Inter, Sabatini verso le dimissioni: ecco i 3 motivi che lo hanno convinto a lasciare!

Il martedì mattina in casa nerazzurra è iniziato con una gigantesca notizia: Walter Sabatini, ufficialmente coordinatore tecnico del Suning Sports Group, ha ufficialmente chiesto le dimissioni ai dirigenti cinesi, una scelta che in un’intervista qualche ora più tardi ha così motivato: “Con Suning stiamo discutendo in un clima di totale comprensione reciproca. L’Inter è l’Inter. Sarebbe stato bello costruire una storia un po’ più consistente. Parlo al passato? Non me ne sono neppure accorto. Sono molto distratto. Comunque ho detto la verità: stiamo ancora discutendo. Non voglio fare il ciarlatano e dire qualcosa che poi verrà smentita a breve“.  Abbiamo prima specificato il suo ruolo ma, esattamente, cosa è un coordinatore tecnico? Da un punto di vista formale, Sabatini doveva gestire, sportivamente ed economicamente, le attività delle società sotto il controllo del gruppo Suning, vale a dire una sorta di mediatore fra i dirigenti delle singole squadre (il Suning Jiangsu e l’Inter) ed il C.D.A cinese capitanato dal presidente Zhang. Perché l’ex direttore sportivo di Palermo e Roma ha voluto lasciare? Partiamo dal presupposto che il dirigente aveva un contratto annuale con la società cinese: tale scelta è tipica di Sabatini, che quasi sempre ha preferito non legarsi dal punto di vista contrattuale con una squadra per più anni consecutivi, ma rinnovare ad ogni estate in caso di progetto avviato. Ovviamente tale strategia serve proprio in casi come questi, ad evitare discorsi “troppo complicati” (perché con contratti pluriennali entrano in gioco sopratutto questioni economiche) e lasciarsi serenamente se qualcosa non è andata bene. Cerchiamo allora di capire il perché Sabatini abbia preso questa decisione, il perché abbia voluto lasciare un progetto ambizioso come quello dell’Inter… proprio lui che spesso (ai tempi della Roma) si è definito un “sognatore”. Noi ne abbiamo individuati 3:

Poca autonomia nel suo ruolo

Parliamoci chiaro, il ruolo di Sabatini non è proprio quello di coordinatore tecnico: il dirigente italiano si è sempre contraddistinto per il suo lavoro da direttore sportivo “vecchio stampo”, che cerca la trattativa non tramite fax ed e-mail, ma attraverso un lavoro più diretto, con ore e ore di discussioni al telefono o addirittura di persona, magari a pranzo, per cercare di strappare il prezzo più vantaggioso possibile. E’ chiaro che una posizione più “gestionale” non è adatta alle sue corde, tant’è che ai suoi tempi romani gli veniva criticato sopratutto la sua negligenza da “direttore generale” più che da direttore sportivo. Il dover curare due società, così diverse e così lontane, ha impedito a Sabatini di poter svolgere al meglio il lavoro che adora, ovvero chiudersi a guardare videocassette, viaggiare, fumare e parlare sopratutto di calcio. Nonostante questo Sabatini ha avuto comunque, in questo anno,  un ruolo fondamentale nella costruzione della squadra: anche in questi mesi ha lavorato moltissimo per portare giocatori come De Vrij ed Asamoah a Milano, provando diverse soluzioni per la rosa del prossimo anno. Il problema è che, anche nel fare mercato, il coordinatore non ha mai avuto quella autonomia che ha sempre posseduto nelle precedenti esperienze: ricordiamoci che l’Inter un direttore sportivo ce l’ha, vale a dire Piero Ausilio. Per carità, non stiamo dicendo che ci sia stato un conflitto fra i due, o comunque un rapporto poco amichevole, anzi. Tuttavia lo “spartirsi il lavoro” non è proprio nelle corde dell’ex Palermo, abituato ad essere la punta di una piramide sorretta da tantissimi osservatori e talent-scout. L’impossibilità di poter costruire da solo, di fare sua la “creatura” Inter (altro termine che molto spesso usava ai tempi della Roma) probabilmente ha svolto un ruolo fondamentale nella sua decisione.

Rapporti poco felici con Suning

Un altro tema strettamente legato a quello precedente, è il rapporto con il Suning Group. Se con Ausilio gli animi sono sempre stati sereni e cordiali, lo stesso non si può dire rispetto alla dirigenza cinese. In particolar modo hanno pesato molto due questioni degli ultimi mesi: l’addio di Capello ed il mancato arrivo di Javier Pastore. L’allenatore italiano aveva infatti un rapporto idilliaco con Sabatini, visto che era stato proprio quest’ultimo a chiamarlo per allenare il Jiangsu (anche se ad 8 milioni all’anno era difficile dire di no). La scelta sembrava assolutamente quella giusta, visto che grazie all’esperienza dell’ex c.t. dell’Inghilterra la squadra cinese era riuscita ad ottenere un’insperata salvezza. I problemi sono però arrivati nel mercato di gennaio: Sabatini aveva infatti praticamente chiuso per la cessione di Alex Teixeira al Corinthians, una operazione avallata anche dall’allenatore, che aveva invece chiesto la permanenza di Moukandju. Tuttavia, all’improvviso, la dirigenza Suning ha voluto fare la voce grossa decidendo di cambiare completamente le strategie del dirigente italiano: stop a Teixeira e fuori Moukandju. Tale decisione, oltre ad aver completamente rovinati i rapporti fra i cinesi e Capello, ha infastidito anche Sabatini che, il 26 Febbraio, se ne è uscito così tornando a parlare dell’affare Teixeira: “Le possibilità al momento sono pari a zero. Il Corinthians ha lavorato molto, ma i cinesi hanno cambiato idea all’ultimo momento. E questo accade con frequenza“. Parole dure da parte di un dirigente nei confronti dei proprio superiori, nonostante l’italiano sia sempre stata una persona molta schietta e diretta, sopratutto quando gli viene invaso il proprio spazio lavorativo (e anche questo si ricollega alla mancanza di autonomia). Oltre a questo pesa la mancanza anche di due arrivi, vale a dire degli ex “italiani” Guarin e Luiz Adriano, le cui trattative sono fallite per disposizione della dirigenza Suning in accordo con le nuove regole adottate in materia di investimenti da parte del governo orientale. Le divergenze non si sono però fermate solo in Cina, visto che i problemi si sono presentati anche in Italia: il caso più clamoroso è quello di Javier Pastore, centrocampista argentino da sempre pupillo di Sabatini, che anni fa lo portò in Italia con la maglia del Palermo. Anche qui il giocatore sembrava in pugno, ma l’intervento dei superiori ha rovinato tutto, facendo fallire la “strategia aggressiva” dell’Inter sul mercato di gennaio, per dare anche maggiore morale in vista del girone di ritorno per cercare di centrare l’obiettivo Champions League.

E, ovviamente, una questione di soldi

Ovviamente c’entra anche una questione puramente economica: come abbiamo detto nel paragrafo precedente, il governo cinese ha voluto fare una nuova regolamentazione per quanto riguarda l’investimento di capitali cinesi nei paesi esteri. In particolare, secondo la nota testata calcistica-economica Calcio e Finanza, Il governo cinese ha apportato cambiamenti significativi nelle sue politiche e regolamenti, specialmente in relazione ai controlli sul capitale. Essendo Suning un’azienda cinese, con la maggior parte delle sue attività in Cina, la sua capacità di investire denaro al di fuori del paese potrebbe essere influenzata negativamente da questi controlli. In risposta al persistente deflusso di capitali dall’oriente, la PBOC e la SAFE hanno implementato una serie di misure di controllo del capitale negli ultimi mesi, comprese procedure di controllo severe per società nazionali cinesi di rimettere valuta estera per investimenti esteri, pagamenti di dividendi e rimborsi di prestiti agli azionisti. Anche il governo cinese ha mostrato interesse alla regolamentazione delle attività commerciali degli investitori in squadre sportive straniere in particolare e, come parte dei suoi sforzi in corso per regolare gli investimenti all’estero da parte delle imprese cinesi, ha pubblicato un insieme di linee guida sugli investimenti il 18 agosto 2017 che classificano gli investimenti all’estero. Sotto queste linee guida, gli investimenti nel settore dello sport sono stati classificati come “investimenti limitati”. In generale, gli “investimenti limitati” richiedono o la presentazione o l’approvazione da parte della Commissione per lo sviluppo nazionale e le riforme (National Development and Reform Commission) e del Ministero del commercio o delle loro rispettive controparti locali. Mentre alcuni “investimenti limitati” (ad esempio, gli investimenti nel settore sportivo) in precedenza richiedevano solo di essere notifica, secondo le linee guida di agosto 2017 tali investimenti ora richiedono l’approvazione. Questo ha influenzato anche direttamente Sabatini, in quanto la cifra da lui richiesta per il rinnovo di contratto (2 milioni di euro) è risultata eccessiva per la dirigenza. Oltre a questo l’Inter deve fare i conti anche con il Fair Play Finanziario, soggetto giuridico che si sta imponendo economicamente in maniera significativa per molte squadre italiane. Per quanto riguarda le stime del bilancio interista, emerge che il break-even point (punto di pareggio economico, ovvero ricavi= costi: è la base per il mantenimento economico di qualsivoglia azienda) è ancora lontano dal raggiungimento a causa della contrazione nei ricavi. Rispetto al bilancio al 30 giugno 2017,  viene stimato che il fatturato possa essere in calo di circa 50/60 milioni, mentre i costi della produzione dovrebbero essere stabili (l’aumento degli ammortamenti è “pareggiato” dalla diminuzione del monte ingaggi): una cifra dovuta in particolar modo alla diminuzione nelle voci proventi da gestione calciatori (cioè le plusvalenze) e ricavi commerciali.




De Vrij all’Inter: ecco i 5 migliori trasferimenti dalla Lazio ai nerazzurri

Secondo i maggiori quotidiani sportivi italiani, l’Inter avrebbe raggiunto nella giornata di ieri l’accordo con Stefan de Vrij, difensore centrale in scadenza con la Lazio. Sabatini a Ausilio hanno raggiunto l’intesa con l’entourage dell’olandese su una base di un accordo quinquennale da 4,2 milioni di euro più bonus a stagione. I nerazzurri hanno così battutto la concorrenza di Barcellona e Manchester City, e il 26enne andrà a far coppia con Skriniar nella prossima stagione, con Miranda a fare da chioccia. Andiamo a scoprire quali sono stati i migliori trasferimenti di mercato degli ultimi anni dalla Lazio all’Inter.

