Il Campione di Domani: Jairo Riedewald (Ajax FC)

L’obiettivo della rubrica “IL CAMPIONE DI DOMANI” è quello di far conoscere i giovani talenti dei maggiori campionati europei. Analizzeremo i più interessanti prodotti dei vivai della Bundesliga, passando dalla penisola iberica e dai Paesi Bassi, abbracciando la Premier League e il calcio del “Bel Paese”. Il futuro del gioco più bello del mondo è nei piedi e nella testa di queste giovani promesse. Andiamo a conoscerle.

Girovagando per i canali di Amsterdam non è raro imbattersi in gruppi di ragazzini che tirano due calci ad un pallone e, proprio come è accaduto a Cruyff, sarà capitato anche al protagonista di questa settimana della nostra consueta rubrica dedicata ai giovani talenti. Il giocatore in questione nasce il 9 settembre 1996 proprio ad Amsterdam e risponde al nome di Jairo Riedewald.

riedewald (2)Jairo si appassiona sin da piccolo al gioco del calcio così inizia a tirare i primi calci nella squadra giovanile del suo quartiere, l’Overbos SV. All’età di 11 anni viene prelevato dall’Haarlem HFC dove dimostra tutto il suo potenziale diventando colonna portante della squadra. Le ottime prestazioni con l’Haarlem hanno attirato a se le attenzioni dei maggiori club olandesi (tradizionalmente attenti ai giovani talenti) e nel 2008 è l’Ajax ad accaparrarsi le prestazioni sportive del giovane difensore. Ai “Lancieri” viene, da subito, aggregato alle giovanili dove compie l’intera trafila, dall’Under 17 all’Under 21 dove diventa il capitano, dimostrando qualità superiori ai suoi pari età. Infatti, nel 2013, firma il suo primo contratto da professionista e viene fatto debuttare in Eredivisie nel gennaio 2014 alla giovane età di 17 anni. Il suo esordio è da predestinato. Nei primi 11 minuti della sua carriera professionistica (subentrato a partita in corso con la sua squadra in svantaggio di una marcatura), sigla una doppietta nel match di campionato contro il Roda che consentono alla formazione di Amsterdam di vincere il titolo di campione d’inverno. Questo exploit all’esordio gli consente di cucirsi addosso l’appellativo di miglior debuttante europeo. Successivamente debutta anche in Europa League. Questo è l’inizio della sua ascesa al calcio dei grandi.

RiedewaldNella stagione attuale ha collezionato 1896 minuti di gioco divisi in 33 match tra Eredivisie, Champions League, Europa League, KNVB Beker e Jupiler League (riuscendo, in questa competizione, a realizzare anche una marcatura). In nazionale, fa parte del giro delle giovanili Oranje dove ha militato nell’Under 15, 16, 17 e 19.

Jairo Redewald è un calciatore mancino dotato di grande corsa, resistenza e attenzione in marcatura. Per caratteristiche, rappresenta il terzino moderno capace di non far mancare mai il suo apporto sia in fase offensiva che in quella difensiva in modo constante nell’arco dei 90 minuti. Nelle giovanili ha spesso ricoperto anche il ruolo di mediano con ottimi risultati. Di lui il tecnico dei “Lancieri”, Frank De Boer, dice: “ Ha grandi qualità, è agile, veloce e forte fisicamente. Mi ricorda Rijkaard”. Se mantiene fede alle aspettative di inizio carriera, nel giro di pochi anni, lo vedremo calcare palcoscenici europei importanti, continuando la tradizione dell’ Ajax Toekomst (in olandese “futuro”, squadra giovanile).




