#PalloneDiCarta – La mia vita: tutte le verità di Sir Alex Ferguson

Dopo 26 anni di grandi successi, Sir Alex Ferguson ha lasciato la panchina del Manchester United nel maggio del 2013. Un’icona, un simbolo, un esempio per ogni allenatore, Sir Alex ha rappresentato i Red Devils, ne ha incarnato lo spirito, è stato un manager a tutto tondo, ha creato un impero partendo dal basso e ha fatto di una squadra operaia una corazzata capace di dominare in Inghilterra e in Europa. Alex Ferguson è stato un allenatore capace di alzare 49 trofei sulle panchine del St. Mirren, Aberdeen e soprattutto Manchester United vincendo campionati, Champions League e Coppe. E’ stato onorificato come Commendatore dell’Ordine dell’Impero Britannico e insignito del prestigioso titolo di Miglior Allenatore del Mondo del XXI secolo.

“La mia vita”

L’autobiografia di Sir Alex Ferguson, scritta insieme a Paul Hayward, caporedattore sportivo del Daily Telegraph e pubblicata in Inghilterra nell’ottobre del 2013 (tradotta in italiano nel gennaio 2014 per Bompiani Edizioni e in edizione riveduta e aggiornata nell’aprile 2015), è un gioiellino da leggere e custodire per gli appassionati di calcio.

Enrico Sisti de La Repubblica ne tesse le lodi parlando di “un articolato e struggente romanzo del Novecento britannico, scozzese e al tempo stesso universale come il volto di Sean Connery”.

Il mio giudizio non si discosta assolutamente perché si tratta di un libro molto ben scritto, appassionante, godibile, dove Sir Alex ci racconta con dovizie di particolari il signore che è stato sia dentro che fuori dal campo. E’ un libro diviso in 27 capitoli nei quali l’allenatore scozzese affronta tutti i temi che hanno caratterizzato la sua grande carriera al Manchester United, impreziosendo la scrittura con aneddoti interessanti. Non ha risparmiato critiche o giudizi pungenti riguardanti i suoi colleghi, su tutti Rafa Benitez ai tempi in cui lo spagnolo allenava il Liverpool: “L’errore che fece fu quello di diventare il mio antagonista personale. Una volta che lo metti sul piano personale, non hai alcuna possibilità, perché io so aspettare. Io ho avuto successo, lui aspirava a vincere trofei che invece andavano in mano mia. Fu molto imprudente”. Qualche critica è stata mossa anche al grande rivale Arsene Wenger, l’allenatore dell’Arsenal con il quale ci fu una famosa litigata dopo la vittoria dello United che interruppe l’imbattibilità dei Gunners che durava da 49 partite. Scaramucce di campo subito rientrate perché sempre c’è stata tra i due grande stima e reciproco rispetto, così come con Roberto Mancini.

Solo elogi, invece, per l’ex dei Red Devils, Josè Mourinho, al quale Ferguson ha dedicato un intero capitolo dove troviamo molte frasi di ammirazione nei confronti dello Special One. Lo scozzese e il portoghese, due personaggi entrambi accomunati da grandi doti comunicative oltre ad una sottile abilità nel saper motivare le proprie squadre lavorando sia sul campo che, soprattutto, a livello psicologico.

Tra i capitoli più interessanti c’è senza dubbio quello legato ai ragazzi del ’92, lo splendido gruppo di giovanotti dalle qualità eccezionali tali da riuscire a imprimere il loro nome nella storia del calcio. Calciatori come Paul Scholes, Ryan Giggs, David Bechkam, Gary Neville, Nicky Butt erano i ragazzi del vivaio, entrati nello settore giovanile dello United all’età di 13 anni e “cresciuti” da Sir Alex che li ha portati in prima squadra già a 18 anni. L’allenatore scozzese ha creato una squadra proprio intorno a questo gruppo, aprendo un ciclo vincente per il glorioso club di Manchester. Una menzione particolare per due giocatori che sono rimasti con Sir Alex fino all’ultimo: Giggs, l’esterno gallese dalle qualità sopraffine e Scholes, l’inglese che voleva fare l’attaccante ma, per sua fortuna, è stato arretrato dietro le punte da Ferguson divenendo uno tra i più forti calciatori in quella zona di campo degli ultimi 20 anni.

Non poteva mancare un capitolo dedicato ad un giocatore portoghese che ha vestito la leggendaria numero 7 dei Red Devils, dove l’introduzione già dice tutto: “Cristiano Ronaldo è stato il maggior talento che io abbia mai allenato”. Si apprezzano anche descrizioni di momenti privati come le cocenti delusioni per il campionato vinto al fotofinish dal Manchester City, e per le sconfitte in finale di Champions League contro il Barcellona di Pep Guardiola (la squadra migliore che il suo Manchester abbia mai affrontato) e la cosiddetta “solitudine dell’allenatore” dove “tu hai bisogno di contatto umano, ma gli altri pensano che tu sia troppo occupato”.

Idee chiare e concentrazione, ecco il segreto di un grande maestro che così si esprime sulla possibilità di cominciare tutto da capo: ”Obbligherei tutti i giocatori a imparare a giocare a scacchi, per sviluppare l’abilità di concentrarsi. Quando impari a giocare a scacchi puoi metterci tre o quattro ore a finire una partita, ma una volta che sei diventato esperto e inizi a giocare impiegando 30 secondi per mossa, quello è il traguardo. Decidere velocemente quando sei sotto pressione. Ecco che cos’è il calcio”.




Gigantomachia, primo viaggio nella Metafisica del calcio

Metafisica del calcio. In questa rubrica assoceremo ogni settimana tre opere-simbolo della filosofia occidentale a tre personalità calcistiche, giocando a rappresentare ciascun protagonista come incarnazione e compimento di un pensiero filosofico. Abbiamo dedicato il primo capitolo a tre calciatori che hanno sfidato i propri limiti terreni per conquistare un posto d’onore sull’Olimpo del calcio, rileggendoli brevemente attraverso le opere di tre grandi pensatori moderni. In ciascuno, tre modi diversi di intendere il calcio e la vita. Gigantomachia, primo viaggio nella Metafisica del calcio.

 

Kant pensa Javier Zanetti

Feurbach pensa Zlatan Ibrahimovic

Hegel pensa Francesco Totti

 

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 – Javier Adelmar Zanetti- Critica della ragion pratica, Immanuel Kant

Metafisica del calcio

Javier Adelmar Zanetti

 

“Opera in modo che la massima della tua volontà possa sempre valere in ogni tempo come principio di una legislazione universale” (Critica della ragion pratica , Immanuel Kant). Sempre così uguale a se stesso, su questa massima Zanetti ha poco a poco costruito la propria leggenda da capitano dell’Inter e dell’Argentina . Esempio naturale di fedeltà e consacrazione a una causa, la sua carriera infinita è stata contraddistinta soprattutto da una continuità incurante di qualsiasi fattore esterno. Le sole due espulsioni collezionate in carriera, il record di 162 partite giocate consecutivamente e gli allenamenti in solitaria il giorno del matrimonio fanno della bandiera nerazzurra un perfetto kantiano applicato al mondo del calcio. El hombre vertical Rigoroso e inscalfibile come la sua pettinatura, potente e penetrante come le sue cavalcate .

