Il mondo del calcio omaggia Maradona

Il 25 novembre 2020 sarà una data che difficilmente dimenticheremo; la scomparsa di Diego Armando Maradona è stata una vera e propria batosta per il calcio che sta già combattendo, come tutto il mondo, con il coronavirus. El Pibe de Oro è stato il calcio in tutta la sua essenza e ci ha lasciato dei ricordi meravigliosi dal riscaldamento sulle note di Live Is Life alla punizione, fuori da ogni logica, contro la Juventus di Tacconi fino a quella fantastica partita contro l’Inghilterra con la rete che lo incoronato come Mano de Dios. Maradona, però, non è stato solo calcio; è stato un vero e proprio capo-popolo capace di unire la gente (la foto dei tifosi di Boca e River che si abbracciano lo testimoni alla perfezione). Nel weekend calcistico appena passato le testimonianze nei confronti di Diego sono state tante.

Il gesto di Messi

Maradona, al Barcellona, è stato di passaggio ma la sfida contro l’Osasuna è stata la prima partita al Camp Nou senza Diego; una sfida dominata dai Blaugrana con la rete di Griezmann, la conferma di Braithwaite dopo la doppietta in Champions ma soprattutto la perla di Messi. Il goal del numero dieci ha avuto un significato particolare soprattutto nell’esultanza; la Pulga, infatti, ha mostrato la maglia del Newell’s Old Boys in un gesto di enorme intensità. Occhi lucidi, braccia alzate al cielo e l’ultimo saluto ad un carissimo amico.

La vittoria del Napoli

Sono stati giorni difficili quelli vissuti nella città di Napoli dove Maradona è stato un qualcosa di unico (solo passando per le vie della città si può provare a capire l’importanza di Diego per il popolo partenopeo). Nella sfida di campionato, contro la Roma, la squadra ha omaggiato al meglio il ricordo del Pibe de Oro travolgendo i giallorossi in una serata molto “maradoniana”; la punizione di Insigne, non segnava su calcio piazzato da quattro anni, la rete di Mertens che quasi si scusa per aver superato il record di goal di Diego e lo slalom finale di Politano a chiudere al meglio una serata carica di emozioni.

La vittoria del Boca

Il destino ha voluto che, in Argentina, il Boca Juniors sfidasse il Newell’s Old Boys; alla Bombonera si è presentata Dalma Maradona, la primogenita di Diego. Gli Xeneizes, dopo aver segnato su punizione con Cardona, sono andati sotto la tribuna e hanno omaggiato il Diez con un lungo applauso.

Barcellona, Napoli, Boca Juniors; nell’ultimo weekend abbiamo vissuto mille emozioni nel segno del Diego Armando Maradona. Una serie di omaggi che raramente dimenticheremo e dimostrano la fortuna di aver vissuto (chi in prima persona chi tramite i filmati) l’essenza e la purezza del calcio.

Grazie Diego, AD10S




#PalloneDiCarta – La mia vita: tutte le verità di Sir Alex Ferguson

Dopo 26 anni di grandi successi, Sir Alex Ferguson ha lasciato la panchina del Manchester United nel maggio del 2013. Un’icona, un simbolo, un esempio per ogni allenatore, Sir Alex ha rappresentato i Red Devils, ne ha incarnato lo spirito, è stato un manager a tutto tondo, ha creato un impero partendo dal basso e ha fatto di una squadra operaia una corazzata capace di dominare in Inghilterra e in Europa. Alex Ferguson è stato un allenatore capace di alzare 49 trofei sulle panchine del St. Mirren, Aberdeen e soprattutto Manchester United vincendo campionati, Champions League e Coppe. E’ stato onorificato come Commendatore dell’Ordine dell’Impero Britannico e insignito del prestigioso titolo di Miglior Allenatore del Mondo del XXI secolo.

