I 5 migliori calciatori italiani in Liga

I 5 migliori calciatori italiani in Liga

Florenzi, trasferitosi in prestito a Valencia questo gennaio, è il 72esimo italiano a giocare nella massima serie spagnola. Negli ultimi anni a causa dell’impoverimento del nostro campionato e dell’accresciuta forza della Liga molti calciatori italiani hanno optato per un’esperienza in Spagna: Immobile, Zaza, Pazzini, Aquilani, Sirigu, Sansone, Soriano, Bonera, Cerci. Diciamo che il flusso è stato in costante ascesa dall’inizio degli anni 2000, periodo nel quale specialmente il Valencia investiva nei talenti italiani, tra il 1997 ed il 2009 hanno vestito la maglia del Pipistrello: Carboni, Cristiano Lucarelli, Emiliano Moretti, Di Vaio, Corradi, Fiore e Tavano. Bisogna dire che in molte circostanze il Valencia non è stato fortunatissimo, considerando che solo Carboni, Moretti e Di Vaio sono rimasti per più di una stagione. Altre due formazioni che spesso hanno puntato a migliorarsi tramitee la Serie A sono il Villarreal ed il Siviglia; con la maglia del Sottomarino giallo ricordiamo Giuseppe Rossi, Bonera, Sansone, Soriano e Tacchinardi, mentre la squadra andalusa, oltre alle esperienze recenti di Sirigu ed Immobile, ha potuto contare sulla presenza di Maresca, Cigarini e De Sanctis. Anche le tre grandi di Spagna hanno spesso pescato in Italia, il Real Madrid a fine anni 90 schierava Panucci in difesa, mentre dopo il mondiale del 2006 mette sotto contratto Cannavaro, dopo aver acquistato, nel gennaio dello stesso anno, Cassano dalla Roma. L’ Atletico invece nell’estate 97 prelevò Bobo Vieri dalla Juventus, che rimase a Madrid una sola stagione; nel 2002-2003 per una sola stagione poté contare su Albertini, e nel 2007-2008 su Abbiati; infine vi fu l’acquisto tutt’altro che memorabile di Cerci nel 2014. Per quanto riguarda gli italiani che hanno vestito la maglia del Barcellona ci sono : Zambrotta, Coco e Albertini. Poi ci sono Iuliano, Tommasi, Doni, Sorrentino e Torricelli, che hanno vestito rispettivamente le maglie di Maiorca, Levante, Maiorca, Recreativo Huelva ed Espanyol. Andiamo ora a vedere la classifica dei 5 migliori calciatori italiani in Liga:

 

 

5) Giuseppe Rossi

La quinta posizione di questa speciale classifica la merita Pepito Rossi, un talento cristallino, in tutti i sensi… la fragilità fisica è stata la spada di Damocle sulla sua carriera. Quando è riuscito a mantenersi in salute ha mostrato al calcio europeo cosa sapesse fare; ed il periodo più continuo dell’attaccante italiano è stato proprio in Liga con la maglia del Villarreal. 192 presenze ed 82 reti con la maglia del Sottomarino giallo, con ben 4 stagioni su 5 chiuse in doppia cifra.

4) Fabio Cannavaro

In quarta posizione della classifica dei 5 migliori calciatori italiani in Liga troviamo Fabio Cannavaro, uno dei difensori più forti del calcio europeo, che si accasa a Madrid da campione del mondo. Durante i primi mesi nella capitale spagnola Cannavaro riceverà anche il Pallone D’oro per la stagione 2005-2006. Il difensore italiano trascorre tre anni con la camiseta blanca, durante i quali  vince due Campionati spagnoli ed una Supercoppa di Spagna; nonostante potesse annoverare tanti campioni quel Real Madrid non riesce ad imporsi in Champions League, competizione nella quale non supera gli Ottavi di finale per tre stagioni consecutive.

3) Enzo Maresca

In terza posizione c’è Enzo Maresca, tutt’ora idolo assoluto della tifoseria di Siviglia. Il centrocampista italiano veste la maglia della squadra andalusa per quattro anni, nei quali colleziona 141 presenze e 41 goal. Sono quattro stagioni magiche per Enzo e per la squadra, due terzi posti in classifica, due Coppa Uefa ed una Supercoppa Uefa. Quel Siviglia era una squadra formidabile, annoverava Dani Alves, Jesus Navas, Luis Fabiano, Saviola, Adriano (l’ex Barcellona) e Kanoutè. Quella rosa affrontò anche la dolorosissima perdita di Antonio Puerta, giovane di belle speranze proveniente dalle giovanili del Siviglia, che perse la vita in campo durante la sfida tra Siviglia e Getafe il 25 agosto 2007 a causa di un arresto cardiaco. Maresca lo ricorda tutti i giorni, avendo inciso sulla  pelle il numero 16 di Puerta con la scritta “Para siempre”.

 

2) Christian Vieri

In seconda posizione c’è un bomber senza tempo, Christian Vieri, che resta in Spagna all’Atletico Madrid una sola stagione, il tempo comunque sufficiente per lasciare il segno: 24 reti in 24 presenze in Liga e titolo di capocannoniere. Primo ed unico italiano della storia a riuscirci. Vieri trascina l’Atletico fino alla semifinale di Coppa Uefa, nella quale viene eliminato dalla Lazio. Proprio ai biancocelesti si trasferirà il bomeber italiano dopo appena una stagione in Spagna, l’Atletico non può rinunciare alla maxi offerta di 55 miliardi di lire presentata da Cragnotti.

 

1) Amedeo Carboni

La prima posizione dei 5 migliori calciatori italiani in Liga è di Amedeo Carboni una leggenda di quelle con la L maiuscola per il Valencia. 348 presenze ed una sola rete per il difensore aretino nei nove anni trascorsi in Spagna con la maglia del Pipistrello. Carboni ha giocato nei dieci anni d’oro della storia valenciana, arrivando a giocarsi due finali di Champions nel 2000 e nel 2001, purtroppo entrambe perse. I grandi campioni che annoverava quella squadra (Mendieta, Lopez, Vicente, Angulo, Aimar) ed i grandi tecnici che l’hanno allenata ( Cuper, Benitez, Ranieri ecc) hanno comunque assicurato un cospicuo numero di successi: 2 Campionati (2001-2002 e 2003-2004), una Coppa di Spagna (1998-1999), una Supercoppa di Spagna (1999), una Coppa Intertoto (1998), una Coppa Uefa (2003-2004) ed una Supercoppa Uefa (2004).