“la mia è la storia di un uomo che ha dato tutto”, glissa nelle interviste post ritiro…La fede incrollabile nel suo lavoro lo ha ripagato quando nessuno ci credeva più, col celebre triplete del 2010. Un trionfo che lo ha visto gioire intimamente, all’ombra dei riflettori e degli stoccatori Sneijder e Milito, per tornare di nuovo al lavoro a portare sulle spalle una squadra in declino per altri 4 lunghi anni, sopportando panchine e tracolli sportivi fino al 10 maggio 2014, giorno di un congedo composto e senza rimpianti di un uomo che ha vissuto un sogno giorno per giorno senza mai tradire la “legge morale dentro di se”. Un uomo e un calciatore gigantesco ed essenziale, kantianamente consacrato al suo lavoro di Capitano. Javier Adelmar Zanetti.

–  Zlatan Ibrahimovic-“l’essenza del cristianesimo” , Ludwig Feuerbach

Metafisica del calcio

“Non posso che compiacermi di quanto sono perfetto”. Zlatan Ibrahimovic.

 

Cosa c’è di più metafisico di un dio che non pensa nulla di inferiore a se stesso ? Cosa c’è di più metafisico, nel nostro universo calcistico, di Zlatan Ibrahimovic? In una cultura sportiva dominata dall’etica protestante del lavoro e dell’umiltà la figura dello svedese spicca per la disinvoltura con cui non esita ad affermarsi causa prima dei successi propri e dei suoi compagni, non tenendo mai da conto fattori che non siano strettamente legati alla sua volontà . Il suo pellegrinaggio vincente , oltre a soddisfare le sue esigenze economiche, gli ha consentito in carriera di dar prova coi fatti di un’ onnipotenza che sente addosso sin dai primi calci nel parco di Rosengard, nella periferia di Malmoe. Suo padre, racconta Zlatan: “Era dotato di un orgoglio smisurato che lo metteva bene in guardia dal chiedere aiuto a qualcuno” E anche lui, partendo dalle sue origini, ha sviluppato un modo tutto suo di sentirsi solo: una sensazione di rotondità e interezza su cui ha fondato il proprio modo di essere e di giocare a calcio, con un alto tasso di autoironia mai banale in un calciatore.

“Non è stato dio a creare l’uomo bensì l’uomo a creare dio”,

scriveva Feuerbach in polemica con la filosofia del suo tempo, accusata di essere una trasposizione laica della teologia. Un rovesciamento che si presta bene a sunto della carriera di Zlatan: “Non è mai stato il contesto a determinare Ibrahimovic ma sempre Ibrahimovic a determinare il contesto” qualunque esso fosse. Una consapevolezza profonda che farebbe scivolare la maggior parte degli uomini in un eccesso di alterigia controproducente e che invece Ibra ha plasmato a suo vantaggio tappa dopo tappa, accentrando su di sé un carico di responsabilità e aspettative non da poco.

Se il suo carattere non lo ha portato alla deriva di un narcisismo compulsivo lo deve paradossalmente alla comprensione dei suoi limiti e a una visione globale del calcio che fa di lui un attaccante tutt’altro che egocentrico nel suo modo di intendere il ruolo: nel corso del tempo il suo gioco è diventato sempre più essenziale e buona parte del merito spetta al suo primo allenatore italiano: Fabio capello. Il quale parlando di lui ha tracciato un profilo abbastanza sorprendente rispetto al l’immaginario comune:

“Quando arrivò alla Juventus non sapeva calciare, però sapeva ascoltare e questa è una cosa fondamentale”.

Alla luce di chi lo conosce, più che di onnipotenza Zlatan ci fa mostra di una continua attestazione di unicità e indipendenza, la stessa che Feuerbach esige da parte dell’uomo rispetto a dio: un rapporto che rovesciandosi libera le sue energie più creative e lo rende per la prima volta autentico padrone di sé.

Alla domanda di un giornalista su quale fosse il suo idolo Ibra ha risposto: “Muhammad Alì”, perché “era perfetto nel suo saper fare quello che prometteva e nessuno ha mai potuto dire che Alì era uno che parlava e basta. Un giorno vorrei si potesse dire la stessa cosa di Zlatan Ibrahimovic e per questo prometto quello che posso:cioè di giocare sempre il mio calcio.”

In un epoca di spaesamento per un dio che è morto ed un uomo che non è ancora all’altezza della sua sostituzione , il gigante di Malmoe è la perfetta realizzazione del calciatore che accoglie fieramente lo spirito di un dio su di sé, e nel farlo pone a sé stesso un destino e dei compiti grandi. In controtendenza a un panorama contemporaneo in cui assistiamo spesso a all’incapacità generazionale dei nuovi calciatori di imprimere un marchio di personalità ad un calcio sempre più modellato su”un etica protestante del lavoro e della fatica” dove il risultato è l’unica cifra universalmente valida senza la quale ogni affermazione e atteggiamento sopra le righe paga lo scotto della gogna mediatica, onnipervasiva quasi quanto un dio; la stessa che non perde mai occasione di rinfacciare a Ibrahimovic la mancata vittoria di una Champions league con l’allusione di essere un giocatore che accentra troppo la squadra sul proprio gioco . Quel che è certo, finché Zlatan non deciderà di smettere , è che bisogna guardarsi bene dal dare un dio per Finito! E con un contratto coi Galaxy in scadenza a dicembre e un possibile rientro in Italia… mai dire mai.

– Francesco Totti- Fenomenologia dello spirito, Georg Wilhelm Friedrich Hegel

Metafisica del calcio

 

Tesi: “Nun te preoccupà, mo je faccio er cucchiaio!”

Antitesi (Paolo Maldini): “Ma che sei pazzo? siamo a una semifinale degli Europei!”

Tesi: “Gol, l’Italia va in finale”

29 Giugno 2000, Europei Belgio-Olanda

Se Hegel vivesse oggi e scegliesse di interpretare lo spirito del proprio tempo attraverso il calcio , dedicherebbe a Francesco Totti almeno un capitolo della sua Fenomenologia dello Spirito!  Il che suona francamente ridicolo… La romana visceralita’ di Totti iscritta all’interno di un sistema filosofico sistematico come quello hegeliano stona abbastanza . Ma forse non è assurdo credere che se si fosse recato allo stadio il pomeriggio del 28 Maggio 2017, il professore di Tubinga vi avrebbe scorto qualcosa di straordinario, qualcosa che forse, più dell’eroe greco o di Napoleone ,gli avrebbe spalancato le porte alla comprensione di quell’assoluto che in Hegel non consisteva tanto in una realtà statica e immanente, come un Dio che presiede sul mondo sensibile, quanto in un momento di profonda conciliazione in cui la vita si manifesta in tutta la sua interezza .