“La mia vita”

L’autobiografia di Sir Alex Ferguson, scritta insieme a Paul Hayward, caporedattore sportivo del Daily Telegraph e pubblicata in Inghilterra nell’ottobre del 2013 (tradotta in italiano nel gennaio 2014 per Bompiani Edizioni e in edizione riveduta e aggiornata nell’aprile 2015), è un gioiellino da leggere e custodire per gli appassionati di calcio.

Enrico Sisti de La Repubblica ne tesse le lodi parlando di “un articolato e struggente romanzo del Novecento britannico, scozzese e al tempo stesso universale come il volto di Sean Connery”.

Il mio giudizio non si discosta assolutamente perché si tratta di un libro molto ben scritto, appassionante, godibile, dove Sir Alex ci racconta con dovizie di particolari il signore che è stato sia dentro che fuori dal campo. E’ un libro diviso in 27 capitoli nei quali l’allenatore scozzese affronta tutti i temi che hanno caratterizzato la sua grande carriera al Manchester United, impreziosendo la scrittura con aneddoti interessanti. Non ha risparmiato critiche o giudizi pungenti riguardanti i suoi colleghi, su tutti Rafa Benitez ai tempi in cui lo spagnolo allenava il Liverpool: “L’errore che fece fu quello di diventare il mio antagonista personale. Una volta che lo metti sul piano personale, non hai alcuna possibilità, perché io so aspettare. Io ho avuto successo, lui aspirava a vincere trofei che invece andavano in mano mia. Fu molto imprudente”. Qualche critica è stata mossa anche al grande rivale Arsene Wenger, l’allenatore dell’Arsenal con il quale ci fu una famosa litigata dopo la vittoria dello United che interruppe l’imbattibilità dei Gunners che durava da 49 partite. Scaramucce di campo subito rientrate perché sempre c’è stata tra i due grande stima e reciproco rispetto, così come con Roberto Mancini.

Solo elogi, invece, per l’ex dei Red Devils, Josè Mourinho, al quale Ferguson ha dedicato un intero capitolo dove troviamo molte frasi di ammirazione nei confronti dello Special One. Lo scozzese e il portoghese, due personaggi entrambi accomunati da grandi doti comunicative oltre ad una sottile abilità nel saper motivare le proprie squadre lavorando sia sul campo che, soprattutto, a livello psicologico.

Tra i capitoli più interessanti c’è senza dubbio quello legato ai ragazzi del ’92, lo splendido gruppo di giovanotti dalle qualità eccezionali tali da riuscire a imprimere il loro nome nella storia del calcio. Calciatori come Paul Scholes, Ryan Giggs, David Bechkam, Gary Neville, Nicky Butt erano i ragazzi del vivaio, entrati nello settore giovanile dello United all’età di 13 anni e “cresciuti” da Sir Alex che li ha portati in prima squadra già a 18 anni. L’allenatore scozzese ha creato una squadra proprio intorno a questo gruppo, aprendo un ciclo vincente per il glorioso club di Manchester. Una menzione particolare per due giocatori che sono rimasti con Sir Alex fino all’ultimo: Giggs, l’esterno gallese dalle qualità sopraffine e Scholes, l’inglese che voleva fare l’attaccante ma, per sua fortuna, è stato arretrato dietro le punte da Ferguson divenendo uno tra i più forti calciatori in quella zona di campo degli ultimi 20 anni.

Non poteva mancare un capitolo dedicato ad un giocatore portoghese che ha vestito la leggendaria numero 7 dei Red Devils, dove l’introduzione già dice tutto: “Cristiano Ronaldo è stato il maggior talento che io abbia mai allenato”. Si apprezzano anche descrizioni di momenti privati come le cocenti delusioni per il campionato vinto al fotofinish dal Manchester City, e per le sconfitte in finale di Champions League contro il Barcellona di Pep Guardiola (la squadra migliore che il suo Manchester abbia mai affrontato) e la cosiddetta “solitudine dell’allenatore” dove “tu hai bisogno di contatto umano, ma gli altri pensano che tu sia troppo occupato”.

