La FIFA modifica il piano delle competizioni internazionali

La FIFA modifica il piano delle competizioni internazionali

L’emergenza Coronavirus ha sconvolto il mondo e con esso anche lo sport ed ogni tipo di competizione. Olimpiadi, Europei di calcio, qualificazioni all’olimpiade di pallacanestro, campionati nazionali di pallavolo, rugby, master di tennis è tutto fermo ed in attesa che la situazioni migliori. La FIFA, tramite il presidente Infantino, ha comunicato alla Gazzetta dello Sport alcune possibili modifiche: il Mondiale per Club si dovrebbe disputare una volta ogni 4 anni, iniziando dal 2021, nella seconda metà di luglio con la partecipazione di 24 squadre, 8 europee, cioè le 4 vincitrici dell’Europa League e della Champions League; la Nation League dovrebbe rimanere uguale, ma spostando le partite programmate per giugno in altre finestre invernali. Poi sono anche stati individuati 5 punti per riformare il calcio mondiale: campionati a 18 squadre; limitare le competizioni internazionali, come la Champions, a non più di 17 partite; ridurre le gare di play-off tra nazionali; non aumentare i partecipanti agli europei; evitare di creare nuove competizioni che aumenterebbero il numero di partite. L’idea di fondo è quella di ridurre la quantità di match, ma assicurare un livello di competizione più alto, idea che va di pari passo con l’emergenza virale, che impone di ridurre gli spostamenti.

 

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Nel podcast tematico sulla Serie A questa settimana abbiamo parlato dei nuovi acquisti dell’Inter: Young, Moses ed Eriksen, tutti e tre provenienti da squadre di Premier League, dunque un calciomercato simile a quello fatto dal duo Marotta-Ausilio già in estate. L’Inter di Conte ora ha tre nuove frecce nella propria faretra, ma cosa possono dare i nuovi arrivati ai nerazzurri? Corsa, dinamismo, tecnica ed esperienza sicuramente, ma basteranno per arrivare alla vittoria del tricolore?




Coronavirus, Infantino: “prima la salute, poi la rivoluzione”

Coronavirus, Infantino: “prima la salute, poi la rivoluzione”

Il numero uno della FIFA, Gianni Infantino, ha rilasciato un’intervista alla Gazzetta dello Sport, che può essere riassunta nello slogan: “prima la salute, poi la rivoluzione”. Andando nel dettaglio, il presidente, ha consigliato ai dirigenti di prepararsi al peggio; c’è il concreto rischio che la stagione calcistica si fermi, tale stop dovrà essere gestito senza panico e con la consapevolezza che appena si potrà si tornerà a giocare.

“Prima la salute. Poi tutto il resto. E il resto, per i dirigenti, significa sperare il meglio ma anche prepararsi al peggio. Senza panico, diciamolo chiaramente: si giocherà quando si potrà senza mettere a rischio la salute di nessuno. Federazioni e leghe siano pronte a seguire le raccomandazioni di governi e Oms. Io ringrazio dottori, infermieri e tutti quelli che rischiano la loro vita per salvarne altre. Loro sono eroi.”

Infantino poi spiega anche le riforme che potrebbero essere istituite in questa situazione d’emergenza: meno partite, ma più combattute; un passo indietro generale per assicurare la salute e un sacrificio economico che verterà su tutti i rappresentanti del mondo calcistico:

“Si rischia. Serve una valutazione dell’impatto economico globale. Ora è difficile, non sappiamo quando si torna alla normalità. Ma guardiamo alle opportunità. Possiamo forse riformare il calcio mondiale facendo un passo indietro. Con formati diversi. Meno tornei, ma più interessanti. Forse meno squadre, ma più equilibrate. Meno partite per proteggere la salute dei calciatori, ma più combattute. Non è fantascienza, parliamone. Quantifichiamo i danni, vediamo come coprirli, facciamo sacrifici – sarà avvantaggiato chi ha gestito la propria “azienda” in modo sano – e ripartiamo. Non da zero.”

Chiude con una frecciatina a chi si ostina a parlare di SuperLega:

“Mi viene da ridere. E cos’altro? Da quel che vedo, ci pensano già altri a progettare e organizzare tornei in giro per il mondo, al di fuori dalle strutture istituzionali, e senza rispetto per il modo in cui è organizzato il calcio nazionale, continentale e mondiale. In fu- turo dobbiamo avere almeno 50 nazionali che possano vin- cere i Mondiali, non solo 8 europee e 2 sudamericane. E 50 club che possano vincere i Mondiali per club, non solo 5 o 6 europei. E una ventina di questi 50 saranno europei, il che mi sembra già meglio dei 5 o 6 odierni.Ma non è il momento di parlarne ora.”

 

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Roma, Zappacosta verso la permanenza

Roma, Zappacosta verso la permanenza

Come riportato dal Corriere dell Sera, se si stesse giocando regolarmente, la Roma potrebbe contare su Zappacosta. L’esterno ex Chelsea ha vissuto una stagione sfortunatissima, condizionata da infortuni gravi, proprio nell’anno in cui si sarebbe dovuto giocare una convocazione ad Euro2020. Sappiamo tutti che l’emergenza Coronavirus ha causato lo slittamento degli europei al 2021, e sta creando numerose complicazioni a tutte le Federazioni. Tra le gatte da pelare c’è quella dei contratti e prestiti in scadenza il 30 giugno, come nel caso di Zappacosta. E’ notizia delle ultime settimane che Chelsea e Roma si siano incontrate per prolungare il prestito dell’esterno di Sora per un’altra stagione, in modo tale da assicurare al ragazzo di giocare con continuità; i giallorossi, inoltre, ritroverebbero una pedina importante in una posizione che ha detestato preoccupazione per tutto l’arco dell’ultima stagione, a causa di prove non convincenti e di continui forfait.