Christian Vieri 99/00

Bobo Vieri è stato il primo giocatore che nel nuovo millennio ha percorso la tratta Roma-Milano. Il bomber della nazionale è stato acquistato dal presidente Moratti per la spettacolare cifra di 100 miliardi di lire (circa 47 milioni di euro), un’investimento che ha dato molti frutti: il 44enne ha giocato con la maglia nerazzurra per sei stagioni, collezionando 123 goal in 190 presenze. L’unico rammarico è non aver vinto nemmeno un titolo con quei colori, nonostante la coppia d’attacco con Ronaldo fosse sulla carta una delle più forti di tutti i tempi.

Hernan Crespo 02/03

Arrivato a Milano l’ultimo giorno di mercato, l’argentino doveva essere il sostituto di Ronaldo, partito alla volta di Madrid. Dopo la prima stagione poco fortunata, e una parentesi al Chelsea e al Milan, l’ex giocatore del Parma è riuscito a segnare 45 reti in 116 presenze. Non può essere considerato un flop, ma tenendo di conto della cifra spesa da Moratti (ben 37 milioni di euro), il rendimento di Hernan Crespo è stato inferiore alle aspettative. Con la maglia nerazzurra ha vinto 3 Scudetti e 4 Supercoppe Italiane.

Dejan Stankovic 03/04

Nel mercato invernale del 2004, per 4 milioni di euro più un certo Goran Pandev, arrivò Dejan Stankovic sotto richiesta di Alberto Zaccheroni. Il centrocampista serbo ha fatto le fortune di molti allenatori all’Inter, fino al ritiro nell’estate del 2013. L’attuale 39enne è stato protagonista di molte vittorie, tra cui quella del Triplete con Mourinho: nel suo palmarès nerazzurro troviamo una Champions League, 5 Scudetti, 4 Coppe Italia, 4 Supercoppe e un Mondiale per Club. Le sue 326 presenze e i suoi 42 goal sono un lieto ricordo per ogni tifoso nerazzurro.

Sinisa Mihajlovic 04/05

Nell’estate del 2004, l’allora 35enne Sinisa Mihajlovic, passò a parametro zero dalla Lazio all’Inter, dove vi rimase fino al 2006, anno del suo ritiro dal calcio giocato. La storia d’amore è continuata negli anni successivi, con il serbo nei panni di vice allenatore di Roberto Mancini. Il difensore mancino ha chiuso la carriera con 43 presenze e 6 reti con la maglia nerazzurra. Memorabile il “pari o dispari” con Adriano per decidere chi dovesse battere un calcio di punizione.

Goran Pandev 09/10

L’ultimo grande acquisto risale al gennaio del 2010, quando Goran Pandev riuscì a liberarsi del contratto con la Lazio di Lotito per approdare, non senza polemiche burocratiche tra le due società, alla corte di Mourinho. Alla vincita del Triplete ha contribuito anche il macedone che, alternandosi con il giovane Balotteli, è risultato decisivo per il raggiungimento dello storico traguardo. L’attuale attaccante del Genoa ha chiuso gli anni in nerazzurro con 69 presenze, 8 reti segnate, una Champions League, uno Scudetto, 2 Coppe Italia, una Supercoppa e un Mondiale per Club. Ricordiamo che il passaggio all’Inter è stato un ritorno per il macedone, che si è calcisticamente formato nelle giovanili della società milanese.




Italia e Inghilterra, le nuove generazioni a confronto

Italia ed Inghilterra hanno una rosa di giovani talenti rispettivamente diversa. La differenza sta soprattutto nella cultura del calcio che si gioca nei propri paesi. In Inghilterra il settore giovanile è molto spesso ricco di ottimi talenti e questo discorso non va fatto solo per le big del campionato, ma anche per la maggior parte delle altre squadre che militano nella Premier League. Nel campionato inglese, le squadre puntano sempre sull’inserimento in prima squadra di ragazzi provenienti dalle giovanili, risultando spesso come buoni investimenti. Così facendo limitano al massimo l’acquisto di giocatori provenienti da altri campionati, permettendo così la crescita di una squadra di talento, ma anche di un buon livello di maturità ed esperienza in campo. Infatti, negli ultimi tempi, abbiamo visto ad esempio l’esplosione di molti talenti come, Alli, Kane e Sterling. Tutti giocatori che hanno fatto i primi passi nel più bel campionato d’Europa in giovane età, stupendo tutti con le loro giocate. Ora li andremo ad analizzare individualmente.

I Leoni Inglesi

Dele Alli (Tottenham)

Bamidele Jermaine Alli, meglio noto come Dele Alli, è un calciatore inglese classe ’96 di origini nigeriane, centrocampista del Tottenham e della nazionale inglese. Prodotto del settore giovanile del Milton Keynes Dons, ha fatto il suo il suo esordio in prima squadra il 2 novembre 2012, appena sedicenne, durante un match di FA Cup contro il Cambridge City, finito poi in un pareggio a reti inviolate. La stagione successiva è stata quella del definitivo salto nella formazione titolare della squadra e con ben 33 presenze e 6 reti all’attivo lo ha visto emergere come uno dei più interessanti talenti britannici al di fuori della massima serie inglese, tanto da entrare nelle mire di società prestigiose come Bayern Monaco e Liverpool dopo lo storico 4-0 del MK Dons ai danni del Manchester United, il 26 agosto 2014 in League Cup. Il 2 febbraio 2015 ha firmato un contratto quinquennale con il Tottenham nelle ultime ore di mercato, per un costo iniziale intorno ai 5.000.000 £. Tuttavia Alli è rimasto in prestito a Milton Keynes per tutto il resto della stagione 2014-15, annata che lo vedrà ancora una volta protagonista con 39 presenze e ben 16 reti all’attivo nella League One, risultando decisivo nella cavalcata dei Dons verso la promozione in Championship. Il 19 aprile gli viene assegnato il Football League Award come giovane giocatore dell’anno, mentre l’8 agosto 2015 ha debuttato in Premier League nella sconfitta esterna per 1-0 degli Spurs all’Old Trafford contro il Manchester United. Il 22 dello stesso mese ha segnato il suo primo gol in Premier contro il Leicester City. In quella stagione, dove è arrivato anche in doppia cifra di gol, viene nominato Giovane dell’anno PFA 2016 e anche inserito nella Squadra dell’anno della PFA 2016. Il 19 settembre 2016 ha rinnovato con gli Spurs fino al giugno 2022. Con la nazionale ha occupato tutte le categorie, meno quella Under 20. Ha esordito con la nazionale maggiore nell’ottobre 2015 ed il suo primo gol è avvenuto nel novembre dello stesso anno, in un’amichevole con la Francia.
Considerato da tempo come uno dei migliori prospetti del calcio inglese e europeo, Alli è un centrocampista moderno, “box to box”, in grado di ricoprire più ruoli a centrocampo e di essere presente in entrambe le fasi di gioco, sia difensiva che offensiva. In possesso di ottime doti balistiche, può andare a segno con conclusioni di potenza da fuori area, ma anche con ottimi inserimenti senza palla o con colpi di testa su azioni da calcio piazzato, dove sfrutta la sua grande prestanza atletica. Tecnicamente valido, sa anche districarsi bene nel dribbling grazie ad un’ottima capacità nella conduzione della palla.

Raheem Sterling (Manchester City)

Raheem Sterling è un giocatore giamaicano naturalizzato inglese classe ’94, ed è un ala destra del Manchester City e della nazionale inglese. Unitosi all’academy del Queen’s Park Rangers all’età di 10 anni, rimarrà nel club fino al trasferimento al Liverpool.  Sterling vi è giunto nel febbraio del 2010 per una cifra iniziale di 800.000 sterline e la sua prima apparizione con i Reds risale al 1º agosto 2010, in una partita amichevole contro il Borussia Mönchengladbach. Il 24 marzo 2012 ha fatto il suo esordio in Premier League, all’età di 17 anni e 107 giorni, sostituendo il compagno Dirk Kuijt nella sconfitta casalinga per 1-2 contro il Wigan, diventando il secondo più giovane calciatore della squadra ad esordire. Nell’agosto del 2012 ha debuttato nelle competizioni calcistiche europee, nella gara di qualificazione all’Europa League contro il Gomel (1-0). Il 20 ottobre seguente ha segnato il suo primo gol in campionato, decidendo la partita contro il Reading (1-0) e diventando il secondo più giovane calciatore del Liverpool a segnare un gol in una partita ufficiale mentre L’8 febbraio 2014 ha realizzato la sua prima doppietta con la maglia dei Reds, nella partita vinta per 5-1 contro l’Arsenal, affermandosi sempre di più come uno dei maggiori talenti calcistici in prospettiva.  Il 14 luglio 2015 è passato ufficialmente al Manchester City per 62,5 milioni di euro (68 milioni con i bonus), diventando così il calciatore inglese più pagato nella storia del calcio. Ha segnato il suo primo gol con la maglia dei citizens il 29 agosto contro il Watford, mentre il 17 ottobre seguente, ha realizzato una tripletta in casa, contro il Bournemouth. La sua prima stagione al City terminerà con 47 presenze fra campionato e coppe condite da 11 gol. La stagione 2016/2017 era iniziata molto bene sia per lui che per la sua squadra. Infatti, alla terza giornata, il City era capolista insieme al Chelsea e al Manchester United, contribuendo alla causa anche con una doppietta nella partita con il West Ham della terza giornata. In nazionale invece, ha debuttato contro la Serbia nel 2013 in una partita valida per la qualificazione agli Europei, con l’Under 21; precedentemente però fu convocato con la nazionale maggiore nel settembre del 2012. Attaccante esterno destro, può all’occorrenza giocare sull’altra fascia, come trequartista o seconda punta. Giocatore estremamente rapido, ama partire da sinistra per poi accentrarsi per provare la conclusione a rete o servire un assist Eccelle nel dribbling, nelle finte e nell’ultimo passaggio. Calciatore ambidestro, di classe, è uno dei giocatori più veloci al mondo, con una velocità massima di 35,02 km/h. Nel 2012 è stato inserito nella lista dei migliori calciatori nati dopo il 1991 stilata da Don Balón.