“Pensare solo a sé è la stessa cosa che non pensarci affatto, perché il fiore assoluto dell’individuo non è dentro di lui ma nell umanità intera”. W. G. Hegel.

Metafisica del calcio

Per 24 anni di carriera Roma è stato Tutto il mondo di Totti e Totti il figlio prediletto di una piazza che in lui ha riposto sogni e valori, considerandolo un totem nonchè il giocatore più talentuoso della propria storia. In questa totalità vi si sono riconosciuti entrambi, rendendosi imprescindibili l’uno con l’altro : Totti per Roma è stato come un re bambino, a cui tutto concedere in cambio di magie e fedeltà incondizionata;la Roma per Totti una culla e una missione: strappare all’anonimato una squadra e una piazza assettata di vittorie ma soprattutto di miti, in una fase storica in cui la Roma dopo l’addio di Giannini , rischiava di soffrire l’assenza di una bandiera. In questo destino comune si sancisce quello che per Hegel è un po’ il senso dello spirito assoluto: il reciproco riconoscersi e appartenersi di un individuo e il suo mondo di riferimento , che nel caso di Totti e la Roma è da subito una compenetrazione totale, primordiale e a volte esasperata: l’orgoglio di Totti per la sua romanità e il suo romanismo (soprattutto quando feriti, come in occasione dell’espulsione su Balotelli) è ancora quello di un bambino nei confronti della mamma dalla quale non vuole e non può emanciparsi, così come per la tifoseria giallorossa mettere in discussione Totti è il più grave sacrilegio che un uomo possa commettere(chiedere a Spalletti). La dimensione di questo rapporto è stata sottovalutata da Pallotta  che ha sempre dato l’impressione di considerare Totti più come testimonial di una causa piuttosto che sacerdote di un tempio,quel tempio che era lo stadio olimpico nel pomeriggio di quel 28 Maggio, quando ogni presente dimenticava se stesso e lo ritrovava negli occhi lucidi del vicino o nell’abbraccio con un estraneo, ognuno parte di un popolo unito come mai ad accompagnare verso l’ignoto il proprio simbolo quasi fosse un fratello di sangue, ormai rassegnato ad uscire per sempre dal suo elemento, quello che per Totti è stato sempre e sempre sarà solo un campo di calcio. Se questa empatia ha avuto un impatto tale da bucare gli schermi televisivi e rendere emotivamente partecipe anche chi quel giorno non era allo stadio o non era nemmeno un tifoso della Roma, è perché tutti, chi più chi meno, ci siamo ritrovati come sospesi su una faglia che separa il tempo dall’eternità : da una parte il pupone, dall’altra il mito ; se il primo ha svegliato il bambino che è in noi, incredulo che il tempo debba in qualche modo scorrere, il secondo ci ha ricordato che il calcio ha ancora il potere di regalare momenti di comunione profonda, dove i cuori di migliaia di sconosciuti possono sincronizzarsi al di fuori di qualsiasi senso pratico e individualistico, in una dimensione di gratuità sempre più difficile da reperire in altre sfere del vivere sociale . D’altro canto c’è anche il lato tragico di Totti che ha vissuto in maniera così totale la sua passione da trovarsi sicuramente un po’ smarrito una volta che la vita lo ha costretto ad aprirsi a nuove strade. Con la coscienza infelice di chi viene separato dal (suo) Tutto.

 

“ho visto lo spirito del mondo in maglietta e pantaloncini sormontare un campo di calcio”. (Georg Wilehlm Hegel, 28 Maggio 2017)

Articolo e Rubrica a cura di Giovanni Biassoni.




Metafisica del calcio presenta: Calcio eretico

Il secondo capitolo di Metafisica del calcio è dedicato a tre allenatori che hanno infranto i dogmi calcistici e valoriali del proprio tempo per portare nuove proposte di gioco e di mentalità che hanno contribuito a rivoluzionare l’interpretazione di questo sport. Tre personalità e tre destini diversi: un sergente di ferro; un visionario ossessivo; un maestro di calcio e di cultura sportiva: stiamo parlando di Ernst Happel, Arrigo Sacchi e Zdenek Zeman, raccontati con lo sguardo di tre filosofi che hanno scardinato con il proprio pensiero la cultura egemone della loro epoca. Metafisica del calcio presenta: Calcio eretico.

Niccolò Machiavelli pensa Ernst Happel

Platone pensa Arrigo Sacchi

Giordano Bruno pensa Zdenek Zeman

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 – Ernst Happel e “Il Principe” di Machiavelli

 

“E’ meglio essere temuto che amato. Respondesi, che si vorrebbe essere l’uno e l’altro; ma, perchè elli è difficile accozzarli insieme, è molto più sicuro essere temuto che amato, quando si abbia a mancare all’uno de’ dua.”

Scrive Machiavelli nel capitolo 17 de “Il Principe” fondando i presupposti di un buon governo, duraturo e assennato, sull’equilibrio tra forza e intelligenza. Due qualità che uno dei maggiori pionieri del “calcio totale” ha incarnato in sè ed impresso indelebilmente nei club dove ha militato da giocatore prima, e da allenatore poi.

“Correre, correre, correre e disciplina.” Soprannominato “Il tiranno”, Ernst Happel,conduce un’ottima carriera (1942-59) nel ruolo di difensore centrale, posizione che non lo limita a stroncare gli attacchi avversari ma lo vede responsabile del compito di primo regista con una straordinaria propensione al gol (celebre la tripletta messa a segno contro il Real Madrid di Alfredo di Stefano).

Nel 1965, dopo aver svolto il ruolo di direttore sportivo nel Rapid Vienna, con grossa incidenza sulle questioni tattiche, inizia la sua carriera da allenatore nell’ADO Den Haag, club olandese con cui conquista subito una coppa di Olanda contro l’Ajax di Rinus Michels e Johann Cruijff. L’anno successivo è il Feyenoord a scommettere su di lui inaugurando alla sua guida quello che per molti è un primo germoglio di calcio totale: “uno stile di gioco per cui ogni calciatore che si sposta dalla propria posizione è prontamente sostituito da un compagno, permettendo così alla squadra di mantenere invariata la propria disposizione tattica”. Al suo primo anno vince una clamorosa Coppa dei Campioni ai danni del Celtic (eliminando tra gli altri il Milan di Gianni Rivera), e inizia a marchiare con il suo genio il calcio olandese che a partire da quegli anni si apre alla strada spianata dal suo credo tattico, fatto di pressing alto e difesa a zona. Vincerà in seguito una seconda coppa dei campioni con l’Amburgo (1983), a discapito della Juve di Trapattoni, diventando così uno dei cinque allenatori della storia ad aver vinto la più prestigiosa competizione Europea sulla panchina di due squadre diverse grazie ad una carriera all’insegna dell’erranza e della continua ricerca di nuove sfide.

