Roma, 4-3-3 o 3-5-2? Quale è il modulo giusto da utilizzare

Il 3-0 al Barcellona, con cui la Roma si è aggiudicata il diritto di disputare la semifinale di Champions (l’avversario sarà il Liverpool), è arrivato grazie ad un cambio di modulo; in quella serata magica Di Francesco ha schierato i suoi con un 3-5-2 che, in fase di possesso, diventava 3-4-1-2. Risultato? Partita perfetta e blaugrana eliminati dall’Europa. Modulo vincente non si cambia ed infatti la Roma lo ha riproposto nel derby, portando a casa un punto. La domanda, per il finale di stagione, è “abbastanza” semplice: continuare con il 3-5-2 o tornare al 4-3-3, marchio di fabbrica del tecnico giallorosso? Cerchiamo di capire quale può essere la soluzione migliore.

4-3-3: mancano gli interpreti

Di Francesco, appena arrivato a Roma, ha sottolineato come avrebbe adattato la squadra al  4-3-3; la società giallorossa, in sede di mercato, ha provato ad accontentare il tecnico senza riuscirci in toto. Per poter sviluppare le idee del mister, infatti, servivano due esterni offensivi capaci di creare superiorità numerica; se la fascia sinistra era ben coperta visto la presenza di El Shaarawy e Perotti, lo stesso non si poteva dire per la corsia opposta. La partenza di Salah, infatti, ha lasciato un vuoto non colmato nel mercato estivo. E’ arrivato Schick, è vero, ma il giocatore ceco di mestiere fa la punta e non l’esterno. A destra si sono alternati, senza troppo successo, Florenzi, Gerson, Defrel, Under e appunto l’ex Sampdoria. Tanti esperimenti, tante prove ma mai la sensazione di aver trovato la giusta via. Il 4-3-3 porta un altro problema: Nainggolan. Il centrocampista belga ha vissuto la sua miglior stagione, dal punto di vista realizzativo, con Spalletti che lo faceva giocare a ridosso della punta. Da intermedio è, tatticamente, più bloccato e non porta il contributo che era abituato a fornire ai suoi compagni. Meglio cambiare modulo e passare al 3-5-2. Il sistema giusto? Proviamo a capirlo

3-5-2: il vestito perfetto per questa squadra

Zero goal subiti con Barcellona e Lazio non possono essere un caso; la Roma, nelle due partite più complicate, ha dimostrato di avere una solidità difensiva che può essere determinante in questo finale di stagione. Una solidità dovuta principalmente al cambio di modulo; con il 3-5-2, infatti, Di Francesco può schierare davanti ad Alisson il trio Jesus-Manolas-Fazio che garantisce più copertura degli spazi e permette agli esterni, Kolarov e Florenzi, di potersi sganciare con maggiore libertà. Questo tipo di sistema di gioco, inoltre, è ideale per Nainggolan e Schick; il centrocampista belga fa da raccordo tra centrocampo ed attacco e, grazie alla sua capacità di spezzare il pressing avversario, viene cercato spesso una volta che la squadra recupera palla. L’attaccante, invece, da seconda punta rende decisamente meglio rispetto a quando ha dovuto coprire il ruolo di esterno; Schick, con un attaccante (Dzeko) con cui dialogare si trova a suo agio e la partita con il Barcellona ne è la prova.

Per quanto detto ma soprattutto per quello che abbiamo potuto vedere in campo, la Roma deve finire la stagione con il 3-5-2. Un modulo perfetto con cui Di Francesco può esaltare al meglio le caratteristiche dei suoi giocatori.




Juventus nella storia? Ecco i 5 cicli più vincenti nella storia della Serie A

Spesso ce lo si dimentica, oppure quando una squadra è forte lo si da per scontato, ma i cicli nel calcio sono una cosa davvero rara, soprattutto nel contesto moderno. E’ difficile che una squadra vinca per molti anni consecutivi, imponendosi sia a livello nazionale che internazionale: le uniche eccezioni sono il Real Madrid degli anni ’50 (vincitore di 5 Coppe dei Campioni), il Barcellona del periodo 2004-2011 (che nel giro di sette anni ha vinto 5 campionati e 3 Champions League) e il Liverpool degli anni ‘70-’80 (capace di vincere 4 Coppe dei Campioni, di cui due consecutive nel 1977 e nel 1978). Oltre a queste rarità, sembra che il canovaccio a ripetersi con più frequenza sia quello legato alla costruzione di periodi vincenti, che però terminano con una vittoria in ambito internazionale (vedi ad esempio l’Inter del post-Triplete). Questo però non è il caso della Juventus, o meglio non ancora, ma per un semplice motivo: alla squadra bianconera manca il trionfo in ambito europeo, che equivarrebbe a significare la vera e propria ciliegina sulla torta. La Vecchia Signora ha costruito un ciclo iniziato con Antonio Conte l’11 settembre del 2011, con la vittoria per 4-1 contro il Parma allo Juventus Stadium (ora denominato Allianz Stadium), e che avrebbe portato alla vittoria di 3 scudetti e di 2 Supercoppe Italia. Una volta dimessosi il tecnico leccese, sulla panchina juventina è arrivato Massimiliano Allegri, che ha vinto altri 3 scudetti consecutivi, 3 Coppe Italia e 1 Supercoppa italiana, sfiorando l’Europa per ben due volte nell’arco di tre anni. Adesso la squadra di Torino sembra destinata a vincere il suo settimo scudetto di fila, con una quarta finale consecutiva di Coppa Italia da giocare e con la possibilità di scrivere la storia: ma è già successo in Italia di poter assistere a dei cicli calcistici così duraturi? Ovviamente sì, e noi di RadioGoal24 vi proponiamo di seguito i cinque cicli più vincenti nella storia della Serie A.

