrebbe essere piuttosto funzionale agli schemi di Conte, al gioco di Lukaku e allo stesso Eriksen.

Il modulo

Partiamo dal sistema di gioco adottato da Conte, il 3-5-2. L’arrivo di Griezmann non andrebbe a modificare questo aspetto ma regalerebbe maggiore qualità al tecnico italiano. L’attaccante francese, rispetto a Lautaro (che ama abbassarsi per prendere palla e far salire la squadra), offrirebbe maggiore fantasia al reparto offensivo grazie alla sua capacità di essere letale tra le linee.

Lukaku

Analizziamo ora l’eventuale rapporto con Lukaku, l’attaccante principale della rosa nerazzurra. Griezmann, nel Barcellona, parte dall’esterno per favorire il gioco di Messi. Nell’Inter potrebbe tornare più dentro al campo, come faceva all’Atletico, e sfruttare le sue qualità tra le linee. Uno come Lukaku, con la sua forza fisica e l’abilità nel proteggere palla, permetterebbe a Griezmann di avere maggiore spazio da aggredire rispetto a quanto non abbia con il Barca. L’esperienza internazionale del francese aiuterebbe l’attaccante belga in quelle situazioni in cui serve avere più di un giocatore in grado di risolvere la partita con una semplice giocata. Attenzione, con questo non vogliamo dire che Lautaro non possa farlo ma la giovane età non gli permette di avere quella malizia necessaria in determinati match, specie in ambito internazionale.

Eriksen

Concludiamo con Eriksen, il fantasista arrivato all’Inter nella finestra invernale di mercato. L’ex Tottenham deve ancora inserirsi negli schemi nerazzurri ma uno con la sua fantasia ha bisogno di spazio per potersi muovere ed essere determinante. La presenza di Lautaro lo limita da questo punto di vista mentre Griezmann, che agisce solo ed esclusivamente nei pressi dell’area di rigore avversaria, favorirebbe il talento danese.

Giezmann all’Inter non è semplice come operazione ma sarebbero tanti i punti che fanno pendere la bilancia su una risposta positiva. Serve uno sforzo da parte della società nerazzurra ma, per tornare ai vertici, l’attaccante francese è uno su cui si deve assolutamente puntare.

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Fiorentina, 5 punti da cui ripartire

Vi era un periodo in cui la Fiorentina sembrava poter tornare a stupire a livello italiano ed europeo, culminato con la semifinale di Europa League del 2015 con Vincenzo Montella in panchina (persa complessivamente 5-0 contro un fortissimo Siviglia), dopodiché il buio: piazzamenti in declino (fino a sfiorare una clamorosa quanto inaspettata retrocessione lo scorso anno), cessioni importanti, rose e allenatori deludenti, la tragica scomparsa di Davide Astori, il cambio di società che nell’ultima estate ha visto Rocco Commisso subentrare alla storica gestione dei Della Valle, e ora i vari giocatori e membri dello staff colpiti dal Coronavirus. La Fiorentina sta attualmente vivendo una stagione con più bassi che alti, e i tempi di gloria sono ancora lontani. Dopo aver affrontato lo stesso tema per quanto riguarda il Torino, andiamo a vedere 5 punti da cui ripartire per la squadra viola dopo l’eventuale ripresa del campionato.

1- Il ritorno di Ribéry

Per chi se ne fosse dimenticato, Franck Ribéry aka Scarface è ancora un giocatore della Fiorentina. Il francese era approdato a Firenze al termine dell’ultra-decennale avventura con il Bayern Monaco, accettando la sfida lanciata dalla nuova proprietà viola.  Nonostante i 37 anni da poco compiuti, Ribéry ha stupito tutti, oltre che per la sua tecnica sopraffina che gli ha fatto mettere a segno 2 gol e 2 assist in 11 presenze, per l’estrema grinta agonistica e la voglia con cui ha dimostrato di voler dire ancora la sua. Un esempio perfetto è la prestazione contro la Juventus al Franchi a inizio stagione, nella quale non ha risparmiato sudore anche rincorrendo un certo Cristiano Ronaldo; merita una menzione anche il gran gol a San Siro contro il Milan, in una delle poche serate da incorniciare per la Fiorentina in questa stagione(1-3). Infine,  l’infortunio che lo tiene fuori dallo scorso 30 novembre (Fiorentina-Lecce 0-1). Il rientro, inizialmente previsto per metà marzo, è ora posticipato dall’emergenza sanitaria. Sempre che il campionato ricominci…