Perfezionista maniacale, Ernst Happel racchiude in sé la figura dell’innovatore tattico e del sergente di ferro, della volpe e del leone, metafore di astuzia e potenza: requisiti che per Machiavelli un condottiero esperto deve
essere in grado di miscelare senza appiattirsi su uno di essi. Le sue squadre erano in grado di applicare i principi di un calcio fluido e spettacolare ma allo stesso tempo scendevano in campo ogni partita con il coltello tra i denti riuscendo a calarsi in ogni tipo di situazione di gioco. Oltre a essere un grande teorico, Happel era infatti soprattutto uno stratega: preparava ogni partita abbinando ai suoi fondamenti una variante tattica appositamente studiata come contromisura ai piani avversari. Esattamente come l’ordinatore teorizzato da Machiavelli egli teneva conto di tutte le circostanze presentate dal contesto, applicando un calcio che metteva in campo cinismo e raffinatezza; un calcio privo di fronzoli fatto di pressing alto e verticalizzazioni immediate, simili per certi versi alle folate di contropiede all’italiana con la differenza che il recupero-palla avveniva almeno trenta metri più avanti. Questa fusione di stili rese le sue squadre indecifrabili per la maggior parte dei suoi avversari e costituì una lunga carriera di successi, raggiunti quasi sempre con lo sfavore del pronostico: 2 coppe dei campioni, 8 campionati nazionali nazionali in 4 paesi diversi su tutti.

“I miei quattro comandamenti sono sempre gli stessi: correre, correre, correre e disciplina”. Chiosava l’allora allenatore più vincente d’Europa (17 trofei in squadre di club!) nella sua ultima conferenza stampa di presentazione (1992), alla guida della Nazionale Austriaca. Un modo di autodefinire il proprio lavoro molto riduttivo, indice di un uomo che non teneva in grande considerazione il compiacimento dell’opinione pubblica in un mondo come quello del calcio in cui, come in politica, essere e apparenza difficilmente coincidono. E così rispetto a molti allenatori di successo più eccentrici e auto-celebrativi Happel fu un personaggio che sfruttò poco l’auto-rappresentazione (o l’accentramento dell’attenzione mediatica su di sé), preferendo sempre lasciar parlare i fatti e i suoi tratti arcigni da generale; lavorando nell’ombra, proprio come il principe agognato da Machiavelli. Un uomo severo e geniale che riuscì a conciliare la straordinaria creatività della sua mente con la durezza del suo carattere mantenendo la propria leadership vincente per oltre un ventennio e contribuendo a cambiare per sempre il nostro modo di pensare il calcio.

 

– Arrigo Sacchi ne “ La Repubblica” di Platone

 

“Vedi la fortuna di quel Milan è stata quella che anche i giocatori di maggiori attitudini si muovevano con la squadra, per la squadra, a tutto campo, tutto il tempo; coerenti con l’Idea che avevamo: io il regista-sceneggiatore, loro gli interpreti… Io cercavo innanzitutto di convincerli ma l’autorità si può ottenere in due modi: per persuasione o per percussione. Se tu non fai quello che la squadra ti chiede, io ti lascio giù.”

Con queste parole l’allenatore emiliano ha spiegato il suo modo di intendere il calcio in una recente intervista. Sacchi considera il gioco  alla stregua di una sinfonia musicale in cui ogni giocatore ha il compito di muoversi in relazione con gli altri cercando di limitare al massimo ogni forma di estemporaneità e di individualismo.

In questo quadro vincere risulta essere non tanto il fine ultimo quanto il significante e l’inevitabile conseguenza di un’esecuzione impeccabile di tale spartito.

Sacchi non lavorava solo per la vittoria ma soprattutto sulla vittoria, in uno sforzo di perfezione  conciliante con l’idea di calcio del suo presidente Silvio Berlusconi. A nessuno dei due bastava vincere: entrambi andavano alla ricerca di una “vera” vittoria che lasciasse un marchio eterno. Per il profeta di Fusignano questa strada era perseguibile solo attraverso l’armonia e la bellezza; E la storia del calcio gliene ha dato atto.

Lo sguardo si illumina d’orgoglio mentre racconta che: “Se quel Milan fosse stato un’orchestra, avrebbe saputo interpretare tutti i tipi di musica, dal rock al jazz.”
Un’orchestra che aveva come presupposto una ferrea disciplina e una spartizione dei ruoli molto chiara: Sacchi stava alle sue squadre come il filosofo-magistrato sta alla polis nel disegno politico de “La Repubblica”; i suoi principi di gioco erano orientati al calcio totale dell’Ajax di Cruijff nella stessa misura in cui Platone orientava la sua filosofia sul sapere assoluto di Socrate; ogni componente doveva imparare a sentirsi indispensabile e responsabile, ragion per cui persino di
notte, nei ritiri, Sacchi si intratteneva con ognuno dei suoi calciatori per dargli la buonanotte e ribadirgli le disposizioni tattiche in vista del match.

Sapienza, coraggio, temperanza: le 3 categorie dell’anima che insieme dovevano concorrere al perseguimento del Bene platonico. Ad ognuna delle tre classi (magistrati, guerrieri, produttori) de “La Repubblica” appartenevano rispettivamente queste prerogative. Le stesse che Sacchi chiedeva alle sue squadre, con la differenza che tali qualità dovevano essere instillate in egual misura dentro ogni singolo giocatore: tutti dovevano imparare a fare tutto! E partecipare attivamente sia alla fase offensiva che a quella difensiva.

“Eroi sono tutti quelli che fanno quello che possono fare.” Sosteneva citando il premio Nobel Romain Rolland. Armonia; geometria; coscienza e trascendenza del limite: con questi ingredienti abbinati a un parco giocatori di qualità calcistica inestimabile Sacchi riuscì a edificare al Milan la sua “Repubblica”: la realizzazione di un calcio assoluto fatto di fraseggi, distanza minima fra i reparti, creazione costante di spazi e superiorità numerica in ogni zona del campo. All’interno di un calcio italiano ancora fortemente ancorato all’individualismo e al difensivismo concepì questo sport come espressione di un’intelligenza collettiva. “Intelligenza e generosità” al servizio della collettività. Un modo di pensare il calcio fortemente platonico: prima l’Idea, il modello, calcisticamente parlando il modulo; poi la scelta dei giocatori; solo in ultima istanza  l’avversario da battere.

“L’esercizio fisico anche quando imposto, non fa alcun male al corpo, ma la conoscenza acquisita per forza non ha presa sulla mente.” In questa affermazione  risiede grossomodo la filosofia del tecnico di Fusignano: da un lato lavoro duro sulle gambe e sui movimenti; dall’altro sollecitazioni continue sulla testa dei giocatori con esercitazioni psico-cinetiche, partitelle a tema con tante regole per abituare i calciatori a non atrofizzare il proprio cervello, a non dare mai nulla per scontato.