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Nel podcast tematico sulla Serie A questa settimana abbiamo parlato dei nuovi acquisti dell’Inter: Young, Moses ed Eriksen, tutti e tre provenienti da squadre di Premier League, dunque un calciomercato simile a quello fatto dal duo Marotta-Ausilio già in estate. L’Inter di Conte ora ha tre nuove frecce nella propria faretra, ma cosa possono dare i nuovi arrivati ai nerazzurri? Corsa, dinamismo, tecnica ed esperienza sicuramente, ma basteranno per arrivare alla vittoria del tricolore?

 




Innanzitutto, bisogna fare i complimenti a mister Allegri

Innanzitutto, bisogna fare i complimenti a mister Allegri

Questa è la storia di un matrimonio durato cinque anni intensi e ricchi di gioie, conclusosi con una separazione consensuale tra Max Allegri e la sua adorata Vecchia Signora. Partiamo dunque dalla fine, dal giorno della separazione, da quel 18 maggio 2019, quando in conferenza stampa il presidente bianconero Andrea Agnelli annunciava la fine del rapporto tra Allegri e la Juventus. Quel 18 maggio tirammo tutti le somme, contando i trofei e analizzando i numeri: in cinque anni Max Allegri ha fruttato alla Juventus cinque Serie A, quattro Coppa Italia e due Supercoppa italiana, diventando l’unico tecnico (tra i maggiori campionati europei) in grado di conquistare per quattro stagioni consecutivi il Double nazionale. Max Allegri ha cambiato la Juventus, ridandole credibilità in Europa e strapotenza in Italia, ma come ha fatto? Andiamo a vedere come giocava la Juventus di Allegri, come il tecnico livornese sapeva leggere le partite e cambiare in corsa, quali moduli usava e quando li usava, e su quali basi ha fondato la sua macchina perfetta.

Cominciamo col parlare dei moduli. Acciughina Allegri ha sempre costruito il modulo in base agli uomini a disposizione, cominciando col 4-3-1-2, tornando al rodato 3-5-2 già usato in bianconero da Conte, inventandosi poi il 4-2-3-1 ed il 4-4-2 con i calciatori adattati in ruoli non loro. “È molto semplice”, ama ripetere Allegri, e la sua idea di calcio lo è davvero, ma la genialità sta nell’occhio attento del tecnico livornese che ha sempre saputo individuare le caratteristiche giuste dei calciatori per poi proporli in altri ruoli o in moduli sempre diversi. Ha assunto il ruolo di “ombra”, mettendosi dietro alla squadra, non ha imposto dogmi ma ha lasciato i suoi calciatori crescere e successivamente sfogare il loro talento nelle giocate individuali che spesso sono risultate decisive, così facendo i detrattori hanno detto di Allegri che ha impoverito tatticamente la Juventus non dandole mai un gioco spumeggiante e arioso, ma il “bel gioco” non è sinonimo di trofei e questo Max Allegri l’ha sempre saputo e ripetuto. L’imporre moduli o le filosofie calcistiche non ha mai fatto per Allegri: «Non sono un maniaco degli schemi, ma un estroso: non posso stare ventiquattr’ore di fila a cercare una soluzione, devo aspettare che arrivi l’ispirazione e il più delle volte capita quando non ci penso: capita che di notte cambi la formazione che avevo deciso, per esempio. La realtà è che si vive di sensazioni», e su questa solida base ha fondato il suo matrimonio con la Juventus.

Le invenzioni di Max Allegri in bianconero sono state molteplici: Matuidi terzino ed esterno sinistro, Cancelo ala destra, Emre Can braccio destro della difesa a tre, Mandzukic ala sinistra, Pjanic vertice basso del centrocampo in regia, Cuadrado mezzala destra… tutte intuizioni vincenti, tutte frutto dell’occhio attento di Acciughina che ha sempre sostenuto che la tecnologia, lo studio scientifico del calcio e l’analisi tramite dati non potranno mai sostituire le intuizioni tattiche e la lettura del gioco di un bravo e attento tecnico. In un’intervista con Mario Sconcerti al Corriere della Sera, Max Allegri fece un esempio che spiega bene la sua idea riguardo all’approccio tradizionale del tecnico al calcio: «Faccio un esempio. Koulibaly, Manolas e Albiol, tre grandi giocatori allenati da un tecnico, Ancelotti che stimo moltissimo. Il professore lì in mezzo era Albiol, per caratteristiche tecniche, cioè per letture di situazioni, per capacità di intuire il progresso delle azioni. Koulibaly è eccezionale fisicamente, meno sotto l’altro aspetto. Manolas è bravissimo sull’uomo, meno ancora propenso di Koulibaly all’idea collettiva. Voglio dire che il calcio secondo me è capire questo, le singole doti applicate alle situazioni singole. Non uno schema fine a se stesso. Un uomo che si integra e si completa con un altro fino a fare un reparto. Questo non te lo dice un numero, un tablet o un algoritmo. O lo senti da solo o non capirai mai la partita. Per questo sono convinto che l’allenatore si riconosca solo il giorno della partita. Non esistono gli schemi, non esiste l’intelligenza artificiale, conta l’occhio del tecnico. Da gennaio metteranno i tablet a disposizione della panchina. Saprai quali sono i percorsi di campo più frequentati. Per fare cosa? Per riassumere in una frase quello che ho già visto. Il calcio è un campo, non un universo. Le cose si trovano, si toccano, non importa essere troppo elettronici. Serve un allenatore che sappia fare il suo mestiere la domenica, quello è il giorno in cui bisogna essere tecnici. Il resto tocca ai giocatori, alla loro diversità.». 

