Historia magistra calcis: etimologia ed origine dell’Atalanta

“Io da ragazzo ero a Bergamo prima di aver mai sentito il tuo nome“: Hemingway. Ruvido romantico. Amò Bergamo di passaggio, durante la Grande Guerra. Vi tornò nel 1948 con la sua quarta moglie, la giornalista Mary Welsh. Hemingway amava l’Italia, Genova e Bergamo in particolare. Evidentemente ha qualcosa di affascinante. Un fascino muto, compresso dalla prepotenza delle più grandi città lombarde.
Bergamo ha una squadra principale, l’Atalanta. Ma non è stata la prima. Nel 1903, infatti, degli emigranti svizzeri fondarono il Bergamo Football Club, svago di pochi che durerà una decina d’anni nei campionati regionali. A contrastare questa supremazia cittadina, nasce il 17 ottobre del 1907 la Società Bergamasca di Ginnastica e Sports Atletici Atalanta. Il nome verrà cambiato nel febbraio del 1920 nel definitivo Atalanta Bergamasca Calcio. A fondarla sono Eugenio Urio, Giulio e Ferruccio Amati, Alessandro Forlini e Giovanni Roberti, studenti liceali. La società, tuttavia, non viene riconosciuta dalla Federazione; sarà solo nel maggio del 1914, mese dell’inaugurazione dello stadio (1000 posti a sedere) in via Maglio del Lotto, a ridosso della ferrovia, che la FIGC ne ufficializza l’esistenza. In quei sette anni di limbo, l’Atalanta disputa alcune amichevoli. La maglia era a strisce bianche e nere. I colori cambieranno in nero ed azzurro nel 1920 in seguito ad un’assemblea.
Il nome: Atalanta. Straordinario, fuori dalla consuetudine. Deriva da un mito greco che a noi è giunto grazie a quanto racconta Ovidio nel decimo libro delle Metamorfosi. Atalanta era la figlia di Iaso, re dell’Arcadia, celebre regione del Peloponneso. Egli, tuttavia, desiderava un maschio, sia per motivi dinastici che per questioni di onore. Infuriato e deluso, la abbandona sul monte Pelio, nel sud est della Tessaglia. Questa montagna, pregna di foreste e vegetazione rigogliosa, era la terra di origine di Chirone il centauro, tutore di numerosi eroi. Atalanta viene trovata da un’orsa, che la alleva e la cresce. Ciò influisce sulla bambina, al quale vengono conferite le abilità nella caccia e nella corsa. La leggenda vuole che fosse più veloce dei centauri stessi. Divenuta donna, il padre la riconosce e le impone di trovare marito. Atalanta si oppone. La via di mezzo consiste in un compromesso: chiunque risulterà essere più veloce di lei, la avrà in sposa. Partecipano in molti, tutti perdono e, indegni, vengono uccisi. Ippomene, giovane di bell’aspetto follemente innamorato di lei, prima di gareggiare chiede aiuto ad Afrodite, dea dell’amore e della bellezza. La dea (nome con cui viene tuttora denominata la squadra bergamasca) gli consegna tre mele d’oro. Ippomene non dovrà far altro che gettarle a terra, in modo tale da distrarre Atalanta. Obbedisce e vince la corsa. Atalanta, di conseguenza, gli concede la sua verginità e la sua mano.
Lo stemma della società, non a caso, rappresenta il volto della principessa di profilo su uno sfondo nerazzurro.
Bergamo, la letteratura e l’Atalanta. Meno male che il calcio è solo un gioco infimo.

@ftabelli




Empoli, Rugani: “Juventus? La scelta deve essere presa con cautela”

Attraverso i microfoni di Sky Sport, il difensore dell’Empoli, Daniele Rugani, ha parlato delle possibilità che ci sono di approdare alla Juventus la prossima stagione: “Giocare nella Juventus è il sogno di ogni ragazzo, soprattutto di chi è juventino come me. La scelta però deve essere presa con cautela. Dovranno essere brave le società, perché meglio arrivare in un club come la Juve il più pronto possibile“. Il classe 1994 ha infine continuato: “Se le società riterranno che io possa stare in pianta stabile nella rosa bianconera già dalla prossima stagione, ne sarò felice“.