Idee chiare e concentrazione, ecco il segreto di un grande maestro che così si esprime sulla possibilità di cominciare tutto da capo: ”Obbligherei tutti i giocatori a imparare a giocare a scacchi, per sviluppare l’abilità di concentrarsi. Quando impari a giocare a scacchi puoi metterci tre o quattro ore a finire una partita, ma una volta che sei diventato esperto e inizi a giocare impiegando 30 secondi per mossa, quello è il traguardo. Decidere velocemente quando sei sotto pressione. Ecco che cos’è il calcio”.




Germania, ribadita la fiducia al CT della nazionale Joachim Löw

Germania, ribadita la fiducia al CT della nazionale Joachim Löw

Si va avanti con Joachim Löw alla guida della nazionale Mannschaft, questo il responso fermo e categorico degli alti dirigenti della Federcalcio tedesca al termine della riunione fiume tenutasi quest’oggi. Come riportato da TuttoMercatoWeb, questa mattina si sono radunati i vertici della Deutscher Fußball-Bund (DFB, la Federcalcio tedesca), il CT della nazionale Joachim Löw ed il direttore sportivo della federazione Oliver Bierhoff per discutere dei recenti risultati ottenuti dalla Germania sul campo e capire se c’era ancora margine per continuare con l’attuale commissario tecnico. La pesante sconfitta patita martedì 17 novembre dalla Germania contro la Spagna per 6-0 aveva inizialmente minato un po’ la fiducia della Federcalcio nei confronti di Joachim Löw, ma una sola debacle sportiva (per quanto grande e umiliante) non poteva certo far passare inosservati gli ottimi risultati che la nazionale tedesca ha ottenuto nonostante il periodo di ringiovanimento che ha attraversato di recente. Joachim Löw ha sicuramente svolto un grande lavoro alla guida della Germania centrando la qualificazione ai prossimi europei, battendosi la testa del girone A4 della Nations League e confermando la nazionale tedesca come testa di serie nei sorteggi delle prossime qualificazioni ai mondiali. I buonissimi risultati della nazionale dunque hanno convinto i vertici della Deutscher Fußball-Bund: Joachim Löw resterà in sella almeno fino all’Europeo del 2024 che si disputerà proprio in terra teutonica, guidando quindi la Mannschaft anche nei prossimi impegni di Euro 2021 e del mondiale in Qatar del 2022.

Con una nota apparsa sul proprio sito la DFB ha così confermato il CT Löw: “c’è la ferma convinzione che Joachim Löw e il suo team di collaboratori offriranno partite e risultati di successo nonostante una situazione difficile per tutti. L’allenatore della nazionale prenderà tutte le misure necessarie per giocare un entusiasmante campionato europeo nel 2021 con la squadra. La valutazione dell’allenatore della nazionale riceve anche l’approvazione per i tornei successivi, in particolare per la Coppa del Mondo 2022 in Qatar e il Campionato Europeo 2024 che si svolgerà nel nostro paese”.

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Calciomercato, la Roma fa all-in su Nandez per gennaio