Conoscenza, memoria e armonia erano alla base della filosofia e del progetto utopico di Platone, idee che applicate al calcio si sono concretizzate nel successo totale del Milan di Arrigo Sacchi: una squadra leggendaria che l’Uefa ha da poco incoronato come “Club più forte di tutti i tempi”.

-Zdenek Zeman nel “De Infinito” di Giordano Bruno

 

“Sicome la nostra imaginazione è potente di procedere in infinito, imaginando sempre grandezza dimensionale oltra grandezza e numero oltra numero, secondo certa successione e, come se dice, in potenzia, cossì si deve intendere che Dio attualmente intende infinita dimensione ed infinito numero. E da questo intendere séguita la possibilità con la convenienza ed opportunità, che ponemo essere: dove, come la potenza attiva è infinita cossì, per necessaria conseguenza, il soggetto di tal potenza è infinito”

La paura che incute la dimensione dell’infinito spinge l’uomo dentro a un sistema finito, comodo e rassicurante.
Al vertice di questo sistema un motore immobile muove le sfere inferiori e ne garantisce l’essenza, in un processo di emanazione attraverso cui tutte le stelle dell’universo obbediscono alla volontà di una sola e nessuna brilla di luce propria. Una volta rotta la muraglia di questo mondo statico, che il mondo cristiano ha ereditato dal sistema cosmologico di Aristotele, Giordano Bruno si apre alla prospettiva di un cosmo infinito dentro al quale ogni stella e ogni corpo reclamano la stessa “dignità ontologica” di Dio affermando che Dio è in ciascuna parte di essi, e in ciascuna nella stessa misura.

In un’atmosfera culturale simile Zdenek Zeman iniziò a farsi strada all’interno del sistema calcio italiano: un sistema retto sul potere economico di poche stelle tra cui una in particolare, la Juventus, sembrava svolgere la medesima funzione del motore immobile aristotelico: un vero e proprio demiurgo che (nell’ottica zemaniana) plasmava la serie A a sua immagine e somiglianza lasciando agli altri le briciole dei suoi successi. Il boemo si impegnò dentro e fuori dal campo per cercare di scalfire il monopolio bianconero e costellare il nostro calcio di stelle piccole e luminose, dotate di materia viva e mai inerte al sistema; squadre in grado di giocarsela contro ogni avversario in base a un atteggiamento tattico da molti considerato scriteriato, ma certamente rivoluzionario in un calcio in cui  il conservatorismo tattico pagava discretamente. Il suo Foggia dei miracoli della prima stagione in serie A (1991-1992) ne è forse la concretizzazione più riuscita, paragonabile al De infinito, opera più rappresentativa del filosofo campano, dove Dio viene pensato come “energia del mondo” che è ovunque e in atto in ogni corpo così che ognuno la può ritrovare in sé. Allo stesso modo Zeman concepisce il calcio: una fonte di espressione che appartiene a tutti e di cui nessuno può sentirsi padrone. Battersi in solitudine all’interno di un sistema chiuso, quello clericale Bruno e quello calcistico Zeman, per aprirlo e liberarlo dalla stagnazione del dogma centrale, è stato il comun denominatore di entrambi. Zeman, nelle sue battaglie che vanno dal doping al calcio-scommesse, ha sempre messo la faccia per contribuire allo sviluppo di un sistema calcistico più equo, trasparente e propositivo; Giordano Bruno ha calcato l’intuizione Copernicana dell’eliocentrismo nel tentativo di attuare una rivoluzione cosmologica ma soprattutto culturale che portava con sé l’interrogativo: “se l’universo è infinito noi come possiamo pensare l’uomo e la sua posizione nel mondo come prima?”; rivoluzione che ha messo in crisi i fondamenti stabili su cui si poggiava la ragione umana e di cui l’uomo forse non è ancora all’altezza nemmeno oggi.

La loro tenacia gli ha permesso di non sprofondare nella tentazione di negare un mondo a loro ostile, osservandolo semplicemente dall’esterno, ma di lavorare senza sosta per comprenderlo e trasformarlo, pur consapevoli del rischio di restare incompresi nella migliore delle ipotesi, epurati nella peggiore: emarginato in realtà calcistiche minori il boemo, bruciato nel rogo di Campo de’ Fiori il filosofo di Nola. Come una formica è considerata da Giordano matrice di vita per l’universo alla pari del leone, Zeman ha dimostrato che una matricola di provincia può essere matrice di spettacolo ed emozioni, quanto o più delle compagini ricche e blasonate. Eredità diverse di due personalità indipendenti e ostinate, che arrivate entrambe dalla provincia, hanno aperto delle faglie nei rispettivi “sistemi centrali” aiutandoli a crescere e ad interrogarsi, finendo entrambe ad ingoiare la pillola amara della solitudine.




Goal&Cash – I diritti TV in Bundesliga

Nuovo appuntamento con Goal&Cash, la nuova rubrica di RadioGoal24 che tratterà il punto di vista finanziario rispetto ai maggiori campionati di calcio europei. Questo nuovo appuntamento cercherà di raccontare, e spiegare nel dettaglio, il funzionamento economico nel grande calcio del Vecchio Continente, soffermandosi sugli incassi che derivano dalle televisioni. Settimana scorsa vi avevamo parlato del funzionamento e della ripartizione dei diritti TV in Liga.

Oggi ci focalizzeremo sui diritti TV in Bundesliga con la relativa ripartizione dei soldi assegnati alle squadre della prima divisione e della Zweite Liga, analizzando come sono cambiati nel corso degli ultimi anni.

Diritti TV Bundesliga

A differenze dei maggiori campionati europei, il criterio di ripartizione dei diritti TV in Bundesliga è molto particolare e, soprattutto, meno equo. La somma che riceve ogni singola squadra, infatti, è ottenuta in base ai risultati ottenuti nelle ultime 5 stagioni. Anche a causa di questa suddivisione il Bayern Monaco, in Germania, non avrà rivali ne ora ne negli anni a venire.

Come possono cambiare i diritti TV nella Bundesliga 2017/2018

Dalla stagione 2017/2018 entrerà in vigore un accordo quadriennale che porterà nelle casse dei club tedeschi un totale di 5,64 miliardi di euro: 1,16 miliardi a stagione. Parliamo di un aumento dell’85% rispetto all’accordo precedente, con una divisione molto più “democratica” del montepremi. Verranno adottati, proprio per questo, 4 criteri di distribuzione, come deciso dal consiglio di amministrazioni della DFL lo scorso novembre:

  • Il 70% del montepremi verrà diviso fra tutti i club della Bundesliga e Zweite Liga, tenendo conto della classifica quinquennale di ciascuna delle due competizioni;
  • Una quota pari al 23% terrà conto della classifica ponderata degli ultimi 5 anni;
  • Una quota pari al 5% terrà conto della classifica complessiva dei 36 club negli ultimi 20 anni;
  • Una quota pari al 2% verrà distribuita proporzionalmente ai minuti giocati dai calciatori Under23 formati nei club;

La nuova ripartizione dei diritti TV nella Bundesliga 2017/2018.