 

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Top 10 film sul calcio

Tradurre il calcio su pellicola non è mai stata cosa semplice, eppure ci sono dei film che sono riusciti nell’arduo compito in maniera più o meno fedele alla realtà. Molti di questi hanno posto l’accento più sul mondo che gravita intorno al pallone. Storie di calciatori, storie di chi ha inseguito il sogno e l’ha raggiunto, di chi non ha retto l’urto della popolarità, della celebrità, delle grandi ricchezze economiche che ne sopraggiungono. Storie di chi ha davvero sprecato il proprio talento o semplicemente storie di tifosi, di chi, con anima e corpo, seguirebbe la propria squadra fino in capo al mondo. Storie di gente comune con una passione viscerale, ai limiti del fanatismo. Parodie, si, anche parodie del mondo del calcio che sono diventate famose, le cui citazioni sono ancora utilizzate oggi dopo tantissimi anni dall’uscita in sala. Molti di questi film sono diventati delle vere e proprie pietre miliari e, per gli appassionati di calcio e non solo, rappresentano un aggancio con quella realtà spesso immaginata, sognata, per alcuni anche vissuta che ci accomuna un po’ tutti. Difficile riuscire ad elencarne solamente 10, anche perché negli ultimi anni la lista si è allargata e ne sono entrati alcuni a pieno titolo.

Ecco a voi la Top 10 dei film sul calcio meglio riusciti. Buona lettura e buona visione!

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Il campione

Il Campione è un film uscito nelle sale nel 2019, opera prima di Leonardo D’Agostini, vincitore del Nastro D’argento 2019 come Miglior regista esordiente. La trama del film è incentrata sull’ascesa di Christian Ferro, una giovane promessa della Roma, interpretato dal bravissimo Andrea Carpenzano che non riesce a dare continuità al proprio talento per via di un comportamento spesso sregolato. Viene quindi deciso dalla dirigenza della squadra giallorossa di affiancargli Valerio Fioretti, un professore di italiano e storia, che ha il volto di una garanzia del cinema italiano come Stefano Accorsi, cui viene affidato il compito di seguirlo, con non poche difficoltà, e aiutarlo nello studio per conseguire il diploma. Attorno alla figura di Christian Ferro gravitano parecchie persone, molte delle quali vicini solo per la sua fama, dei veri avvoltoi. Fortunatamente per lui alcuni incontri, in particolare modo quello con il prof e con Alessia (Ludovica Martino), una studentessa di medicina, saranno fondamentali per fargli capire quelli che sono i punti chiave su cui puntare, con umiltà e abnegazione. Il film è molto ben riuscito, ben recitato, scorrevole e divertente al tempo stesso, leggero ma con un profonda morale di fondo. Senza dubbio uno degli ultimi film sul calcio meglio girati degli ultimi anni.

Fuga per la vittoria.

Un cast stellare, davvero stellare per un film che mischia storia e sport e che tra i protagonisti ha tra gli altri un calciatore, uno che la storia di questo sport l’ha fatta veramente: Edson Arantes do Nascimento, meglio noto come Pelè. Uscito nelle sale ormai quasi 40 anni fa, nel 1981, racconta la storia di una partita tra prigionieri di varie nazionalità, nella Francia degli anni ’40 e i nazisti dove la sfida sarà un’occasione unica di fuga per i prigionieri. Celebre nel film la sequenza della rovesciata di Pelè, non il solo giocatore nella pellicola considerando anche la presenza di Bobby Moore, Osvaldo Ardiles, Paul van Himst e Kazimierz Deyna oltre a mostri sacri come Michael Caine, Max Von Sydow e Sylvester Stallone. Tutto filmato sotto la regia di John Huston, uno dei maestri del cinema hollywoodiano. Semplicemente un filone, da vedere obbligatoriamente.

Shaolin Soccer

Un film tra i più divertenti mai girati sul calcio, che mixa con genialità realtà e colpi alla Holly e Benji, con un pizzico di Bruce Lee, uscito nelle sale nel 2001. Una storia simpaticissima ambientata ad Hong Kong, dove una strampalata squadra dovrà affrontarne una molto forte. Fu distribuito in Italia con il doppiaggio di calciatori che all’epoca dell’uscita del film giocavano in Serie A, nella Roma e nella Lazio. Basti pensare che il protagonista ha la voce di Damiano Tommasi e altri personaggi quella di Angelo Peruzzi, Marco Delvecchio, Sinisa Mihjlovic e Vincent Candela. La resa dei gesti atletici é ben riuscita e vale la pena ripescarlo per chi non lo avesse mai visto. La leggenda narra che la versione originale sia ancora più divertente di quella doppiata in italiano.

Febbre a 90°

Un vero e proprio cult per gli appassionati di calcio. Tratto dal libro omonimo dello scrittore Nick Hornby, con un giovane Colin Firth protagonista della pellicola. Il film, uscito nel 1997, si ambienta a Londra alla fine degli anni ’80 e ci racconta la storia di Paul Ashworth, insegnante di lettere alle superiori e soprattutto grandissimo tifoso dell’Arsenal, una passione nata da piccolo. Il film ci fa ripercorrere tutte le fasi di un vero tifoso, dalle delusioni fino alle gioie delle vittorie, obbligatoriamente sofferte fino e oltre il 90°. Tutto è principalmente incentrato sulla stagione ’88/89 della First Division, poi diventata Premier League, quando i Gunners ancora giocavano nel leggendario Highbury e sognavano con i gol di Alan Smith.

Il maledetto United

Film che ripercorre la vita di un allenatore forse oggi poco ricordato ma conosciutissimo nella storia del calcio inglese: Brian Clough. Anche in questo caso è l’adattamento di un libro, un racconto di successo di David Peace uscito nel 2006 diretto da Tom Hooper. La pellicola, uscita tre anni più tardi, è incentrata sui 44 giorni nel lontano 1974 in cui l’allenatore Clough, che aveva già dimostrato le proprie abilità con il Derby County e soprattutto le mostrerà dopo in Europa con il Nottingham Forest che allenò per 18 anni, guidò il glorioso Leeds United. 44 giorni in cui cercò di imporre un codice comportamentale ottenendo però risposta negative dalla sua squadra, tra litigi, incomprensioni e la definitiva resa. Mister Brian Clough ha il volto del bravo attore gallese Michael Sheen.

Goal!