Calciomercato, la Roma fa all-in su Nandez per gennaio

Il club giallorosso vuole accontentare il proprio tecnico nel mercato di riparazione di gennaio: Fonseca è stato chiaro, servono rinforzi per allungare una rosa competitiva ma fin troppo corta. In tal senso si sta già muovendo la dirigenza nella figura dell’AD Fienga che a gennaio lavorerà insieme al neo General Manager Thiago Pinto (che sarà operativo solo dal 01/01/21) per mettere a segno quei colpi mirati richiesti dal tecnico portoghese per la sua Roma.
Come riportato da Calciomercato.com, i giallorossi sono sempre interessati al centrocampista tuttofare Nahitan Nandez del Cagliari, pedina fondamentale nello scacchiere di mister Di Francesco ma che un’offerta generosa potrebbe convincere la dirigenza rossoblù a lasciarlo partire. Nandez permetterebbe a Fonseca di trovare un uomo perfetto sia per giocare in mezzo al campo che sulla fascia destra, così da andare a coprire due posizioni che necessitano di essere rinforzate in un sol colpo. Il Cagliari valuta il centrocampista uruguaiano circa 30 milioni, cifra proibitiva nel mercato ai tempi del COVID che spaventa e non poco la società giallorossa, che per racimolare quel gruzzolo potrebbe privarsi di Amadou Diawara: il centrocampista guineano ha estimatori in Premier League e già nel mercato estivo i giallorossi erano pronti a sacrificarlo per una cifra intorno ai 20 milioni. Su Amadou Diawara c’è il forte interesse di West Ham e Leicester che potrebbero sborsare una cifra fortemente vicina alla richiesta del club giallorosso per il mediano classe 97 nel prossimo mercato di riparazione. Su Nahitan Nandez si registra anche un tiepido interesse di Inter e Napoli, anch’esse da tempo coi riflettori puntati sul centrocampista del Cagliari.

I discorsi tra Roma e Cagliari per Nahitan Nandez continuano, d’altronde tra il club capitolino e la società sarda scorre buon sangue dopo le molte trattative andate in porto negli ultimi anni.

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Napoli-Roma, la conferenza stampa di Fonseca

Paulo Fonseca, come di consueto, ha incontrato i giornalisti nella conferenza stampa pre match della gara contro il Napoli. La Roma domani affronterà al San Paolo gli uomini di Gattuso nella partita valida per il nono turno di Serie A.

Il punto della situazione sulle condizioni di Dzeko? Come stanno Smalling, Mancini e Ibanez?
Dzeko giocherà, è pronto. Mancini e Ibanez si sono allenati oggi, abbiamo grandi possibilità di averli entrambi per domani.

Campionato senza padrone dopo 8 giornate, lei ha spesso ricordato che Inter e Juve sono partite con ambizioni diverse. Questo campionato dà possibilità diverse anche ad altre squadre?
Penso che siamo all’inizio, dobbiamo aspettare più giornate per fare una valutazione. Non ho dubbi che fino alla fine del campionato Juve e Inter lotteranno per vincere. Dopo abbiamo altre squadre, 6 o 7, che sono in un buon momento e possono arrivare vicino a queste squadre. Siamo all’inizio, dobbiamo aspettare per fare una valutazione.

L’importanza di Pedro e Mkhitaryan si vede più in campo o nella mentalità che hanno portato fuori?
In entrambi. Mi sembrano due ragazzi che hanno iniziato adesso a giocare a calcio. Hanno sempre un grande atteggiamento e una grande motivazione.

Ora che la squadra si esprime su alti livelli sorride, ma nelle ultime settimane c’è stato qualcosa che l’ha particolarmente infastidita?
No (ride, ndr), magari prima delle partite sono serio perchè sono concentrato.

Si parla tanto di insostituibili in rosa, Veretout è uno di questi?
Veretout è un giocatore molto importante per noi, con caratteristiche uniche. Ma penso che abbiamo dimostrato che non abbiamo giocatori insostituibili. Abbiamo una squadra con un’identità, pronta a giocare con tutti i giocatori.

La Roma sta facendo benissimo contro squadre sulla carta inferiori, è pronta a vincere e dominare anche contro rivali di pari livello o superiori?
Non abbiamo vinto, ma abbiamo giocato contro Juve e Milan. Tutti abbiamo visto che possiamo fare altri risultati, possiamo vincere. Vogliamo sempre essere forti e domani vogliamo essere la squadra che sta giocando bene, con coraggio.

Pellegrini e Dzeko pronti a tornare dal primo minuto dopo il test in Europa League?
Sì, sono pronti.

16 partite in Serie A senza perdere e ultima sconfitta contro il Napoli. Quattro mesi dopo quella gara la Roma è cambiata più tatticamente o mentalmente?
Abbiamo migliorato molte cose. La squadra sta giocando con fiducia e atteggiamento, ma quando si vince è normale avere fiducia. La squadra è migliorata molto.

