Mourinho: “L’Inter come una famiglia, ho dato il meglio sentendomi a casa”

Mourinho: “L’Inter come una famiglia, ho dato il meglio sentendomi a casa”

Il tecnico del Tottenham, José Mourinho, ha parlato della sua meravigliosa avventura all’Inter tra ricordi e aneddoti. Lo Special One si è raccontato a La Gazzetta dello Sport in una bella intervista che certo farà piacere ai suoi indimenticati tifosi nerazzurri. Andiamo a vedere uno stralcio dell’intervista:

Lei arrivò all’Inter ridendo e facendo ridere («Non sono pirla») e se ne andò piangendo e facendo piangere, abbracciato a Materazzi: più vittorie o più sentimenti?
Il meglio in carriera l’ho dato dove ero a casa, dove sentivo le emozioni del mio gruppo, dove sono stato al duecento per cento con il mio cuore: più una persona che un allenatore. Per questo a Madrid ero più felice di vivere la felicità degli altri – da Moratti all’ultimo dei magazzinieri – della mia stessa felicità: io una Champions l’avevo già vinta. Mi è capitato di pensare prima a me che agli altri: all’Inter, mai. Questo succede in una famiglia: quando diventi padre, capisci che c’è qualcuno più importate di te, e passi al secondo posto“.

Urlò di più a Bergamo, nell’intervallo di Kiev o dopo Catania?
A Catania ero squalificato, li aspettai in pullman e avevo la testa un po’ più fredda: dissi tutto il giorno dopo… A Kiev era più calda: “Possiamo essere eliminati, ma non così”. E dopo “così”, furono cinque minuti molto violenti. Però poi abbiamo cambiato il chip e insieme siamo andati fino alla fine. E comunque il giorno più difficile della stagione è stato dopo il pareggio di Firenze“.

Più svolta a Kiev o a Londra?
Per la Champions, Kiev: all’85’ eravamo fuori, se cambi il tuo destino in 4’ è sempre un momento chiave. Ma è stata fondamentale anche Roma, il 5 maggio: il sogno era la Champions, lo scudetto era un obbligo, vincere la Coppa Italia fu come dirci “E una, passiamo alla seconda”. Mi piace rivedere quella partita con uno dei miei assistenti, Giovanni Cerra, malato della Roma: piange ancora…”.

E quale delle tre “finali” invece ha sofferto di più?
Quella di Coppa Italia non la volevo giocare: l’inno della Roma prima della partita, arrivai a provocare “Fermate la musica o ce ne andiamo”. A Siena avevo paura: sei giorni dopo c’era la grande finale, temevo non giocassero quella partita come una finale. Zero a zero al 45’, la Roma vinceva 2-0, nello spogliatoio un caldo tremendo, non capivo come aiutare la squadra a svoltare tatticamente. Fu molto dura, e non finiva più. Avevo detto: “Un giorno mi piacerebbe vincere un campionato all’ultima”. Quel giorno mi dissi: “Mai più”“.

È esatto dire che la Champions dell’Inter nasce a Manchester, nel marzo 2009?
Sì perché quel giorno ci siamo detti con chiarezza che la qualità dell’Inter bastava per vincere lo scudetto, non la Champions. Che dovevamo cambiare anche tatticamente. I giocatori dentro lo spogliatoio erano tristi, fuori nessuno di noi piangeva: io, Moratti, Branca e Oriali eravamo già a parlare di linea difensiva più alta, di giocatori adatti ad almeno due sistemi di gioco, dei profili che ci servivano, di chi poteva restare“.

E a fine luglio, a Boston, avrebbe detto addio a Ibrahimovic.
Ma il casino successe prima, a Pasadena, il giorno dell’amichevole contro il Chelsea. Tormentone da giorni: “Ibra va al Barcellona, non va al Barcellona”, lui da superprofessionista quale è giocò 45’, ma poi nello spogliatoio disse: “Vado, devo vincere la Champions”. I miei assistenti italiani erano morti – “Senza di lui sarà impossibile vincere” – i compagni non volevano perderlo. Ero preoccupato anche io, ma mi uscì così: “Magari tu vai e la vinciamo noi”. Ero stato un po’ pazzo, ma nello spogliatoio cambiò l’atmosfera. Poi dissi a Branca: “Se lui vuole andare a Barcellona, cerchiamo di prendere Eto’o”. Lui e Milito tatticamente potevano dare una diversità alla squadra“.