Torino fine anni ’42-’48 (il Grande Toro)

Il Grande Torino ha rappresentato ciò che nessun’altra squadra italiana potrà mai fare: il nostro paese era reduce da una guerra persa, aveva poca credibilità agli occhi del mondo e sono state le imprese dei nostri campioni a risollevare l’orgoglio patriottico, come quelle di Bartali, Coppi, della Ferrari e appunto del Grande Toro. La squadra granata ha avuto l’onore di possedere in rosa giocatori come Mazzola, Loik, Ossola e Menti, che insieme ad altri compagni hanno contribuito a realizzare un totale di 408 reti segnate nel quinquennio dei 5 scudetti consecutivi e della Coppa Italia. La vittoria casalinga più netta è stata quella della stagione 1947-1948, con il 10-0 sull’Alessandria, mentre la trasferta più significativa è arrivata contro la Roma nella stagione 1945-1946, con un netto 0-7. Altri tempi, altro calcio, ma il Torino di quel tempo si è proclamato davvero un club formidabile, una vera e propria squadra son la “s” maiuscola. Il Grande Toro ha anche rappresentato per anni un forte blocco della nazionale italiana, tanto che a fine aprile del 1949 i giocatori dovevano prepararsi per la sfida contro il Portogallo e, per farlo, sono partiti per Lisbona, dove hanno disputato la loro ultima gara contro il Benfica: al ritorno dalla capitale portoghese infatti, il 4 maggio del 1989, l’aereo che trasportava la squadra granata ha trovato una fitta nebbia nei pressi di Torino e a causa della scarsa visibilità è andato fuori rotta, schiantandosi contro i muraglioni di sostegno del giardino della Basilica di Superga uccidendo tutti i passeggeri. Fu quindi un disastro aereo che spezzò quel sogno, quello spirito vincente, che però resterà per sempre nella storia del calcio italiano e mondiale.

Milan anni ’90 (Sacchi-Capello)

L’arrivo di Silvio Berlusconi nel 1986 ha sicuramente cambiato le cose in casa Milan: l’ex presidente ha infatti ringiovanito la rosa ed ha cominciato a porre le basi per creare un ciclo vincente. Dopo gli arrivi di giocatori importanti come Donadoni e Galli, nel 1987 è stato cambiato anche l’allenatore e si è seduto sulla panchina rossonera Arrigo Sacchi, che nella stagione precedente con il Parma aveva eliminato il Milan dalla Coppa Italia. Nel corso degli anni sono continuati ad arrivare campioni: nella stagione 1987-1988 sono stati acquistati Ancelotti e i due olandesi Gullit e Van Basten, a cui nel 1989 se ne è aggiunto un terzo, Frank Rijkaard. Il trio olandese è stato il principale protagonista dei successi dei rossoneri a cavallo tra gli anni 1980 e 1990, che hanno portato il club di via Turati a vincere 1 campionato, 1 Supercoppa italiana, 2 Champions League, 2 Supercoppe Uefa e 2 Coppe Intercontinentali. Dopo quattro stagioni gloriose che hanno portato i rossoneri a guadagnarsi il soprannome di Immortali, nel 1990 Sacchi ha lasciato il Milan per diventare commissario tecnico della nazionale italiana, ed ha preso il suo posto Fabio Capello. Fuori dalle coppe a causa della squalifica rimediata l’anno prima nella partita contro il Marsiglia, la squadra dell’allenatore friulano è riuscita a vincere il campionato della stagione 1991-1992 senza troppi problemi, segnando 74 goal e subendone 21: a questo successo in Serie A se ne sono aggiunti altri tre, arrivati consecutivamente tra il 1993 ed il 1996. Nel 1994 inoltre i rossoneri sono riusciti a vincere anche la Champions League, battendo il Barcellona nella finale di Atene per 4-0: da sottolineare che all’inizio di quella stagione erano arrivati gli addii di Gullit ed Evani (passati alla Sampdoria) e di Rijkaard (ritornato all’Ajax).

Inter (epoca Mancini e Mourinho)

L’Inter vincente di Mancini è sicuramente figlia di Calciopoli: come ben sappiamo, la Juventus nel 2006 è stata retrocessa in Serie B, e a Milano sono arrivati proprio due ex giocatori bianconeri,  Ibrahimovic e Vieira. Da qui l’Inter è partita per costruire il suo ciclo vincente, tanto che successivamente sono arrivati calciatori di livello come Eto’o, Snejider e Milito. Ma andiamo per ordine: il 2006 è iniziato come l’anno precedente, ovvero con la vittoria in Supercoppa italiana contro la Roma (battuta 4-3), e si è concluso con il trionfo del quindicesimo scudetto. L’unico trofeo che iniziava a mancare era la Champions League, vinta l’ultima volta nel 1965, ma nel 2007 e nel 2008 l’Inter viene eliminata rispettivamente prima dal Valencia e poi dal Liverpool. La disfatta contro i Reds è quella che ha portato all’addio di Mancini, che nella stessa sera della conferenza stampa post-gara, l’11 maggio 2008, si è auto-esonerato da allenatore, per poi tornare sui propri passi ed essere allontanato ufficialmente dalla società il 29 maggio. Il 2 giugno 2008 viene ufficializzato sulla panchina dell’Inter José Mourinho, che ha quindi avuto un’eredità pesante da portare avanti: in quattro anni Mancini ha vinto 3 campionati, 2 Coppe Italia e 2 Supercoppe italiane. Il 24 agosto del 2008 è arrivato il primo successo del tecnico portoghese sulla panchina nerazzurra, battendo in finale ancora una volta la Roma, ma non si è certo fermato lì: in due anni è riuscito a vincere 5 trofei, tra cui 2 scudetti, 1 Coppa Italia, 1 Champions League ed 1 Supercoppa Italia, portando la società dell’ex presidente Moratti ad ottenere la massima consacrazione sia in Italia che in Europa.