Max Allegri, in cinque anni di idillio d’amore, ha sempre costruito la sua Juventus partendo dal basso. Una difesa solida, con terzini abili nelle due fasi, centrocampisti muscolari votati all’inserimento e trequartisti o mezze punte che danno appoggio, creando gioco con qualità, all’attaccante (o agli attaccanti). La Juventus di Max Allegri non ha mai dato molti punti di riferimento agli avversari, ha quasi sempre cominciato l’azione dai sapienti piedi di Bonucci che spesso allargava il gioco sui terzini (molti alti e abili nelle sovrapposizioni) o saltava i reparti appoggiandosi sulla fisicità di Mandzukic, generalmente uno dei trequartisti o delle mezze punte poi veniva incontro mentre l’altro (o l’attaccante) andava in profondità per ricevere un pallone filtrante, i centrocampisti (in particolare le mezzali) poi si buttavano dentro accompagnando l’azione e spesso l’andavano a finalizzare. Pochi concetti ma chiari: solidità difensiva, disponibilità al sacrificio e saper sempre cosa fare in ogni situazione, perché il calcio non può vivere di spartiti ma di giocate e scelte logiche da fare al momento giusto. Per Allegri i risultati nel calcio sono affidati quasi in toto alla qualità dei calciatori, per questo fa l’esempio del basket: «Fanno gli schemi, alla fine se non è venuto fuori lo schema, hai 3 secondi per pensare… a chi la danno la palla? A quello più bravo che gioca in 1 vs 1 e tira… o esce da un blocco e tira… E gli schemi non vengono nel basket», questo per sottolineare quanto il calcio sia fortemente influenzato dall’estro e dalla qualità dei calciatori che devono fare la differenza, coadiuvati dagli schemi, e non viceversa.

Pratico, pragmatico, Max Allegri ha sempre sostenuto che «I migliori giocatori decidono loro cosa fare con la palla tra i piedi, trovare la scelta più giusta. Il calcio è arte e gli artisti sono i grandi campioni a cui non devi insegnare niente», per questo il tecnico livornese si è spesso lasciato andare nei post partita in discussioni e litigi con gli opinionisti delle varie trasmissioni calcistiche, soprattutto con quelli che gli chiedevano a gran voce un gioco arioso e meno “italiano”, maggior possesso e meno contropiede, ma Max Allegri è stato sempre un grande fan dell’andare in verticale e numeri alla mano non ha avuto certo torto in carriera nel proporre questo modo di giocare nelle sue squadre.

Ha sempre dato meriti ai suoi ragazzi mister Allegri, cominciando spessissimo le interviste e le conferenze con la proverbiale frase Innanzitutto, bisogna fare i complimenti ai ragazzi…, ma la verità è che se il matrimonio tra le Vecchia Signora ed Acciughina ha funzionato così bene, ed è stato così vincente, il merito va dato soprattutto a Max Allegri che ha sempre messo la società e la squadra davanti a tutto, se stesso compreso.

Perciò i complimenti bisogna farli, innanzitutto, a Massimiliano Allegri.




Nocerino, il Mister X rossonero

Nocerino, il Mister X rossonero

Voglio festeggiare Antonio Nocerino, che oggi spegne trentacinque candeline, ricordando la strepitosa annata 2011-2012 che lo vide protagonista nonostante fosse arrivato al Milan solamente a fine mercato e per una cifra esigua. Il 31 agosto del 2011 Adriano Galliani annuncia al popolo rossonero di aver acquistato Antonio Nocerino dal Palermo per soli 500mila euro.

Dopo un’estate rovente alla ricerca di un “Mister X per il centrocampo”, come disse Galliani mentre sognava di Lassana Diarra, ecco che al Milan arriva un centrocampista ventiseienne reduce da tre buone stagioni a Palermo. Ma si sa che a San Siro sono sempre stati abituati a ben altri nomi, per questo Nocerino viene accolto dallo scetticismo generale, ma passa fin troppo in sordina il fatto che sia stato il tecnico campione d’Italia in carica Max Allegri a volerlo fortemente per il suo centrocampo. Comincia così la pazzesca annata di Nocerino in rossonero: tra lo scetticismo generale, un posto in panchina ed un ultimo posto nelle gerarchie dietro ad Ambrosini, Aquilani, Van Bommel, Seedorf e Gattuso. Comincia così la stagione 2011-2012 per Nocerino e finisce con San Siro che canta Chiamato mister X per due soldi è giunto qua, adesso lotta, segna ed esulta con gli ultrà“.

Antonio Nocerino, il Mister X di Galliani, scala velocemente le gerarchie e si prende il posto da titolare come mezzala destra, d’altronde Allegri l’aveva chiesto perché vedeva in lui il perfetto erede di Gattuso. Roccioso, veloce e dotato di grande resistenza, Nocerino è anche un centrocampista dalle spiccate doti da incontrista che nei tre anni a Palermo si è reinventato come Box to Box (ovvero gli infaticabili centrocampisti che sanno rincorrere l’avversario, recuperare palla e buttarsi nell’area avversaria). Al Milan poi Nocerino trova tutti attaccanti e trequartisti che gioca ad altissimi livelli di qualità tecnica, quei tipici giocatori che hanno gli occhi anche dietro la testa e che sanno imbeccarti con giocate favolose di prima, quei classici giocatori strepitosi che vedono corridoi lì dove non ci sono… Robinho, Seedorf, Ibrahimovic, Cassano, Boateng, Aquilani, tanta qualità al servizio di un Milan forte ma a fine ciclo, tanta qualità che nel corso della stagione si metterà al servizio di un grande lavoratore come Nocerino, trasformandolo in un incursore goleador.

Antonio Nocerino termina la sua prima stagione in rossonero disputando 48 match (35 in Serie A, 10 in Champions League e 3 in Coppa Italia) e segnando 11 gol, e nonostante l’ultima giornata (vittoria casalinga contro il Novara per 2-1) San Siro la tributò agli addi di idoli rossoneri come Gattuso, Filippo Inzaghi, Nesta, Seedorf, Zambrotta, van Bommel e Roma, i tifosi riservarono anche in quella partita a Nocerino il celebre coro per Mister X. A fine stagione Nocerino venne convocato da Prandelli per la spedizione dell’Italia a Euro 2012, e durante il Gran Galà del calcio AIC 2012 venne inserito nella formazione degli undici migliori calciatori della stagione.