2- La sbocciatura (e la guarigione) di Vlahovic

L’attaccante croato classe 2000, dopo qualche sporadica apparizione nella passata stagione, è ora in pianta stabile in prima squadra; prima con Montella, poi con Iachini, sotto la cui gestione ha soffiato il posto da titolare a Patrick Cutrone, neo-acquisto viola che sta fino ad ora deludendo le aspettative dopo il ritorno dalla Premier League. Vlahovic ha ripagato la fiducia con 8 reti e 2 assist in 26 presenze tra campionato e Coppa Italia: non certo un bottino che faccia gridare al miracolo, ma si tratta pur sempre di un ragazzo che ha appena compiuto 20 anni ed è alla sua prima vera stagione da professionista, in una squadra tra l’altro in difficoltà. Alto, dotato di un sinistro letale sia a effetto che di potenza (chiedere a Cagliari e Inter per ulteriori delucidazioni), Vlahovic ha tutto ciò che serve per sfondare, carattere permettendo. Lo scorso 14 marzo è uscita la notizia della sua positività al Covid-19, dal quale è recentemente guarito. Che lo malattia lo abbia forgiato caratterialmente?

3-La scoperta Castrovilli

Eravamo dubbiosi sul menzionare o meno Gaetano Castrovilli, poteva sembrare scontato essendo le sue qualità sotto gli occhi di tutti. Metterlo in questa lista era tuttavia inevitabile, è senza dubbio lui la nota positiva per eccellenza della Fiorentina in questa stagione, con 3 gol e 2 assist in 26 presenze. Dopo essersi distinto tra il 2017 e il 2019 alla Cremonese, il centrocampista classe ’97 si è dimostrato pronto per il grande salto nella massima serie, attirando anche le attenzioni di pretendenti illustri come Juventus e Inter. In Serie B Castrovilli ha avuto modo di acquisire esperienza nonostante la giovane età, collezionando 55 presenze, 6 gol e 8 assist in due stagioni. Senza nulla togliere a  Montella, che sin da inizio stagione ha scommesso su di lui schierandolo sempre titolare.

4-Il Kouamé che verrà

Che sia nella prossima stagione o dopo la ripresa del campionato, Christian Kouamé vestirà la maglia viola. Un colpo passato inosservato a causa della rottura del legamento crociato che dallo scorso ottobre tiene fuori il centravanti ivoriano classe ’97, che al Genoa ha dimostrato in soli due mesi di essere già ben altra cosa rispetto al giocatore della scorsa stagione (5 reti e 4 assist), promettente ma ancora tecnicamente acerbo. Nelle sole 11 partite disputate all’inizio della stagione, Kouamé ha messo a segno 5 reti e 3 assist. Deve sicuramente migliorare la coordinazione, ma è dotato di un ottimo stacco di testa e ha migliorato il tiro. Dovrebbe essere disponibile per un’eventuale ripresa della Serie A a giugno. La Fiorentina lo aspetta, avendo anche battuto la concorrenza di alcuni club inglesi per accaparrarselo alla cifra di soli 11 milioni di euro. Curiosità: ha segnato proprio contro la Viola alla 2a giornata di questo campionato.

5-Lirola può tornare utile?

Chiudiamo questa lista  con un’incognita. Pol Lirola l’anno scorso si è dimostrato uno dei migliori terzini della Serie A con il Sassuolo (38 presenze, 2 gol e 7 assist). In questa stagione è stato utilizzato come esterno nel 3-5-2 e ha dimostrato inizialmente qualche problema di adattamento, non riuscendo ad essere incisivo nella partecipazione ai gol come in maglia neroverde. Tuttavia ha mostrato segnali di risveglio nelle ultime apparizioni, segnando un gol decisivo per la qualificazione della Fiorentina ai quarti di finale di Coppa Italia nella sfida casalinga contro l’Atalanta e mettendo a frutto 2 assist contro Napoli e Sampdoria in campionato. Complessivamente ha totalizzato 27 presenze in questa stagione. Che sia l’uomo in più per la Fiorentina del futuro?

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Nel podcast tematico sulla Serie A questa settimana abbiamo parlato dei nuovi acquisti dell’Inter: Young, Moses ed Eriksen, tutti e tre provenienti da squadre di Premier League, dunque un calciomercato simile a quello fatto dal duo Marotta-Ausilio già in estate. L’Inter di Conte ora ha tre nuove frecce nella propria faretra, ma cosa possono dare i nuovi arrivati ai nerazzurri? Corsa, dinamismo, tecnica ed esperienza sicuramente, ma basteranno per arrivare alla vittoria del tricolore?