 

 

 

 

 




Dani Alves il più vincente della storia: ecco i 5 giocatori sotto di lui

 

Il Paris Saint Germain è campione di Francia per la settima volta e Dani Alves si conferma il giocatore più vincete della storia. Tra i suoi 39 trofei emerge anche quello vinto con la Juventus in Italia nella stagione 2016/2017. In chiave europea nel suo curriculum spiccano le 3 Champions League vinte con il Barcellona. L’ultima conquistata in finale  proprio contro i bianconeri nel 2015. Vediamo ora in dettaglio i 5 giocatori sotto di lui.

Ryan Giggs

Con i 37 trofei conquistati, Ryan Giggs è il giocatore più vincente nella storia del calcio inglese. Dal 1990 al 2014 ha militato in Premier League con il Mancester United, aggiudicandosi il premio di presenze in questo club. E’ il 1999  l’anno migliore della sua carriera, in cui vinse infatti Premier League, FA Cup e Champions. Nella sua lunghissima carriera spiccano i 13 scudetti vinti proprio con lo United.  Nelle competizioni internazionali Giggs ha vinto 1 coppa delle coppe, 1 supercoppa UEFA, 1 coppa intercontinentale e una coppa del mondo per club.

Zlatan Ibrahimovic

Con i suoi 35 trofei, Ibrahimovic si piazza al terzo posto, anche lo svedese come Dani Alves, ha militato e vinto in Italia. L’anno scorso con il Manchester United è riuscito a vincere l’ Europa League. In Spagna, invece, con il Barcellona di Guardiola ha conquistato il suo ulteriore titolo, ma è in Francia  dove riesce ad ottenere il maggior numero di trofei: quattro campionati francesi consecutivi dal 2012-2013 al 2015-2016, tre Coppe di Lega francesi consecutive, due Coppe di Francia e tre Supercoppe francesi con il Paris Saint Germain. A differenza dal titolarissimo Dani Alves, Ibra non è riuscito ancora a mettere nella sua bacheca una Champions League.

Maxwell Scherrer Cabelino Andrade

Maxwell Scherrer Cabelino Andrade è tra giocatori più vincenti della storia del calcio: con i suoi 35 titoli conquistati in ogni nazione in cui ha giocato, si piazza, insieme a Ibrahimovic, al terzo posto nella classifica. Nelle competizioni internazionali è riuscito a vincere una Champions League, due Supercoppe UEFA e due coppe del mondo per club. Nei vari campionati europei in cui ha militato, Maxwell ha vinto 2 scudetti con il Barcellona, 3 con l’Inter, 4 con il Paris Saint Germain e 2 in Olanda con l’Ajax.

Andres Iniesta

Andres Iniesta, detto anche l’Illusionista, è considerato uno dei migliori giocatori della storia del calcio spagnolo nonché della sua generazione. Con il Barcellona ha vinto otto campionati spagnoli, sette Supercoppe Spagnole, cinque Coppe del Re, quattro UEFA Champions League, tre Supercoppe UEFA e tre Coppe del mondo per clu FIFA. Con la maglia della nazionale ha partecipato a tre Mondiali, tre Europei e una Confederations Cup. Con la Spagna il Don Andres vinse il Mondiale del 2010 e due Europei.

Vitor Baia

Il quinto e ultimo posto è riservato al portiere Vitor Baia. Nel corso della sua lunga carriera ha vinto 10 campionati portoghesi con il Porto, 8 Supercoppe di Portogallo, un campionato con il Barcellona in Spagna, 2 Coppe di Spagna, 1 Coppa UEFA e 1 Champions League con il Porto nel 2003/2004. Baia è nella lista dei nove calciatori che si sono aggiudicati le tre principali competizioni UEFA per club

 




Napoli, la crisi nel momento più cruciale: quali sono le cause?

Il Napoli, in seguito al pareggio contro il Milan, è scivolato a meno sei dalla Juventus; quella contro i rossoneri è stata una partita giocata sotto ritmo dai partenopei che, nelle ultime settimane, hanno mostrato evidenti segni di stanchezza. Due vittorie (entrambe nel finale contro Genoa e Chievo) e due pareggi; questo il rullino di marcia del Napoli nell’ultimo mese; un percorso che ha allontano sensibilmente gli uomini di Sarri dal sogno scudetto. La crisi nel momento peggiore; quando serviva dare una dimostrazione di forza, il Napoli è crollato. Le cause? Andiamo a scoprirle

Manca la mentalità vincente

Quante volte, parlando di Juventus, abbiamo detto: “Questa squadra ha una mentalità fuori dal comune?” Da sette anni, il periodo di dominio italiano del club bianconero. Sia con Conte che con Allegri la musica è sempre stata la stessa: la Juve non ha mai fallito gli appuntamenti decisivi della stagione. Aspetto che manca al Napoli e lo si è potuto vedere quando, contro Roma ed Inter, gli uomini di Sarri hanno totalizzato un solo punto; due match in cui Insigne e compagni avrebbero dovuto dimostrare di poter lottare fino alla fine con la Juve ed invece sono crollati senza possibilità di ripresa. La mancanza di mentalità vincente si è vista soprattutto nelle partite successive dove il Napoli ha totalizzato otto dei dodici punti disponibili; un segnale forte di come, purtroppo, la squadra abbia smesso di credere nel titolo. E se la matematica regala ancora speranze, il campo dice esattamente il contrario. Il Napoli ha mollato per mancanza di una mentalità che, come dicono gli allenatori, non si compra al mercato.

Si è fermato l’attacco

Quattro goal nelle ultime cinque partite; un dato preoccupante, considerando le 62 reti nelle precedenti 27 giornate, ma che evidenziano il momento negativo del Napoli. Insigne-Mertens-Callejon, il tridente che per tre quarti di stagione ha fatto sognare una città intera si è spento a causa della stanchezza fisiologica. Le tante partite giocate, i pochi ricambi (di questo parleremo a breve) e lo stress di dover vincere ogni settimana hanno tolto ogni tipo di energia al tridente partenopeo. A testimonianza di questo fatto ci sono i numeri: gli ultimi goal del Napoli sono arrivati da un difensore (Albiol), un centrocampista (Diawara) e quel Milik che tanto è mancato a questa squadra. Insigne-Mertens-Callejon, da arma in più a problema: il tutto nel giro di un mese.