Santiago Muñez, conoscete questo giocatore? No, non è vero giocatore ma le sue avventure hanno appassionato gli amanti del calcio (e del cinema) come fosse realmente esistito. Santi, è un bambino messicano che scappa illegalmente con la sua famiglia dal Messico agli Stati Uniti, precisamente a Los Angeles. Ha un grande talento e gioca, illuminando, nella squadra locale. Fortuna vuole che sia notato e selezionato da un osservatore del Newcastle. Da qui il viaggio in Inghilterra e il confronto con la dura realtà: la difficoltà ad adattarsi al calcio inglese. Alla fine, come spesso accade nei film, riesce a far esplodere tutto il suo grande talento. Questo è il primo film di una trilogia che comprende anche Goal 2, dove il talento messicano vestirà addirittura la maglia del Real Madrid e dove vedremo giocatori veri come Zinédine Zidane, Raul, Ronaldo e David Beckham. Goal 3, stranamente mai distribuito in Italia, è ambientato durante i Mondiali del 2006, vinti come forse ricorderete dalla nostra Nazionale!

Il mio amico Eric

Il mio amico Eric è un bellissimo film uscito nel 2009 e diretto dal grande regista Ken Loach e tratto da un’idea di Eric Cantona, ex stella del Manchester United e sempre più spesso negli ultimi anni, attore. Come tutti i film di Ken Loach, il protagonista è un un uomo della classe operaia, Eric, un postino di 50 anni tifosissimo dello United che vive a Manchester. In gioventù, avventatamente ha lasciato la moglie e la figlia appena nata ma dopo tanti anni la figlia torna e gli chiede di badare a sua nipote perché lei deve laurearsi. A questo punto il protagonista, in preda al panico fuma un pò d’erba e vedrà apparire davanti a lui Eric Cantona, che comincerà ad aiutarlo con la sua filosofia di vita. Per chi ha Prime Video lo può trovare lì in streaming.

Il presidente del Borgorosso Football Club

L’immenso Alberto Sordi, del quale quest’anno ricorrono i cento anni dalla nascita, è il protagonista di questa pellicola, “Il presidente del Borgorosso Football Club” dove interpreta Benito Fornaciari, rampollo di una benestante famiglia di industriali. A seguito della morte del padre erediterà oltre ad una notevole somma in denaro anche la presidenza della squadra di famiglia, il Borgorosso. Il giovane Fornaciari non ha alcuna dimestichezza con il mondo del calcio, dimostrandolo con decisioni avventate. Dopo l’esonero dell’allenatore del quale prende il ruolo, oltre a quello di presidente che già riveste nonostante l’inadeguatezza, e i conseguenti risultati negativi fa uscire il coniglio dal cilindro comprando la stella Omar Sivori, il grande oriundo di Juventus e Napoli, che partecipò di persona al film.

Best

Best è il film autobiografico sulla figura iconica di George Best, il miglior calciatore europeo degli anni Sessanta e Settanta e Pallone d’oro 1968. Best, interpretato dall’attore britannico John Lynch, è stato il classico esempio di genio e sregolatezza, regalando perle di assoluta qualità in campo e vivendo fuori dal rettangolo di gioco in maniera completamente poco inquadrata. Il film è uscito nelle sale nel 1999, per la regia di Mary McGuckian e ci regala in maniera fedele un ritratto del talento del Manchester United, icona pop del suo tempo, non a caso definito il quinto Beatle. Come non ricordare questa frase che meglio di tutte descrive Best: “Ho speso molti soldi per alcool, donne e belle macchine. Il resto l’ho sperperato.

Sognando Beckham

Il film, leggero e divertente uscito nel 2002 e diretto dalla regista Gurinder Chadha. La pellicola racconta la passione calcistica di Jess, una giovane ragazza inglese che, vedendosi ostacolata dalla sua di famiglia indiana, è costretta a coltivare la sua passione segretamente. Varie peripezie la porteranno a legare con una giovane Keira Knightley, tra le attrici protagoniste, con la quale inizialmente competerà sia in campo che in amore per la contesa dell’allenatore della loro squadra, interpretato da Jonathan Rhys Meyers. Il film è stato un vero è proprio successo incassando 76 milioni di sterline a fronte di 6 di produzione.




Gigantomachia, primo viaggio nella Metafisica del calcio

Metafisica del calcio. In questa rubrica assoceremo ogni settimana tre opere-simbolo della filosofia occidentale a tre personalità calcistiche, giocando a rappresentare ciascun protagonista come incarnazione e compimento di un pensiero filosofico. Abbiamo dedicato il primo capitolo a tre calciatori che hanno sfidato i propri limiti terreni per conquistare un posto d’onore sull’Olimpo del calcio, rileggendoli brevemente attraverso le opere di tre grandi pensatori moderni. In ciascuno, tre modi diversi di intendere il calcio e la vita. Gigantomachia, primo viaggio nella Metafisica del calcio.

 

Kant pensa Javier Zanetti

Feurbach pensa Zlatan Ibrahimovic

Hegel pensa Francesco Totti

 

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 – Javier Adelmar Zanetti- Critica della ragion pratica, Immanuel Kant

Metafisica del calcio

Javier Adelmar Zanetti

 

“Opera in modo che la massima della tua volontà possa sempre valere in ogni tempo come principio di una legislazione universale” (Critica della ragion pratica , Immanuel Kant). Sempre così uguale a se stesso, su questa massima Zanetti ha poco a poco costruito la propria leggenda da capitano dell’Inter e dell’Argentina . Esempio naturale di fedeltà e consacrazione a una causa, la sua carriera infinita è stata contraddistinta soprattutto da una continuità incurante di qualsiasi fattore esterno. Le sole due espulsioni collezionate in carriera, il record di 162 partite giocate consecutivamente e gli allenamenti in solitaria il giorno del matrimonio fanno della bandiera nerazzurra un perfetto kantiano applicato al mondo del calcio. El hombre vertical Rigoroso e inscalfibile come la sua pettinatura, potente e penetrante come le sue cavalcate .

“la mia è la storia di un uomo che ha dato tutto”, glissa nelle interviste post ritiro…La fede incrollabile nel suo lavoro lo ha ripagato quando nessuno ci credeva più, col celebre triplete del 2010. Un trionfo che lo ha visto gioire intimamente, all’ombra dei riflettori e degli stoccatori Sneijder e Milito, per tornare di nuovo al lavoro a portare sulle spalle una squadra in declino per altri 4 lunghi anni, sopportando panchine e tracolli sportivi fino al 10 maggio 2014, giorno di un congedo composto e senza rimpianti di un uomo che ha vissuto un sogno giorno per giorno senza mai tradire la “legge morale dentro di se”. Un uomo e un calciatore gigantesco ed essenziale, kantianamente consacrato al suo lavoro di Capitano. Javier Adelmar Zanetti.