L’altra diversità la diede Sneijder?
Diversità tattica. Serviva qualcuno che legasse il centrocampo a due attaccanti dalla mobilità tremenda, lui era perfetto. A un certo punto non ci speravo più, ma la prima opzione era lui e Branca mi disse: “Non mollare, facciamo insieme pressione su Moratti”. Da quel giorno chiamai Moratti tutti i giorni: “Serve Wes, Wes, Wes”“.

Se dovesse dire quale fu la sua Inter perfetta: quella del derby vinto 4-0?
Vicina alla perfezione: gol pazzeschi, controllo totale, il Milan, quel Milan, distrutto anche psicologicamente. Ma la partita simbolo della mia Inter è l’ultima: perché l’abbiamo vinta prima di giocarla e non è normale che in una finale di Champions tutti, non solo l’allenatore, sentano così forte di avere tutto sotto controllo“.

Quell’Inter fu, assieme al Real, la squadra più lontana dall’etichetta del Mourinho difensivista?
La partita iconica del Mourinho difensivo è stata quella del Camp Nou, ma quel Barcellona aveva perso 3-1 a San Siro e noi ci eravamo guadagnati il diritto di andare a giocare da loro come volevamo. E se Pandev non si fosse infortunato nel riscaldamento, avremmo giocato con Pandev, Sneijder, Eto’o e Milito”.

Al Camp Nou trovò il tempo di andare da Guardiola a dirgli qualcosa.
Quando Busquets cadde quasi tramortito io ero in diagonale fra la nostra panchina, la loro e il punto dove Thiago Motta venne espulso. Con la coda dell’occhio vedo la panchina del Barcellona che festeggia come se avessero già vinto, Guardiola che chiama Ibra per parlare di tattica: tattica in 11 contro 10… Gli dissi solo: “Non fare festa, questa partita non è finita“.

Perché non tornò a Milano con la squadra?
Perché se fossi tornato, con la squadra intorno e i tifosi che avrebbero cantato “José resta con noi”, forse non sarei più andato via. Io non avevo già firmato con il Real prima della finale: chi ha detto che qualcuno del Real venne nel nostro hotel prima della finale disse una cazzata. Prima della finale successe solo che scoprii lo scatolone con le maglie celebrative e scappai per non vederle. Io volevo andare al Real: mi voleva già l’anno prima, andai a casa di Moratti a dirglielo e lui mi fermò, “Non andare”. Al Real avevo già detto no quando ero al Chelsea, al Real non puoi dire no tre volte. Oggi forse potrei stare 4-5-6 anni nello stesso club, ma allora volevo essere il primo – e sono ancora l’unico, fra gli allenatori – ad aver vinto il titolo nazionale in Inghilterra, Italia e Spagna. Allora mi dissi: “Sto qui due giorni, firmo il contratto e vado a Milano quando non posso più tornare indietro“.

Dunque fu solo per vincere, non per il rumore dei nemici…
Cento per cento ambizione. Il rumore dei nemici, che poi piangevano, era bellissimo: era più forte il tremore del rumore, e se ci pensa bene è la stessa cosa: quando c’è rumore è perché c’è paura“.

Per un po’ di tempo e più di una volta, lasciata l’Inter, ha detto: «Un giorno tornerò». Perché ha smesso di dirlo?
Lo so perché mi sta facendo questa domanda. Ma io non sono pirla…“.

 

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La Juventus non molla la pista Milik, ma c’è da battere l’Atletico Madrid

La Juventus non molla la pista Milik, ma c’è da battere l’Atletico Madrid

La Juventus, oltre ad un centrocampista, continua stabilmente a cercare un attaccante. In queste settimane si è parlato di molti nomi come Icardi, Cavani, Jimenez e Milik. Proprio su quest’ultimo Paratici resta molto vigile, il polacco gradirebbe la destinazione bianconera poiché preferirebbe rimanere in Serie A. L’ arrivo di un attaccante a Torino resta legato alla partenza di Higuain, di cui ancora non si conosce il futuro. Sull’affare Milik la Juve non ha troppo tempo di tergiversare, perché sull’attaccante c’è anche l‘Atletico Madrid. Come detto, l’attaccante del Napoli preferirebbe rimanere in Italia, ma gli spagnoli potrebbero convincere Aurelio De Laurentiis mettendo sul piatto Diego Costa, che andrebbe a sostituire Milik nell’attacco partenopeo. Simeone sta spingendo molto la dirigenza ad affondare il colpo per l’attaccante polacco, dato che lo ritiene il centravanti perfetto per ringiovanire il reparto offensivo dell’Atletico Madrid, ed è convinto che i numerosi problemi fisici che ha affrontato a Napoli siano soltanto una casualità. TuttoSport ha riportato la notizia nell’edizione odierna del giornale.