Champions League: Juve batte Real, decisivo il fattore Stadium

La Juventus si riscopre grande. Calciopoli, la Serie B, terzo, secondo, settimo e settimo posto in Serie A; Deschamps, Ranieri, Ferrara, Zaccheroni, Delneri. Poi quattro scudetti consecutivi, con Conte e Allegri. Così recitava la cronistoria della Juventus d.M. (dopo Moggi). La Champions? Mai oltre i quarti di finale. Una semifinale di Europa League “salvava” i ben poco entusiasmanti cammini in Europa. Tutto questo fino a ieri sera, quando, con tutti i dubbi del caso (età, emozione, esperienza), Allegri decide di schierare Stefano Sturaro al posto di Pereyra, il quale, comunque, non è che abbia più anni, meno emozioni, o maggiore esperienza. Lo scetticismo, ancora una volta, circonda il tecnico livornese, che, però, ancora una volta, riesce a scemarlo in breve tempo.
Il ragazzo ligure, nato a Sanremo, ma cresciuto a Genova, si dimostra uno dei migliori in campo. Suo il primo tiro della partita. Ricorre, gioca con semplicità e non risparmia scivolate veraci. E’ un ragazzo destinato probabilmente a diventare un beniamino dei bianconeri, come lo sono stati Davids o Ferrara o Montero. Tanta incoscienza, ma anche voglia e tenacia, come nel salvataggio miracoloso sul colpo di testa di James Rodriguez a porta vuota.
2-1, dunque. Di Morata, il figlio blanco rimpianto, il primo goal, su una respinta di Casillas, impegnato da un tiro velenoso di Tevez. Poi Ronaldo, a porta vuota su invito di Rodriguez, giocatore sublime sotto tutti gli aspetti. Infine Tevez su rigore, procurato da egli stesso dopo una traversata di metà campo. Il risultato è frutto di quello che potremmo definire un ibrido tra il possesso palla iberico e il catenaccio italico. 27 i passaggi per arrivare al primo goal di Morata, uno e tanta corsa per il rigore. Chiamale, se vuoi, emozioni.
Non è stato il migliore Real, orfano di Modric e Benzema, frenato dalle prestazioni inguardabili di Ramos e Bale. Non è stata la migliore Juve, con un Pogba in meno e tanta tensione in più.
Dicono che in partite come questi contino gli episodi, ma una tattica pressochè perfetta di Allegri, non guasta mai.
E’ solo l’andata. Stanno già aspettando il Bernabeu (nel 2003 cla chiamarono la “fossa dei leoni”) e dei merengues furiosi. Di mezzo, per loro, il Valencia.
Serve l’impresa, ora come ora, non impossibile.




Historia magistra calcis: Charlie Buchan, il capitano del Sistema

“Perché non spostiamo il centromediano in mezzo alla difesa? […] Proviamo a giocare con tre difensori“: era l’incipit ad un calcio mai visto, nuovo, finalmente moderno. Era il 1925, ma ne parleremo più avanti.

E’ il 22 settembre del 1891 quando nasce Charles Murray Buchan, detto Charlie. La sua famiglia è di Plumstead, un distretto nella Londra nord-orientale. E’ di origini scozzesi, di Aberdeen. Il padre, William, è un fabbro che nonostante le difficoltà fa mancare poco ai suoi cinque figli. Charles è il quarto a nascere, e nel 1898 viene iscritto alla Woolwich Polytechnic School for Boys, un’importante accademia londinese. Il ragazzo però ama il calcio ed ha una peculiarità: lo vede e lo capisce come nessun altro in campo. Nella squadra della scuola segna cinque gol all’esordio e gli dicono di restare fisso nella posizione di centravanti. Comincia a giocare a livello dilettantistico nel Woolwich Arsenal, il futuro Arsenal Football Club. Ha diciotto anni ma un gran carattere. Impressiona fra le riserve a tal punto che il manager, George Morrell, gli offre un contratto da professionista in prima squadra: litigano sull’ingaggio e Buchan rifiuta senza rimorsi. Si trasferisce quindi nel Kent, a Northfleet, per giocare nella squadra locale e partecipare a campionati semi-amatoriali. Charlie disputa una meravigliosa stagione. Segna molto stando a quanto riportano le cronache dell’epoca, amatoriali anch’esse. Al termine del campionato, nel maggio del 1910, gli offrono di trasferirsi il Bury ed il Fulham. Rifiuta. Sta bene a Northfleet e vuole aspettare opportunità migliori. Firma per il Leyton, squadra estremamente vincente a livello locale. Segna e trascina anche lì.
Nel marzo dell’anno successivo il Sunderland lo acquista per 1250 sterline: a soli vent’anni, Buchan diventa il centravanti di una delle più importanti società di prima divisione dell’epoca. La stagione successiva vince la Premier League, lui è il capocannoniere. Gli anni di dilettantismo hanno affinato le sue qualità di attaccante puro: alto, meravigliosamente elegante, tiro preciso. Giocherà nel Sunderland dal 1912 al 1924. In otto stagioni (durante la Prima Guerra Mondiale non si disputarono campionati), Charlie segna 209 gol in 370 partite di Premier. Una media di 0,56, più di una rete ogni due giornate. E’ tuttora il miglior marcatore della storia del Sunderland.