–  Zlatan Ibrahimovic-“l’essenza del cristianesimo” , Ludwig Feuerbach

Metafisica del calcio

“Non posso che compiacermi di quanto sono perfetto”. Zlatan Ibrahimovic.

 

Cosa c’è di più metafisico di un dio che non pensa nulla di inferiore a se stesso ? Cosa c’è di più metafisico, nel nostro universo calcistico, di Zlatan Ibrahimovic? In una cultura sportiva dominata dall’etica protestante del lavoro e dell’umiltà la figura dello svedese spicca per la disinvoltura con cui non esita ad affermarsi causa prima dei successi propri e dei suoi compagni, non tenendo mai da conto fattori che non siano strettamente legati alla sua volontà . Il suo pellegrinaggio vincente , oltre a soddisfare le sue esigenze economiche, gli ha consentito in carriera di dar prova coi fatti di un’ onnipotenza che sente addosso sin dai primi calci nel parco di Rosengard, nella periferia di Malmoe. Suo padre, racconta Zlatan: “Era dotato di un orgoglio smisurato che lo metteva bene in guardia dal chiedere aiuto a qualcuno” E anche lui, partendo dalle sue origini, ha sviluppato un modo tutto suo di sentirsi solo: una sensazione di rotondità e interezza su cui ha fondato il proprio modo di essere e di giocare a calcio, con un alto tasso di autoironia mai banale in un calciatore.

“Non è stato dio a creare l’uomo bensì l’uomo a creare dio”,

scriveva Feuerbach in polemica con la filosofia del suo tempo, accusata di essere una trasposizione laica della teologia. Un rovesciamento che si presta bene a sunto della carriera di Zlatan: “Non è mai stato il contesto a determinare Ibrahimovic ma sempre Ibrahimovic a determinare il contesto” qualunque esso fosse. Una consapevolezza profonda che farebbe scivolare la maggior parte degli uomini in un eccesso di alterigia controproducente e che invece Ibra ha plasmato a suo vantaggio tappa dopo tappa, accentrando su di sé un carico di responsabilità e aspettative non da poco.

Se il suo carattere non lo ha portato alla deriva di un narcisismo compulsivo lo deve paradossalmente alla comprensione dei suoi limiti e a una visione globale del calcio che fa di lui un attaccante tutt’altro che egocentrico nel suo modo di intendere il ruolo: nel corso del tempo il suo gioco è diventato sempre più essenziale e buona parte del merito spetta al suo primo allenatore italiano: Fabio capello. Il quale parlando di lui ha tracciato un profilo abbastanza sorprendente rispetto al l’immaginario comune:

“Quando arrivò alla Juventus non sapeva calciare, però sapeva ascoltare e questa è una cosa fondamentale”.

Alla luce di chi lo conosce, più che di onnipotenza Zlatan ci fa mostra di una continua attestazione di unicità e indipendenza, la stessa che Feuerbach esige da parte dell’uomo rispetto a dio: un rapporto che rovesciandosi libera le sue energie più creative e lo rende per la prima volta autentico padrone di sé.

Alla domanda di un giornalista su quale fosse il suo idolo Ibra ha risposto: “Muhammad Alì”, perché “era perfetto nel suo saper fare quello che prometteva e nessuno ha mai potuto dire che Alì era uno che parlava e basta. Un giorno vorrei si potesse dire la stessa cosa di Zlatan Ibrahimovic e per questo prometto quello che posso:cioè di giocare sempre il mio calcio.”

In un epoca di spaesamento per un dio che è morto ed un uomo che non è ancora all’altezza della sua sostituzione , il gigante di Malmoe è la perfetta realizzazione del calciatore che accoglie fieramente lo spirito di un dio su di sé, e nel farlo pone a sé stesso un destino e dei compiti grandi. In controtendenza a un panorama contemporaneo in cui assistiamo spesso a all’incapacità generazionale dei nuovi calciatori di imprimere un marchio di personalità ad un calcio sempre più modellato su”un etica protestante del lavoro e della fatica” dove il risultato è l’unica cifra universalmente valida senza la quale ogni affermazione e atteggiamento sopra le righe paga lo scotto della gogna mediatica, onnipervasiva quasi quanto un dio; la stessa che non perde mai occasione di rinfacciare a Ibrahimovic la mancata vittoria di una Champions league con l’allusione di essere un giocatore che accentra troppo la squadra sul proprio gioco . Quel che è certo, finché Zlatan non deciderà di smettere , è che bisogna guardarsi bene dal dare un dio per Finito! E con un contratto coi Galaxy in scadenza a dicembre e un possibile rientro in Italia… mai dire mai.

– Francesco Totti- Fenomenologia dello spirito, Georg Wilhelm Friedrich Hegel

Metafisica del calcio

 

Tesi: “Nun te preoccupà, mo je faccio er cucchiaio!”

Antitesi (Paolo Maldini): “Ma che sei pazzo? siamo a una semifinale degli Europei!”

Tesi: “Gol, l’Italia va in finale”

29 Giugno 2000, Europei Belgio-Olanda

Se Hegel vivesse oggi e scegliesse di interpretare lo spirito del proprio tempo attraverso il calcio , dedicherebbe a Francesco Totti almeno un capitolo della sua Fenomenologia dello Spirito!  Il che suona francamente ridicolo… La romana visceralita’ di Totti iscritta all’interno di un sistema filosofico sistematico come quello hegeliano stona abbastanza . Ma forse non è assurdo credere che se si fosse recato allo stadio il pomeriggio del 28 Maggio 2017, il professore di Tubinga vi avrebbe scorto qualcosa di straordinario, qualcosa che forse, più dell’eroe greco o di Napoleone ,gli avrebbe spalancato le porte alla comprensione di quell’assoluto che in Hegel non consisteva tanto in una realtà statica e immanente, come un Dio che presiede sul mondo sensibile, quanto in un momento di profonda conciliazione in cui la vita si manifesta in tutta la sua interezza .

“Pensare solo a sé è la stessa cosa che non pensarci affatto, perché il fiore assoluto dell’individuo non è dentro di lui ma nell umanità intera”. W. G. Hegel.