Contro il Parma squadra brava negli ultimi 30 metri, abbiamo apprezzato Cristante e Villar. Contro il Napoli potremmo vedere una scelta simile?
Sì, fa parte del modo di giocare di questa squadra. Abbiamo preparato strategicamente la partita, ma le intenzioni sono le stesse.

Che partita si aspetta domani contro un avversario che ha avuto alti e bassi ma ha una rosa di grande qualità?
Mi aspetto una partita difficile. Il Napoli per me è una delle squadre più forti di questo campionato, anche io ho visto tutte le loro gare, in diverse partite non hanno meritato di perdere. Sono una squadra brava, coraggiosa e in grado di giocare un buon calcio. Mi aspetto una partita difficile.

Questa sarà la partita più difficile della stagione fino a qui?
Sono sempre partite difficili, anche quando giochiamo contro l’ultima del campionato. Mi aspetto sempre partite difficili contro tutti gli avversari. Domani sarà una partita difficile sicuramente.

 

“Voglio solo ricordare che la società ha fatto un’iniziativa contro la violenza sulle donne, dobbiamo partecipare e comprare questo calendario, è importante, anche perché ci sono tutte le mogli dei calciatori e sono tutte belle. Dobbiamo partecipare”.




Barcellona, tutte le difficoltà in una stagione complicata

La sconfitta contro l’Atletico Madrid, oltre a complicare in maniera quasi definitiva il discorso titolo, conferma quanto il Barcellona non riesca ad uscire da una situazione decisamente difficile. I Blaugrana stanno vivendo uno degli anni più brutti della loro storia; dal post lockdown, oltre ad una situazione economica in crisi, sono arrivati risultati poco confortanti con l’otto a due subito in Champions dal Bayern Monaco come punto più basso per Messi e compagni. Proprio il fenomeno argentino, nel corso dell’estate, è stato molto vicino all’addio ed è probabile che questo scenario possa verificarsi al termine della stagione. In questo stato confusionale troviamo un tecnico, Koeman, alla ricerca della giusta direzione.

Abbiamo parlato di Messi ma, ovviamente, non possiamo considerare il numero dieci un problema per il Barcellona; anzi il club ha bisogno che la Pulce torni ai suoi massimi livelli per risalire la corrente. Il primo problema di questa squadra riguarda il reparto difensivo non più solido come prima e lo stesso ter Stegen, protagonista di un grave errore al Wanda Metropolitano, non sembra più offrire le giuste garanzie. La cosa non migliora in mezzo al campo dove Pjanic è ancora un oggetto misterioso e Busquets fatica ad essere quel pilastro su cui il Barcellona faceva affidamento. Passando al reparto offensivo proseguono i problemi tra il club e Griezmann; il talento francese non riesce ad esprimere tutte le sue qualità continuando ad essere un corpo estraneo all’interno di una squadra in confusione.

Non è esente da colpe il tecnico; Koeman, dopo un avvio di stagione che lasciava ben sperare, non ha ancora trovato il modulo ideale per far ingranare la squadra. La stagione è ancora lunga ma l’inizio è stato sicuramente complicato. L’obiettivo è ritrovarsi il prima possibile per evitare di vivere una stagione nell’anonimato più totale e il Barcellona non se lo può permettere.




Gastone, son della trequarti il padrone!

Gastone, son della trequarti il padrone!

Parafrasando, trasponendo rigorosamente in maniera blasfema gli inarrivabili Petrolini e Proietti potremmo dire che il Gaston in questione, così come il Gastone della loro commedia, è un danzatore, un illusionista, un fantasista frequentatore di trequarti campo, calciatore che ammalia con le sue giocate, ricercato per i suoi numeri bislacchi, trequartista che gioca indossando il fracche.