Harry Kane (Tottenham)

Harry Kane, classe ’93, è sicuramente una delle certezze della squadra inglese: nel 2016 e 2017 infatti ha vinto il premio come migliore realizzatore in Premier League. Nel 2017 ha infatti raggiunto e superato il record di reti in un anno in Premier League di Alan Shearer con un totale di 42 reti, diventando il miglior marcatore dell’anno in Europa con 58 reti all’attivo.
Proveniente dal settore giovanile del Tottenham, dal 2011 al 2013 è stato mandato in prestito più volte lontano dagli Spurs. Debuttò nel Leyton Orient dove ha segnato anche il suo primo gol, nel 2011; l’anno successivo si trasferì al Millwall e successivamente al Norwich City. Andò in prestito nel 2013 anche al Leicester, collezionando due gol in 15 presenze.
Nella stagione 2013/14 ritornato al Tottenham, mise a segno in tre gol in 10 partite di campionato. Nella stagione successiva ha segnato 21 reti, piazzandosi al secondo posto dietro Aguero del Manchester City a 26 reti. Le ultime due stagioni ha portato il Tottenham in alto in classifica grazie ai suoi gol che gli hanno permesso di vincere la classifica marcatori con 25 reti nel 2015/16 e 29 nel 2016/17, di cui 7 nelle ultime due gare di campionato.
Il 19 marzo 2015 il CT inglese Roy Hodgson lo ha inserito nella lista dei convocati per la partita contro la Lituania, valida per le qualificazioni a Euro 2016, e per l’amichevole contro l’Italia. Il 27 marzo 2015 ha fatto il suo debutto in nazionale maggiore, nel match vinto per 4-0 contro i lituani, subentrando al 71′ a Wayne Rooney e realizzando la sua prima rete con la maglia dell’Inghilterra dopo appena 79 secondi dal suo ingresso in campo. L’attaccante, grazie ai suoi goal, viene anche convocato per gli Europei 2016 in Francia: in tale manifestazione non è però riuscito a esprimersi su livelli soddisfacenti, come il resto della nazionale, eliminata clamorosamente agli ottavi di finale dalla matricola Islanda. Nonostante la pessima performance mostrata in quell’occasione nell’ottobre 2017 viene nominato capitano dei Three Lions per la gara di qualificazione ai Mondiali del 2018 contro la Slovenia, segno della fiducia di una nazione intera.
Harry Kane è un calciatore molto fisico, dotato di un’ottima tecnica. Riesce a realizzare bellissimi gol con entrambi i piedi e di testa ed essendo anche veloce, fa sì che il ragazzo inglese sia un’attaccante fra i più completi in circolazione.

In Italia però, c’è una cultura del calcio diversa: rispetto all’Inghilterra i nostri giovani non sono riusciti a ritagliarsi una vetrina importante, sia nel nostro campionato che in qualche paese estero. Vuoi per la mancanza di centri federali adeguati, vuoi per le differenze abissali fra Primavera e prima squadra, vuoi per il poco minutaggio concessogli a favore dei coetanei stranieri, negli ultimi anni non siamo riusciti ad assistere ad un ricambio generazionale adeguato di quei fenomeni che ci fecero vincere il Mondiale del 2006. Nonostante ciò non si può dire che, nell’attuale formazione nostrana, non esistano grandi giocatori. Fra questi spiccano senza dubbio Verratti, Insigne e Immobile: il trio delle meraviglie che ha contribuito al Pescara di Zeman della stagione 2011/12 di salire in Serie A e che è riuscito, qualche anno dopo, a prendersi anche la Nazionale Italiana. Analizziamo ora, uno per uno, i tre talenti:

L’Italia nel segno di Pescara

Marco Verratti (Paris Saint Germain)

Nato a Pescara nel 1992, Marco Verratti è uno dei centrocampisti più talentuosi in giro per l’Europa. Debuttò nel 2008 con la maglia del Pescara, dopo aver compiuto gran parte delle giovanili nella squadra del suo comune di nascita. Trascorse a Pescara quattro anni mettendo a segno solo due gol; nella stagione 2011/12 contribuì alla promozione della sua squadra in  Serie A riuscendo a meritarsi l’attenzione del più importante club della Francia: il Paris Saint Germain. Pagato 12 milioni di Euro, milita ancora oggi nel club francese, dove in 155 gare ha totalizzato solo 5 gol. Non è un dato negativo come potrebbe sembrare, poiché il suo lavoro a centrocampo è fondamentale per la sua squadra. Con il suo club ha vinto tutti i titoli nazionali ed il suo enorme talento ha fatto sì che anche leggendari giocatori come Xavi, si sbilanciassero sulle sue prestazioni. Il fenomeno spagnolo ha infatti affermato in un’intervista:  “Il suo stile di gioco ricorda il mio. È molto bravo sia nei passaggi corti che in quelli lunghi, serve ottimi assist ed è difficile togliergli il pallone. È uno dei migliori centrocampisti del mondo”.
Centrocampista completo, è un playmaker tecnico, reattivo e molto agile, dotato di ottime qualità nel proteggere il pallone e di un dribbling fulmineo, spesso integrato con improvvise finte con le quali disorienta l’avversario, eseguendo diversi passaggi in pochissimo tempo e fornendo assist per i compagni di squadra. Di statura minuta, è dotato di ottimo palleggio, qualità che gli consente di dettare i tempi ed impostare l’azione. Grazie alla sua duttilità, è in grado di ricoprire svariati ruoli, quali il trequartista, il centrocampista puro o il regista davanti alla difesa, posizione che ha iniziato a ricoprire durante la sua militanza nel Pescara, guidato da Zdeněk Zeman.
Si è reso protagonista di una veloce maturazione che ne ha fatto, a poco più di vent’anni, uno dei migliori centrocampisti del panorama internazionale. A livello atletico, è molto rapido nei movimenti, esibendo un mix tra efficacia e fisicità, pur non disponendo di un fisico imponente; dimostra, inoltre, pulizia nei tocchi di palla, tempismo nei contrasti, il tutto unito ad una buona dose di carisma, grinta e personalità in campo. Avvezzo a giocate tanto efficaci quanto rischiose, si ispira ad Andrea Pirlo e Alessandro Del Piero.

Lorenzo Insigne (Napoli)

Lorenzo Insigne, nato nel 1991, è un calciatore del Napoli e della nazionale Italiana. Ha fatto tutto il percorso delle giovanili con la squadra partenopea, fino al debutto in prima squadra nel 2010. Nei due anni successivi è andato in prestito a Cavese, Foggia e infine Pescara. Proprio nella squadra abruzzese è esploso il suo talento, permettendogli di chiudere la stagione con 18 gol in campionato, alle spalle del suo compagno di squadra Ciro Immobile. Insieme a lui e Marco Verratti, ha contribuito alla promozione in massima serie del Pescara. Ritornato al Napoli, nel 2012 ha firmato la sua prima rete con la maglia azzurra; il 18 settembre 2013 ha esordito anche nella massima competizione europea, la UEFA Champions League, nella gara interna contro i tedeschi del Borussia Dortmund, in cui realizzò anche la prima rete personale in Europa siglando su calcio di punizione il secondo gol del Napoli, vittorioso per 2-1. Il 15 gennaio 2014 ha realizzato contro l’Atalanta il primo goal in Coppa Italia e Il 27 febbraio dello stesso anno, grazie al gol nella gara di ritorno dei sedicesimi di finale di Europa League contro lo Swansea City, il napoletano segnò in tutte le competizioni a cui prese parte, diventando così il secondo calciatore italiano (dopo Antonio Di Natale) ad aver segnato in Serie A, Champions League, Europa League e Coppa Italia nella stessa stagione. Con la maglia del Napoli ha raggiunto le 100 presenze nel 2015 contro la Juventus al San Paolo, diventando ben presto l’idolo della tifoseria partenopea, che da tanto aspettava un “Figlio di Napoli” pronto a dare la carriera per quella maglia, alla pari di fedeli campioni come Totti e Del Piero (a cui si aspira). Il 2 settembre 2012, all’età di 21 anni, il CT Cesare Prandelli lo ha convocato per la prima volta in nazionale maggiore per le partite contro Bulgaria e Malta, valide per le qualificazioni al Mondiale 2014. Ha esordito l’11 settembre successivo nella partita di Modena contro Malta, subentrando nell’intervallo della gara ad Alessandro Diamanti. Il 14 agosto 2013, alla seconda presenza, ha firmato la prima rete in nazionale nell’amichevole contro l’Argentina disputata allo stadio Olimpico di Roma, fissando il risultato sul definitivo 2-1 per i sudamericani, mentre Il 6 settembre seguente ha giocato per la prima volta da titolare nella gara interna contro la Bulgaria. Il 1º giugno 2014 viene inserito nella lista dei 23 convocati per il Mondiale 2014 in Brasile, mentre il 20 fece il suo esordio nella manifestazione, nella seconda partita del girone persa per 1-0 contro la Costa Rica, subentrando al 57º minuto ad Antonio Candreva. Quella contro i sudamericani rimane la sua unica presenza in quella competizione, vista l’eliminazione dell’Italia nella fase a gironi. Chissà cosa sarebbe potuto cambiare con lui in campo più spesso? Inizialmente escluso nella gestione del CT Antonio Conte, complici infortuni e scelte tecniche, è tornato a giocare in nazionale quasi due anni dopo, il 24 marzo 2016, in un’amichevole contro la Spagna (1-1), durante la quale ha segnato un gol dopo esser entrato nella ripresa. E’ stato convocato per l’Europeo 2016 in Francia, nel quale ha esordiato subentrando nella terza partita del girone persa 1-0 contro l’Irlanda. Successivamente subentrerà anche durante le partite degli ottavi contro la Spagna e dei quarti contro la Germania, partita in cui ha messo a segno il primo dei tiri di rigore al termine dei quali l’Italia viene eliminata dalla competizione per gli errori fatali di Pellé, Zaza e Darmian.
Il suo ruolo originale era inizialmente quello dell’esterno offensivo sinistro nel 4-3-3 disegnato da Zdeněk Zeman durante la sua militanza nel Foggia e nel Pescara. Sebbene prediliga fungere da ala sinistra, è un giocatore tatticamente versatile, capace di svariare su tutto il fronte d’attacco, per poi convergere e calciare in porta; nel corso degli anni ha notevolmente ampliato il proprio raggio d’azione, operando su tutto il versante offensivo come playmaker a supporto delle punte o come seconda punta in virtù della sua visione di gioco, contribuendo all’azione di ripartenza servendo i compagni con lanci in profondità, passaggi filtranti, rapidi scambi di palla e fornendo assist. Abile battitore di calci di punizione e buon rigorista, nonostante la statura ridotta, dispone di un fisico compatto e gambe forti che, grazie al baricentro basso, gli permettono di imprimere grande potenza ai tiri a giro, sua dote migliore. Rapido nel fraseggio, elegante nei tocchi di palla e puntuale nell’anticipo, è dotato di un dribbling secco e fulmineo, di cui si serve per liberarsi della pressione fisica avversaria; buon finalizzatore, la sua rapidità gli consente di inserirsi negli spazi stretti, penetrare in area di rigore e dirigere le manovre d’attacco.