Nel luglio del 1925, quanto Charlie ha ormai 34 anni, l’Arsenal paga 4100 sterline per riaverlo indietro. Il cerchio si era finalmente chiuso. A volerlo era stato Herbert Chapman, uno di quei nomi che riecheggia sempre nella storia del calcio. Chapman, l’allenatore, lo stima enormemente. A Buchan viene affidato il ruolo di capitano.
L’Arsenal però è una squadra del sud, non vince, e subisce il cambiamento della regola sul fuorigioco: se prima per essere in posizione regolare bisognava avere di fronte a sé due difensori ed il portiere, ora ne bastavano due. Questo influisce sul gioco attraverso l’aumento esponenziale dei gol. Le squadre subiscono le offensive avversarie e le provinciali non hanno argini con cui contenere i più forti.
Ad ottobre si gioca Newcastle-Arsenal. Termina 7 a 0 per il Newcastle, è una giornata nera per Chapman e i suoi ragazzi. Ma è anche uno dei momenti chiave dell’evoluzione del calcio, la presa della Bastiglia della storia del Football. Negli spogliatoi, infatti, dentro il brusio timido di chi è appena stato umiliato, prende parola Charlie Buchan. E’ il capitano, è molto rispettato. Il silenzio si fa immediatamente sacrale: “Perché non spostiamo il centromediano in mezzo alla difesa? Dobbiamo ritornare al vecchio vantaggio dei difensori sul fuorigioco. Le regole hanno tolto un uomo, mettiamone un altro. Proviamo a giocare con tre difensori“. Chapman tentenna, ma è troppo intelligente per non aver già carpito qualcosa di innovativo: “E questo terzo difensore da dove lo prendiamo?” Buchan capisce il calcio come nessuno: “Dalla linea mediana. Spostiamo il centromediano in difesa e torniamo ad avere superiorità numerica sugli attaccanti“. Chapman accetta di provarci ed i giocatori si alzano in piedi applaudendo. Nasceva il Sistema, la base fondamentale del calcio moderno. La condicio sine qua non che giustifica l’evoluzione di questo sport.
Il nuovo modulo prevede una linea di terzini (ovvero di giocatori sulla terza linea, difensori), un quadrilatero di centrocampo, con due metodisti e due registi, ed un tridente d’attacco. Un 3-2-2-3. Il WM.

Charlie Buchan si ritirerà nel 1928, dopo aver disputato una grande stagione come difensore centrale. Calcio d’altri tempi. Uomini diversi. Buchan diventerà, infatti, uno dei più grandi giornalisti sportivi che la storia ricordi: firma del Daily News, sarà commentatore della BBC e fondatore dell’associazione dei giocatori-scrittori. Morirà in vacanza nel Principato di Monaco nel 1960 all’età di 68 anni.
Di Charlie Buchan, in questo strano mondo del football, si ricordano in pochi. Eppure era il capitano del Sistema, colui che scoprì il fuoco nel Paleolitico calcistico.

@ftabelli




Il Campione di Domani: Youri Tielemans (Royal Sporting Club Anderlecht)

L’obiettivo della rubrica “IL CAMPIONE DI DOMANI” è quello di far conoscere i giovani talenti dei maggiori campionati europei. Analizzeremo i più interessanti prodotti dei vivai della Bundesliga, passando dall penisola iberica e dai Paesi Bassi, abbracciando la Premier League e il calcio del “Bel Paese”. Il futuro del gioco più bello del mondo è nei piedi e nella testa di queste giovani promesse. Andiamo a conoscerle.