Metafisica del calcio

Per 24 anni di carriera Roma è stato Tutto il mondo di Totti e Totti il figlio prediletto di una piazza che in lui ha riposto sogni e valori, considerandolo un totem nonchè il giocatore più talentuoso della propria storia. In questa totalità vi si sono riconosciuti entrambi, rendendosi imprescindibili l’uno con l’altro : Totti per Roma è stato come un re bambino, a cui tutto concedere in cambio di magie e fedeltà incondizionata;la Roma per Totti una culla e una missione: strappare all’anonimato una squadra e una piazza assettata di vittorie ma soprattutto di miti, in una fase storica in cui la Roma dopo l’addio di Giannini , rischiava di soffrire l’assenza di una bandiera. In questo destino comune si sancisce quello che per Hegel è un po’ il senso dello spirito assoluto: il reciproco riconoscersi e appartenersi di un individuo e il suo mondo di riferimento , che nel caso di Totti e la Roma è da subito una compenetrazione totale, primordiale e a volte esasperata: l’orgoglio di Totti per la sua romanità e il suo romanismo (soprattutto quando feriti, come in occasione dell’espulsione su Balotelli) è ancora quello di un bambino nei confronti della mamma dalla quale non vuole e non può emanciparsi, così come per la tifoseria giallorossa mettere in discussione Totti è il più grave sacrilegio che un uomo possa commettere(chiedere a Spalletti). La dimensione di questo rapporto è stata sottovalutata da Pallotta  che ha sempre dato l’impressione di considerare Totti più come testimonial di una causa piuttosto che sacerdote di un tempio,quel tempio che era lo stadio olimpico nel pomeriggio di quel 28 Maggio, quando ogni presente dimenticava se stesso e lo ritrovava negli occhi lucidi del vicino o nell’abbraccio con un estraneo, ognuno parte di un popolo unito come mai ad accompagnare verso l’ignoto il proprio simbolo quasi fosse un fratello di sangue, ormai rassegnato ad uscire per sempre dal suo elemento, quello che per Totti è stato sempre e sempre sarà solo un campo di calcio. Se questa empatia ha avuto un impatto tale da bucare gli schermi televisivi e rendere emotivamente partecipe anche chi quel giorno non era allo stadio o non era nemmeno un tifoso della Roma, è perché tutti, chi più chi meno, ci siamo ritrovati come sospesi su una faglia che separa il tempo dall’eternità : da una parte il pupone, dall’altra il mito ; se il primo ha svegliato il bambino che è in noi, incredulo che il tempo debba in qualche modo scorrere, il secondo ci ha ricordato che il calcio ha ancora il potere di regalare momenti di comunione profonda, dove i cuori di migliaia di sconosciuti possono sincronizzarsi al di fuori di qualsiasi senso pratico e individualistico, in una dimensione di gratuità sempre più difficile da reperire in altre sfere del vivere sociale . D’altro canto c’è anche il lato tragico di Totti che ha vissuto in maniera così totale la sua passione da trovarsi sicuramente un po’ smarrito una volta che la vita lo ha costretto ad aprirsi a nuove strade. Con la coscienza infelice di chi viene separato dal (suo) Tutto.

 

“ho visto lo spirito del mondo in maglietta e pantaloncini sormontare un campo di calcio”. (Georg Wilehlm Hegel, 28 Maggio 2017)

Articolo e Rubrica a cura di Giovanni Biassoni.




Metafisica del calcio presenta: Calcio eretico

Il secondo capitolo di Metafisica del calcio è dedicato a tre allenatori che hanno infranto i dogmi calcistici e valoriali del proprio tempo per portare nuove proposte di gioco e di mentalità che hanno contribuito a rivoluzionare l’interpretazione di questo sport. Tre personalità e tre destini diversi: un sergente di ferro; un visionario ossessivo; un maestro di calcio e di cultura sportiva: stiamo parlando di Ernst Happel, Arrigo Sacchi e Zdenek Zeman, raccontati con lo sguardo di tre filosofi che hanno scardinato con il proprio pensiero la cultura egemone della loro epoca. Metafisica del calcio presenta: Calcio eretico.

Niccolò Machiavelli pensa Ernst Happel

Platone pensa Arrigo Sacchi

Giordano Bruno pensa Zdenek Zeman

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 – Ernst Happel e “Il Principe” di Machiavelli

 

“E’ meglio essere temuto che amato. Respondesi, che si vorrebbe essere l’uno e l’altro; ma, perchè elli è difficile accozzarli insieme, è molto più sicuro essere temuto che amato, quando si abbia a mancare all’uno de’ dua.”

Scrive Machiavelli nel capitolo 17 de “Il Principe” fondando i presupposti di un buon governo, duraturo e assennato, sull’equilibrio tra forza e intelligenza. Due qualità che uno dei maggiori pionieri del “calcio totale” ha incarnato in sè ed impresso indelebilmente nei club dove ha militato da giocatore prima, e da allenatore poi.

“Correre, correre, correre e disciplina.” Soprannominato “Il tiranno”, Ernst Happel,conduce un’ottima carriera (1942-59) nel ruolo di difensore centrale, posizione che non lo limita a stroncare gli attacchi avversari ma lo vede responsabile del compito di primo regista con una straordinaria propensione al gol (celebre la tripletta messa a segno contro il Real Madrid di Alfredo di Stefano).

Nel 1965, dopo aver svolto il ruolo di direttore sportivo nel Rapid Vienna, con grossa incidenza sulle questioni tattiche, inizia la sua carriera da allenatore nell’ADO Den Haag, club olandese con cui conquista subito una coppa di Olanda contro l’Ajax di Rinus Michels e Johann Cruijff. L’anno successivo è il Feyenoord a scommettere su di lui inaugurando alla sua guida quello che per molti è un primo germoglio di calcio totale: “uno stile di gioco per cui ogni calciatore che si sposta dalla propria posizione è prontamente sostituito da un compagno, permettendo così alla squadra di mantenere invariata la propria disposizione tattica”. Al suo primo anno vince una clamorosa Coppa dei Campioni ai danni del Celtic (eliminando tra gli altri il Milan di Gianni Rivera), e inizia a marchiare con il suo genio il calcio olandese che a partire da quegli anni si apre alla strada spianata dal suo credo tattico, fatto di pressing alto e difesa a zona. Vincerà in seguito una seconda coppa dei campioni con l’Amburgo (1983), a discapito della Juve di Trapattoni, diventando così uno dei cinque allenatori della storia ad aver vinto la più prestigiosa competizione Europea sulla panchina di due squadre diverse grazie ad una carriera all’insegna dell’erranza e della continua ricerca di nuove sfide.