Panchina: una risorsa poco utilizzata

Il 2-1 contro il Chievo, arrivato grazie alle reti di Milik e Diawara, lo si può catalogare come il rimpianto di una stagione intera. Sarri, in quel pomeriggio, ha avuto la prova che se avesse utilizzato maggiormente la panchina avrebbe ottenuto risultati migliori. I vari Chiriches, Maggio, Diawara, Rog, Ounas, Milik sono giocatori che avrebbero potuto aiutare la causa partenopea in un campionato dove la pretendente al titolo, la Juventus, ha due squadre praticamente di pari livello. Gli unici ad essersi ritagliati uno spazio nell’undici titolare sono stati Zielinski (la prima scelta di Sarri per provare a cambiare l’andamento di un match) e Mario Rui; il terzino ha avuto la fortuna di giocare nel ruolo di Ghoulam, infortunatosi a metà stagione. Chi dice che il Napoli non ha la panchina si sbaglia; il problema del club partenopeo è un allenatore che usa sempre gli stessi undici. Cosi non si vincerà mai.




Inter-Cagliari: formazioni ufficiali e radiocronaca

Manca davvero poco all’anticipo della 33° giornata di Serie A. Vediamo nel dettaglio le formazioni ufficiali di Inter-Cagliari.

Formazioni ufficiali Inter-Cagliari

Formazioni ufficiali Inter (4-2-3-1): Handanovic; Cancelo, Škriniar, Miranda, D’Ambrosio; Gagliardini, Brozović; Karamoh, Rafinha, Perisic; Icardi. Allenatore: Spalletti

Formazioni ufficiali Cagliari (3-4-3): Cragno; Romagna, Andreolli, Castán; Padoin, Ioniță, Cossu, Miangue; Giannetti, Céter, Sau. Allenatore: Lopez

Radiocronaca Inter-Cagliari

La radiocronaca di Inter-Cagliari verrà trasmessa da RadioGoal24 sul proprio sito web www.radiogoal24.it e sulla pagina Facebook di RadioGoal24 a partire dalle ore 20.30.




Donnarumma, 100 presenze in Serie A: alla sua età cosa facevano i campioni nel suo ruolo?

Sembrava tutto fatto per Milik, doveva solo appoggiare in rete il tapin vincente e permettere al Napoli di vincere, restando così aggrappato alla Juventus: ma nel calcio nulla è scontato. Donnarumma ha calato una vera e propria saracinesca davanti all’attaccante polacco, deviando con la sua manona un pallone destinato ad entrare in porta. La sua prodezza ha significato una svolta importante per la Serie A, perché ha tolto una buona parte dello scudetto agli azzurri, infrangendo quasi tutti i loro sogni, ed ha permesso alla Vecchia Signora di scappare a +6. Una parata degna di un campione, di un predestinato, che in un periodo non particolarmente positivo a causa delle critiche ricevute nelle ultime partite, ha dato un segnale forte: Gigio c’è. A 19 anni Donnarumma si conferma essere uno dei migliori portieri italiani degli ultimi tempi, e a certificarlo ci hanno pensato anche le 100 presenze in Serie A, toccate ieri nella sfida contro i partenopei. Il portierone del Milan si trova da sempre però nel mezzo di una disputa molto accesa, che divide gli appassionati di calcio nella solita domanda: è un campione oppure no? Alla sua età non molti portieri potevano vantare di giocare in una grande squadra (perché il Milan, nonostante la debacle degli ultimi anni, rimane sempre un club importante) e quindi noi di RadioGoal24 abbiamo analizzato come si comportavano gli altri campioni del suo ruolo quando avevano i suoi stessi anni.

Gianluigi Buffon

L’esordio di Buffon in Serie A avviene il 19 novembre del 1995: l’attuale portiere della Juventus aveva allora 17 anni, 9 mesi e 22 giorni. Un talento cristallino cresciuto nella primavera del Parma, al quale Nevio Scala concede un debutto da sogno contro il Milan: in quella partita Bucci (il portiere titolare) era infortunato, mentre a Nesti (il secondo portiere) viene preferito il “giovane ragazzino”. Gigi da quel momento in poi gioca qualche altra partita da titolare, ritornando a sedere in panchina una volta che Bucci rientra dall’infortunio. L’anno successivo però, nella stagione 1996-1997, Buffon comincia a trovare maggiore spazio: dopo un inizio non facile, nel quale salta le prime 7 gare di campionato, il Superman dei portieri si guadagna un posto fisso e gioca tutti i 90 minuti delle restanti 27 partite. Ormai la sua grande carriera è avviata, continua a difendere la porta del Parma con estrema efficienza, e nella stagione 1997-1998 (all’età di 19 anni, la stessa attuale di Donnarumma) arriva anche l’esordio in Champions League, nei preliminari contro il Widzew Lodz, squadra polacca. Rimanendo sempre in quell’anno ma in ottica campionato, Buffon fa registrare un altro record di presenze: 32 per l’esattezza, in cui gioca tutti i minuti a disposizione, salvo poi non essere convocato nelle ultime due partite. In quella stagione il Parma arriva sesto in campionato, a due punti dalla Roma (quarta), e si qualifica per la Coppa Uefa, che vincerà l’anno successivo: quello, tra l’altro, è il primo ed unico trofeo europeo ad essere stato vinto da Buffon.