Il 9 aprile 1985 nasce Antonio Nocerino a Napoli, ventisette anni dopo il ragazzo verrà adottato da San Siro come un figlio rossonero di Milano. Tanti auguri Mister X!

(Dati Wikipedia)

 

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La stagione 1998-1999, il sogno infranto della Viola

La stagione 1998-1999, il sogno infranto della Viola

La Fiorentina 1998-1999 è una squadra fortissima, una delle Sette sorelle,  e può contare su grandi campioni come Batistuta, Edmundo e Rui Costa, ma è ancora a secco di titoli. Nell’estate 1998 il presidente Vittorio Cecchi Gori riporta in patria dal Bayern Monaco Giovanni Trapattoni, l’allenatore italiano più vincente di sempre, per puntare al bersaglio grosso: lo Scudetto; inoltre il patron viola fa i salti mortali per convincere Batistuta a rimanere a Firenze, respingendo il pressing insistente di Moratti, intenzionato ad affiancare l’attaccante argentino a Ronaldo. Inizia la stagione e sembra una di quelle annate uniche, costellate da momenti magici: alla terza giornata 1-3 al Milan con tripletta di Batistuta, alla decima, con lo stesso risultato, ma al Franchi, i viola affondano l’Inter grazie alle reti di Batistuta, Padalino ed Heinrich, mentre alla tredicesima basta un goal del solito Bati per superare di misura la Juventus. Nonostante le quattro sconfitte con Roma, Parma, Piacenza e Lazio, la Fiorentina si laurea campione d’inverno, vincendo con il Cagliari per 4-2 alla diciassettesima giornata. La squadra di Trapattoni gioca un calcio veloce, potendo contare su una qualità pazzesca e davanti Edmundo, Batistuta ed Oliveira sono l’incubo delle difese della Serie A. L’ attaccante argentino vive la sua miglior stagione in assoluto, nelle prime diciannove giornate segna ben diciotto reti. Tutto sembra andare a gonfie vele e la viola si prepara allo scontro diretto con il Milan al Franchi il 7 febbraio 1999, quando la classifica recita: Fiorentina 41, Lazio 38, Milan 36, Parma 34. Il Trap schiera un 5-3-2 con Toldo in porta, Torricelli ed Heinrich sugli esterni, Repka, Padalino e Falcone al centro della difesa, Cois e Ficini in mediana, Rui Costa tra le linee a supportare la coppia  d’attacco Batistuta-Edmundo; parte dalla panchina Oliveira. Zaccheroni risponde con un 3-4-1-2 con Abbiati tra i pali, Maldini, Costacurta e Sala in difesa, Guly e Ziege sugli esterni, Albertini ed Ambrosini in mezzo al campo, Morfeo sulla trequarti alle spalle di Weah e Bierhoff. Il Franchi freme, l’aria è tesa e 42000 cuori cantano per spingere la Fiorentina ad una vittoria che sarebbe fondamentale; il primo tempo è a tinte viola con i ragazzi di Trapattoni che sfiorano il goal in più occasioni, l’opportunità più ghiotta ce l’ha Edmundo che con un siluro da fuori l’area centra la traversa. Nel secondo tempo i rossoneri salgono in cattedra: Weah colpisce il legno e due miracoli di Toldo, uno su Weah e l’altro su Bierhoff tengono il risultato inchiodato sullo  0-0. Poi arriva quel maledetto minuto 88, un minuto che cambia il corso del campionato e della stagione della Fiorentina: Edmundo lancia Batistuta in campo aperto verso la porta milanista, ma dopo poco il Re Leone si accascia, alzando il braccio, la speranza di poter sbloccare il risultato si tramuta rapidamente nella paura di perder il proprio capitano e sul Franchi cala un silenzio gelido. Ma dopo pochi minuti, mentre Batistuta esce in barella, la sua gente continua a cantare  “Bati-Bati-Bati-Batigooool”; non bisogna mollare ora, i tifosi lo sanno. Purtroppo non basta, i tifosi spesso non bastano. La gara termina 0-0; l ‘attaccante argentino si ferma per un mese a causa di uno stiramento al legamento collaterale del ginocchio sinistro e con lui si ferma anche la cavalcata della viola che non riuscirà più a stare al passo di Milan e Lazio, che si contenderanno il titolo fino all’ultima giornata. Anche in Coppa Italia la Fiorentina si fermerà alla fine, in finale, contro il Parma dell’ex Malesani, che si aggiudicherà il trofeo grazie alle reti in trasferta. La viola terminerà la stagione in terza posizione, ritrovando un piazzamento Champions, ma non tornerà più così vicina a raggiungere l’obbiettivo Scudetto. La storia d’amore tra Batistuta e la Fiorentina si concluderà, solo formalmente, l’estate 2000 quando l’attaccante argentino  si accasa alla Roma, con la quale riuscirà a vincere il tanto bramato Scudetto dopo averci provato per nove anni a Firenze.

 

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Esistono i giocatori di calcio, poi esiste Di Bartolomei…

Esistono i giocatori di calcio, poi esiste Di Bartolomei…

Si ammira sempre la semplicità con la quale un grande campione rende facili le cose anche più complicate. Ma cosa c’è dietro questa semplicità? Sinceramente doti naturali, ma anche tanto lavoro, studio e concentrazione per essere sempre al meglio. Questo mio testo, che non vuole insegnare nulla, cercherà di far conoscere soprattutto ai ragazzi e a tutti gli appassionati di calcio quelle poche e utili nozioni che possono aiutare a trovare quella semplicità di gioco che secondo me è la chiave di questo sport meraviglioso.” Queste parole le ha scritte Agostino Di Bartolomei nel suo “Manuale del calcio“.

E questo ha un significato profondissimo, perchè oggi mi trovo a scrivere di lui, nel giorno del suo compleanno e la cosa migliore che potessi dire su Ago, l’ha scritta proprio lui. La semplicità con la quale un grande campione rende facili le cose anche più complicate. In effetti era complicato vincere uno scudetto con la Roma, era complicato arrivare in finale di Champions, era complicato andarsene, era complicato segnare contro il proprio amore, era complicato farsi perdonare, era complicato a quanto pare vivere, era complicato farci tutti piangere.