Atalanta, Reja: “Siamo stati bravi, conquistato un punto importante”

Intervenuto ai microfoni di Sky Sport, l’allenatore dell’Atalanta, Edoardo Reja, ha parlato della partita pareggiata con la Lazio: “Abbiamo messo in difficoltà la Lazio nel primo tempo, l’abbiamo sorpresa con la pressione su Parolo e Cataldi, le loro fonti di gioco. I ragazzi sono stati bravi, hanno fatto un grande partita e hanno avuto occasioni per chiuderla. Affrontavamo un avversario fantastico, fortissimo. Era difficile mantenere lo stesso livello di gioco per 90 minuti, ma siamo stati bravi e abbiamo conquistato un punto importante“. Riguardo al proseguo del campionato, infine, ha dichiarato: “Non siamo ancora salvi, il calendario del Cagliari è più abbordabile del nostro e noi abbiamo partite difficili. Non dobbiamo mollare un centimetro. È stata una partita particolare per me, emozionante. La Lazio ha possibilità di andare in Champions, secondo me deciderà tutto il derby e il cammino del Napoli in Europa League“.




Lazio, Pioli: “Abbiamo dimostrato di esserci, bravi gli avversari”

Intervistato nel postpartita da Mediaset Premium, il tecnico della Lazio, Stefano Pioli, ha commentato il pareggio ottenuto sul campo dell’Atalanta: “Le assenze non devono essere un alibi. Abbiamo sofferto, ma abbiamo anche tirato fuori il carattere riuscendo a riprendere la partita. Non siamo soddisfatti perché volevamo la vittoria, ma abbiamo dimostrato che ci siamo. Oggi dovevamo gestire meglio la palla partendo dalla difesa, invece non sempre ci è riuscito. Siamo stati statici e questo ha fatto il gioco dell’Atalanta. Gli avversari sono stati bravi a metterci in difficoltà“. Circa le restanti giornate, l’allenatore ha concluso: “Le ultime partite saranno durissime e ce la metteremo tutta per farle al meglio. Il calendario facile non esiste, tutte le partite sono ostacoli da superare. Il campionato italiano si sa che è difficile“.




Atalanta-Lazio 1-1: l’ex Biava ferma la corsa degli uomini di Pioli

A Bergamo la sfida fra Atalanta e Lazio si conclude con un pareggio (1-1), giusto per quanto vistosi sul terreno di gioco. I nerazzurri iniziano molto bene, tanto da annullare l’offensiva degli uomini di Pioli durante il primo tempo: al palo di Keita, infatti, hanno risposto le occasioni di Migliaccio e Gomez.
E’ l’ex Biava a sbloccare la partita al quarto minuto della ripresa, un minuto dopo il legno colpito da Gomez, che si è messo in mostra come uno dei migliori in campo. Al 33esimo, infine, il prodotto dell’assedio biancoceleste è il gol in sforbiciata di Parolo, l’uomo forse più decisivo della Lazio di questo frangente di stagione.
Le statistiche giustificano l’1-1, visto il possesso palla praticamente eguale, così come i tiri nello specchio ed i calci d’angolo battuti.




Cordoba, 8 gol dal Barcellona: retrocesso in Segunda Division

68% di possesso palla, 29 tiri totali, 8 calci d’angolo battuti, un solo tiro subito nello specchio. Ed 8 gol di scarto. Il Barcellona ha travolto in trasferta il Cordoba, che dopo questa sconfitta é aritmeticamente retrocesso in Segunda Division.
La partita viene sbloccata relativamente tardi, al 42esimo da Rakitic. Per il resto una tripletta di Suarez (la prima in blaugrana), una doppietta di Messi ed i gol di Piqué e Neymar. Gli uomini di Luis Enrique non potevano avvertire in altro modo il Bayern Monaco, avversario delle semifinali di Champions.
Nel postpartita, Luis Suarez ha dichiarato: “Sono felice per la tripletta, ma ancor di più per la vittoria. Ho avuto un po’ di difficoltà di adattamento, ma sapevo di avere la fiducia di tutti. Messi? Pensa più alla squadra che a se stesso, per questo ha lasciato battere il rigore a Neymar”.