Ciro Immobile (Lazio)

Ciro Immobile, attaccante classe ’90, è in forza alla Lazio ed è la punta di riferimento della nazionale italiana. Centravanti capace di spaziare su tutto il fronte d’attacco, ha i suoi principali punti di forza nel senso del gol, nel fisico possente, nella buona tecnica, dribbling nello stretto e tiro di prima intenzione, da ogni posizione e con entrambi i piedi.
Mosse i primi passi nelle giovanili del Sorrento e successivamente della Juventus, per poi passare dal 2010 al Siena, al Grosseto e infine al Pescara, dove mostrò tutto il suo talento. Come già detto più volte, ha contribuito con i suoi gol alla promozione del Pescara in Serie A allenata da Zeman. Nella sua unica stagione con la squadra abbruzzese, in 37 gare mise a segno 28 gol, vincendo la classifica marcatori. Si trasferì poi al Genoa dove segnò solo 5 gol, mentre poi giocò una stagione di spicco con il Torino l’anno successivo segnando 22 gol in 33 partite. Con la splendida stagione vennero i tedeschi del Borussia Dortmund a bussare alle porte del Torino, strappandolo alla concorrenza di altre squadre europee. La sua stagione però non fu brillante come con i granata, poiché riuscì a segnare soltanto 3 gol con i gialloneri. Nel 2015/16 andò in prestito al Siviglia in Spagna, dove in sole 8 gare siglò 2 gol; terminò la stagione in prestito al Torino, mettendo a segno 5 reti. Dal 2016 in poi la Lazio ha creduto in lui acquistandolo a titolo definitivo per sostituire Miroslav Klose, ritiratosi dal calcio giocato. In 62 partite con la maglia biancoceleste, ha firmato il tabellino 47 volte in campionato, e nella stagione attuale è il capocannoniere della Serie A, con 24 reti.
Per quanto riguarda la nazionale, il 2 marzo 2014 ottenne la prima convocazione con la nazionale maggiore da parte del CT Cesare Prandelli. Esordì in nazionale il 5 marzo 2014, a 24 anni, nella partita amichevole Spagna-Italia (1-0), disputata a Madrid. Le ottime prestazioni offerte alla sua prima stagione nel Torino, con la conseguente vittoria della classifica marcatori in Serie A, lo portarono a esser convocato per il Mondiale 2014. Dopo l’esordio da subentrante nella vittoria per 2-1 contro l’Inghilterra, giocò da titolare l’ultima partita della fase a gironi contro l’Uruguay, che determinò l’eliminazione dell’Italia. Il 4 settembre successivo mise a segno il suo primo gol in nazionale mentre nella prima gara del CT Antonio Conte aprì le marcature nell’amichevole vinta 2-0 sui Paesi Bassi disputata a Bari. Nelle prime partite di qualificazione a Euro 2016 venne promosso titolare nella coppia d’attacco insieme con Simone Zaza; i due verranno poi scavalcati nelle gerarchie da Éder e Graziano Pellè: l’attaccante napoletano venne comunque convocato da Conte per l’Europeo 2016, in cui ottenne due presenze, entrambe nella fase a gironi. Confermato nel gruppo azzurro dal nuovo CT Gian Piero Ventura, suo allenatore ai tempi del Torino, il 9 ottobre 2016, durante la partita di qualificazione al Mondiale 2018 giocata a Skopje contro la Macedonia, realizzò la sua prima doppietta in maglia azzurra, che consentì all’Italia di vincere in rimonta per 3-2. Con 6 reti realizzate in 10 presenze si laureò capocannoniere del Girone G di qualificazione al Mondiale 2018, ma l’Italia mancò la qualificazione ai play-off nella sciagurata doppia partita contro la Svezia.

I tre volti principali di Italia ed Inghilterra, hanno sicuramente del talento da mostrare. Attendiamo così di vederli all’opera nel match che li metterà a confronto martedì 27 marzo nell’amichevole che si giocherà a Wembley. Sicuramente sarà una gara divertente dal punto di vista del gioco, perché con calciatori del genere, azioni spettacolari di certo non mancheranno.




Post-Buffon: a chi affidare la porta della nazionale?

Dopo 176 partite trascorse a difendere i pali dell’Italia, Gianluigi Buffon ha deciso di abbandonare definitivamente la nazionale italiana di calcio: l’annuncio era nell’aria e si era già avvertito durante la conferenza stampa pre-gara contro l’Argentina, quando il portierone azzurro aveva riassunto con lucidità il suo lungo curriculum ed i suoi titoli. Sembrerebbe che alla base di ciò ci sia la ragionevolezza e la giusta consapevolezza di aver dato tutto per la maglia azzurra, con la quale Buffon ha disputato mille battaglie, contribuendo ad altrettante vittorie, come quella dell’indimenticabile notte magica di Berlino del 9 luglio 2006, quando l’Italia ha vinto il suo quarto Mondiale, battendo in finale la Francia di Zidane.

D’altro canto, però, bisogna sottolineare che c’è anche la voglia di inseguire un sogno più volte infranto e chiamato Champions League: Superman, infatti, (questo il soprannome del numero uno bianconero) da qui a fine stagione ha in testa soltanto la Juventus, con la quale vuole conquistare l’ambito Triplete, sfiorato due volte negli ultimi tre anni ma mai raggiunto.  Nell’amichevole di domani sera contro l’Inghilterra dovrebbe giocare titolare Donnarumma, forse il primo candidato a prendere il posto di Buffon, ma in lizza ci sono anche Perin e Meret: chi tra questi meriterebbe un posto da titolare nella nazionale maggiore? Noi di RadioGoal24 abbiamo analizzato i numeri e le statistiche dei tre portieri di Milan, Genoa e Spal.

Gianluigi Donnarumma

Da Gigi a Gigio, o almeno dovrebbe essere così, perché Donnarumma appare come il perfetto erede di Buffon: ha esordito in campionato a soli 16 anni (uno in meno rispetto al portiere della Juventus), battendo così il record del più giovane portiere ad essere schierato in Serie A dal primo minuto. Ad aver creduto in lui sin dall’inizio è stato l’ex allenatore del Milan, Siniša Mihajlović, che lo ha schierato titolare nella partita contro il Sassuolo, preferendolo a Diego Lopez, ex portiere del Real Madrid che in quel periodo della stagione era in crisi di identità. Fino a questo momento Donnarumma ha fatto registrare 96 presenze con la squadra rossonera (per un totale di 8.299 minuti giocati), nelle quali ha subito 106 reti. Nella stagione attuale in corso, quella 2017/2018, ha difeso per 28 volte la porta del Milan, lasciandola inviolata per 10 partite, ma subendo 32 goal: ha certamente molto influito l’inizio di stagione disastroso della difesa milanista, quando la squadra era allenata da Montella e i difensori (Bonucci in primis) non riuscivano ancora ad integrarsi con il resto della rosa. Per quanto riguarda la nazionale, le presenze sono ancora poche: 4 nello specifico, con altrettante 4 reti subite. E’ ovvio che la presenza di uno come Buffon in nazionale abbia gettato parecchia ombra sul portiere del Milan, ma la strada per il futuro è tutta sua: da quando ha esordito con la nazionale maggiore (Italia-Francia del 1 settembre 2016), Donnarumma ha avuto la grande opportunità di scrutare Buffon, di poter imparare da lui nella gestione della palla, nella presa e nella lettura in anticipo. Inoltre al Milan credono in lui e ne hanno fatto un pilastro mondiale, tanto che già nella scorsa estate (quando il portiere non aveva ancora effettuato il discusso rinnovo di contratto con i rossoneri) era stato accostato vicino a squadre del calibro di Paris Saint-Germain e Real Madrid. Per concludere, diciamo che Donnarumma rispecchia le caratteristiche essenziali del portiere moderno, bravo sia con le mani che con i piedi:  di tutto questo Buffon ne è consapevole, tanto che forse, quando lo guarda, si riconosce in lui, ricordandosi di quando ha esordito con il Parma in quel lontano 19 novembre del 1995.