Quando si parla di Agostino Di Bartolomei le parole fanno rumore, secco, netto, forte, come quando il pallone veniva scagliato dritto per dritto con la gamba d’appoggio che va dietro ed il piede che segue la traiettoria. Un rumore che si confonde con il vociare della gente che sta per urlare “OH AGOSTINO! AGO, AGO, AGO, AGOSTINO GOAL”.

Non è facile parlarne senza versare una lacrima, o anche più di una. Non è la mancanza in sè a renderci tristi, ma è la presenza assordante nel calcio, nei ricordi, nelle parole e nella storia che rende quest’uomo un simbolo dell’umanità calcistica, quel sentimento scomparso. Nessuno è stato più uomo, nudo e crudo di Agostino Di Bartolomei. La fragilità contrapposta alla tenacia di un centrocampista di altri tempi, che in campo tutto era tranne che fragile.

Per rendergli omaggio veramente ad Agostino avrebbe fatto sicuramente piacere essere ricordato per quel suo lato romanista. Perchè quell’addio al Milan, quell’esultanza rabbiosa è solo frutto di uno dei lati dell’amore, quella rabbia mista ad odio di chi ama tanto, forse troppo. Agostino è stato perdonato, forse tardi, ora è la Roma, il suo più grande capitano con Francesco Totti, Daniele De Rossi e Giacomo Losi, se ora fosse qui, sarebbe osannato per quello che ha sempre meritato.

Un’intera generazione di romanisti vorrebbe chiedere scusa ora ad Agostino, sapendo che sicuramente viceversa lui scusa lo ha già chiesto, quello stesso giorno che con i pugni alzati è andato sotto i tifosi giallorossi, perchè lo sapeva che “Esistono i tifosi di calcio, e poi esistono i tifosi della Roma”.

Oggi, più che mai, ricordiamo con un sorriso quello che è stato semplicemente uno dei più grandi uomini che abbia vestito una maglia di calcio, uno che “Io, Agostino Di Bartolomei, se prendo un impegno vado anche nel fuoco per mantenerlo.” , una frase che tutti i tifosi di calcio e soprattutto della Roma non possono non amare, tante che se forse avessero letto prima quella lettera, forse Ago sarebbe ancora qui, come disse il suo amico Antonello:

Dal profondo del tempo come un rimpianto
ora rinasci tu
quel sorriso sgomento anche se hai vinto
non mi tormenta più
mi ricorda Luigi pieno di amici
solo e lasciato lì
se ci fosse attenzione per il campione oggi sarebbe qui
se ci fosse più amore per il campione oggi saresti qui
Mi ricordi di Marco e di un albergo
nudo e lasciato lì
era San Valentino l’ultimo arrivo
e l’hai tagliato tu
questo mondo coglione piange il campione
quando non serve più
ci vorrebbe attenzione verso l’errore oggi sarebbe qui
se ci fosse più amore per il campione oggi saresti qui
Ricordati di me mio capitano
cancella la pistola dalla mano
tradimento e perdono fanno nascere un uomo
ora rinasci tu
quel sorriso sgomento anche se hai vinto
non mi tormenta più
Ricordati di me mio capitano
cancella la pistola dalla mano
tradimento e perdono fanno nascere un uomo
ora rinasci tu
quel sorriso sgomento anche se hai vinto
non mi tormenta più

(Antonello Venditti – Tradimento e perdono)

 

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Torino, 5 punti da cui ripartire

Torino, 5 punti da cui ripartire.

Con la sospensione del campionato molte squadre avranno il tempo per riflettere sul proprio futuro e su come ripartire, considerando che si tratterrà comunque di un nuovo inizio e soprattutto un’occasione per recuperare qualcosa di perduto o da riparare.

Una delle squadre che potrà pianificare la massimo una ripartenza è il Torino di Urbano Cairo, che anche nelle dichiarazioni  ha tenuto una linea diretta, discostandosi dalle polemiche e da chi in questo periodo sta facendo proclami. Stessa linea per il tecnico Longo che si è limitato a parlare dei suoi ragazzi e dei modi per tenerli uniti.

Ma analizziamo ora i punti da cui la squadra granata potrà ripartire per il nuovo corso:

 

Imparare dagli errori: Prima della sospensione del campionato per l’emergenza Coronavirus, il Torino veniva dalla peggior serie di risultati della stagione, 6 sconfitte di fila, 15 goal subiti, solo 3 segnati, un cambio di allenatore al 3 febbraio dopo il pesante 4-0 subito dal Lecce. Un trend negativo che ha dissipato le speranze di qualificazione europea e che ha gettato ombre su di una rose che sembrava competitiva. Dunque Cairo e Longo, così come tutta la squadra, avranno modo di riflettere su cosa è stato sbagliato fino ad ora. A partire dagli errori difensivi e dai tanti cartellini presi da Izzo e co., che hanno rivelato le problematiche tattiche della difesa a tre utilizzata da Mazzarri. Altro problema quello del goal, troppi pochi e troppo sulle spalle di Belotti, che con 9 reti è stato l’unico trascinatore dell’attacco granata. Questione dalla quale esce un altro problema, quello tattiche e delle scelte, spesso troppo varie e inconsistenti, come la gestione di Iago Falque, poi ceduto al Genoa, o quella di Berenguer, una figura mai continua nello scacchiere granata. Tanti dunque i punti negativi da valutare e soprattutto da non ripetere.

Il mercato: Sarà fondamentale il lavoro in entrata ed in uscita del club piemontese. Il mercato estivo aveva regalato quella che sembrava una rosa molto competitiva, cosa però smentita nel tempo dalle prestazioni. Tanti dubbi, alcuni già sciolti a gennaio come il già citato Falque, o come Zaza, uomo mercato e spesso ai margini della rosa. Grande anche in difesa, dove N’Koulou, nonostante le scuse ed il rientro in campo, rimane una grana da sciogliere per Cairo. Da valutare anche due giovani difensori, ai margini della rosa come Lyanco e Bonifazi, con molte richieste e tante promesse, ma che al Torino pare non trovino spazio. In entrata si sta lavorando proprio per la difesa, dove piace il giovane Amione, conteso con il Genoa, argentino classe 2002 del Belgrano, acquisto che servirebbe al Torino di fare maggiori valutazioni sulle scelte per la difesa. Altro obiettivo sarà quello di mettere dentro un nome importante e Giacomo Bonaventura, in scadenza di contratto, potrebbe essere il nome giusto, con Cairo pronto a mettere sul piatto 1,5 Milioni di Euro di contratto. Oltre al grande nome l’idea è quella di trovare finalmente il partner adatto a Belotti, quell’attaccante che si possa sposare al meglio con il “Gallo“. Ultimo nome quello di Andrea Petagna, promesso sposo del Napoli ma che potrebbe andare in prestito ai granata per farsi ancora un po’ le ossa.