Iker Casillas

Iker Casillas, all’età in cui Donnarumma esordisce in Serie A, deve ancora debuttare con la maglia titolare del Real Madrid: dopo aver effettuato tutto il percorso nelle giovanili, viene lanciato come titolare nella stagione 1999/2000, proprio a diciotto anni compiuti (con un ritardo quindi di due anni rispetto al portiere del Milan). In quella stagione non viene convocato per diverse gare, e ne gioca 26 su 38 da titolare. In quella successiva invece, ovvero nella stagione 2000-2001, si ritaglia un posto fisso tra i pali dei Blancos e per 34 partite viene schierato titolare. I trofei per lui però non tardano ad arrivare: nel 2000 e nel 2002 vince la Champions League, mentre nel 2001 e nel 2003 arriva la vittoria della Liga. In quello stesso periodo arrivano anche due Supercoppe di Spagna, una Supercoppa Europea ed una Coppa Intercontinentale: insomma, a 22 anni il portiere spagnolo ha già vinto tutto quello che c’era da vincere, frutto anche di una squadra fenomenale come quella del Real Madrid. Trionfa in futuro anche con la nazionale spagnola, vincendo tra il 2008 e il 2012 due europei ed un mondiale.

Manuel Neuer

Il diciottenne Manuel Neuer, nella stagione 2004-2005, è il portiere di riserva della seconda squadra dello Schalke 04, che in quel periodo militava nell’Oberliga, la quinta divisione del campionato tedesco. Diventa portiere titolare della squadra di Gelsenkirchen nella stagione 2006-2007, a vent’anni compiuti: in quell’anno gioca 27 partite, mentre le restanti 7 le guarda dalla panchina. Nel 2011, all’età di 25 anni, vince anche il suo primo trofeo sia da calciatore sia con lo Schalke 04, ovvero la coppa di Germania, battendo in finale il Norimberga per 3-2. L’anno successivo passa al Bayern Monaco, dove riesce a vincere tutto, comprese una Champions League nel 2013 e la Coppa del Mondo nel 2014, rispettivamente all’età di 27 e 28 anni.

David De Gea

Portiere spagnolo classe 1990, De Gea è uno dei maggior indiziati a vestire la maglia del Real Madrid la prossima stagione: si contende il posto proprio con il nostro Donnarumma, che molto volte è stato accostato alla squadra madrilena. L’attuale portiere del Manchester United esordisce a 18 anni con la seconda squadra dell’Atletico Madrid, nella stagione 2008-2009. L’anno successivo, quello compreso tra il 2009 e il 2010, viene trasferito in prima squadra, ma non riesce a ritagliarsi un posto da titolare fin da subito: gioca infatti 19 partite su 38, diventando portiere fisso nella seconda metà del campionato. In quella stagione arriva anche l’esordio in Champions League, dove gioca però soltanto una partita. Successivamente l’Atletico Madrid esce dal girone e viene “trasferito” in Europa League. Qui De Gea, in linea con il campionato, comincia a giocare titolare da febbraio in poi, riuscendo anche a vincere la competizione, con la vittoria in finale sul Fulham per 2-1. Tre mesi dopo invece bissa il successo con la vittoria in finale di Supercoppa europea contro l’Inter. Nel 2011 passa al Manchester United dove, tra buone prestazioni e molte critiche, riesce a vincere una Premier League, tre Community Shield, una Coppa d’Inghilterra, una Coppa di Lega inglese e la sua seconda personale Europa League.

Thibaut Courtois

A diciotto anni Courtois fa registrare una sola presenza da titolare con il Genk, nella Jupiler League belga. Nell’anno successivo però, quello 2010-2011, gioca tutte e 30 le partite di campionato senza mai essere sostituito e permette al Genk di proclamarsi campione di Belgio per la terza volta nella sua storia. Nella stagione 2011-2012 viene acquistato dal Chelsea, ma viene girato subito all’Atletico Madrid, dove resta per giocare tre stagioni, vincendo Liga, Coppa del Re, Europa League e Supercoppa Europea. Nel 2014 ritorna nel club londinese all’età di 22 anni, alla corte di José Mourinho: con il Blues riesce a vincere due Premier League e una coppa di Lega inglese.

 




Le migliori 5 coreografia della storia della Lazio

Il derby capitolino tra Lazio e Roma, appena giocato, è stato il numero 170 ed è terminato a reti inviolate. Uno dei momenti più amati di ogni derby sono i cinque minuti che precedono il calcio di inizio. Quando entrambe le tifoserie ribadiscono all’altra la propria identità, mostrando i simboli e tenendo alto il nome della propria squadra. La Lazio ha spesso fatto un’arte delle sue coreografie, regalando ad ogni stracittadina un ulteriore motivo di interesse per scoprire il nuovo capolavoro della tifoseria biancoceleste. Delle tante coreografie memorabili, abbiamo scelto le cinque per noi più rappresentative dello spirito laziale, che è sempre presente tra i seggiolini della Curva Nord, ma mai come quando di fronte ci sono i cugini.

Roma-Lazio 1-3, 30 aprile 2017

 

Al quinto posto della nostra classifica abbiamo la stracittadina terminata per 1-3 in favore dei biancocelesti. Dopo il derby di andata perso, nella stagione 2016/17 la Lazio di Inzaghi prende il via nelle stracittadine e non si ferma più. Il calendario, complice la Coppa Italia, offrì un poker di match. Nel doppio confronto di coppa la Lazio esce vincitrice, nonostante la sconfitta per 3-2 nel match di ritorno, qualificandosi per la finale contro la Juventus, persa però per 2-0. Grazie a queste vittorie, neanche un mese dopo, venne creata una coreografia con il classico Mr. Enrich (mascotte degli Irriducibili) vestito da fantasma, con le date del celeberrimo derby del 26 maggio 2013 e dell’ultima delusione romanista, il 4 aprile 2017. L’avviso? Arrivederci al prossimo incubo, un richiamo ad un’altro derby, in cui la Nord aveva ricordato alla Sud che la Lazio è da sempre l’incubo peggiore dei cugini giallorossi. La partita terminò con la vittoria della Lazio: grazie alla doppietta di Keita e il gol di Basta, il rigore di De Rossi non servì a nulla per la squadra giallorossa.