Con questo nuovo contratto, la Bundesliga si porta al livello della Liga spagnola per introiti televisivi.

Incassi diritti TV Bundesliga 2016/2017

Gli incassi dei diritti TV della Bundesliga 2016/2017.

Nella stagione 2016/2017 gli incassi dei diritti TV della Bundesliga ammontavano a 980 milioni di euro (relativi all’ambito nazionale), più i 206 milioni di euro provenienti dall’estero, per un totale di 1,186 miliardi. Questi vanno divisi per le 36 squadre che compongono la Bundesliga e la Zweite Liga. In testa c’è, ovviamente, il Bayern Monaco con 95,8 milioni (praticamente 1/10 del totale), ma a far clamore è il Lipsia che è ultimo in questa speciale classifica, nonostante il 2° posto dello scorso campionato. Tutto questo perché la suddivisione è in base ai risultati ottenuti negli ultimi 5 anni e, 5 stagioni fa, il Lipsia si trovava in quarta divisione tedesca, ossia nel calcio dilettantistico. Ad oggi il club è in grande deficit rispetto alle compagini avversarie. Sono 29 i milioni arrivati nelle tasche del Lipsia, ben 9 in meno dell’Hannover, penultimo. Cifre importanti per il Borussia Dortmund (86,5 milioni), Schalke04 (80 milioni) e Bayer Leverkusen (77 milioni).

Incassi diritti TV Bundesliga 2015/2016

La ripartizione dei diritti TV nella Bundesliga 2015/2016.

Gli incassi della Bundesliga 2015/2016 derivati dai diritti TV sono stati 850 milioni di euro. L’80% di questi sono andati ai club della Bundesliga, il restante 20% alla serie inferiore. Rispetto all’annata precedente, sono ben 50 i milioni di euro in più che i 18 club del massimo campionato tedesco si sono spartiti con il Bayern Monaco che è passato dai 47,5 milioni del 2014/2015 a ben 72 milioni. Cifre importanti anche per Bayer Leverkusen (56,4 milioni), Borussia Dortmund (59,5 milioni) e Schalke04 (60,1 milioni).

 




Goal&Cash – I diritti TV in Liga

Nuovo appuntamento con Goal&Cash, la nuova rubrica di RadioGoal24 che tratterà il punto di vista finanziario rispetto ai maggiori campionati di calcio europei. Questo nuovo appuntamento cercherà di raccontare, e spiegare nel dettaglio, il funzionamento economico nel grande calcio del Vecchio Continente, soffermandosi sugli incassi che derivano dalle televisioni. Settimana scorsa vi avevamo parlato del funzionamento e della ripartizione dei diritti TV in Premier League.

Oggi ci focalizzeremo sui diritti TV in Liga con la relativa ripartizione dei soldi assegnati alle squadre Prima e di Segunda División, analizzando come sono cambiati nel corso degli ultimi anni.

Diritti TV Liga

In Spagna la ripartizione dei diritti televisivi è caratterizzata dalla vendita centralizzata di quest’ultimi, grazie al decreto emesso dal governo iberico chiamato Real Decreto-Ley n.5/2015, che non ha più permesso alle società di trattare con le televisioni solo ed esclusivamente la cessioni dei propri diritti TV, cosa che favoriva le due big Real Madrid e Barcellona.

A partire quindi dalla stagione 2016-2017 il regolamento per la suddivisione delle entrate prevede che la cifra totale degli incassi sia riservata per il 90% alla Liga, mentre il restante 10% alla Segunda Division spagnola. Successivamente ci sono quattro criteri fondamentali da tenere in considerazione:

La nuova divisione dei diritti TV in Spagna a partire dalla stagione 2016/2017.

  1. una quota in parti uguali (50% per la Liga, almeno 70% per la Serie B);
  2. una quota basata legata alle prestazioni sportive (per le squadre della Liga si terrà conto degli ultimi 5 campionati, per la Serie B solo dell’ultimo);
  3. una quota (un terzo del residuo) legata alla vendita di biglietti e abbonamenti nelle ultime cinque stagioni;
  4. una quota (due terzi del residuo) basata sul contributo della squadra alla visibilità del campionato.

Per evitare che Real Madrid e Barcellona, nessuna squadra potrà percepire più del 20% della somma totale relativa agli al punto 3 e 4, inoltre il rapporto tra la prima e l’ultima società non può essere superiore al 4,5. Se il ricavo totale legato alla vendita dei diritti superasse il miliardo di euro all’anno, la soglia del 4,5 verrebbe ridotto fino al 3,5 nel caso in cui il montepremi arrivasse a 1,5 miliardi di euro annui.

Come nella maggior parte delle competizioni, una parte dell’importo raccolto attraverso le gare per l’assegnazione dei diritti televisivi venga utilizzata anche per finalità di sistema. Inoltre, per evitare di penalizzare troppo le due big sono state stilate due clausole “salvaguardia” per Barcellona e Real Madrid: verrà fatto un confronto con i ricavi della stagione 2014-2015: nel caso in cui la cifra complessiva dei diritti TV fosse inferiore rispetto a quella incassata in tale stagione, allora i ricavi verranno suddivisi in proporzione rispetto in quanto ottenuto nello stesso anno. Se, invece, la cifra complessiva fosse maggiore, ma le due incassassero di meno a causa dei nuovi criteri, allora gli incassi totali verrebbero riproporzionati fino al pareggio degli introiti del 2014-2015.

Incassi diritti TV Liga 2016/2017

La Liga spagnola ha chiuso il 2016/17 con un rapporto tra la prima e ultima stimato a 3.7:1, un significativo miglioramento rispetto al 2014/15, ultima stagione in cui i diritti tv venivano distribuiti individualmente. L’aumento del valore dei diritti tv ha sostanzialmente spinto verso un sistema di distribuzione più equo, permettendo comunque a Real Madrid e Barcellona di mantenere cifre simili a quelle che ricevevano quando i diritti tv venivano venduti individualmente.

Da questo prospetto, esposto da AS, possiamo vedere come la nuova ripartizione abbia appiattito (leggermente) il gap, specie nella parte centrale e in quella finale della classifica. Barcellona e Real Madrid hanno perso rispettivamente 27 e 32 milioni di euro, rimanendo comunque sopra i 100 milioni. In aumento di  5 milioni sia l’Atletico Madrid che il Valencia, che restano comunque molto distanti. Il resto degli altri club ha avuto un aumento di 3 milioni in media, facendo salire a 30 il minimo del ricavato di ogni club.

Incassi diritti TV Liga 2015-2016

Alcuni ricavi dei diritti TV vanno alla Federazione, come “autofinanziamento”, per esempio per sostenere le squadre retrocesse.