L’esempio più lampante di programmazione applicata al calcio ce lo fornisce il Belgio. Una nazionale tradizionalmente non abituata a grandi palcoscenici calcistici ma, con programmazione e invenstimenti mirati per far crescere i settori giovanili, sta allestendo un roster di livello mondiale che darà molte soddisfazioni ai propri tifosi. Di fatto, negli ultimi anni, sono usciti calciatori come Hazard, Lukaku, De Bruyne, Courtois e via dicendo e, seppur non hanno più di 24 anni, è già presente una “nuova scuola”. Il maggior rappresentante è sicuramente un campioncino in forza all’Anderlecht classe ’97, che risponde al nome di Youri Tielemans.

Tielemans (1)Youri nasce a Sint-Pieters Leeuw il 7 maggio 1997. Inizia a tirare i primi calci nelle giovanili dell’Anderlecht dove, dal 2002 al 2013, compie l’intera trafila. Nel 2013 viene convocato con la nazionale belga Under 16 dove gioca 10 partite realizzando 8 gol, tra cui una tripletta ai pari età della Germania in un match terminato 3-2 per la nazionale belga. Si fa subito notare per la grande tecnica che dimostra di avere in età giovanissima e nel 2013 firma il suo primo contratto da professionista con la squadra che l’ha cresciuto da quando aveva 5 anni. Il debutto in massima serie belga avviene il 28 luglio 2013, nel match perso per 2-3 contro il Lokeren. Egli entra alla mezz’ora dell’incontro sostituendo il calciatore statunitense, oggi in forza ai New York Red Bulls, Sacha Kljestan. La sua prima presenza da titolare, però, avviene qualche settimana più tardi quando, il 2 agosto 2013, il tecnico della squadra biancomalva belga lo schiera negli undici che sconfissero per 4-0 il Cercle Brugge. IL 2 ottobre 2013 diventa il giocatore belga più giovane ad esordire nella massima competizione europea, poiché gli viene regalato uno spezzone di partita nel match valido per la fase a gironi di Champions League, contro l’Olympiacos. L’incontro si è concluso 3-0 per i greci ma, Tielemans, è risultato uno dei più positivi dei suoi. Le ottime prestazioni in campo nazionale e non, hanno convinto il tecnico dell’Under 21 belga a convocarlo per il match contro l’Italia, valido per le qualificazioni all’Europeo di categoria terminato 1-0 per gli azzurrini di Di Biagio, dove Youri si rende protagonista di qualche buon intervento difensivo. Sul finire della scorsa stagione trova anche la prima marcatura tra i professionisti e la mette a segno nello spareggio di campionato contro il Club Brugge, terminato 3-0 per l’Anderlecht, con una splendida conclusione d’esterno sinistro dal limite dell’area. Oggi, all’età di 17 anni, è la colonna portante del centrocampo della squadra belga dove ha collezionato 29 presenze, 3 gol e 4 assist nella stagione attualmente in corso.

RSC Anderlecht vs KSC Lokeren : Jupiler LeagueTielemans è un centrocampista centrale che può giocare sia come mediano che come mezz’ala fluidificante. Dotato di grande tecnica con la palla al piede, risulta imprevedibile nella giocata poiché usa entrambi i piedi con lo stesso risultato. Nonostante la sua giovane età si prende spesso la responsabilità della manovra offensiva per dettare i tempi di gioco. Molti club di Serie A hanno messo gli occhi su di lui. Il primo fu il Milan nel 2013 ma, nel tempo, si sono interessate anche Juventus, Napoli e Roma. Oggi, la squadra più interessata a Tielemans, sembrerebbe l’Inter. Ma non sarà facile convincere il club belga a liberarlo per una cifra inferiore ai 15 milioni di euro. Gianluca Di Marzio dice di lui: “Metti le leve di Pogba, la classe di Pirlo e la disciplina tattica di De Rossi, immagina una sintesi e viene fuori Youri Tielemans, peccato solo non abbia il capello biondo di Stefano Sanvito”. Paragone azzardato o meno, siamo convinti che il futuro del centrocampo belga passerà dai suoi piedi.