Di lui l’informatissima Wikipedia dice che “è un centrocampista mancino con propensione offensiva, molto dotato tecnicamente, che dimostra inoltre una buona capacità nelle giocate individuali, utili per servire assist ai propri compagni o per realizzare gol”, ma di certo Gaston Ramirez è molto di più: è un sudamericano vero, di quelli che non ti mollano, uno di quelli a cui il sangue ribolle quando le cose non vanno come vogliono, è un carattere forte, è un indomito e un indomabile. Gaston Ramirez, il nostro Gastone, è di quei calciatori a cui madre natura ha dato molto in termini di tecnica e talento ma ha poi chiesto un conto così salato che alla voce “integrità fisica” riportava la cifra “47”, che non è la risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto, quella è “42”, bensì 47 sono il numero di partite che Ramirez è stato costretto a saltare da quando ha messo piede in Italia nella lontana estate del 2010, quando il Bologna se ne innamorò e lo prelevò dal Penarol. Un compromesso che tutto sommato si può accettare, direbbero i non ambiziosi, quelli che si accontentano, tanto talento da incantare quanti piccoli infortuni da limitarti la continuità di rendimento, è veramente un compromesso accettabile? Saper di poter giocare ad altissimi livelli e ritrovarsi ad incantare un gradino appena sotto, essere consci del proprio enorme talento e vederlo ciclicamente limitato da una noia muscolare ricorrente ed un intervento di quel difensore che proprio ci è andato giù pesante. È il compromesso storico dell’incompiuto, di tanti altri come lui, ma questo è il calcio e così è la vita.

Ramirez, alla soglia dei trent’anni, ormai ci ha fatto i conti e si è messo l’anima in pace: regnerà all’inferno invece che servire in paradiso, e allora così come Gastone sarà condannato per sempre a sentirsi un pesce troppo grande in uno stagno troppo piccolo. Gaston Ramirez, uno che è stato rovinato dagli infortuni e se non ci fossero stati gli infortuni a quest’ora avrebbe probabilmente giocato in Champions League,  così come Gastone è stato “rovinato da la guera, se non c’era la guera a quest’ora stavo a Londra!”.




E’ la miglior nazionale degli ultimi 10 anni?

La nazionale Italiana di calcio sembrerebbe finalmente aver ritrovato lo spirito, la voglia e la forza che ha sempre contraddistinto la selezione azzurra. Questo grazie all’ottimo lavoro del CT Mancini e di tutto il suo staff. Abbiamo cercato quattro punti cardine per poterci permettere di definire questa selezione, la più forte dell’ultima decade. La nazionale azzurra ha dimostrato di essere all’altezza per confrontarsi con le altre grandi selezioni durante lo straordinario percorso in Nations League e nelle scorse qualificazioni ad Euro 2020, poi diventato Euro 2021. Una consacrazione arrivata proprio nell’ultima gara contro la Polonia in cui Mancini (assente per positività al Coronavirus e che non ci sarà nemmeno contro la Bosnia) si è ritrovato con oltre 20 assenze per motivi più disparati: partendo dal Covid, passando alle Asl territoriali che hanno bloccato l’arrivo di alcuni giocatori arrivando agli infortuni vari. Ma nonostante ciò è riuscito a battere la Polonia ed acciuffare il primo posto nel girone con 9 punti, dimostrando di essere riuscito a creare un grande gruppo, nonostante il poco spazio dedicato alle selezioni nazionali. Quali sono questi quattro punti? Ascolta il Podcast per scoprirli.