Roma-Lazio 3-3, 29 novembre 1998

Al quarto posto, troviamo il derby di andata stagione 1998/99, probabilmente uno dei momenti migliori per essere tifosi della Lazio. La squadra crebbe a vista d’occhio (e a fine anno sfiorò lo Scudetto, vincendo però la Coppa delle Coppe), ma soprattutto la supremazia cittadina fu saldamente in mani biancocelesti. Nell’annata precedente il calendario aveva infatti messo di fronte Lazio e Roma per ben quattro volte. E in ognuno dei casi, la Lazio è uscita vincitrice dal confronto. Da qui l’idea di una coreografia rimasta nella storia, in cui si invitano i romanisti a fare il proprio gioco, con la consapevolezza che la Lazio aveva in mano un poker servito. E in campo sembra avere tra le dita anche la quinta vittoria consecutiva, ma la Roma rimonta due reti e uno dei derby più rocamboleschi della storia termina sul 3-3.

Juventus-Lazio 2-0, Finale di Coppa Italia 17 maggio 2017

Il gradino più basso del podio va alla splendida coreografia ideata per la finale di Coppa Italia contro la Juventus. Come simbolo sempre presente c’era l’aquila imperiale, contornata da uno sfondo a striature blu e celesti. Questa è stata una delle più belle coreografie fatte dalla Curva Nord, ma purtroppo lo spettacolo sugli spalti non venne trasmesso a sufficienza ai giocatori in campo. Infatti quella partita venne chiusa nei primi 25′ del primo tempo, grazie ai gol degli ex Juventus, Dani Alves e Bonucci. Dopo la sconfitta subita dalla Lazio, i biancocelesti affrontarono di nuovo ad agosto dello stesso anno la Juventus, nella finale di Supercoppa Italiana, vinta però questa volta dalla Lazio.

Lazio-Roma 0-0, 15 aprile 2018

La medaglia d’argento va proprio alla coreografia messa in scena nel derby giocato la scorsa giornata di campionato, terminato con un pareggio a reti inviolate. Durante il pre-partita abbiamo potuto ammirare una splendida coreografia, che mette in risalto l’aquila davanti allo stemma biancoazzurro (immagine ispirata ai loghi storici della Lazio), e spicca in blu “1900”. -Ciò che nasce puro, più grande vivrà- è lo striscione sottostante che sta ad indicare le origini pure della squadra. Sfottò nei confronti dei giallorossi, perché la seconda parte della coreografia, rappresentava in chiave comica la nascita della Roma, attraverso la fusione di altre società calcistiche. Lo spettacolo sugli spalti di entrambe le curve, si è trasmesso in campo regalando una partita piacevole, dove le occasioni sono arrivate da entrambe le squadre, ma non finalizzate. Partita che si è chiusa sullo 0-0 facendo rimanere le due squadre capitoline a pari punti in classifica.

Lazio-Roma 1-2, 25 maggio 2015

Eccoci arrivati al primo posto della nostra classifica. La rivalità sul simbolo della città aleggia di continuo tra le coreografie di entrambe le squadre. La Roma sfoggiò la Lupa Capitolina, mentre la Lazio mostrò orgogliosa l’aquila, il simbolo delle legioni della Città Eterna. E in occasione di un derby che poteva valere la Champions League, quello che si giocò alla penultima giornata del campionato 2014/15, l’intera curva Nord si trasformò in un’enorme ed imponente aquila. Lo striscione che l’accompagna recita “La sua virtù sfida da sola le tenebre”. Ma neanche quell’aquila riuscì ad illuminare la difesa biancoceleste, che concesse una rete di troppo ai giallorossi e si giocò (e soprattutto raggiunse) i preliminari di  Champion’s League, nello scontro finale con il Napoli.

Le due squadre rivali sul campo, ma soprattutto sulle curve e nella vita di tutti i giorni, regalano ogni stagione uno dei derby più sentiti nel mondo del calcio. Sicuramente per il grado di rivalità è il più sentito in Italia, e lo spettacolo sulle due curve prima di ogni duello, non è da meno. Negli anni a venire le due squadre ci faranno vedere altre sfide avvincenti e coreografie sempre più belle, che rimarranno nella memoria di tutti i tifosi del calcio.




Inter… e se il problema fosse Spalletti?

Nel mondo del calcio ci sono due aspetti astratti che difficilmente sono applicabili, la fortuna e le coincidenze. Per quanto l’imprevedibile sia sempre dietro l’angolo, ci sono segnali e momenti che riconducono spesso sempre allo stesso risultato. Parliamo proprio di coincidenze se andiamo a valutare il momento dell’Inter di Luciano Spalletti.

Un problema di risultati…

 

 

Dove sta la coincidenza? La Roma del tecnico di Certaldo ha avuto in questo stesso periodo la scorsa stagione, gli stessi identici dubbi che sorgono sulla formazione nerazzura, escludendo anche questa volta le colpe dell’allenatore. Ma come si dice, due indizi fanno una prova:  non è forse il tempo di dire due paroline sullo Spalletti nerazzurro? Partiamo dai risultati, problema principale di questa Inter. La sconfitta con il Torino e il pareggio con l’Atalanta hanno messo in evidenza ancora una volta le grosse difficoltà ad essere decisivi nei momenti focali della partita, in particolare nella finalizzazione. Nelle ultime 5 partite lue due vittorie importanti con Samp ed Hellas  sono state immediatamente smentite dalle tre non vittorie, Derby di Milano compreso. Questione di uomini, secondo stampa e tifo: una squadra non all’altezza.