Historia magistra calcis, la psicologia nel calcio: Amaral e Chinaglia

Questo pezzo è stato realizzato grazie alla collaborazione della dottoressa Donatella Di Corrado, ricercatrice di metodi e didattiche delle attività motorie all’Università “KORE” di Enna ed autrice del volume La preparazione mentale del calciatore. I suoi interventi verranno trascritti in corsivo. Si ringraziano personalmente la sua competenza e la sua disponibilità.
Inutile negarlo: la psicologia è parte integrante della società del duemila. E, dal momento che il calcio è figlio diretto dell’epoca in cui vive, anche i club dei maggiori campionati si sono attrezzati. Negli ultimi anni si ricorre sempre più spesso all’inserimento di uno psicologo all’interno dell’organico di una società. Il motivo ce lo spiega la dottoressa Di Corrado: è molto importante l’integrazione dello psicologo dello sport all’interno di ogni situazione sportiva ed in particolare nel calcio. Qui si intrecciano tanti aspetti differenti che coinvolgono la crescita tecnica, fisica e psicologica dell’atleta e per questo motivo l’integrazione di competenze diventa imprescindibile. Lo psicologo dello sport funge da ausilio didattico e formativo per l’allenatore, e da strumento operativo perché l’atleta possa superare gli aspetti dannosi dello stress e utilizzare tutte le sue potenzialità. Se l’atleta è visto con un’ottica umana e quindi con i suoi affetti, emozioni e sentimenti, di conseguenza divengono più chiari sia il compito sia l’intervento dello psicologo dello sport. Il principale oggetto dell’interesse ed intervento della psicologia dello sport è stato incentrato nei confronti dell’atleta di alto livello, in quanto portatore nel gesto atletico di tutto se stesso: motivazioni, attitudini, abilità e capacità tecnica, ma anche portatore di sue eventuali insicurezze e conflitti.
Interessante l’aspetto riguardante i grandi giocatori. Gli atleti di alto livello. Ovvio che abbiano pressioni differenti dagli altri: il fuoriclasse è tale sia in circostanze positive che negative. Il fuoriclasse non appartiene, appunto, ad una categoria. Nel bene 0 nel male. Nella storia del nostro calcio sono numerosi gli esempi di calciatori sopraffatti dallo stress; è stata la spinta mediatica stessa a ritorciglisi contro. Il talento è un’arma a doppio taglio.
Il primo a capire l’importanza di un rapporto con la psiche dei calciatori, e quindi con le loro motivazioni e le loro insicurezze, è stato Paulo Lima Amaral. Detto così ai molti potrebbe sembrare chiunque. Provo a rassiumerlo. Brasiliano di Rio de Janeiro nato nel 1923, fu un ottimo mediano. Smise di giocare quando aveva poco più di 30 anni dopo aver ottenuto la licenza di insegnante di scienze motorie. Nel 1958 e nel 1962 il Brasile vinse due mondiali: lui era il preparatore atletico. All’età di 39 anni lo prende la Juventus. Ne divenne l’allenatore, arrivò secondo. Ne parliamo in primis per le innovazioni tattiche, in quanto fu colui che inventò la marcatura a zona, ed in secundis per i suoi modi di gestire il gruppo: Amaral intimoriva, era alto quasi due metri ed aveva modi spigolosi, allenamenti rigidi. Amava il colloquio (soprattutto se era lui a parlare e gli altri ad ascoltare) e puntava molto sulle aspettative dei calciatori. Era la Juve di Salvadore, Stacchini, Sarti, Emoli: ottimi giocatori ma non eccezionali. Con i suoi metodi di approccio psicologico ed atletico diede un meraviglioso input al calcio degli anni ’60 e ’70.
L’importanza di Amaral è spiegata dalla dottoressa Di Corrado in relazione agli apporti fruibili da figure del genere: oggi ogni atleta sa quanto sia vero che il primo reale nemico da battere è il fantasma della paura, dell’insicurezza, della bassa stima di sé, prima ancora dell’avversario. Lo scontro con quest’ultimo è episodico, un momento nella vita dell’atleta; per tutto il resto del tempo ciò che conta è una lineare e continua crescita fisica e mentale, attraverso un lavoro che dura da anni, per tutta la carriera agonistica dell’atleta. Essere operativi nell’ambito dello sport significa sviluppare un programma di allenamento