Perfezionista maniacale, Ernst Happel racchiude in sé la figura dell’innovatore tattico e del sergente di ferro, della volpe e del leone, metafore di astuzia e potenza: requisiti che per Machiavelli un condottiero esperto deve
essere in grado di miscelare senza appiattirsi su uno di essi. Le sue squadre erano in grado di applicare i principi di un calcio fluido e spettacolare ma allo stesso tempo scendevano in campo ogni partita con il coltello tra i denti riuscendo a calarsi in ogni tipo di situazione di gioco. Oltre a essere un grande teorico, Happel era infatti soprattutto uno stratega: preparava ogni partita abbinando ai suoi fondamenti una variante tattica appositamente studiata come contromisura ai piani avversari. Esattamente come l’ordinatore teorizzato da Machiavelli egli teneva conto di tutte le circostanze presentate dal contesto, applicando un calcio che metteva in campo cinismo e raffinatezza; un calcio privo di fronzoli fatto di pressing alto e verticalizzazioni immediate, simili per certi versi alle folate di contropiede all’italiana con la differenza che il recupero-palla avveniva almeno trenta metri più avanti. Questa fusione di stili rese le sue squadre indecifrabili per la maggior parte dei suoi avversari e costituì una lunga carriera di successi, raggiunti quasi sempre con lo sfavore del pronostico: 2 coppe dei campioni, 8 campionati nazionali nazionali in 4 paesi diversi su tutti.

“I miei quattro comandamenti sono sempre gli stessi: correre, correre, correre e disciplina”. Chiosava l’allora allenatore più vincente d’Europa (17 trofei in squadre di club!) nella sua ultima conferenza stampa di presentazione (1992), alla guida della Nazionale Austriaca. Un modo di autodefinire il proprio lavoro molto riduttivo, indice di un uomo che non teneva in grande considerazione il compiacimento dell’opinione pubblica in un mondo come quello del calcio in cui, come in politica, essere e apparenza difficilmente coincidono. E così rispetto a molti allenatori di successo più eccentrici e auto-celebrativi Happel fu un personaggio che sfruttò poco l’auto-rappresentazione (o l’accentramento dell’attenzione mediatica su di sé), preferendo sempre lasciar parlare i fatti e i suoi tratti arcigni da generale; lavorando nell’ombra, proprio come il principe agognato da Machiavelli. Un uomo severo e geniale che riuscì a conciliare la straordinaria creatività della sua mente con la durezza del suo carattere mantenendo la propria leadership vincente per oltre un ventennio e contribuendo a cambiare per sempre il nostro modo di pensare il calcio.

 

– Arrigo Sacchi ne “ La Repubblica” di Platone

 

“Vedi la fortuna di quel Milan è stata quella che anche i giocatori di maggiori attitudini si muovevano con la squadra, per la squadra, a tutto campo, tutto il tempo; coerenti con l’Idea che avevamo: io il regista-sceneggiatore, loro gli interpreti… Io cercavo innanzitutto di convincerli ma l’autorità si può ottenere in due modi: per persuasione o per percussione. Se tu non fai quello che la squadra ti chiede, io ti lascio giù.”

Con queste parole l’allenatore emiliano ha spiegato il suo modo di intendere il calcio in una recente intervista. Sacchi considera il gioco  alla stregua di una sinfonia musicale in cui ogni giocatore ha il compito di muoversi in relazione con gli altri cercando di limitare al massimo ogni forma di estemporaneità e di individualismo.

In questo quadro vincere risulta essere non tanto il fine ultimo quanto il significante e l’inevitabile conseguenza di un’esecuzione impeccabile di tale spartito.

Sacchi non lavorava solo per la vittoria ma soprattutto sulla vittoria, in uno sforzo di perfezione  conciliante con l’idea di calcio del suo presidente Silvio Berlusconi. A nessuno dei due bastava vincere: entrambi andavano alla ricerca di una “vera” vittoria che lasciasse un marchio eterno. Per il profeta di Fusignano questa strada era perseguibile solo attraverso l’armonia e la bellezza; E la storia del calcio gliene ha dato atto.

Lo sguardo si illumina d’orgoglio mentre racconta che: “Se quel Milan fosse stato un’orchestra, avrebbe saputo interpretare tutti i tipi di musica, dal rock al jazz.”
Un’orchestra che aveva come presupposto una ferrea disciplina e una spartizione dei ruoli molto chiara: Sacchi stava alle sue squadre come il filosofo-magistrato sta alla polis nel disegno politico de “La Repubblica”; i suoi principi di gioco erano orientati al calcio totale dell’Ajax di Cruijff nella stessa misura in cui Platone orientava la sua filosofia sul sapere assoluto di Socrate; ogni componente doveva imparare a sentirsi indispensabile e responsabile, ragion per cui persino di
notte, nei ritiri, Sacchi si intratteneva con ognuno dei suoi calciatori per dargli la buonanotte e ribadirgli le disposizioni tattiche in vista del match.

Sapienza, coraggio, temperanza: le 3 categorie dell’anima che insieme dovevano concorrere al perseguimento del Bene platonico. Ad ognuna delle tre classi (magistrati, guerrieri, produttori) de “La Repubblica” appartenevano rispettivamente queste prerogative. Le stesse che Sacchi chiedeva alle sue squadre, con la differenza che tali qualità dovevano essere instillate in egual misura dentro ogni singolo giocatore: tutti dovevano imparare a fare tutto! E partecipare attivamente sia alla fase offensiva che a quella difensiva.

“Eroi sono tutti quelli che fanno quello che possono fare.” Sosteneva citando il premio Nobel Romain Rolland. Armonia; geometria; coscienza e trascendenza del limite: con questi ingredienti abbinati a un parco giocatori di qualità calcistica inestimabile Sacchi riuscì a edificare al Milan la sua “Repubblica”: la realizzazione di un calcio assoluto fatto di fraseggi, distanza minima fra i reparti, creazione costante di spazi e superiorità numerica in ogni zona del campo. All’interno di un calcio italiano ancora fortemente ancorato all’individualismo e al difensivismo concepì questo sport come espressione di un’intelligenza collettiva. “Intelligenza e generosità” al servizio della collettività. Un modo di pensare il calcio fortemente platonico: prima l’Idea, il modello, calcisticamente parlando il modulo; poi la scelta dei giocatori; solo in ultima istanza  l’avversario da battere.