Moreno Longo: Un tecnico da testare e da valutare. Arrivato da poco, dopo l’esonero di Mazzarri, l’ex tecnico del Frosinone ha avuto pochissimo tempo per lavorare con il club granata, guidando le ultime due gare, entrambe perse, rispettivamente con Milan e Napoli, di certo non due impegni semplici. Ora il tempo sarà dalla parte di Longo, il quale ha già fatto capire di voler rivoluzionare la squadra, ripartendo da Belotti: “E’ il presente e il futuro del Toro”, ha dichiarato. Un tecnico giovane che conosce l’ambiente, avendo già allenato la primavera granata, che potrebbe portare quella ventata di nuovo di cui ha bisogno una squadra priva di stimoli fino allo stop del campionato.

Andrea Belotti: Come detto da Moreno Longo, Andrea Belotti è l’uomo immagine del Torino, capitano e top player, nonchè anche uomo mercato, essendo sicuramente il più richiesto. Sarà dunque fondamentale trattenere il “Gallo” a Torino e costruirgli la squadra attorno, partendo dal compagno di reparto alla tattica di gioco, incentrata sulle capacità di gioco di squadra ed individuale dell’ex attaccante del Palermo. Il contratto scadrà nel 2022, la società potrà pensare anche ad un rinnovo nel futuro prossimo, per blindare definitivamente il proprio capitano e legare il suo nome ancor di più al club granata.

I giovani: Tanti i giovani interessanti a disposizione di Longo, sul quale poter fare affidamento. A partire  dai già citati Lyanco e Bonifazi, uno dei due può definitivamente diventare un punto fermo della rosa, per arrivare alla consacrazione di Lukic, che già ha avuto molto risalto con Mazzarri e potrebbe fare il salto di qualità definitivo con Longo. Tra i giovani che ancora non hanno avuto grande spazio c’è sicuramente Vincenzo Millico, per il quale ha espresso parole al miele proprio il tecnico Longo: “È un giocatore davvero straordinario. Se continua a migliorare sotto l’aspetto della disponibilità anche senza palla può diventare veramente un grande prospetto”. Oltre Millico tornerà dal prestito il giovane Edera, talento inesploso ma che Longo conosce bene, e potrebbe tirar fuori il massimo delle qualità del ragazzo. Dalla primavera si aggregherà anche l’ivoriano Wilfired Stephane Singo, che con le giovanili del Toro ha collezionato 17 partite ed una rete. Inoltre con l’esperienza di Longo nelle giovanili del Torino, non dubitiamo che nel prossimo futuro potremmo conoscere un nuovo talento, in maglia granata.

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Nel podcast tematico sulla Serie A questa settimana abbiamo parlato dei nuovi acquisti dell’Inter: Young, Moses ed Eriksen, tutti e tre provenienti da squadre di Premier League, dunque un calciomercato simile a quello fatto dal duo Marotta-Ausilio già in estate. L’Inter di Conte ora ha tre nuove frecce nella propria faretra, ma cosa possono dare i nuovi arrivati ai nerazzurri? Corsa, dinamismo, tecnica ed esperienza sicuramente, ma basteranno per arrivare alla vittoria del tricolore?

 

 




Pietro Vierchowod, lo Zar

Pietro Vierchowod, lo Zar

È il suo compleanno oggi, e dato che è nato il 6 aprile del 1959 compie sessantuno anni, ma chissà come lo festeggerà… in fondo Pietro Vierchowod è sempre stato un duro, un tipo estremamente serio, professionale fino in fondo, quasi glaciale tanto che raramente lo si vedeva ridere. Era così Lo Zar, ma forse è stato proprio grazie a questo modo di fare serio e professionale che Pietro Vierchowod è riuscito a disputare tre Mondiali e venticinque stagioni da calciatore. Poche interviste, rare apparizioni in tv. “Non c’è bisogno di parlare o mettersi in mostra. Io fino a 41 anni ho giocato perché mi piaceva. A Piacenza arrivavo all’allenamento un’ ora prima degli altri. Cosa ci può essere di più bello di un mestiere che ti fa stare all’aria aperta e ti fa divertire?“.

Vierchowod ha giocato per molte maglie: Como, Fiorentina, Roma, Sampdoria, Milan, Juventus e Piacenza, e in ognuna di queste squadre ha giocato da leader ed è entrato nei cuori dei tifosi. Con la maglia del Como ha esordito tra i professionisti, partecipando alla rinascita dei bianco blu che scesi dalla B in C1 hanno saputo tornare in A con due promozioni consecutive. Con la maglia viola della Fiorentina indosso gioca una sola stagione in prestito ma farà parte di quella squadra che nella stagione 81-82 si classificò seconda dietro alla Juventus. Nella stagione 82-83 viene ceduto ancora in prestito dalla Samp ma questa volta alla Roma: con la maglia giallorossa vincerà uno storico scudetto, vittoria che fu possibile anche grazie al reparto difensivo sul quale poteva contare quella squadra ( Vierchowod, Nela, Maldera e Di Bartolomei) allenata dal grande Liedholm. Tornò a Genova nel 1983 e ci rimase per dodici stagioni: con la Sampdoria vinse quattro Coppe Italia, una Coppa delle Coppe, uno scudetto e una Supercoppa italiana, mentre gli sfuggì la Coppa dei Campioni, persa in finale a Wembley contro gli spagnoli del Barcellona. Vierchowod diventò uno dei leader e una bandiera della compagine doriana, rifiutando più volte il trasferimento ad altre squadre. Nell’estate del 1995 Lo Zar accettò il trasferimento alla Juventus, all’età di 36 anni, dove rimase per una sola stagione ma anche grazie alle sue ottime prestazioni la Vecchia Signora vinse la Champions League in quell’annata e Vierchowod entrò subito nel cuore dei tifosi bianconeri. Il 3 settembre 1996 firma col Milan per una stagione, andando a sostituire l’infortunato Baresi. Al termine della stagione, nonostante molte voci lo dichiararono come prossimo al ritiro, Pietro Lo Zar Vierchowod non si rassegnò ed a 38 anni, nell’estate del 1997, firmò un contratto col Piacenza dove rimase per tre stagioni (contribuendo a due salvezze!). Vierchowod appese gli scarpini al chiodo nell’estate del 2000, a quarantuno anni, con la soddisfazione di aver marcato e giocato alla pari con moltissimi attaccanti fenomenali (e ben più giovani di lui) che in quegli anni giocavano in Serie A.