per la mente, al pari dei programmi di allenamento fisico; ma ancor prima significa lavorare su quegli elementi che costituiscono la base psicologica di un atleta, e che gli permettono di utilizzare al meglio le proprie risorse, attraverso un opportuno allenamento mentale. Quest’ultimo si avvale di un efficace insieme di strategie che intende aiutare gli atleti ad acquisire e a mettere in pratica le abilità psico-fisiologiche utili al miglioramento delle prestazioni in allenamento e in gara. La concentrazione nell’esecuzione dei tiri piazzati nel calcio, saper mantenere la calma nel tirare un rigore, la forte motivazione che sostiene l’atleta nei tempi supplementari, l’abilità di eliminare i fattori di distrazione e di prestare attenzione del portiere: queste sono solamente alcune delle caratteristiche psicofisiche che contribuiscono al successo di un atleta o di un’intera squadra e che portano al risultato.
Di fatto, l’intervento psicologico tende allo sviluppo e alla valorizzazione delle potenzialità dei singoli e della squadra in modo da giungere al loro stato psicofisico volto ad ottimizzare la performance sportiva. A tal fine si utilizzano opportune tecniche e strategie volte a eliminare i fattori di distrazione; accrescere l’autostima; gestire gli stati emozionali (ansia e stress); accrescere le capacità attentive e di concentrazione. Una volta centrato l’obiettivo, è possibile procedere con l’atleta nella costruzione di quelle caratteristiche della sua personalità indispensabili per lo sviluppo della sua carriera agonistica. Prendiamo Giorgio Chinaglia: uno dei caratteri più turbolenti e tormentati della storia del calcio italiano. Con la maglia della Lazio segnò 98 gol in 209 partite, una media di 0,47. Quasi un gol ogni due incontri, fu un grande centravanti. Il suo limite fu se stesso fuori dai 90 minuti sul terreno di gioco. Ciò che lo tenne in vita, sportivamente parlando, fu Tommaso Maestrelli, allenatore della Lazio dal 1971 al 1976: lo capì, lo ascoltò, gli diede fiducia ed imparò a trattarlo. Il risultato fu l’incredibile scudetto della stagione 1973-74, di cui Chinaglia fu il capocannoniere con 24 reti.
Certo che la figura di uno specialista, cioè di uno psicologo, intervenga in maniera differente. Il suo impegno trova la massima espressione nel lavoro di équipe, infatti, lo psicologo può collaborare col medico della squadra o della società sportiva, con l’allenatore e con l’atleta, aiutandolo anche a chiarire, se richiesto, eventuali aspetti conflittuali intra-personali o inter-personali con altri atleti, con tecnici e dirigenti sportivi e con i propri familiari. Il fattore-squadra, cercato e ricercato in allenamento, non è soltanto uno schema tattico applicabile automaticamente, ma è soprattutto un fattore umano che trova la sua forza nelle adeguate relazioni interpersonali fra gli atleti del gruppo. L’equilibrio in una squadra sportiva deriva da una perfetta collaborazione tra gli atleti e dalla reciproca stima esistente tra i membri di quella squadra.
L’Italia è, strano a dirsi, un passo indietro: nella valutazione del giovane calciatore, la cultura calcistica degli ultimi anni ha dato maggiore importanza al perfezionamento degli aspetti tecnico-tattici, trascurando invece il sistema di vita dell’atleta e della sua personalità. Da ciò emerge uno dei più grossi limiti culturali del settore giovanile; vale a dire, avere a che fare con un giovane atleta che possiede doti tecniche eccelse e grandi doti naturali d’intelligenza calcistica, ma che molto spesso denota grosse lacune in merito allo spirito di sacrificio e alla capacità di dare il massimo anche sul versante atletico. In questo senso, la figura dello psicologo dello sport deve e dovrà rappresentare una garanzia rispetto ad uno sviluppo armonico della personalità dell’atleta. Luciano Mecacci, celebre psicologo italiano, disse nella Storia della psicologia del novecento: “non sembra che ci sia altra scienza, se non la psicologia, per la cui comprensione occorra richiamarsi così direttamente alla vita, spesso drammatica, dei suoi protagonisti“.
@ftabelli