“L’esercizio fisico anche quando imposto, non fa alcun male al corpo, ma la conoscenza acquisita per forza non ha presa sulla mente.” In questa affermazione  risiede grossomodo la filosofia del tecnico di Fusignano: da un lato lavoro duro sulle gambe e sui movimenti; dall’altro sollecitazioni continue sulla testa dei giocatori con esercitazioni psico-cinetiche, partitelle a tema con tante regole per abituare i calciatori a non atrofizzare il proprio cervello, a non dare mai nulla per scontato.

Conoscenza, memoria e armonia erano alla base della filosofia e del progetto utopico di Platone, idee che applicate al calcio si sono concretizzate nel successo totale del Milan di Arrigo Sacchi: una squadra leggendaria che l’Uefa ha da poco incoronato come “Club più forte di tutti i tempi”.

-Zdenek Zeman nel “De Infinito” di Giordano Bruno

 

“Sicome la nostra imaginazione è potente di procedere in infinito, imaginando sempre grandezza dimensionale oltra grandezza e numero oltra numero, secondo certa successione e, come se dice, in potenzia, cossì si deve intendere che Dio attualmente intende infinita dimensione ed infinito numero. E da questo intendere séguita la possibilità con la convenienza ed opportunità, che ponemo essere: dove, come la potenza attiva è infinita cossì, per necessaria conseguenza, il soggetto di tal potenza è infinito”

La paura che incute la dimensione dell’infinito spinge l’uomo dentro a un sistema finito, comodo e rassicurante.
Al vertice di questo sistema un motore immobile muove le sfere inferiori e ne garantisce l’essenza, in un processo di emanazione attraverso cui tutte le stelle dell’universo obbediscono alla volontà di una sola e nessuna brilla di luce propria. Una volta rotta la muraglia di questo mondo statico, che il mondo cristiano ha ereditato dal sistema cosmologico di Aristotele, Giordano Bruno si apre alla prospettiva di un cosmo infinito dentro al quale ogni stella e ogni corpo reclamano la stessa “dignità ontologica” di Dio affermando che Dio è in ciascuna parte di essi, e in ciascuna nella stessa misura.

In un’atmosfera culturale simile Zdenek Zeman iniziò a farsi strada all’interno del sistema calcio italiano: un sistema retto sul potere economico di poche stelle tra cui una in particolare, la Juventus, sembrava svolgere la medesima funzione del motore immobile aristotelico: un vero e proprio demiurgo che (nell’ottica zemaniana) plasmava la serie A a sua immagine e somiglianza lasciando agli altri le briciole dei suoi successi. Il boemo si impegnò dentro e fuori dal campo per cercare di scalfire il monopolio bianconero e costellare il nostro calcio di stelle piccole e luminose, dotate di materia viva e mai inerte al sistema; squadre in grado di giocarsela contro ogni avversario in base a un atteggiamento tattico da molti considerato scriteriato, ma certamente rivoluzionario in un calcio in cui  il conservatorismo tattico pagava discretamente. Il suo Foggia dei miracoli della prima stagione in serie A (1991-1992) ne è forse la concretizzazione più riuscita, paragonabile al De infinito, opera più rappresentativa del filosofo campano, dove Dio viene pensato come “energia del mondo” che è ovunque e in atto in ogni corpo così che ognuno la può ritrovare in sé. Allo stesso modo Zeman concepisce il calcio: una fonte di espressione che appartiene a tutti e di cui nessuno può sentirsi padrone. Battersi in solitudine all’interno di un sistema chiuso, quello clericale Bruno e quello calcistico Zeman, per aprirlo e liberarlo dalla stagnazione del dogma centrale, è stato il comun denominatore di entrambi. Zeman, nelle sue battaglie che vanno dal doping al calcio-scommesse, ha sempre messo la faccia per contribuire allo sviluppo di un sistema calcistico più equo, trasparente e propositivo; Giordano Bruno ha calcato l’intuizione Copernicana dell’eliocentrismo nel tentativo di attuare una rivoluzione cosmologica ma soprattutto culturale che portava con sé l’interrogativo: “se l’universo è infinito noi come possiamo pensare l’uomo e la sua posizione nel mondo come prima?”; rivoluzione che ha messo in crisi i fondamenti stabili su cui si poggiava la ragione umana e di cui l’uomo forse non è ancora all’altezza nemmeno oggi.

La loro tenacia gli ha permesso di non sprofondare nella tentazione di negare un mondo a loro ostile, osservandolo semplicemente dall’esterno, ma di lavorare senza sosta per comprenderlo e trasformarlo, pur consapevoli del rischio di restare incompresi nella migliore delle ipotesi, epurati nella peggiore: emarginato in realtà calcistiche minori il boemo, bruciato nel rogo di Campo de’ Fiori il filosofo di Nola. Come una formica è considerata da Giordano matrice di vita per l’universo alla pari del leone, Zeman ha dimostrato che una matricola di provincia può essere matrice di spettacolo ed emozioni, quanto o più delle compagini ricche e blasonate. Eredità diverse di due personalità indipendenti e ostinate, che arrivate entrambe dalla provincia, hanno aperto delle faglie nei rispettivi “sistemi centrali” aiutandoli a crescere e ad interrogarsi, finendo entrambe ad ingoiare la pillola amara della solitudine.




Torna il “Premio Lazialità”. il 27 novembre al Teatro Ghione: info biglietti

Il mondo biancoceleste è pronto a vivere un’altra notte ricca di emozioni.
Torna il Premio Lazialità!
Lunedì 27 novembre 2017 alle ore 20:45, presso il Teatro Ghione di Roma (rinomato salotto a due passi da San Pietro in Via delle Fornaci, 37) andrà in scena la sesta edizione della prestigiosa kermesse.
Il Premio Lazialità, ideato e promosso da Guido De Angelis, direttore dell’omonima rivista fondata nel 1985, nasce con l’intento di riunire tutte le componenti del mondo Lazio, consegnando un riconoscimento a personaggi capaci di distinguersi per la loro lazialità, mostrata in diversi ambiti.
Negli anni la preziosa “L”, simbolo del premio, è stata conferita non solo a nomi illustri come Diego Pablo Simeone, Giuseppe Signori, Angelo Peruzzi, Simone Inzaghi, Bruno Giordano, Sinisa Mihajlovic, Juan Sebastian Veron e Vincenzo D’Amico, ma anche a giornalisti, artisti e tifosi.