Pietro Vierchowod prese parte a tre spedizioni Mondiali: Spagna 1982, Messico 1986 e Italia 1990, rifiutandosi di andare ad USA 1994 perché “non mi andava di sperare negli infortuni dei compagni. E pensare che poi si fece male Baresi…», visto che Sacchi non lo vedeva come un titolare. Con la Nazionale gioca 42 partite e segna 2 gol, diventando campione del mondo nel 1982.

Considerato tra i più forti interpreti del ruolo tra gli anni ‘80 e ‘90, Vierchowod era uno stopper tenace e grintoso, duro nei contrasti e velocissimo in campo aperto, tanto che Bearzot lo definì «il difensore più rapido del mondo». Seppur non eccezionalmente alto Lo Zar era dotato di grandissima elevazione che lo portava a vincere numerosi contrasti aerei e a segnare molti gol (38 gol in A, tra i più prolifici difensori). Considerato come uno dei più bravi nella marcatura a uomo, seppe adattarsi anche all’innovazione della difesa a zona grazie alla sua professionalità e all’impegno.

La serietà Lo Zar la dimostra anche a sessantuno anni, nell’intervista odierna rilasciata a Libero: “Fa male sentire i numeri dei contagi e dei morti -ma non serve prendersela col calcio parlando di Atalanta-Valencia: il virus circolava già prima. Se per una volta i calciatori dovessero lavorare a giugno non sarebbe la fine del mondo. I club possono dare il buon esempio anche con gli sconti per i biglietti, il pubblico compenserà le perdite. E’ giusto, in giorni in cui tutti i lavoratori non sanno se avranno lo stipendio, che i calciatori facciano un sacrificio. La Juventus ha fatto una mossa giusta e i giocatori sono stati bravi ad accettare”.

Disse di sé Un leader io? No, uno che da’ una mano, umile fino al midollo come solo i grandi campioni sanno essere. Tanti auguri Zar!

 


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Calciomercato Lazio, per Strakosha pronto il rinnovo fino al 2025

Calciomercato Lazio, per Strakosha pronto il rinnovo fino al 2025

Calciomercato Lazio. Il portiere albanese Thomas Strakosha è pronto a rinnovare il suo contratto in scadenza 2022 e prolungarlo di altri 3 anni, fino al 2025. La società biancoceleste è pronta ad anticipare le possibili offensive di mercato della Premier League, con Tottenham ed Everton su tutte. Strakosha ha convinto sempre più negli ultimi anni, tanto da diventare titolare e attualmente il portiere della difesa meno battuta di questa Serie A con soli 23 gol subiti. Dal canto suo il numero 1 biancoceleste sarebbe felice di proseguire la sua avventura a Roma, in un ambiente in cui è stimato e dove ha la fiducia del mister e compagni. Già la scorsa estate erano arrivati dei sondaggi dalla Premier League ma alla fine nessuna trattativa si è concretizzata. per quanto riguarda le cifre la società di Claudio Lotito è pronta a offrire 1,5 di fisso più vari bonus per arrivare a 2 milioni, mentre il 25enne vorrebbe arrivare a cifre più alte, soprattutto in virtù delle ottime stagioni fin qui disputate.

Strakosha ha vestito la maglia biancoceleste in 154 occasioni, considerando tutte le competizioni, nelle quali ha subito 176 reti. Nel corso della sua carriera ha vinto 2 Coppe Italia e 2 Supercoppe Italiane. Attualmente, secondo le stime del sito Transfermarkt, il suo valore di mercato è di 25 milioni di €.

 

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Nel podcast tematico sulla Serie A questa settimana abbiamo parlato dei nuovi acquisti dell’Inter: Young, Moses ed Eriksen, tutti e tre provenienti da squadre di Premier League, dunque un calciomercato simile a quello fatto dal duo Marotta-Ausilio già in estate. L’Inter di Conte ora ha tre nuove frecce nella propria faretra, ma cosa possono dare i nuovi arrivati ai nerazzurri? Corsa, dinamismo, tecnica ed esperienza sicuramente, ma basteranno per arrivare alla vittoria del tricolore?

 




Il bambino che diede un calcio alle paure

Il bambino che diede un calcio alle paure.

Chi si ricorda la prima volta che ha dato un calcio ad un pallone? Che cosa avete provato?

Non è facile spiegarlo a parole; sicuramente un forte senso di appagamento, più ti muovi veloce, più va veloce il pallone, più ti impegni a colpirlo forte e più va lontano e più corri e prima lo raggiungi. Poi, magicamente, se lo spingi oltre una linea con una rete dietro o con semplicemente due pali ai lati, senti un brivido incredibile lungo la schiena che ti arriva fino alla punta dei capelli. Ti guardi intorno, che sei solo o con qualcuno nei dintorni, sorridi, alzi le braccia, ridi, corri, salti e una volta che sei abbastanza calmo riprendi a calciare e lo fai ancora meglio, con più forza e più velocità.

E così vai avanti e cresci, tu cambi ed il pallone resta lo stesso e magari ti ritrovi a lavorare intorno a quell’oggetto tondo, oppure dietro una scrivania a fare tutt’altro ma ogni tanto a fissare il muro e a ricordare quella prima volta che hai dato un calcio ad un pallone.