…di gestione della rosa…

Probabile che la rosa non sia pronta ma è anche vero che arrivati al 16 Aprile non si può non osservare che Spalletti non abbia ancora trovato la quadratura del cerchio. Chi è il trequartista titolare dell’Inter? Qual è la posizione di Borja Valero? Chi è il titolare tra i terzini? Perché Ranocchia viene preferito a Lisandro Lopez come prima riserva? Perché Karamoh è stato utilizzato sempre meno? Che fine ha fatto Dalbert? Tante domande che trovano risposta nel passato di Luciano Spalletti. A Roma la scorsa stagione si discuteva della rosa troppo corta, parole dello stesso tecnico, avallate dai più. Ma se vogliamo essere pignoli e capziosi è molto facile andare a vedere che la panchina giallorossa era ricca di giocatori che in realtà non piacevano al tecnico e che non ha saputo valorizzare: Gerson non è certamente un titolare, ma dal non giocare affatto al poter fare una grande gara a Stanford Bridge ce ne passa; Paredes, giocatore ceduto a quasi 30 milioni e che sta facendo le fortune dello Zenit; Perotti, sempre meno utilizzato nell’ultima parte di stagione da Spalletti, attualmente punto fermo della squadra giallorossa; Grenier, arrivato a Gennaio, utilizzato solo 6 volte, gare in cui ha sfoderato prestazioni ottime, ma mai valutato; Mario Rui, su di lui si può dire che non fosse pronto per l’infortunio e per l’esplosione di Palmieri, ma stiamo comunque parlando di un giocatore fortemente voluto da Spalletti che ha giocato solo 5 gare; infine capitolo Totti, roba da un articolo a parte, senza fare retorica, un giocatore offensivo che crea statisticamente una occasione da rete al minuto, non può essere considerato come l’ultimo degli ultimi. Dopo questo flashback torniamo all’attualità. Il cambio modulo di Bergamo ha proposto Santon e Cancelo alti con D’Ambrosio nei tre dietro, con Perisic e Rafinha alle spalle di Icardi: idea buona ma con gli interpreti sbagliati; Santon in posizione alta si pone in grossa difficoltà, soffrendo l’uno contro uno sia palla al piede che in fase difensiva; D’Amborsio non può fare il centrale, non è abituato al ruolo; manca un difensore che sappia impostare, fondamentale in una difesa a tre; Perisic diventa si più pericoloso ma meno fruttuoso nella manovra, cosa che ne ha sempre fatto un’arma in più; Icardi si trova a dover giocare lontano dall’area di rigore ed infatti non ha trovato la possibilità di andare in goal; Candreva non utilizzato in una gara da vincere lascia abbastanza perplessi, una giocata può cambiare la partita.

… e di comunicazione.

 

Oltre ai discorsi di campo c’è un altro aspetto di Spalletti che lo accomuna molto alla crisi romana, la comunicazione. Che Spalletti sia spesso sopra le righe nelle dichiarazioni lo sappiamo. ma allo stesso tempo, quanto può influire sulla squadra e sull’ambiente?  Alcune dichiarazioni sia a Roma che a Milano possono dare l’impressione di voler fare del banale “scarica barile”, partendo dalla situazione Totti, capro espiatorio ufficiale della stagione 2016-17, arrivando al mercato e alle promesse ricevute in questa nuova stagione nerazzurra. Presentarsi con una frase come “devono ridarmi quello che ho lasciato perché io per allenare l’Inter ho lasciato la Champions League e loro me la devono ridare”, detta in fase di presentazione, può dare due segnali, quello di caricare l’ambiente verso l’obiettivo, o quello di accrescere il proprio ego ed elevarlo al di sopra dei vari fattori che possono portare ad un obiettivo. Rileggendo ad ora le parole non possiamo incolpare solo i giocatori, la Champions va meritata ed i giocatori vanno valorizzati, sono diamanti grezzi che solo l’allenatore può sgrezzare e nulla è dovuto al singolo, come quando da bravi tifosi da bar ce la prendiamo con i giocatori che chiedono aumenti di contratto senza rendere al massimo.

In conclusione possiamo dire che l’Inter ha tanti problemi ma Spalletti non può escludersene ed anzi, il suo tentativo di farlo può destabilizzare un ambiente che da troppi anni attende un ritorno vero e proprio tra le grandi e la fiducia in Spalletti è tanta; sta a lui non tradirla, sempre se già non sia accaduto.

 




Roma, l’urna sceglie il Liverpool: tutti i segreti della squadra di Klopp

E’ un sorteggio “benevolo” quello di Champions League per la Roma di Di Francesco. I giallorossi dovranno affrontare in semifinale il Liverpool di Jurgen Klopp, evitando così due avversari ben peggiori sulla carta, che saranno protagonisti nell’altra semifinale: Bayern Monaco e Real Madrid. Il 24 aprile si giocherà il match d’andata all’Anfield, mentre il ritorno è in programma il 1° di maggio all’Olimpico. Può continuare serenamente il sogno della Roma, che avrà la possibilità di vendicare l’eliminazione in finale subita contro i Reds nel lontano 1984, nell’allora Coppa dei Campioni. Andiamo a scoprire meglio le caratteristiche della squadra di Klopp.

 

Come ci sono arrivati

Il Liverpool è la squadra che ha segnato più goal in questa edizione della Champions League: 33 reti, ben 5 nelle ultime due partite. I Reds si sono qualificati per primi nel Gruppo E, davanti a Siviglia, Spartak Mosca e Maribor, senza perdere mai una partita. Le statistiche parlano di 23 reti segnate, 6 subite, 3 pareggi (due con il Siviglia e uno con lo Spartak) e 3 vittorie. Dopo aver superato la fase a gironi, la società inglese ha pescato il Porto negli ottavi di finale: lo scontro con i portoghesi è stato chiuso subito nel match d’andata, con un secco 5-0 rifilato in casa dei Dragoni. Lo 0-0 del ritorno è stata una pura formalità. Sembrava essere giunta al termine la gita della squadra di Klopp, quando dall’urna dei quarti di finale è uscito il Manchester City. Ma ancora una volta l’ex allenatore del Borussia Dortmund ha sorpreso tutti: 3-0 ad Anfield e 1-2 all’Etihad Stadium, con la soddisfazione di vincere anche in casa di Guardiola.