 

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Lazio, parla Strakosha: “Voglio tornare ad allenarmi per fare ciò che amo”

Lazio, parla Strakosha: “Voglio tornare ad allenarmi per fare ciò che amo”

Il portiere della Lazio Strakosha è intervenuto ai microfoni della Radio ufficiale del club, LazioStyle Radio, ed ha parlato del rientro in campo, dei miglioramenti suoi e della squadra e di come siano cambiati gli obiettivi nel corso di questa stagione:

Personalmente ho un piccolo problema, ma sto tornando. La situazione rispetto a 3 settimane fa è migliorata, ora aspettiamo che riparta il campionato per fare ciò che a tutti noi piace. Non abbiamo staccato mentalmente, il nostro amore è il calcio. Non se ne va via dalla testa, viviamo di questo”. 

“Il nostro obiettivo rimane il piazzamento Champions, però siamo secondi e aspiriamo anche ad altro per il campionato. Nessuno si aspettava che avremmo potuto lottare per lo scudetto, ad inizio anno neanche noi credevamo di poter lottare per il primo posto, poi abbiamo avuto una crescita importante durante la stagione. Ora siamo al secondo posto e ci si crede. Quanto è accaduto quest’anno non è mai successo, è una cosa nuova. Si vedrà quali mister e quali preparatori sono davvero bravi. Nelle prime partite dovremo ritrovare la forma fisica, nelle prime gare faranno tutti fatica. Il problema sarà anche il caldo, giocare a giugno e luglio e non è mai accaduto. L’importante per noi è la salute. Sarà importante il lavoro dello staff, che dovrà gestire la rosa visto che giocheremo ogni 3 giorni”.

“Da quando sono arrivato la squadra è cresciuta molto di mentalità, le capacità c’erano già a livello tecnico. Quando ero tornato da Salerno si notava la qualità, però credevamo poco in noi stessi e questo con Inzaghi è venuto fuori. Mi sento migliorato su tutto ma posso ancora migliorare molto. Sull’aspetto caratteriale sono tranquillo, comunico l’essenziale alla squadra, anche per non mettere troppo stress ai compagni, in modo che possano giocare tranquilli”.

Il gioco con i piedi? Abbiamo iniziato a provare da quando è arrivato Inzaghi, ci voleva tempo e ora i frutti si vedono, nel nostro gioco si divertono tutti e si crea molto di più anche se si corre qualche rischio in più. Senza rischi le partite finirebbero tutte 0-0 e non avrebbe senso. Mi piace giocare con i piedi, mi fa tenere vivo in partita, mi diverto e mi sento più vivo nel nostro gioco. In allenamento non è cambiato nulla, salvo la mentalità di giocare sempre la palla. Sono il primo nei lanci lunghi nella rosa? Non mi interessano tanto i dati ma sono contento quando la squadra vince, so quando sbaglio e dove correggermi. I dati mi interessano poco. Avere in campo uno come Milinkovic equivale a mettere la palla in banca per poi ripartire”.

Il gruppo? Sono tutti bravi ragazzi, non è facile trovare tutti così in una squadra. Il mister ci toglie lo stress di dosso, e stiamo sereni. E quando si sta sereni le cose vengono meglio. Miglior difesa? Si tratta di una cosa bella, però ancora non è finito niente. Siamo a metà strada.Si è creata una vera famiglia anche perché non sono cambiati tanti giocatori durante questo ciclo, c’è stata continuità nel gruppo. Spero che al termine del campionato la Lazio sarà la miglior difesa della classe, stiamo giocando l’uno per l’altro ed il merito è anche dei nostri tecnici che ci hanno trasmesso questo spirito.  E’ molto importante avere elementi in squadra che usano la testa, quando hai un calciatore che ti chiede la sfera nonostante sia marcato da 3 giocatori ti permette di capire che elementi di personalità hai in squadra e di concentrarti di più sul tuo lavoro”.