L’allenatore é importante, il duro lavoro anche di più

Il calcio vincente si fonda sempre su delle novità. Sempre é stato così. L’Arsenal iniziò a vincere solo con l’invenzione tattica di Chapman (il Sistema, un 3-2-2-3), il Brasile conquistò il Campionato Mondiale nel 1958 grazie all’idea di Feola di schierare un 4-2-4, il Barcellona ottenne il Triplete perché Guardiola capì l’importanza di ricavare uno spazio dal movimento del centravanti. E le novità non derivano dai tifosi, dai presidenti, dai giornalisti. Arrivano e si solidificano dai tecnici. Partiamo, quindi, da questo presupposto: l’allenatore è fondamentale.
Di conseguenza, la scelta deve ricadere su un nome valido, capace di ottenere riguardevoli risultati. Sia sul piano tattico che di numero di vittorie. E allora perché in Serie A si continua a puntare su allenatori inesperti ed acerbi? Colpa del guardiolismo. Dal 2008 in poi, anno in cui Guardiola è stato nominato tecnico del Barcellona, si è spesso cercato il talento in casa propria. Peccato che sia un’eccezione radicale, quella spagnola. Innanzitutto, al Barça esiste un modo di lavorare unico, eguale per ogni strato giovanile. Ed è più semplice riuscire ad allenare una squadra quando si hanno già input predefiniti. C’é una programmazione quasi maniacale. Fra l’altro, Guardiola arrivava dalla vittoria della terza divisione spagnola con la squadra B del Barcellona. Invidiabile. Inoltre lui era e rimane un’eccezione, introvabile nel panorama calcistico moderno. L’unico paragonabile é Louis Van Gaal, ora al Manchester United. Pretendere di trovare un nuovo Guardiola è utopia. Il Barcellona puntò su Guardiola perché ne valeva effettivamente il rischio, era oltre. Un fuoriclasse, ovvero esterno a qualsiasi categoria. Puntare su allenatori giovani a priori è come garantire la titolarità ad un calciatore 17enne solo perché Pelé aveva funzionato. Perché il coraggio nel puntare sui giovani esiste solo in virtù della figura che siede in panchina? La storia ha sempre dimostrato che l’allenatore giovane non dà garanzie allenando calciatori maturi. Viceversa, il prodotto fra tecnico esperto e giocatori giovani e di talento ha sempre coinciso con successi e soddisfazioni. Rinus Michels, inventore del Calcio Totale olandese, arrivò ad allenare l’Ajax dopo 5 anni di duro lavoro in divisioni meno altisonanti.
E nella Serie A odierna il divario fra allenatori esperti ed esordienti è nettissima. I principali rappresentanti di questa acerbità premeditata sono Inzaghi e Stramaccioni, 19 vittorie stagionali in due. Allenano in media da un anno e 5 mesi. Nel medesimo campionato, Ventura e Sarri, protagonisti in squadre meno attrezzate, hanno ottenuto lo stesso numero di successi. Hanno in media 22 anni e 5 mesi di calcio alle spalle. E sono passati per Entella, Grosseto e Pistoiese. Cari presidenti, non è vietato allenare in certe realtà. E’ solo utile a far crescere il tecnico. Sommando i punti ottenuti finora dalle rispettive squadre, Ventura e Sarri sono 5 lunghezze avanti: 86 contro gli 81 di Inzaghi e Stramaccioni. La differenza reti media dei primi è zero, quella di Milan ed Udinese è -4.
L’unico tentativo riuscito, negli ultimi anni, è stato Montella alla Roma. Poi non gli venne data fiducia. Tipicamente italiano.
Aspetto ansiosamente che qualcuno smentisca quanto detto in questo editoriale. Sarebbe bellissimo.

@ftabelli




Roma, allenamento differenziato per Florenzi e Nainggolan

Nella giornata di ieri, i giocatori di Rudi Garcia sono scesi in campo per una seduta tecnico-tattica a Trigoria. Keita si è dedicato alla fisioterapia, mentre De Rossi, Maicon e Strootman hanno svolto un lavoro personalizzato. Allenamento differenziato per Florenzi e Nainggolan. Tornati invece a lavorare con il gruppo Cholevas e Ljajic.




Empoli, Sarri potrebbe rimanere la prossima stagione

Stando a quanto trapela nell’ambiente, Maurizio Sarri potrebbe rimanere ad Empoli la prossima stagione. Il tecnico, nonostante l’interesse mostrato da Milan, Sampdoria ed Udinese, sembra volersi confermare nella squadra con la quale è diventato grande.
Evidente che per il presidente Corsi sarebbe il miglior colpo di mercato, dal momento che la percentuale di vittorie di Sarri equivale al 37,6%. A mancare, fra l’altro, non è di certo l’affetto del gruppo; ai microfoni di Sky Sport, infatti, Maccarone ha dichiarato: “Spero che Sarri possa restare un altro anno, vorrà dire che in questo modo potrò divertirmi ancora con questa squadra“.
Si attendono novità.




Historia magistra calcis: Charlie Buchan, il capitano del Sistema

“Perché non spostiamo il centromediano in mezzo alla difesa? […] Proviamo a giocare con tre difensori“: era l’incipit ad un calcio mai visto, nuovo, finalmente moderno. Era il 1925, ma ne parleremo più avanti.