L’avvio difficile dell’Inter. Ecco le difficoltà dei nerazzurri

L’uno a uno contro l’Atalanta ha confermato le difficoltà di inizio stagione dell’Inter.  Tre vittorie (contro Fiorentina, Benevento e Genoa) in sette gare di campionato e i soli due punti conquistati nel girone di Champions; ruolino di marcio negativo per i nerazzurri che si immaginavano tutta un’altra partenza considerando gli arrivi, nel mercato estivo, di gente come Hakimi e Vidal. Ma quali sono le difficoltà dei ragazzi di Conte? In primis il tecnico è troppo attaccato alla sua idea di calcio; il 3-5-2 (o 3-4-1-2), infatti, non sembra fornire le giuste garanzie soprattutto dal punto di vista difensivo e i ventuno gol subiti tra Serie A e Champions lo dimostrano chiaramente. Una soluzione potrebbe essere il passaggio alla difesa a quattro considerando anche le difficoltà mostrate dal trio Kolarov-D’Ambrosio-Darmian (in particolare l’ex Roma autore di prestazioni decisamente sotto tono).

Un altro limite è la totale dipendenza da Lukaku; l’attaccante è fondamentale negli schemi di Conte e la sua assenza, contro Parma, Real Madrid e Atalanta (il belga è entrato nel finale), si è fatta sentire. Nel roster offensivo dei nerazzurri manca un giocatore con le caratteristiche dell’ex United capace di far salire la squadra e diventare un porto sicuro nei momenti di difficoltà. Da qui a fine stagione servirà trovare delle alternative perché, nonostante Lautaro abbia dato una dimostrazione importate, gli impegni sono tanti, ravvicinati ed è difficile pensare che Lukaku possa disputare tutte le gare allo stello livello.

L’ultimo problema riguarda i continui problemi fisici di Sensi. Nella scorsa stagione l’ex Sassuolo si è dimostrato determinante in mezzo al campo formando, con Barella e Brozovic, un terzetto di assoluto valore. In questa stagione si è visto poco e la squadra ne sta risentendo considerando anche un Vidal non ancora al meglio della forma. Questa sosta dovrà servire a Conte per riordinare le idee e presentarsi, al termine della pausa nazionali, con una squadra pronta ad accelerare; dal ventidue novembre al ventitré dicembre ci saranno dieci partite tra campionato e Champions e l’Inter non può permettersi ulteriori passi falsi.




L’importanza di Caicedo

La Lazio soffre ma riesce lo stesso a conquistare un punto prezioso; i ragazzi di Inzaghi, in pieno recupero, fermano la Juventus confermando di essere una squadra forte, solida e che non molla mai. In assenza di Immobile, positivo al coronavirus, ci ha pensato il solito Felipe Caicedo. L’attaccante 1988 ha segnato, come ormai suo solito, all’ultimo respiro; un vero e proprio marco di fabbrica del numero venti biancoceleste che era già risultato decisivo settima scorsa contro il Torino e nella sfida di Champions con lo Zenit. Tre gol che sono valsi cinque punti; da una stagione a questa parte la Lazio ha trovato in Caicedo il miglior dodicesimo uomo.

Tutte le squadre avrebbero bisogno di un giocatore come Caicedo, ragazzo disponibile, consapevole di partire dietro nelle gerarchie di Inzaghi ma sempre pronto a dare il proprio contributo una volta chiamato in causa. La Lazio, giustamente, se lo gode usandolo come arma letale nei finali di gara; questo perché l’ecuadoregno, quando entra in campo, sfrutta tutta la propria forza fisica (abbinata ad una discreta qualità come mostra il gol ai bianconeri) per irrompere nelle difese avversarie senza possibilità di essere fermato. Giocatore unico nel suo genere e infatti Roma, Inter e la stessa Juventus non hanno una riserva di questo valore in grado di far riposare i vari Dzeko, Lukaku e Cristiano Ronaldo.

Dove può arrivare questa Lazio? Difficile dirlo considerando che siamo ancora agli inizi e questo è un campionato particolare sia per l’assenza di tifosi sia per il ritmo serrato con cui si scende in campo. La cosa certa è che questa squadra non muore mai e sarà difficile da affrontare per chiunque perché, oltre ad un undici decisamente competitivo (come mostrato nella scorsa stagione), può contare sul miglior dodicesimo uomo che ci sia in Serie A: Felipe Caicedo, l’uomo dai goal nel finale.