 

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Milan, Gazidis a lavoro per convincere Maldini a restare

Milan, Gazidis a lavoro per convincere Maldini a restare

Gazidis continua a parlare pochissimo, prende le decisioni ma tende a non spiegarle, il che lo rende comprensibilmente molto distante dai tifosi ed anche da una parte della dirigenza. Si è sentito solo Paolo Maldini in queste settimane, costretto a rispondere a Rangnick, dopo che quest’ultimo si era lasciato andare a delle uscite infelici. L’ex capitano del Milan non sa ancora che strada prenderà nel prossimo futuro, ma ciò che è certo è che per rimanere al Milan vorrebbe avere chiarezza sul suo ruolo e non accetterebbe una posizione marginale, all’ombra dell’ex calciatore tedesco. Rangnick ha espresso le condizioni per venire al Milan, e diciamo che sono abbastanza pretenziose: ben 20 collaboratori da portare con sé, e la possibilità di avere un ruolo da manager all’inglese, quindi con l’ultima parola anche per quanto concerne la campagna acquisti. Maldini, spiega la Gazzetta dello Sport, a queste condizioni è difficile che accetti di rimanere al Milan, poiché andrebbe a ricoprire un ruolo da “para fulmine” nei confronti dei tifosi, ruolo per altro non adatto all’ex difensore della Nazionale, che si è sempre contraddistinto per la libertà di dire sempre la sua.

 

 

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Le tifoserie italiane (ed europee) contro la ripresa dei campionati

Le tifoserie italiane (ed europee) contro la ripresa dei campionati

Due muri: da un lato la volontà di diverse leghe europee di riprendere i rispettivi campionati, dall’altra la posizione netta delle tifoserie organizzate d’Europa di non ricominciare. Una posizione così netta da portare alla sottoscrizione di un comunicato (“No al calcio senza i tifosi”) da parte di circa 350 gruppi organizzati di tutto il continente. E in Italia gli ultrà continuano a pensarla così, ovvero che non si dovrebbe riprendere a giocare senza tifosi negli stadi.

Gli striscioni che sono stati esposti negli ultimi giorni in diverse città chiedono di non riprendere. Da Bergamo a Napoli, da Roma a Lecce, passando per Genova e Torino il mondo delle curve è unito nel “no” alla riapertura dei giochi. Tra gli ultimi comparsi c’è quello del Ferraris a Genova: “Stop football” recita, firmato B.S., “Brigata Speloncia”, uno dei gruppi della Gradinata Nord del Genoa.

Anche la Curva Nord dell’Inter si è espressa rilasciando un comunicato: “Come si fa solo a pensare che possa ripartire il calcio quando è oramai assodato che per lungo tempo dovremo rispettare tutti delle regole ove il contatto fisico non è previsto?” A Bergamo era comparso lo striscione: “Il nostro dolore volete dimenticare. Ma senza la sua gente non ha senso tornare a giocare”.

La città di Roma è invece spaccata tra chi non vorrebbe ricominciare e chi preferirebbe giocare. Nella sponda giallorossa le manifestazioni dei gruppi organizzati sono state più d’una, con diversi striscioni appesi in varie parti della città.

Si tratta di prese di posizione sicuramente slegate dai risultati sportivi delle squadre in questione e che si rifanno all’idea per la quale un calcio “anti-Covid”, con contatti limitati e soprattutto senza tifosi, sarebbe uno spettacolo non degno di essere visto e che darebbe vita a quello scenario calcistico post-moderno, già in via di affermazione, per il quale l’importanza del tifo dal vivo viene sostituita dal dominio delle Pay-TV. Ciò di cui non si tiene conto è però l’importanza del calcio in quanto fonte di sostentamento per tantissimi lavoratori “dietro le quinte” come cuochi, giardinieri e magazzinieri, motivo per cui un’eventuale non ripartenza rappresenterebbe un disastro per molti.

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Serie A: ecco i punti fondamentali del protocollo per la ripresa

Serie A: ecco i punti fondamentali del protocollo per la ripresa

Grazie all’anticipazione del Messaggero possiamo notare quelli che saranno i punti principali del protocollo, che sarà poi, salvo sorprese, rettificato il 28 maggio in vista della possibile ripresa della Serie A.