Premier League

Il Liverpool sta giocando un’ottima stagione in campionato, soprattutto grazie a Salah, autore di 29 goal e arrivato quest’estate proprio dalla Roma. Il 3° posto in classifica è sintomo di una squadra in forma e in salute: nelle ultime 7 partite ha conquistato 5 vittorie, perdendo solo con il Manchester United e pareggiando il derby con l’Everton. Inoltre, i Reds hanno il secondo miglior attacco della Premier League: con i 75 goal segnati, è riuscito a fare meglio solo il Manchester City, a quota 90. I 10 punti di vantaggio sulla 5° in classifica (il Chelsea, che però ha una partita giocata in meno), permettono alla quadra di Klopp di poter puntare al piazzamento Champions con una certa tranquillità.

La rosa

Tra i pali, nel corso della stagione, il 24enne Karius ha rubato il posto da titolare da Mignolet; inizialmente solo in Champions e nelle Coppe, ma con l’avvento del 2018 anche in Premier League. I centrali titolari sono van Dijk (arrivato per quasi 80 milioni dal Southampton) e Lovren, a causa anche degli infortuni di Matip e Gomez. Sulle fasce agiscono di norma Robertson e Alexandre-Arnold, con Moreno pronto a subentrare. Il centrocampo titolare, dopo il KO di Emre Can (a rischio anche in vista del Mondiale), è formato da Milner, Henderson e Wijnaldum. Sul fronte d’attacco, l’addio di Coutinho, direzione Barcellona, non sembra aver tolto poi molto al Liverpool. Il reparto avanzato è uno dei migliori d’europa, con il tridente stellare formato da Salah–Firmino–Mané. Nel complesso della stagione, i tre attaccanti hanno segnato 79 reti (16 Mané, 24 Firmino e 39 Salah).




Verso Lazio-Roma: ecco i 5 derby più decisivi nella storia della stracittadina

Domenica sera andrà in scena il derby capitolino. Partita che ha sempre regalato bellissime emozioni e sensazioni. In una città come Roma, il derby ha da sempre rappresentato un momento di unione e allo stesso tempo di divisione. Il campionato, inoltre, dice che sia la Roma e che la Lazio sono a quota 60 punti e il risultato del derby dirà sicuramente di più sul futuro delle due squadre in classifica.
Proprio per questo motivo vogliamo analizzare in dettaglio i 5 derby più importanti nella storia della stracittadina negli ultimi anni.

 

Roma-Lazio 5-1, 11 maggio 2002

Mai nella storia vi erano stati così tanti goal in un solo derby, quello del 2002 fu la partita di Totti e Montella e della famosissima “manita”: la Roma vinse 5 a 1 contro una Lazio spenta e scarica: è Il derby sicuramente più ricordato dai tifosi giallorossi.  Della partita si ricordano indubbiamente il colpo di tacco di Totti, il cross di Candela e i 4 goal di Montella.
Il primo tempo finì 3-0 per la Roma, grazie alle tre reti dell’aereoplanino.  Nella ripresa è lo stesso Montella che trova il poker al 19esimo minuto grazie ad un gran sinistro finito sotto al sette. Il quinto e ultimo goal giallorosso fu realizzato da Totti grazie al suo cucchiaio.

 

Lazio-Roma 1-2, 18 aprile 2010

E’ stato “il derby” che ogni tifoso vorrebbe vincere e nessuno perdere. La Roma si impose per 2 a 1 contro i biancocelesti, posizionandosi al primo posto in classifica e a + 1 dall’Inter. La Lazio padrona nel primo tempo con il goal di Brocchi e con la colossale occasione sciupata da Floccari, che ha avuto il pallone del 2-0 sul dischetto del rigore. Da lì in poi in campo solo la Roma con le due reti firmate Vucinic, prima su rigore e poi su punizione. Derby sicuramente da cancellare per i biancocelesti.

Lazio-Roma 2-0, 1 marzo 2017

Dopo tanti giorni dall’ultima volta, la Coppa Italia regalò un altro derby alla Lazio. Fino a quel momento ne aveva persi 4 di fila, non vincendo dalla gara valida per la Coppa Italia del 26 maggio 2013. La Lazio si impose per 2 a 0, con le reti di Milinkovic e Immobile, i quali ipotecarono un’altra finale. La Roma, infatti, non riuscì a rimontare il risultato dell’andata nella partita di ritorno, venendo quindi eliminati dai propri rivali. La squadra biancoceleste si aggiudicò il passaggio in finale di Coppa Italia, che tuttavia perse per 2 a 0 contro la Juventus di Allegri.

 

Lazio-Roma 2-1, 16 ottobre 2011

Quello di segnare il goal decisivo all’ultimo minuto, per molti sarebbe il modo migliore di vincere un derby. Terminò proprio così il derby del 2011 che finì 2 a 1 per la Lazio. I biancocelesti andarono subito sotto, con il goal di Osvaldo. Il pareggio della Lazio avvenne dopo una grande ingenuità da parte di Kjaer che regalò alla Lazio il calcio di rigore, decisivo per pareggiare i conti e portare il risultato sull’uno a uno. Solo allo scadere, il derby si tinse di biancoceleste con la rete di Klose che beffò la Roma proprio all’ultimo minuto di partita.

 

Roma-Lazio 0-1, 26 maggio 2013

Senza dubbio è stata la partita più sentita e importante nella storia dei derby. La Lazio vinse per 1 a 0 con la rete, firmata Lulic. Derby inizialmente bloccato nelle iniziative d’attacco: entrambe le squadre, in virtù anche del peso del match, si erano annichilite a vicenda,con la paura fino alla metà del secondo tempo che la faceva da padrona. Scattato il 71esimo minuto, la partita iniziò a prendere una svolta decisamente diversa. Il goal decisivo avvenne grazie ad un forte e teso cross di Candreva che favorì il piattone destro di Lulic. Il risultato rimase sull’uno a zero fino al triplice fischio, nonostante una clamorosa occasione sbagliata da Destro. Una partita brutta esteticamente ma ricca di emozioni: La lazio, oltre a vincere il derby più importante della storia, conquistò la Coppa Italia per la sua sesta volta nella storia.