Mattia Perin

Mattia Perin ha esordito in Serie A il 22 maggio del 2011, nel giorno dell’ultima partita di quel campionato: la partita era Genoa-Cesena, finita 3-2 per i genoani. Nel 2012 è stato ceduto in prestito al Padova (in Serie B) e nella stagione successiva (quella 2013/2014) è tornato a Genova, dove ha giocato tutti i 90 minuti di ciascuna partita, eccezion fatta per la gara di ritorno contro la Lazio, in cui è stato collocato in panchina. Facendo un calcolo veloce (90 minuti per 37 presenze da titolare) viene fuori il risultato di 3.330 minuti giocati in totale: quella resta la stagione in cui Perin ha giocato di più con la maglia del Genoa, ma anche quella in cui sono arrivate più reti subite, ovvero 50. L’anno successivo il portiere classe ’92 si è confermato di nuovo una giovane promessa del calcio italiano, tanto che si cominciava a parlare di lui come sostituto numero uno di Gigi Buffon: il suo stare in porta è sempre stato spericolato e un po’ avventuroso, ma sempre contornato da tanto coraggio. Coraggio che nel momento clou della sua carriera non gli è mai mancato, nemmeno quando sono arrivate le prime disgrazie: nella stagione 2015/2016 si è infortunato prima alla spalla (restando fuori le prime 7 partite di campionato) e nella gara di ritorno contro il Carpi è arrivata anche la rottura del legamento crociato del ginocchio, che lo ha tenuto fuori per tutto il resto della stagione. Una stagione da incubo, dunque, che Perin non avrebbe ma più voluto rivivere, ma il 15 gennaio del 2017 quello stesso infortunio si è presentato di nuovo, obbligandolo a restare fuori dai campi di gioco per le ultime 19 partite di campionato. In quella stagione, infatti, ha disputato soltanto 16 partite (tre in meno della metà), subendo 19 reti. La stagione in corso si è presentata finalmente positiva per Mattia Perin: ha collezionato fino a questo momento 29 presenze, giocando tutte le partite di campionato dall’inizio alla fine (come già accaduto nel 2013) per una somma di 2.610 minuti giocati e di 29 reti incassate.
Con la nazionale maggiore vuoi i vari infortuni, vuoi lo stesso discorso fatto per Donnarumma riguardo la pesante presenza di Buffon, Perin ha giocato soltanto una partita (17 minuti per l’esattezza) quella del 18 novembre 2014 contro l’Albania, quando sulla panchina azzurra sedeva Antonio Conte.
Attualmente il portiere genoano sembra essere tornato quello di prima, anzi, forse è anche più forte, poiché siamo sicuri che le varie sciagure infortunistiche lo abbiano reso più maturo e dal punto di vista stilistico più pulito: bravo nelle uscite alte, presa sicura, sicuro nelle scelte, bravo con i piedi.

Alex Meret

Classe 1997 e tanto talento da vendere: questo è Alex Meret, giovanissimo portiere che attualmente milita tra le fila della Spal. La carriera di Meret in Serie A è iniziata con l’Udinese, squadra di cui ha fatto parte nelle stagioni 2014/2015 e 2015/2016, ma con la quale non giocato nemmeno una partita di Serie A. Nel 2017 si è trasferito nella Spal, ma l’inizio di stagione è stato molto sfortunato per lui: diversi problemi muscolari, infatti, lo hanno tenuto fuori per metà campionato, nel quale ha ripreso a giocare dal pareggio per 1-1 contro l’Inter, il 28 gennaio del 2018. Da quel momento in poi ha sempre occupato il posto da titolare fisso, disputando 8 partite e subendo 11 reti. Elogiato da Zof, paraganato ad Handanovic e considerato il Donnarumma della Serie B, Meret è rimasto sempre con i piedi per terra e non ha mai dato retta a tutte queste etichette. In un’intervista alla Gazzetta dello Sport ha dichiarato: “Tutti questi paragoni vanno presi nel modo giusto, senza montarsi la testa. Il segreto è l’equilibrio. Non mi esalto e non mi demoralizzo. Anche fuori dal campo sono tranquillo, di poche parole. Un vero friulano“.
Con la nazionale maggiore non ha ancora esordito, ma ha collezionato molte esperienze con l’Under 19, con cui si è giocato anche la finale dell’Europeo 2016 contro la Francia di un certo Mbappè (attuale attaccante del Paris Saint-Germain), che l’Italia ha perso disgraziatamente con un tondo risultato di 4 a 0. Sempre a detta dell’estremo difensore della Spal: “Da Mbappè arriva un messaggio chiaro: i giovani bravi possono far bene ad altissimi livelli”. Tutte queste dichiarazioni lo rendono tenace, grintoso, uno con la testa sulle spalle e, nonostante le zero presenze, nei vari ritiri della nazionale in cui era presente ha avuto la grande opportunità di osservare non solo la figura leggendaria di Buffon, ma anche le altre due giovani promesse della porta azzurra, ovvero Donnarumma e Perin: mica poco!

 




All’altra sponda: cinque campioni che hanno cambiato sport

Ci sono atleti che nascono per un solo sport, che lo praticano con passione e che lo onorano fino alla fine, diventando leggende immortali di quella disciplina. E poi ci sono altri, che trascorrono una vita ad allenarsi, a migliorarsi, a cercare di ottenere risultati sempre più ottimali, ma che alla fine si stancano, perdendo gli stimoli e le giuste motivazioni per proseguire quel tipo di carriera. E’ questo il caso di Usain Bolt, l’ex velocista giamaicano che si è ritirato dall’atletica leggera nell’agosto del 2017 e che questa mattina ha svolto il provino per entrare nelle fila del Borussia Dortmund. L’ex uomo più veloce del mondo non è il solo ad aver cambiato sport: sono molti, infatti, i personaggi sportivi famosi che hanno deciso di esercitare un taglio netto con il passato e proprio per questo noi di RadioGoal24 abbiamo deciso di stilare una classifica di cinque campioni sportivi che hanno completamente cambiato la loro routine quotidiana.

Michael Jordan

Nato a New York il 17 febbraio del 1963, Michael Jordan inizia la sua carriera nel basket all’Università della Carolina del Nord, dove nel 1982 trascina i Tar Heels alla vittoria del campionato nazionale NCAA (National Collegiate Athletic Association). Due anni più tardi arriva l’atteso esordio in NBA con i Chicago Bulls, con i quali ha la fortuna di vincere sei campionati NBA, tre anelli e tre titoli di MVP, proclamandosi in breve tempo il più grande giocatore di basket di tutti i tempi. Le belle storie d’amore, però, hanno sempre una fine, ed ecco che il 6 ottobre del 1993 esce una notizia che da molti viene interpretata come uno dei più brutti pesce d’aprile: “Michael Jordan si ritira dal basket. Giocherà a baseball“. I Chicago White Sox, infatti, nota squadra di baseball della Major League Baseball statunitense, decidono di ingaggiare Air Jordan nella loro squadra. Passare dalla pallacanestro al baseball fu una scelta personale e molto profonda, legata alla scomparsa del padre James, ucciso pochi mesi prima da due balordi che avevano cercato di rapinarlo. Come dichiarato dallo stesso Jordan in un’intervista alla Nbc, egli era molto legato al papà, che aveva sempre puntato a suo figlio come un giocatore di baseball: quella scelta, quindi, fu un semplice tentativo di restare in contatto con suo padre James, esaudendo uno dei suoi più profondi desideri. Dopo un anno e mezzo disastroso trascorso nella MLB, nella quale non si dimostra l’atleta eccezionale conosciuto da tutti, Jordan decide fortunatamente di ritirarsi dal mondo del baseball. Torna a giocare di nuovo a basket e lo fa ancora una volta con i Chicago Bulls, che successivamente vinsero altri tre titoli NBA.
Forse qualcuno gli suggerì qualcosa del tipo: “Torna a casa, Lessie”.

Rio Ferdinand

Rio Ferdinand nasce a Londra il 7 novembre del 1978  ed inizia la sua carriera calcistica prima nel West Ham, con cui vince il premio di miglior giocatore giovane dell’anno e poi con il Leeds, squadra di cui diventa il capitano. Nel 2002 passa al Manchester United: nel corso del tempo diventerà una delle colonne portanti dei Red Devils, con i quali vincerà (tra i tanti titoli) sei Premier League, una coppa d’Inghilterra e una Champions League. Una volta terminato il suo periodo a Manchester, Ferdinand si trasferisce a Londra, sponda Queens Park Rangers, firmando un contratto annuale con la squadra allenata da Harry Redknapp: a fine stagione il club inglese retrocede e l’ex calciatore decide di non rinnovare il proprio contratto con il QPR. Il 30 maggio del 2015 annuncia il suo ritiro dal calcio giocato e due anni dopo, all’età di 38 anni, decide di diventare un pugile professionista. Nel settembre del 2017, infatti, Ferdinand dichiara che la boxe sarà il suo futuro e nei suoi profili social comincia a postare foto e video tramite cui mostra di allenarsi duramente in palestra e di essere in grande forma. Come capitato a Michael Jordan, anche la scelta dell’ex difensore del Manchester United è stata motivata da una vicenda personale: nel 2015, infatti, la moglie Rebecca è morta a causa di un tumore ed i guantoni hanno rappresentato per lui una sorta di medicina, attraverso cui combattere la triste realtà che lo circondava. In un’intervista al Telegraph ha dichiarato: “La boxe è uno sport incredibile per la mente e il corpo e io ho sempre avuto una passione per questo sport. Questa sfida è l’occasione perfetta per dimostrare alla gente ciò che è possibile“.
Un campione è qualcuno che si alza quando non può e Ferdinand è uno di questi: onore a lui.

Dwain Chambers

Londinese di nascita, Dwain Anthony Chambers trascorre la sua vita tra piste di atletica, campi di football e processi per doping. La sua carriera da sportivo inizia nell’atletica leggera, in cui si mette in luce da giovanissimo, vincendo nel 1995 e nel 1997 l’oro nei 100 metri agli Europei Juniores. Successivamente arrivano altri successi: nel 1999 si qualifica terzo ai campionati del mondo di atletica leggera di Siviglia, nel 2002 vince l’oro sia nei 100 metri sia nella staffetta 4×100 metri degli europei di Monaco di Baviera e nel 2003 vince l’argento nella staffetta a Saint-Denis, durante i mondiali di Francia. In quel periodo, però, iniziano ad arrivare anche i primi problemi: ad ottobre del 2003 viene trovato positivo al THG, uno steroide anabolizzante sintetico etichettato come sostanza dopante, ed il 22 febbraio del 2004 viene squalificato dalla federazione britannica per due anni. Con la squalifica in atto, Chambers decide di cambiare scenario e di dedicarsi al football americano: sembra tutto fatto, deve solo firmare un contratto con i San Francisco 49ers, ma poi la situazione sfuma del tutto, senza mai concretizzarsi. Ad aggravare ulteriormente la sua posizione ci pensa l’IAAF (Associazione Internazionale della Federazione Atletica), che nel 2006 gli toglie gli ori europei del 2002 e l’argento mondiale. Terminata la squalifica, prende parte a qualche altra gara di atletica leggera, ma nel 2007 comincia ad interessarsi nuovamente al football americano, allenandosi in un Training Camp della NFL di Tampa, una città della Florida. Nonostante un trascorso nell’atletica poco pulito e legato a diversi processi di doping (lo stesso atleta dichiara di aver assunto 300 miscele diverse di sostanze dopanti) Chambers ci riprova e nel 2009 vince l’oro nei 60 metri ai campionati europei indoor di Torino, precedendo sul traguardo i due italiani Fabio Cerutti ed Emanuele Di Gregorio.
Poteva accettare di fallire, perché chiunque fallisce in qualcosa, ma non poteva accettare di non tentare: tenace.