I PUNTI DEL PROTOCOLLO

  • Orario delle partite: le partite non si giocheranno alle ore 15, ma in diverse fasce orarie durante la giornata, così come succede in Liga.
  • Playoff: se fosse impossibile finire in tempo la stagione, si valuteranno i playoff: si va dall’ipotesi di massima con tre fasce per coinvolgere tutte e 20 le squadre, a quella minimalista con Juventus, Lazio, Inter e Atalanta in gara per il titolo, Milan-Verona-Parma a contendersi il terzo posto in Europa League e con le ultime 4 (o ultime 6), a giocarsi la permanenza in A.
  • Data per la nuova stagione: la Serie A 2020/21 dovrebbe ricominciare il 12 o al massimo il 19 settembre 2020, con una pausa di soli 40 giorni da una stagione all’altra (escluse ovviamente Coppe Europee e Nations League).
  • Misure sanitarie: vietato l’uso simultaneo del tunnel, niente cerimoniale di gara: niente bambini, niente mascotte e niente strette di mano. I giocatori berranno in bottigliette personalizzate ed anche le sale antidoping saranno separate.
  • Misure di accesso agli stadi: l’accesso sarà consentito per fasce orarie e con un massimo di 300 presenze tra giornalisti e addetti ai lavori. Alle partite le squadre dovranno arrivare con percorsi separati. Autobus e spogliatoi dovranno essere sanificati sia prima che dopo la partita.
  • Misure per la partita: i calciatori non potranno più protestare e dovranno restare a distanza di un metro e mezzo dai direttori di gara, e inoltre non potranno abbracciarsi durante le esultanze.

Queste sono solo indicazioni provvisorie che possono subire variazioni nell’arco di questa settimana.


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Champions League, conclusione integrale o Final Four?

Champions League, conclusione integrale o Final Four?

La Uefa sta studiando la formula perfetta per portare a termine la Champions League. La volontà della Federcalcio europea era di completare il torneo giocando tutte le 17 partite restanti. Questo però dipenderebbe dalla data d’inizio, legata inevitabilmente al completamento dei campionati nazionali: in Germania la Bundesliga è ripresa lo scorso weekend, ma in Italia, Inghilterra e Spagna si attende ancora il ritorno del calcio giocato. L’unica certezza è che più tardi cominceranno i tornei nazionali, meno partite di Champions si giocheranno, a meno che non si decida di posticipare la data della finale oltre il 29 agosto.

Ecco perché nelle ultime ore l’ipotesi di una final four è diventata sempre più concreta, anche per poter accorciare i tempi durante un periodo ideale per tutto tranne che per il calcio. L’ipotesi plausibile è quella di vedere una semifinale unica, come se fosse un mondiale. Il tutto da giocare ad Istanbul, teatro della finalissima 2020. Un’idea niente male per poter comprimere i tempi ed evitare problemi gestionali da un paese all’altro.

I quarti a gara secca, invece, diventerebbero un bel problema a partire dalla sede e dall’eventuale sorteggio. Le polemiche, ad ogni modo, sono assicurate. Meno probabile dunque una final eight, ma di fatto la formula della competizione va rivista, almeno per questa stagione.

Atalanta, Juventus e Napoli ancora non si sono espresse sulla possibilità di cambiare formula a competizione in corso. Per i nerazzurri sarebbe anche una bella opportunità, ma tutto dipenderà da come si muoveranno anche gli altri club. Per il momento la final four rimane un’ipotesi interessante, ma da mettere ai voti.

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Avv. Malagnini: “Il mercato tutto a settembre. Cambiano prestiti e scadenze”

Avv. Malagnini: “Il mercato tutto a settembre. Cambiano prestiti e scadenze”

L’avvocato Luciano Ruggiero Malagnini spiega, ai microfoni di TuttoMercatoWeb, tutte le novità dopo il Consiglio Federale di ieri. L’avvocato Malagnini ha spiegato come cambierà il calciomercato, come verranno modificate scadenze di contratti e prestiti, ha poi fatto degli esempi concreti come il caso di Kulusevski che è dell’Atalanta ma in prestito al Parma ed ufficialmente della Juventus da giugno. Andiamo a vedere cos’ha detto:

Avvocato, e con i prestiti cosa accadrà?
Oggi ci troveremmo di fronte a calciatori in prestito i cui contratti scadranno a giugno. Servirà una norma ad hoc da parte della Fifa per disciplinare la scadenza”.