E’ il 22 settembre del 1891 quando nasce Charles Murray Buchan, detto Charlie. La sua famiglia è di Plumstead, un distretto nella Londra nord-orientale. E’ di origini scozzesi, di Aberdeen. Il padre, William, è un fabbro che nonostante le difficoltà fa mancare poco ai suoi cinque figli. Charles è il quarto a nascere, e nel 1898 viene iscritto alla Woolwich Polytechnic School for Boys, un’importante accademia londinese. Il ragazzo però ama il calcio ed ha una peculiarità: lo vede e lo capisce come nessun altro in campo. Nella squadra della scuola segna cinque gol all’esordio e gli dicono di restare fisso nella posizione di centravanti. Comincia a giocare a livello dilettantistico nel Woolwich Arsenal, il futuro Arsenal Football Club. Ha diciotto anni ma un gran carattere. Impressiona fra le riserve a tal punto che il manager, George Morrell, gli offre un contratto da professionista in prima squadra: litigano sull’ingaggio e Buchan rifiuta senza rimorsi. Si trasferisce quindi nel Kent, a Northfleet, per giocare nella squadra locale e partecipare a campionati semi-amatoriali. Charlie disputa una meravigliosa stagione. Segna molto stando a quanto riportano le cronache dell’epoca, amatoriali anch’esse. Al termine del campionato, nel maggio del 1910, gli offrono di trasferirsi il Bury ed il Fulham. Rifiuta. Sta bene a Northfleet e vuole aspettare opportunità migliori. Firma per il Leyton, squadra estremamente vincente a livello locale. Segna e trascina anche lì.
Nel marzo dell’anno successivo il Sunderland lo acquista per 1250 sterline: a soli vent’anni, Buchan diventa il centravanti di una delle più importanti società di prima divisione dell’epoca. La stagione successiva vince la Premier League, lui è il capocannoniere. Gli anni di dilettantismo hanno affinato le sue qualità di attaccante puro: alto, meravigliosamente elegante, tiro preciso. Giocherà nel Sunderland dal 1912 al 1924. In otto stagioni (durante la Prima Guerra Mondiale non si disputarono campionati), Charlie segna 209 gol in 370 partite di Premier. Una media di 0,56, più di una rete ogni due giornate. E’ tuttora il miglior marcatore della storia del Sunderland.

Nel luglio del 1925, quanto Charlie ha ormai 34 anni, l’Arsenal paga 4100 sterline per riaverlo indietro. Il cerchio si era finalmente chiuso. A volerlo era stato Herbert Chapman, uno di quei nomi che riecheggia sempre nella storia del calcio. Chapman, l’allenatore, lo stima enormemente. A Buchan viene affidato il ruolo di capitano.
L’Arsenal però è una squadra del sud, non vince, e subisce il cambiamento della regola sul fuorigioco: se prima per essere in posizione regolare bisognava avere di fronte a sé due difensori ed il portiere, ora ne bastavano due. Questo influisce sul gioco attraverso l’aumento esponenziale dei gol. Le squadre subiscono le offensive avversarie e le provinciali non hanno argini con cui contenere i più forti.
Ad ottobre si gioca Newcastle-Arsenal. Termina 7 a 0 per il Newcastle, è una giornata nera per Chapman e i suoi ragazzi. Ma è anche uno dei momenti chiave dell’evoluzione del calcio, la presa della Bastiglia della storia del Football. Negli spogliatoi, infatti, dentro il brusio timido di chi è appena stato umiliato, prende parola Charlie Buchan. E’ il capitano, è molto rispettato. Il silenzio si fa immediatamente sacrale: “Perché non spostiamo il centromediano in mezzo alla difesa? Dobbiamo ritornare al vecchio vantaggio dei difensori sul fuorigioco. Le regole hanno tolto un uomo, mettiamone un altro. Proviamo a giocare con tre difensori“. Chapman tentenna, ma è troppo intelligente per non aver già carpito qualcosa di innovativo: “E questo terzo difensore da dove lo prendiamo?” Buchan capisce il calcio come nessuno: “Dalla linea mediana. Spostiamo il centromediano in difesa e torniamo ad avere superiorità numerica sugli attaccanti“. Chapman accetta di provarci ed i giocatori si alzano in piedi applaudendo. Nasceva il Sistema, la base fondamentale del calcio moderno. La condicio sine qua non che giustifica l’evoluzione di questo sport.
Il nuovo modulo prevede una linea di terzini (ovvero di giocatori sulla terza linea, difensori), un quadrilatero di centrocampo, con due metodisti e due registi, ed un tridente d’attacco. Un 3-2-2-3. Il WM.

Charlie Buchan si ritirerà nel 1928, dopo aver disputato una grande stagione come difensore centrale. Calcio d’altri tempi. Uomini diversi. Buchan diventerà, infatti, uno dei più grandi giornalisti sportivi che la storia ricordi: firma del Daily News, sarà commentatore della BBC e fondatore dell’associazione dei giocatori-scrittori. Morirà in vacanza nel Principato di Monaco nel 1960 all’età di 68 anni.
Di Charlie Buchan, in questo strano mondo del football, si ricordano in pochi. Eppure era il capitano del Sistema, colui che scoprì il fuoco nel Paleolitico calcistico.

@ftabelli