Tim Wiese

Originario di Bergisch Gladbach, una città della Renania settentrionale, in Germania, Tim Wiese inizia la sua carriera da calciatore con il Bayer Leverkusen. Il 15 gennaio 2002 viene acquistato come terzo portiere dal Kaiserslautern, come riserva di un certo Roman Weidenfeller, ma in seguito alla cessione di quest’ultimo al Borussia Dortmund, Wiese comincia a giocarsi il posto da titolare con Koch, altro portiere della squadra. Nel 2005 viene acquistato dal Werder Brema, dove giocherà fino al 2012, per poi trasferirsi all’Hoffenheim (dove giocherà due stagioni) e annunciare il ritiro dal calcio nel 2014. Una volta abbandonato il prato verde, Tim Wiese decide di intraprendere la carriera da bodybuilder, arrivando a pesare 117 chili (trenta in più rispetto a quando giocava a calcio) e ad attirare l’attenzione di Paul Levesque, meglio conosciuto come Triple H, un mito del wrestling internazionale e scopritore di nuovi talenti per la WWE. Nel suo primo incontro, Wiese combatte in un incontro a squadre al fianco dello svizzero Cesaro e dell’irlandese Sheamus. Dopo un match adrenalinico e molto intenso, è proprio l’esordiente wrestler ad effettuare lo schienamento decisivo, ai danni di Epico. A fine gara ha dichiarato: “La mia carriera nel calcio è terminata da tempo. A dicembre compirò 35 anni, credo che questa sia l’età migliore per fare il wrestler. Quando sono nel ring non ho paura, sono gli altri che devono averla“.
Insomma, una spiccata passione per la geometria: dal rettangolo verde al quadrilatero del ring.

Tyson Gay

Velocista americano nato a Lexington il 9 agosto del 1982, Tyson Gay debutta nell’atletica che conta nel 2005, anno in cui si concentra principalmente nei 200 metri e durante il quale inizia ad effettuare le sue prime gare da professionista. Nel 2006 inizia a migliorare le proprie prestazioni gara dopo gara e nel 2007 arriva la consacrazione definitiva: ai mondiali di Osaka, infatti, Gay conduce la gara dei 100 metri davanti ad Asafa Powell, bissa il successo nei 200 metri davanti al favoritissimo Usain Bolt e si impone anche nella staffetta 4×100 metri. Tre successi che equivalgono a tre medaglie d’oro, a cui si aggiunge quella d’argento nel 2008 a Pechino, quando arriva secondo nella gara in cui Bolt stabilisce il nuovo record mondiale dei 100 metri con 9″72 secondi. Come altri atleti della sua disciplina, però, anche Tyson Gay si trova a dover fronteggiare i problemi con il doping: nel 2014 viene trovato positivo ad un test antidoping e l’AMA (Agenzia Mondiale Antidoping) lo squalifica inizialmente per due anni, per poi ridurre tal squalifica a dodici mesi. Questa decisione di limitare la condanna fa infuriare non poco i personaggi del mondo  sportivo, tra cui lo stesso Usain Bolt che dichiarò: “Gay ha tradito lo sport, andrebbe buttato fuori a vita“. Conclusa l’esperienza con l’atletica leggera, l’ex corridore statunitense decide di avviare una nuova carriera, quella dello slittino, e per questa ragione si iscrive ai campionati americani di spinta di bob, che si disputano a Calgary, in Canada. Sin dal principio, il suo obiettivo è quello di entrare a far parte della squadra di slittino degli USA come frenatore, ma il giorno stesso della gara Gay cambia idea. Sembra infatti che, non avendo ancora acquisito la giusta esperienza con quella nuova disciplina, attraverso un consulto con lo staff e con gli allenatori, si decide di non farlo gareggiare in modo tale da fargli guadagnare una preparazione migliore.
Se vuoi correre, corri un chilometro. Se vuoi cambiare vita, dedicati allo slittino.

 

 

 

 

 

 




Italia, 3 motivi per cui DI Biagio avrebbe dovuto convocare Mario Balotelli

La Nazionale è tornata ma, come di solito accade dopo una crisi, i dubbi sono molti di più rispetto alle certezze. Ormai è inutile girarci attorno: l’Italia calcistica è nel periodo più buio della sua storia e non parliamo solamente rispetto alla mancata qualificazione ai Mondiali in Russia. Squadre ancora poco competitive, campionato poco esaltante per gli appassionati stranieri, ben pochi giocatori di fantasia, infrastrutture arretrate: sembra proprio che il nostro paese, in totale parallelismo con la situazione socio-politica-economica, non riesca a stare dietro agli standard europei. Ecco allora che lo scetticismo generale comincia a degenerare, sopratutto se dopo mesi e mesi dall’allontanamento di Ventura ancora non si è riusciti a trovare un commissario tecnico degno come sostituto (anche se il caos intorno alla Federazione non ha aiutato). In vista delle prossime amichevoli contro Argentina e Inghilterra, a sedere sulla prestigiosa panchina italica ci sarà Di Biagio, ex selezionatore dell’under 21 nostrana con il sogno di poter essere confermato alla guida della squadra maggiore. Intorno alla convocazioni stilate dal tecnico sono stati creati 3 discorsi: il primo è il “ritorno” di alcuni senatori che invece avevano annunciato il ritiro (Buffon su tutti, ma anche De Rossi, che si è reso disponibile nonostante la mancata convocazione per scelta tecnica); il secondo è la mancanza, ancora una volta, di qualche nome di assoluto rilievo, sopratutto in confronto ad alcuni grandi top player delle nostre prossime avversarie; il terzo rimanda invece alla specifiche scelte di Di Biagio, con alcune chiamate discutibili (ne parliamo qua) che hanno fatto storcere il naso a chi sperava una vera e propria rivoluzione tecnica. Quest’ultima, a detti di molti noi compresi,  doveva innanzitutto partire da un giocatore: Mario Balotelli. L’attaccante sta disputando una grandissima stagione con il Nizza, trascinando i suoi compagni a suon di goal verso la qualificazione in Europa League. E’ vero che gioca in un campionato e in una squadra non proprio esaltanti, ma non si può negare di come sia, per qualità strettamente tecniche, il migliore attaccante italiano che abbiamo a disposizione. In particolare abbiamo voluto elencare 3 motivi per cui la mancata convocazione di Super Mario  ci sembra una vera e propria assurdità. Buona lettura.

Questa scena i tifosi del Nizza l’hanno vista molte volte in questa stagione…

I numeri del giocatore

Su 30 partite giocate dal Nizza in questa stagione di Ligue1, Balotelli ha confezionato ben 21 presenze segnando la bellezza di 14 goal, senza tuttavia nessun assist. Fa molto pensare la percentuale di passaggi riusciti, attorno al 74%, mentre quella relativa ai tiri gira attorno al 60%: numeri molto buoni per un ragazzo che in molti credevano capace solo di segnare davanti alla porta. Balotelli è migliorato tantissimo anche nella fase di interdizione, mostrando spesso la volontà di andarsi a recuperare il pallone per far ripartire i compagni. Ha infatti totalizzato il 50% di scivolate riuscite, con il 48% di contrasti vincenti (stessa percentuale per quelli aerei) e 6 palloni intercettati. Totale duelli in totale? 218. Anche sul versante distributivo ci sono numeri per nulla male: nonostante non abbia siglato nessun assist, i 530 passaggi totalizzati nel corso del campionato sono una prova decisiva di come l’attaccante stia cominciando ad entrare in maniera più significativa nel fulcro del gioco (si parla di 38, 46 passaggi di media a partita). Non si tratta ovviamente di numeri da “falso nueve” o trequartista, ma stiamo di fronte comunque ad una concreta evoluzione rispetto ai tempi di Manchester City e Milan. Ancora non tantissimi i cross messi a segno, solo 5, ma riguardo a questo punto è probabile che c’entri la disposizione tattica della formazione francese. Parlando di statistiche offensive, Balotelli ha una media di un goal ogni 119.7 partite, quasi quindi una siglatura a match, dimostrando una continuità in fase realizzativa notevole. La maggior parte delle reti è arrivata con il suo piede naturale, il destro, con 2 goal di testa e 2 di mancino. Essendo un punta pura è chiaro che, su 14 goal, ben 12 sono arrivati da dentro l’area, con un paio di timbri arrivati quindi dalla distanza. Buono anche il numero di dribbling effettuati, 21. Sul versante della disciplina c’è ancora molto da lavorare: l’attaccante italiano ha preso ben 8 cartellini gialli (tanti anche per un difensore) commettendo in tutto 46 falli. I numeri ottenuti in campionato si ripetono anche in altre competizioni: in Europa League Balotelli ha siglato ben 6 goal in 7 partite, segnando anche nella Coppa di Lega. Nonostante la Ligue1 non sia esattamente il campionato più complesso al mondo, i numeri mostrati sono di certo uno specchio realistico di come Balotelli stia effettivamente tornando a grandi livelli: fa pensare il fatto che, al suo posto, siano stati invece portati giocatori come Belotti o Verdi, che di certo non stanno attraverso un periodo molto più felice del talento scuola Inter.

Il nostro editoriale potrebbe benissimo essere riassunto con questa immagine e basta.