Esempio pratico: Kulusevski, acquistato dalla Juve e al momento in prestito al Parma. Cosa accadrà?
Lo ha comprato la Juve in virtù di un contratto preliminare. E i contratti preliminari possono essere depositati dal primo giugno al trentuno agosto. Questo lascia pensare alla proroga delle scadenze perché ovviamente il campionato non si esaurirà a giugno. Quindi arriverà una norma. Kulusevski continuerà a pagarlo il Parma fino ad agosto, pertanto gli emolumenti verranno suddivisi in quattordici mesi anziché dodici. Alcune società non hanno infatti pagato marzo e aprile, quindi pagheranno luglio e agosto in sostituzione. L’ingaggio rimarrà sempre uguale. Ciò porterà però ad una compressione rispetto al contratto per la stagione successiva. Dal primo settembre Kulusevski inizierà la stagione con la Juventus, che pagherà l’ingaggio in dieci mesi anziché dodici. Ma l’importo rimarrà sempre uguale così da poter allineare di nuovo i flussi di pagamento. È un momento particolare, non è il caso di buttare la croce addosso a qualcuno. Serve un passo indietro. Non vorrei essere nei panni di chi deve decidere. Stiamo vivendo qualcosa di imprevisto ed imprevedibile. Non bisogna pensare agli interessi personali, ma a salvare il sistema calcio”.

Il prossimo passo per le scadenze dei contratti?
Verrà modificato l’articolo 47 de le Noif, quindi le scadenze slitteranno, dal 30 giugno al 31 agosto”.

Scusi avvocato, e il prossimo mercato?
Già prima i vari operatori di mercato invocavano un mercato più corto. Credo che la nuova sessione possa svolgersi in tutto il mese di settembre. Un mercato lungo non gioverebbe ai calciatori e al sistema”.

 

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Roma, Bonaventura ha detto sì. Per il calciatore è pronto un triennale

Roma, Bonaventura ha detto sì. Per il calciatore è pronto un triennale

Secondo quanto riporta il Corriere dello Sport  la Roma avrebbe ottenuto il sì di Jack Bonaventura. Il giocatore, in scadenza di contratto con il Milan, si sarebbe già accordato per un triennale con i giallorossi che hanno sbaragliato la concorrenza di Torino ed Atalanta, ed arriverebbe a parametro zero. Il suo procuratore Mino Raiola ha spinto molto per il buon esito della trattativa per il suo assistito. Dopo anni travagliati in rossonero nei quali solo a sprazzi ha potuto mostrare il suo talento, costretto spesso ai box a causa di infortuni, il giocatore, che compirà 31 anni il prossimo agosto, è pronto al rilancio nella Capitale.

Il club giallorosso gli offre, come detto,un contratto triennale da 2,5 milioni di euro netti a stagione più bonus (mezzo milione in più rispetto all’attuale ingaggio in rossonero).

Con i rossoneri il centrocampista ha disputato 171 partite segnando 41 gol. è arrivato nell’estate 2014 dall’Atalanta per 7 milioni di €, scegliendo il Milan dopo esser stato corteggiato anche dall’Inter.

Bonaventura ha vestito anche la maglia azzurra in 14 occasioni, senza mai essere andato a segno.


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Consiglio Federale, calendario fino al 20 agosto in armonia con le coppe europee

Stagione 2019/2020 fino al 31 agosto, con campionati da concludere entro il 20. Questa la decisione del Consiglio Federale di ieri. Come si sposerebbe con le coppe europee? Premesso che il calendario di Champions ed Europa League sarà discusso dalla Uefa solo il 17 giugno, nel prossimo Comitato Esecutivo, il Corriere dello Sport ipotizza la seguente divisione tra campionati e coppe: i campionati nazionali si giocherebbero anche nei weekend dell’8-9 e del 15-16 agosto, mentre Champions ed Europa League andrebbero in campo, sempre ad agosto, il 4-5-6, l’11-12-13, poi di fatto si giocherebbe ogni giorno dal 18 al 26 agosto, con il termine ultimo per la finale di Europa League che è proprio il 26 e quello per la Champions individuato nel 29 agosto. Un calendario serratissimo, a meno di eventuali tagli.

Si tratta di un calendario che metterà a dura prova la tenuta fisica degli atleti e che, senza un’adeguata preparazione, finirebbe per stroncare i giocatori già alle prese con il problema di riabituarsi ai ritmi di una partita (anzi, anche solo di un allenamento). In ogni caso, sembra paradossale la risolutezza con la quale si è presa questa decisione a fronte dell’incertezza, per non dire di peggio, con cui si sta affrontando il discorso ripresa, caratterizzato da una serie di dietrofront, lavate di mani e rinvii. Certamente l’andamento della curva epidemiologica necessita di tempo per essere osservato, ma fare certi programmi sulla conclusione della stagione quando vi è cosi tanta indecisione sulla ripresa (mai dare per scontate le parole di Spadafora e co. sul 13 giugno) rischia di mandare all’aria tale lavoro di programmazione.

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