L’incasso della serata sarà devoluto a Flavio e Francesco (Associazione “Insieme per Flavio e Francesco” https://goo.gl/rkmUNT) i due gemelli laziali neo maggiorenni, che da oltre dieci anni lottano con il morbo di Batten, terribile malattia neurodegenerativa.

I biglietti per assistere al Premio Lazialità (del costo simbolico di 10,00 € ciascuno) possono essere acquistati online direttamente dal portale Ticketone https://goo.gl/14Gebz oppure al botteghino del Teatro Ghione (Via delle Fornaci, 37).




ESCLUSIVA RG24 – La schedina di… Fabrizio Biasin (AUDIO)

Questa mattina, a GoalCafè, è intervenuto Fabrizio Biasin per chiarire la sua posizione in merito alla polemica scatenatasi negli ultimi giorni.

In vista della 26° giornata di Serie A si sono “sfidati” il noto giornalista di Libero e il nostro caporedattore web Andrea Notari. Ecco le loro schedine:

Giocando la schedina di Biasin alla SNAI, e puntando 5 euro, se ne potrebbero vincere 55953,70! Giocando invece quella di Notari se ne potrebbero vincere 21083, 99!

Ascolta #Goalcafè – La schedina di … Biasin vs Notari” su Spreaker.

 

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La schedina di Andrea Notari!

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La schedina di Fabrizio Biasin!




ESCLUSIVA RG24 – Fabrizio Biasin ospite di RadioGoal24 (AUDIO)

Fabrizio Biasin è intervenuto nella trasmissione odierna di GoalCafè per parlare e chiarire la polemica impazzata sul web.

Ascolta #Goalcafè – Il chiarimento tra Fabrizio Biasin e RadioGoal24″ su Spreaker.




Fabio Felici, direttore di RadioGoal24, risponde all’editoriale di Fabrizio Biasin

Lettera aperta a Fabrizio Biasin,

Buongiorno Fabrizio, mi permetto in qualità di direttore di RadioGoal24, di scrivere questa lettera aperta perché ci siamo sentiti coinvolti da un tuo editoriale pubblicato su TuttoMercatoWeb. Nel tuo pezzo rispondevi ad un consiglio, chiesto da Amedeo Passerotti nostro collaboratore, sul fatto che intraprendere l’attività giornalistica fosse impossibile senza avere gli agganci giusti. Questo un passaggio della tua risposta: “Il mio consiglio è: scrivi, fai la gavetta, non mollare ma a un bel punto non farti prendere per il culo. Mille articoli non pagati non sono “gavetta”, sono bieco sfruttamento”. Ed è proprio sulle parole “sfruttamento” e “prendere per il culo” che ci permettiamo di intervenire. Faccio il giornalista da 36 anni (il mio primo articolo porta la data del 14 febbraio 1981 quando avevo appena intrapreso il percorso universitario) e conosco bene il significato pratico di gavetta. Ma erano altri tempi. L’entusiasmo e la perseveranza, coadiuvate dalla necessaria dose di bravura, potevano bastare per fare breccia in una redazione di quotidiano locale od una rivista specializzata. Da li poteva poi nascere la scalata a palcoscenici più importanti. Oggi entusiasmo e perseveranza non bastano più e nemmeno la bravura è una discriminante così decisiva. Attualmente aiuto il gruppo di ragazzi di RadioGoal24 nella ricerca di un loro spazio nel settore dell’informazione. Sono ragazzi forti di un entusiasmo giovanile coinvolgente, forti di una passione (quella calcistica) da farli diventare veri esperti, ma soprattutto forti di quelle idee e di quei sogni di cui tutti ci siamo nutriti alla loro età. Amedeo è uno di questi. Amedeo sta cercando anche lui il suo spazio vitale nel mondo del giornalismo sportivo, ma purtroppo si sta scontrando con una realtà che viaggia dalla parte opposta rispetto ai suoi desideri. Non scopro l’acqua calda ricordando la profonda crisi economica che stiamo vivendo e che ha toccato tutti i settori, compreso il nostro. Le testate più importanti del nostro Paese (basti a pensare a IlSole24Ore od al Il Corriere della Sera) hanno subito forti ridimensionamenti e sono state costrette all’utilizzo di ammortizzatori sociali di ogni tipo. Cercare un varco lavorativo nel modo dell’informazione è oggi praticamente impossibile, ad eccezione che si viaggi con le proprie gambe. Ma anche in questo caso trovare finanziatori o sponsor non è l’attività più semplice del mondo. Con RadioGoal24 ci stiamo provando con un progetto che coinvolge chiunque ne faccia parte. Anche Amedeo è un tassello importante di questo puzzle e spero continui a credere che il nostro progetto possa avere un futuro. Anche io, come direttore responsabile, non percepisco compensi perché sono il primo a sapere che al momento le uniche risorse disponibili sono quelle personali. Però sono molto soddisfatto del lavoro, e vedere i ragazzi entusiasti dopo un’intervista ad un calciatore famoso o felici per l’incremento di followers, sono per me il compenso migliore e più gradito. Spero che presto RadioGoal24 possa viaggiare con le proprie gambe ed offrire le giuste ricompense a chi ha creduto, sostenuto ed investito con il proprio lavoro in questo progetto. Per questo caro Fabrizio, ci sentiamo molto distanti da quelle definizioni riportate nel tuo editoriale. Ci tenevamo anche a farci conoscere da te e permetterti quindi di esprimere un giudizio più consapevole. Ovviamente ci farebbe piacere poter ospitare un tuo intervento sulla questione. Ad Amedeo ed ai giovani come lui che hanno un sogno da realizzare vorrei ricordare una famosa citazione di Sergio Bambarén, grande scrittore peruviano, che nel suo meraviglioso libro “Lettere a mio figlio sulla felicità” ricordava che: “Un perdente non è colui che non raggiunge i suoi obiettivi, ma colui che vi rinuncia in partenza”. Buon lavoro.

Fabio Felici