Questione di modulo

Un’altra considerazione fa fare riguarda la specifica situazione tattica della nostra nazionale. Uno dei più grandi problemi del nostro calcio è la mancanza di ali, ovvero quello che è probabilmente il ruolo più importante per il calcio moderno, fatto di 4-3-3 e 4-2-3-1. In concomitanza con questo fattore, il nostro paese è stato inondato da una grandissima quantità di punte centrali di buona qualità (ma nessun fenomeno) che si sono contese il posto ogni volta per il 3-5-2 od il 4-4-2 proposto dai precedenti commissari tecnici. Il problema di fondo è che i vari Belotti, Immobile e Cutrone, sono tutti calciatori abituati a giocare come singole punte nelle rispettive squadre, accompagnate da 2 ali per costituite i tanti amati moduli a tre punte citati a inizio paragrafo. Chi mastica un po’ di calcio saprà bene che giocare con una punta a fianco è ben diverso rispetto all’avere due esterni alti che si inseriscono sulla fascia. Non è un caso che, agli Europei scorsi, abbia trovato continuità assoluta Eder: l’italo brasiliano  ha come ruolo naturale quello della seconda punta, permeandosi bene nel 3-5-2 di Conte. I vari esperimenti con 2 punte di peso sono invece falliti e hanno creato una manovra offensiva poco veloce e fluida. Cosa c’entra Balotelli in questo discorso? Semplice, perché Mario è un giocatore un po’ particolare. Nonostante le movenze e fattezze di un attaccante di peso (stiamo parlando di un metro e novanta di giocatore), l’ex Inter ha sempre dimostrato di giocare meglio quando affiancato da un suo simile vicino, in un attacco a 2: al City, ad esempio, fece molto bene quando veniva schierato in coppia con Edin Dzeko (chissà che non possa ritrovarlo alla Roma il prossimo anno…) mentre in Nazionale ha trascinato, con Cassano accanto, l’Italia alla finale degli Europei. E’ un tipo di calciatore a cui piace infatti dialogare con un compagno vicino, in quanto Balotelli ama stoppare, difendere il pallone e far salire la squadra: avendo un’altra punta affianco a lui, può attirare a sé i difensori avversari per far smarcare il proprio compagno e costruire pericolose azioni offensive. Inoltre ha dimostrato varie volte di essere molto forte nel dribbling stretto: con un compagno a fianco riesce spesso a sfruttare una maggiore densità amica nell’area avversaria, potendosi permettere di avere maggiore libertà e spazio per dribblare e tirare, senza la paura di essere triplicato. E’ quindi evidente di come l’Italia, potendosi permettere al momento solo moduli a 2 punte, non possa prescindere dallo schierare una vera e propria seconda punta che, stranamente viste le caratteristiche fisiche, Balotelli è.

E’ veramente questo il problema per cui Balotelli non viene convocato?

Una svolta a livello mentale

L’ultimo e breve punto riguarda invece una considerazione a livello mentale: l’Italia, con questi 23 giocatori, ha ancora parecchie scorie dei rovinosi gironi per le qualificazioni ai mondiali in Russia. Alcune gradite novità (Cutrone?) fanno sicuramente piacere e danno speranza per il futuro, ma in questa nazionale non c’è nessun giocatore che possa far parlare la Nazionale di sé, nessun calciatore che richiami l’attenzione di un tifoso estero per dire: “Ehi, gioca l’Italia, sono curioso di vederla!“. L’Italia non è attraente, non fa rumore, non desta curiosità. Ci crea perplessità anche la rinnovata convocazione di Buffon: sappiamo benissimo che il n.1 della Juventus sia ancora uno dei migliori al mondo, ma la disfatta svedese doveva essere una motivazione in più per attuare un cambio generazionale totale, sopratutto in un ruolo in cui siamo ben coperti. Perché Balotelli non è stato convocato? La “mafia” all’interno dello spogliatoio azzurro non lo ha voluto? Magari, almeno sappiamo già le identità delle prime erbacce da estirpare, il commissario tecnico in primis, piegato a queste regole interne che non fanno altro che gettare fango sulla nostra realtà. Noi crediamo che non sia così e proprio per questo è strana questa mancata chiamata: siamo di fronte a due amichevoli dopo una incredibile disfatta contro due grandi concorrenti che si giocheranno il mondiale da protagoniste. Tu, Di Biagio, probabilmente hai pochissime chance di essere confermato, ovvero vincere e convincere in queste due partite: riuscire ad ottenere questi risultati, grazie e con Balotelli, sarebbe un segnale fortissimo da dare alla Federazione: “Ehi guardate, sono riuscito a vincere contro Argentina ed Inghilterra riuscendo a rimettere Balotelli nel giro della Nazionale, cosa che non è riuscita né a Conte né a Ventura!“. Ci appare quindi inspiegabile questa scelta, proprio perché Di Biagio non ha nulla da perdere (al massimo torna all’Under 21) e per guadagnare ha bisogno dell’azzardo, del rischio. E quando si parla di rischio, chi se non Mario Balotelli è più adatto?




Sampdoria, campionato altalenante: quali sono le motivazioni?

Dopo una partenza bruciante, che ha fatto sprecare fin da subito i paragoni con l’Atalanta dell’anno precedente, la Sampdoria di Giampaolo difficilmente riuscirà ad arrivare a partecipare all’Europa League la prossima stagione: l’attuale 7° posto in classifica (condiviso proprio con i bergamaschi), e il Milan a 6 punti di vantaggio, complica il cammino europeo della squadra blucerchiata che, considerando anche il calendario non semplice, dovrà compiere un mezzo miracolo per riuscire a scavalcare i rossoneri. La squadra di Ferrero viene da due pesanti sconfitte rimediate contro Inter (5-0) e Crotone (4-1) che hanno sollevato molti dubbi per Giampaolo, pronto “ad azzerare le gerarchie. Dovevamo capire che queste sfide possono determinare un cammino diverso: evidentemente non siamo all’altezza”. Cosa è successo alla Sampdoria di inizio campionato e cosa non ha funzionato?

Troppe sconfitte: 10

Dieci sconfitte sono evidentemente troppe per riuscire ad arrivare a un obiettivo tanto ambizioso: soprattutto le ultime due sono state quelle decisive, che hanno permesso al Milan di allungare in classifica e continuare a sperare nel sogno Champions League. Continuando a guardare il calendario dei blucerchiati, l’origine del rammarico non è difficile da trovare: il 3-2 subito contro il Benevento era evitabile, così come lo 0-1 del Sassuolo al Ferraris e il 3-0 in casa del Bologna. Comparando le statistiche con l’Atalanta dello scorso anno, dopo 28 partite i nerazzurri avevano raccolto 52 punti (ben 8 in più della Samp) e 8 sconfitte. Legato alla questione delle troppe partite perse, c’è il problema della difesa: i blucerchiati hanno la peggior retroguardia delle prime 13 squadre in classifica, con ben 43 goal subiti. Sicuramente tre centrali in rosa (senza contare il giovane Andersen) non sono sufficenti e manca una figura di spicco che possa giocare con Ferrari.

Continuità

Nel calendario della Samp, si può notare come gli uomini di Giampaolo siano riusciti a vincere tre partite di fila solamente in un occasione: a cavallo tra ottobre e novembre, Quagliarella e compagni hanno sconfitto Chievo Verona, Genoa e Juventus, per poi conquistare solamente un punto nelle cinque partite successive. Senza una certa continuità, arrivare ai piani alti della classifica è impossibile. Paragonando i risultati con quelli dell’Atalanta 16/17, risalta subito agli occhi un filotto di sei e uno di quattor successi consecutivi della squadra di Gasperini. A cosa può essere dovuta la mancanza di questa continuità? Difficile da dire. A detta di Giampaolo sono mancate le motivazioni giuste e la squadra non era all’altezza dell’obiettivo che fino a un mese fa sembrava essere alla portata. Per concludere, bisogna dare anche i giusti meriti al Milan di Gattuso, che è riuscito a scalare la classifica con una continuità che non era ipotizzabile fino a poco tempo fa e che ha sorpreso anche la società di Ferrero.




L’Italia e le tre “sorelle”. Ecco le nazionali in crisi!

Il Mondiale di Russia 2018 passerà alla storia per l’assenza dell’Italia (non accadeva da sessant’anni); gli azzurri non sono riusciti a superare la Svezia nel playoff qualificazione e dovranno guardare la competizione da casa. Esclusione che fa male al movimento italiano ma potrebbe essere l’occasione ideale per ripartire. Oltre l’Italia, però, ci sono altre nazionali che stanno vivendo un momento di crisi. Andiamo ad analizzarle.

Italia

La maledizione del Mondiale. L’Italia, dopo aver trionfato in Germania nel 2006, è stata eliminata due volte ai gironi (in Sudafrica nel 2010 e in Brasile nel 2014) e non si è riuscita a qualificare per la spedizione in Russia. Una catastrofe, a livello sportivo, da attribuire non solo a Ventura e alle sue scelte nel playoff con la Svezia (Insigne interno di centrocampo su tutte). Le cause dell’eliminazione derivano da un movimento calcistico, quello italiano, che fatica a rinnovarsi. I vari Buffon (convocato anche da Di Biagio per le prime amichevoli del nuovo ciclo), Chiellini, Bonucci, De Rossi sono stati “costretti” a giocare non tanto per mancanza di alternative quanto per difficoltà, da parte dei club, di dare fiducia ai giovani prospetti. In Italia, infatti, un giocatore di 25 anni non è ancora considerato pronto per la nazionale maggiore e questo si riflette negativamente sulla crescita dell’Italia; la speranza è che Di Biagio riesca a dare una ventata di aria fresca per essere protagonisti a partire dalla prossima UEFA Nations League.

Russia

I problemi del calcio russo sono simili a quelli italiani: manca il ricambio generazionale. Ci sono alcuni giocatori, come Akinfeev, Berezuckij, Ignaševič, a cui si è affezionati perché hanno portato il CSKA a vincere la coppa Uefa nel 2005 e sono arrivati in semifinale dell’Europeo nel 2008 (la corsa della Russia venne interrotta dalla Spagna). Quello che non si riesce a capire è che hanno una carta d’identità piuttosto avanzata e non si può continuare a puntare su di loro. I giovani talenti? Sono veramente pochi. Prendiamo la rosa della Russia U19 che nell’Europeo del 2015 riuscì ad arrivare in finale; di quella squadra solo due giocatori oggi militano in club importanti e si tratta di Golovin (CSKA Mosca) e Barinov (Lokomotiv Mosca). Gli altri o sono in squadre di bassa categoria o giocano in seconda divisione. I problemi fondamentali sono la mentalità ( considera un giocatore di 25 anni ancora giovane ed è troppo legata alla nascita di talenti in determinati periodi) e la mancanza di elementi validi che, guardando al futuro, non lascia immaginare una crescita della Russia nei prossimi anni. La speranza è che il Mondiale in casa posso portare un risultato dignitoso.