Durante la stagione precedente al decreto Real Decreto-Ley n.5/2015, la Liga incrementò di 386 milioni gli incassi rispetto all’annata precedente, guadagnando 614 milioni di quota nazionale e ben 622 milioni da quella internazionale. Dal totale va tolta la commissione di 93 milioni destinata a Mediapro.

Ci sono anche ulteriori contributi, a carico delle squadre, che servono alla Federazione per autofinanziarsi e per poter reinvestire, come per esempio una quota del 3,5% che serve come paracadute per le squadre retrocesse, o l’1% destinato alla fondo promozione della Lega Calcio spagnola.

Gli incassi dei diritti TV della Liga 2015/2016.

Tolte queste cifre, la quota netta di 1.075 milioni di euro viene suddivisa tra Liga e Segunda Division (90% e 10%). La quota spettante al massimo campionato spagnolo è di 968 milioni di euro che vengono suddivisi su 3 campi: il 50% a tutti i club (circa 24,2 milioni cada uno), un 25% sulla base del seguito del club (abbonamenti, biglietti, visibilità) ed il restante 25% a seconda dei risultati sportivi ottenuti negli ultimi 5 anni. Questa metodologia, diversa rispetto a quella attuale, consentiva a Real Madrid e Barcellona di incassare ben 140 milioni di euro a testa.

 




Famo Sti Stadi – Mapei Stadium, il primo impianto di proprietà in Italia

Torna oggi Famo Sti Stadi, la nuova rubrica di RadioGoal24 che vi racconterà nei dettagli tutti gli stadi di proprietà del nostro calcio e non solo. La scorsa settimana vi avevamo parlato del nuovo Stirpe di Frosinone, mentre oggi analizzeremo la casa dell’U.S Sassuolo e della Reggiana, lo stadio Città del Tricolore di Reggio Emilia meglio noto come Mapei Stadium.

La costruzione dello stadio iniziò nel 1994 nella zona nord di Reggio Emilia e fu completato in circa otto mesi. Progettato sotto il modello di stadio all’inglese, la struttura prevede gli spalti a ridosso del campo, seggiolini con schienale con annessa copertura, garantendo a tutti gli spettatori un’ottima visione del campo e quindi della partita. In Italia fu il primo stadio di proprietà, essendo stato Franco Dal Cin, allora amministratore delegato della Reggiana, il principale fautore del progetto.

L’impianto si trova ora al centro di un’area attiva dal punto di vista commerciale e ben collegata con la città grazie al servizio di trasporto pubblico. Dopo essere stato inaugurato, all’impianto fu dato il nome di Giglio e divenne ufficialmente la casa della Reggiana. Nel 2010, iniziarono nuovi lavori di ristrutturazione terminati due anni dopo e, in occasione del derby con il Carpi, venne ribattezzato come Stadio di Reggio Emilia Città del Tricoloreper volere della Reggiana e del comune di Reggio Emilia. Per la stagione 2013-2014 lo stadio venne scelto dal neopromosso Sassuolo per la disputa delle partite casalinghe, dapprima sotto un contratto d’affitto e successivamente acquistato, nel dicembre 2013, per 3,75 milioni di euro da Mapei, società che appartiene al patron del club neroverde, Giorgio Squinzi.

Lo stadio prese successivamente il nome di Mapei Stadium e poco dopo fu avviato un importante progetto di ammodernamento, relativo sia al campo da gioco che alla riqualificazione della struttura dello stadio stesso. Il progetto proseguirà nel prossimo futuro con l’obiettivo di divenire un punto di riferimento per lo sport divenendo uno stadio polifunzionale a tutti gli effetti, come d’altronde era previsto nel progetto iniziale.

La struttura conta attualmente 23 717 posti a sedere e oltre ad avere un’ottima funzionalità per quanto riguarda il carattere sportivo, il Mapei Stadium vanta una piena integrazione con servizi commerciali e di intrattenimento, parti integranti della struttura. Nella sua storia, l’impianto fu il primo in Italia in cui venne testata la Goal Line Technology, oltre ad aver ospitato successivamente la finale di Uefa Women’s Champions League, la competizione europea più importante per quanto concerne il calcio femminile, giocatasi il 26 maggio 2016.




Famo Sti Stadi – Alla scoperta del nuovo Stirpe

Parte oggi Famo Sti Stadi, la nuova rubrica di RadioGoal24 che andrà alla scoperta degli stadi di proprietà del nostro calcio e non solo. Cominciamo la nostra avventura con quello più “fresco” in Italia: il Benito Stirpe di Frosinone.

Inaugurato il 28 settembre 2017, venne progettato a metà degli anni ’70. La prima pietra fu posta nella seconda metà degli anni ’80, ma la struttura restò incompiuta per circa 30 anni. I lavori ripresero nel 2015 su iniziativa del Frosinone Calcio, con il presidente Maurizio Stirpe, che ha ottenuto dal comune i diritti per gestire l’impianto fino al 2061, grazie anche ad un finanziamento di 8 milioni di euro da parte del Credito italiano, a fronte dei 20 milioni spesi dalla società.

Struttura intitolata a Benito Stirpe (padre di Maurizio ndr), che fu presidente del Frosinone negli anni ’60. La squadra e i tifosi ciociari si trovano, dunque, con una nuova casa. E’ il quarto stadio di proprietà in Italia, dopo il Mapei Stadium (Sassuolo), l’Allianz Stadium (Juventus) e la Dacia Arena (Udinese). Questo è un fattore molto importante sia per gli incassi che per la crescita del club. La struttura è capace di 16.125 posti tutti al coperto, divenendo così il terzo impianto calcistico più grande del Lazio dopo lo stadio Olimpico e lo stadio Flaminio (ad oggi abbandonato).

Il presidente Stirpe, nonostante le diverse pratiche da sbrigare, può dirsi soddisfatto, ricevendo molti complimenti per il suo nuovo “gioiello”, persino dal presidente del CONI Giovanni Malagò, presente all’inaugurazione. Finita la cerimonia è stata giocata la prima partita all’interno dello Stadio Benito Stirpe, che ha visto trionfare la Prima squadra del Frosinone per 6 a 0 contro la Primavera.

Protagonista del match Federico Dionisi, autore di una tripletta. La prima gara ufficiale disputata, invece, è stata quella del 2 ottobre 2017 contro la Cremonese, valida per la 7° giornata di Serie B e terminata col punteggio di 0-0, che ha lanciato la squadra ciociara in vetta solitaria a quota 14 punti.

 

 




Goal&Cash – I diritti TV in Premier League

Inizia oggi Goal&Cash, la nuova rubrica di RadioGoal24 che tratterà il punto di vista finanziario rispetto ai maggiori campionati di calcio europei. In questa nuova avventura cercheremo di raccontare, e spiegare nel dettaglio, il funzionamento economico nel grande calcio del Vecchio Continente, soffermandoci specialmente sui ricavi che hanno le società proveniente dai diritti tv.