Non c’è nulla di più viscerale della prima volta che da bambino capisci cosa è il calcio, che cominciano a delinearsi delle forme ben distinte, dei colori su una maglia, dei muscoli di un campione o semplicemente la gioia di tuo padre quando la squadra segna. Tutto ti si lega addosso, potresti vivere qualsiasi cosa in qualsiasi momento e comunque il calcio ti torna alla mente. Quella volta che sei caduto e ti sei sbucciato un ginocchio perchè eri troppo fragile per reggere quel contrasto e l’asfalto non è di certo il prato del Bernabeu, quello ti torna in mente spesso, perchè poi ti sei rialzato e hai fatto quel goal che ha fatto venire giù tutti i tifosi nella tua mente immaginaria di bambino; e te ne ricorderai spesso, te lo ricorderai quella volta che non hai passato un esame, o quella volta che lei ti ha lasciato, o quella volta che il lavoro ti ha sopraffatto o quella volta che ti sei accorto che purtroppo le persone vanno via.

Perchè il motivo per cui ci piace così tanto questo sport è questo. E’ una cura, una medicina. Con un calcio ad un pallone a volte si da un calcio alle paure. E tutto per un solo istante scivola via, con la stessa forza dell’urlo di Grosso ai mondiali del 2006, o con la stessa rivalsa di quando Baggio tornò a segnare un rigore con la nazionale. Bisogna capire, a chiunque non ami questo sport o non lo comprenda, che ci sono momenti della vita in qui abbiamo solo questo, una semplice sfera di cuoio che rotola. A volta diventa l’unica cosa che resta e che non ti tradisce mai. E questa mattina una bambino ignoto ce lo ha spiegato di nuovo.

In una Milano silenziosamente vuota ed in lacrime, un debole raggio di sole illumina la sagoma di un bambino con la maglia del suo eroe, toccando quel pallone e portandolo avanti con sè, verso una destinazione ignota, venendo chissà da dove: perchè il calcio è così, non conta da dove vieni e dove vai, il pallone se lo ami non ti molla mai e anche se te lo portano via te lo puoi riprendere, così come tutti noi potremmo riprenderci le nostre vite. In questo scatto straordinario forse stiamo osservando Nino, il bambino di De Gregori, quello della leva calcistica della classe 68′, spesso accostato a tanti nomi, ma forse eccolo qui: un bambino dalle spalle strette che ha paura ma solo calciando si scrollerà di tutto.

C’è un non so che di magico in tutto ciò, un qualcosa che ci scalda il cuore in questo momento, di primitivo e come spesso succede è un bambino a ricordarcelo: “I grandi non capiscono mai niente da soli e i bambini si stancano a spiegargli tutto ogni volta.” diceva Antoine de Saint-Exuperry, e dunque a volte devono compiere gesti folli che per loro sono semplici e per noi invece complicati, ma che ci ricordano quando anche a noi bastava dare un calcio ad un pallone o anche solo immaginare di farlo per volare verso la libertà.

Tutto questo perchè alla vista di questa foto, ogni amante del calcio ha sorriso e ha ricordato il principio, ha ricordato le sue guance arrossate dalla corsa, cosa indossava quel giorno e cosa ha provato. Sono poche le emozioni di infanzia che ricordiamo ma sul calcio ricordiamo sempre tutto, perchè ci rimane nelle vene.

Ora dobbiamo ripartire da lì, ripartire da capo, ripartire dai nostri bambini, quelli che sognano, da soli, attenzione, non scarichiamo il nostro sogno su di loro, mai, guardiamoli giocare e basta e chi può e sà di calcio continui ad insegnare, non solo come si stoppa un pallone, ma come si vive grazie al calcio. Perchè si gioca come si vive. Siamo tutti campioni, campioni della nostra vita, fenomeni dell’arte del vivere, del fare goal quando tutto ci è contro, di giocare un’altra partita quando quella prima è stata persa.

Potrei versare un fiume di parole perchè sono grato a questo fantomatico Dio del calcio, che mi ha regalato questa bellissima immagine, che per fortuna rimarrà nella storia.

Perchè oggi è stata fatta la storia, come d’altronde diceva Jorge Luis Borges: Ogni volta che un bambino prende a calci qualcosa per la strada lì ricomincia la storia del calcio.




Coronavirus, il tecnico del Galatasaray Terim è stato dimesso dall’ospedale

Coronavirus, il tecnico del Galatasaray Terim è stato dimesso dall’ospedale

Coronavirus: E’ notizia di oggi le dimissioni del tecnico del Galatasaray Fatih Terim che adesso dovrà osservare un periodo di quarantena per i prossimi 14 giorni.

Il tecnico turco era stato trovato positivo al test del Coronavirus e ricoverato una settimana fa.

Fatih Terim ha allenato anche in Italia dal 2000 al 2001, prima la Fiorentina poi il Milan, venendo esonerato in entrambe le esperienze.

Il meglio della sua carriera lo ha dato senza dubbio in patria, dove ha allecon il Galatasaray, dove ha vinto tutto a livello nazionale oltre ad una Coppa Uefa nel 2000, e con la Nazionale Turca.

Una curiosità: nel 2007 è stato insignito della medaglia di Commendatore dell’Ordine della Stella della Solidarietà Italiana

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Sarà doppio scontro Italia-Spagna, dunque, in Europa League: Inter-Getafe e Siviglia-Roma, andiamo a scoprire meglio le nostre avversarie nel podcast tematico riguardante l’universo Liga!
Siviglia e Getafe segnano poco e subiscono poco meno, pertanto non sembrano avversarie irresistibili numeri alla mano, ma la classifica dice ben altro: rispettivamente terza e quarta, le due compagini sono le vere sorprese di questa bella stagione di Liga. Tra vecchie conoscenze della Serie A, giovani interessanti ed esperti calciatori che da anni militano nel campionato spagnolo, queste due squadre allenate dai preparatissimi Lopetegui (Siviglia) e Bordalás (Getafe) risultano complicate da affrontare: reparti stretti, ripartenze fulminanti, palleggiatori di qualità ma anche attaccanti poco prolifici. Pregi e difetti, dunque, delle nostre prossime avversarie in Europa League, sognando notti magiche e sorteggi più morbidi.