Olanda

L’Olanda ha avuto due periodi di crisi: post Sudafrica 2010 e post Brasile 2014. Nel primo caso gli Orange sono riusciti a qualificarsi per l’Europeo successivo (in Polonia-Ucraina) dove però la nazionale chiuse il girone con 0 punti, perdendo contro Danimarca, Germania e Portogallo. In Brasile, invece, l’Olanda chiuse al terzo posto; un traguardo pagato a caro prezzo visto che i successivi due appuntamenti (Euro 2016 e Russia 2018) sono stati falliti completamente. Il problema principale è stata l’eccessiva rivoluzione che si è voluta fare per dare spazio ai giovani talenti senza pensare all’equilibrio della nazionale. L’Olanda, inoltre, è rimasta ancorata a dieci anni fa in cui contava esclusivamente la fase offensiva; il calcio di oggi è molto tattico e questo va a scontrarsi con la mentalità Orange. Per risolvere questo problema è stato chiamato Koeman che, esclusa la parentesi poca fortunata con l’Everton, si è sempre comportato in maniera dignitosa nei club da lui allenati. La sua missione ora è far ripartire l’Olanda, rimasta alla sera del 12/07/14 quando ottenne il terzo posto al Mondiale in Brasile.

Paraguay

Il periodo di peggiore crisi del Paraguay sono state le qualificazioni per il Mondiale in Brasile chiuse all’ultimo posto; quello è stato il punto più basso di una nazionale che nel 2010 contribuì all’eliminazione dell’Italia e fu vicina a superare anche la Spagna. Ai Mondiali di Russia non si sono qualificati per la sconfitta contro il Venezuela che non ha permesso all’Albirroja di giocare il playoff; il motivo principale è il poco ricambio effettuato dopo il Mondiale del 2010. Il Paraguay, infatti, ha in rosa gente con una carta d’identità importante (il difensore Paulo da Silva ha trentotto anni) ed ha impiegato del tempo a ripristinare, a livello anagrafico, determinati ruoli. Piano piano sono riusciti ad avere un ricambio generazionale anche se i migliori giovani o sono rimasti in Sudamerica (come i fratelli Romero) o giocano in altri campionati con poca visibilità (Almiron, classe 1994, gioca ad Atlanta negli Stati Uniti).




Chievo Verona, che cosa succede? I motivi di una crisi

Cinque punti nelle ultime quattordici partite e un pericolosissimo 17° posto in classifica, a soli tre punti dall’Hellas e uno dal Crotone: è questo il terribile bilancio del Chievo Verona di Maran, ingarbugliato in una crisi cominciata ad inizio dicembre con il 5-0 inflitto dall’Inter. Dopo quella partita, i clivensi hanno reagito d’orgoglio pareggiando a reti bianche contro la Roma, per poi staccare completamente la spina e raccogliere ben dieci sconfitte (tra cui quelle contro Crotone, Hellas e Benevento), un pareggio e una vittoria. Che la decima stagione consecutiva in Serie A possa essere l’ultima per i gialloblu? Cosa può essere successo a una squadra che a inizio campionato pareva in salute e con un tasso tecnico maggiore rispetto alle dirette concorrenti?

I numeri in attacco:

I clivensi hanno il 4° peggior attacco del campionato: con i soli 25 goal segnati (quanti i cugini dell’Hellas), hanno fatto meglio solo del Sassuolo (18), del Benevento (19) e del Genoa (21). Il problema viene subito a galla dando un occhio alle statistiche: il capocannoniere, cioè Roberto Inglese, è a quota 9 goal, mentre sotto ci sono una serie di giocatori che sono andati in rete due volte. Quindi, oltre all’attaccante italiano, Maran non è riuscito a trovare una punta che riesca a segnare con una certa costanza: i vari Pucciarelli (2 goal), Stepinski (2 goal), Meggiorni (0 goal) e Pellissier (1 goal), hanno superato tutti almeno le 13 presenze e quindi hanno avuto la possibilità di far coppia con il futuro giocatore del Napoli e trovarci un po’ di feeling. Oltre a doversi salvare, la squadra di Campedelli dovrà pensare anche a un sostituto degno di Inglese per la prossima stagione. Al momento, sembra però poter contare ancora su di lui.

I numeri in difesa:

L’esperta difesa del Chievo, rinfrescata dalla presenza di Bani e Tomovic, è ancora il punto forte di questa squadra, nonostante i risultati ottenuti negli ultimi tre mesi: con i 47 goal subiti, i ragazzi di Maran sono la 15° difesa del campionato, facendo meglio di tutte le altre dirette concorrenti alla corsa salvezza (Benevento, Hellas, Crotone, SPAL e Sasssuolo). Maran è riuscito ad alternare bene Gamberini e Dainelli con i compagni, provando in più occasioni, e anche con discreti risultati, la difesa a 5 al posto di quella a 4. E’ vero che considerando i numeri degli anni passati e dell’inizio del campionato si nota una parabola discendente, ma la mancanza di risultati positivi e la pressione delle squadre dietro ai gialloblu, può comprensibilmente portare a uno stato emotivo non lucido. Il problema non sembra essere tanto nelle retrovie, quanto in un centrocampo fuori forma e un attacco sterile.

Un centrocampo sottotono:

Tralasciando Giaccherini, che è arrivato a gennaio proprio con la motivazione di rendere brillantezza al centrocampo, Maran si è trovato in difficoltà a costruire una vera idea di gioco. Lo specchio del reparto potrebbe essere la stagione anonima di Birsa, sempre protagonista nella stagioni passate e silenzioso e poco esuberante nell’arco di questo campionato. I soli 2 goal segnati non bastano a soddisfare le prestazioni che la società si aspetta da un giocatore con le sue qualità.




Da Verdi a Balotelli: le scelte discutibili di Di Biagio

E’ tempo di nazionali con le amichevoli pre-mondiale; l’Italia, che non prenderà parte alla spedizione in Russia, dovrà affrontare in amichevole Argentina ed Inghilterra. Di Biagio, c.t. ad interim, ha fatto molto discutere con le sue prime (e forse uniche) convocazioni azzurre: non è presente infatti Mario Balotelli, nonostante stia disputando una stagione piuttosto positiva con il Nizza. Tra le novità ci sono Cutrone e Chiesa più il ritorno di Buffon (“Ho bisogno di lui in campo” le parole del tecnico) a cui sarà data la possibilità di riscattare quella maledetta notte di Milano contro la Svezia. Cerchiamo di capire, tra le convocazioni di Di Biagio, chi sarebbe dovuto restare a casa e chi invece avrebbe meritato una chance.

I tre da lasciare a casa

Matteo Darmian

La stagione di Matteo Darmian è stata abbastanza travagliata; dalla possibile cessione in estate (tra le squadre interessate ci stava la Roma) alle poche presenze con lo United; Mourinho, infatti, lo ha schierato da titolare solo in sette occasioni tra tutte le competizioni. Un anno complicato per il giocatore che ha l’opportunità di riscattarsi con la maglia della nazionale dove ha sempre avuto grande considerazione e il motivo è abbastanza semplice: il difensore dei Red Devils può ricoprire tutti i ruoli della difesa con prevalenza sulla corsia di destra. La duttilità del classe 1989, però, non può essere un motivo valido per convocarlo in una stagione in cui la panchina è stata vista più del campo.

Roberto Gagliardini

Il reparto con meno qualità della nazionale italiana è il centrocampo dove ci sono principalmente giocatori di inserimento e di rottura: uno di questi è Gagliardini, che però non sta rendendo quanto dovrebbe. Il ragazzo, nel 4-2-3-1 di Spalletti, si sta dimostrando un punto debole piuttosto che di forza: prestazioni di basso livello e qualche cartellino di troppo per l’ex Atalanta che in più di una circostanza è stato messo in panchina. Ora la nazionale, non completamente meritata, dove avrà la possibilità di riscattare una stagione deludente.

Simone Verdi

L’inizio con il Bologna, l’interesse del Napoli e il trasferimento saltato per volontà del giocatore; si può sintetizzare in questo modo la stagione di Simone Verdi che ora avrà l’opportunità di dimostrare il suo valore con la maglia della nazionale. Convocazione giusta? Non del tutto se consideriamo l’infortunio (lo ha tenuto fermo per un mese), le prestazioni piuttosto altalenanti e chi è stato lasciato a casa. La speranza è che nelle due amichevoli possa fare bene per dare ragione a Di Biagio.

I tre da portare

Marco Benassi

Nel ricambio generazionale (unico modo per ripartire dopo la delusione della mancata qualificazione al Mondiale) poteva tranquillamente esserci Marco Benassi. Il centrocampista della Fiorentina sta disputando una buona stagione con tre goal all’attivo.  La sua forza fisica, ma soprattutto i suoi inserimenti, potevano fare molto comodo a Di Biagio che invece ha preferito altri giocatori, tra cui Parolo. Senza nulla togliere al centrocampista della Lazio, ci sembra il caso di ringiovanire la carta d’identità della nazionale.

Simone Zaza

Uno dei problemi che ha impedito all’Italia di qualificarsi al Mondiale è stato l’attacco; nessuna rete in 180 minuti con la Svezia e poche occasioni create dal reparto offensivo. Uno dei giocatori che potrebbe risolvere il problema del goal è Simone Zaza che però è rimasto a casa. L’attaccante, con le sue dodici reti, sta portando il Valencia in Champions League e avrebbe meritato una chance in azzurro. Se andiamo ad analizzare lo score dell’ex Juventus possiamo notare come sia in grado di segnare in tutte le maniere: 1 di destro, 2 di sinistro e ben 9 di testa. Un rendimento niente male per un giocatore lasciato a casa senza un motivo logico.

Mario Balotelli

L’esclusione che ha fatto più clamore è stata, senza ombra di dubbio, quella di Mario Balotelli; l’attaccante del Nizza, nonostante i suoi quattordici goal (stanno contribuendo a portare il club in Europa League), è stato lasciato a casa da Di Biagio. Motivazione? Scelta tecnica, così ha detto il c.t. Una decisione che lascia perplessi sia perché il ragazzo ha dimostrato di meritare un’altra chance, sia perché è l’attaccante italiano più forte in questo momento. Non convocarlo, specialmente in un periodo come questo dove la nazionale è priva di talento, è una scelta piuttosto discutibile.