Oggi parleremo dell’Inghilterra che vanta un modello studiato con grande efficacia e che garantisce grandi ricavi. Ma andiamo a scoprire nel dettaglio come funzionano i diritti TV in Premier League.

Diritti TV Premier League

In Inghilterra solo il 45% delle partite viene trasmesso dalle Pay TV, in modo da spingere sempre più tifosi ad andare allo stadio. Questo funziona anche grazie al grande lavoro che è stato fatto a partite dagli anni ’80, dopo il disastro di Bradford in cui morirono 56 persone perché lo stadio, costruito con i legno, prese fuoco.

Da 20 anni l’Inghilterra vanta stadi all’avanguardia, che invogliano la gente a gremire gli spalti. Questa programmazione televisiva, meno invadente ma più efficace, permette agli stessi club di guadagnare nettamente di più, anche grazie al seguito che arriva dall’estero. Tutti i diritti nazionali sono ripartiti per il 50% in parti uguali e ciò garantisce ad ognuno dei 20 club più di 51 milioni di sterline all’anno.

Oltre a questa ripartizione uguale, vi è anche un 25% che viene assegnato a seconda del numero di volte in cui una determinata squadra viene trasmessa in diretta (bonus relativo alla popolarità mediatica). L’ultimo 25%, invece, viene spartito secondo bonus legati alle prestazioni di squadra e dunque a seconda del piazzamento nel massimo campionato inglese.

Come possono cambiare i diritti TV nella Premier League 2017/2018

Ma tale equità relativa agli incassi legati ai diritti TV sembra destinata a cambiare. Le 20 squadre della Premier League si sono riunite il 4 ottobre 2017,  per discutere di tali divisioni e le squadre più blasonate del campionato (Arsenal, Chelsea, Liverpool, Manchester United, Manchester City e Tottenham) starebbero spingendo per avere maggiori ricavi in quanto piazze più importanti. Il punto del dibattito, che si deciderà tramite una votazione da parte di tutte e 20 le compagini, sarebbe quello sui guadagni che arrivano direttamente da Oltremanica.

Ad oggi ogni squadra ne riceve una fetta uguale, ma i 6 club più importanti del torneo stanno cercando di proporre una nuova formula, che permetta loro di avere un margine più ampio sui miliardi provenienti dall’estero. La tesi delle 6 squadre principali è che i nuovi mercati stiano fiorendo soprattutto grazie a loro: la nuova proposta prevede che, ad una ripartizione fissa del 65% a tutte le squadre, il restante 35% delle risorse televisive venga spartito a seconda del piazzamento in campionato. Stiamo parlando di ben 1,3 miliardi di dollari.

Questo schema rende al meglio l’efficacia del sistema vigente dei diritti TV in Premier.

Il voto arriva in un momento critico per la Premier League, che si sta preparando a pubblicare in questi giorni l’ultima gara per i diritti TV interni, attualmente valutata 5,1 miliardi di sterline (6,75 miliardi di dollari), con un contratto triennale tra Sky e Bt.

Questa cifra è stata un sorprendente aumento del 70% rispetto al precedente accordo; già concordate, invece, quelle per i mercati di Brasile, Cina, Africa subsahariana e Stati Uniti, con un valore cresciuto del 1.000% per il mercato della cinese.

Se tale proposta passasse il modello di incassi legati alle TV verrebbe stravolto e quasi sicuramente assisteremmo ad un campionato diverso e forse più impari.

Incassi diritti TV Premier 2016/2017

Ripartizione diritti TV Premier League.

L’anno successivo la situazione è addirittura migliorata, ritoccando verso l’alto i risultati della stagione precedente del 71%. A termine del 2016/2017 tutti e 20 i club inglesi sono partiti da una base di 79 milioni di sterline a testa (50%, circa 1,5 milioni), più la variante legata alle partite trasmesse in diretta (25%, da un minimo di 12,3 milioni ad un massimo di 32,8 per un totale di 407 milioni di sterline), ed infine quella del piazzamento di squadra (25%, 1,9 milioni alla squadra che si piazza ventesima, 38,8 a chi conquista il campionato, per altri 407 milioni di sterline).

Il totale è dunque di circa 2,39 miliardi di sterline incassati lo scorso anno a livello nazionale ed internazionale (781 sono i milioni arrivati dall’estero). Fa riflettere ancora una volta la cifra ricevuta da una squadra retrocessa: il Sunderland, arrivato ventesimo, ha incassato ben 93 milioni di sterline, circa 105 milioni di euro. Il Chelsea di Antonio Conte, campione d’Inghilterra, ne ha incassati, in euro, circa 177.

Incassi diritti TV Premier League 2015/2016

In totale il ricavato è stato di 1,638 miliardi di sterline grazie alla vendita dei diritti TV in Inghilterra e all’estero. Ma andiamo ora ad analizzare nello specifico gli incassi provenienti dai diritti TV della Premier League 2015/2016. Tale cifra è stata spartita tra i club del maggior campionato inglese in maniera molto più equa rispetto a come accade negli altri campionati europei, grazie ad un accordo sottoscritto nel 1992 dai club che diedero alla luce la Premier League. Considerando che la squadra che ebbe più introiti fu l’Arsenal ricavando 100,95 milioni di sterline, fa riflettere che l’Aston Villa, retrocesso, incassò ben 66,62 milioni con un rapporto 1,52 a 1, minimo storico per il campionato britannico.

 

 




Al Var con Luca Marelli: la 13° giornata di Serie A

Torna come di consueto la rubrica AL VAR, in onda su GoalCafè, in compagnia dell’ex arbitro di Serie A Luca Marelli. Appuntamento in onda tutti i lunedì mattina dalle 9 alle 9:30 sulle frequenze di RadioGoal24, per analizzare gli episodi arbitrali più caldi della giornata di campionato appena trascorsa. Quest’oggi, per il 13^ turno, si sono affrontate varie tematiche: dal gol di Insigne in Napoli-Milan al possibile rigore per la Roma nel derby, fino a Spal-Fiorentina. Questo e molto altro, nella rubrica AL VAR.




Al Var con Luca Marelli: la 12^ giornata di Serie A

Torna come di consueto la rubrica AL VAR, in onda su GoalCafè, in compagnia dell’ex arbitro di Serie A Luca Marelli. Appuntamento in onda tutti i lunedì mattina dalle 9 alle 9:30 sulle frequenze di RadioGoal24, per analizzare gli episodi arbitrali più caldi della giornata di campionato appena trascorsa. Quest’oggi, per il 12^ turno, si sono affrontate varie tematiche: dalla partita rinviata dell’Olimpico tra Lazio e Udinese, all’espulsione di Freuler in Atalanta-Spal, fino al “caso” di Bologna-Crotone. Questo e molto altro, nella rubrica AL VAR.