Il Campione di Domani: Alen Halilovic (Barcellona F.C.)

L’obiettivo della rubrica “IL CAMPIONE DI DOMANI” è quello di far conoscere i giovani talenti dei maggiori campionati europei. Analizzeremo i più interessanti prodotti dei vivia della Bundesliga, passando dalla penisola iberica e dai Paesi Bassi, abbracciando la Premier League e il calcio del “Bel Paese”. Il futuro del gioco più bello del mondo è nei piedi e nella testa di queste giovani promesse. Andiamo a conoscerle.

Lungo le coste della Dalmazia sorge una irridente cittadina di quasi 43mila anime resa celebre dal centro storico che è stato definito patrimonio dell’Umanità dall’ Unesco e che le è valso il sopranome di “Perla dell’Adriatico”. Stiamo parlando di Dubrovnik. Proprio in questa città della Croazia nasce, il 18 giugno 1996, uno dei prospetti più interessanti del calcio croato ovvero il talentuosissimo trequartista, in forza al Barcellona B, Alen Halilovic.

alen-halilovicAlen inizia a tirare i primi calci nelle giovanili della Dinamo Zagabria dove vi compie l’intera trafila. Dimostra da subito di possedere qualità superiori ai suoi pari etè infatti, nel 2012, esordisce nel derby di Croazia (partita mai banale) contro l’Hyduk Spalato (vinto dalla compagine di Zagabria per 3-1) e diventa il giocatore più giovane ad aver debuttato nella massima serie croata all’età di 16 anni e 101 giorni. Qualche giorno dopo arriva anche la prima marcatura in campionato (16 anni e 103 giorni) e questo gli ha consentito di battere un altro record di precocità in possesso, prima d’ora, a Matteo Kovacic. Nell’ottobre2012 diventa il più giovane croato a dubuttare il Champions League nell’incontro della sua Dinamo contro i francesi del Paris Saint German. L’incontro si è concluso con una sconfitta per la squadra di Zagabria ma Alen si dimostra giocatore vero. Nel 2013 viene convocato per la partita della nazionale croata contro il Portogallo e, anche in questa occasione, esordisce. Diventando il più giovane calciatore ad aver esordito in nazionale (17 anni ancora da compiere).

Tutti questi record di precocità abbattuti, non potevano non incuriosire i top club europei che hanno fatto a gara per tentare di aggiudicarsi le Halilovicprestazioni sportive del gioiellino di Dubrovnik. Nel 2014, la corsa al piccolo talento se l’aggiudica il Barcellona che, sborsando un assegno di 10milioni euro nelle casse del club croato, si aggiudica il nuovo crack. A Barcellona viene, da subito, aggregato alla squadra B dove, in Segunda Division, gioca 22 partite realizzando 3 gol  e un assist. Nello stesso anno, Luis Enrique, lo aggrega alla prima squadra per il match di Copa del Rey contro l’Elche, regalandogli una scarsa mezz’ora per mettersi in mostra. L’incontro si è concluso 4-0 per gli azulgrana e Alen regala sprazzi di classe non comuni per un ragazzino di soli 18 anni alla prima presenza al fianco di campioni come Busquets o Iniesta.

Mancino naturale, Alen, è dotato di grande tecnica in velocità che gli permette di aggirare l’avversario e impostare il gioco con molta efficacia. Può giocare tra le linee sulla trequarti oppure può essere schierato lungo gli out offensivi. In questa posizione da il meglio di se, se schierato sulla fascia destra poichè ama accentrarsi e provare la conclusione col suo mancino velenoso. Non è raro, in fase d’impostazione, vederlo indietreggiare di qualche metro per prendersi la responsabilità della manovra offensiva. Spesso viene paragonato a Modric per movenze e giocate. Se mantiene le premesse di inizio carriera, siamo al cospetto di uno dei migliori giocatori mondiali e, la Croazia, può vantare un futuro roseo tenendo presente un prossimo centrocampo formato da Ale Halilovic, Kovacic e Brozovic.




Polvere di stelle: “Magic Box” Zola

Gianfranco Zola, fuoriclasse di altri tempi, nasce ad Oliena il 5 Luglio 1966, una piccola cittadina in provincia di Nuoro. Zola rappresenta per il calcio italiano ed europeo uno dei giocatori più talentuosi mai esistiti. Ma andiamo a scoprire l’evoluzione calcistica del ragazzo sardo.

Gianfranco inizia a prendere confidenza col pallone nelle giovanili della Corrasi di Oliena s,quadra del suo paese. Nella stagione 1983/84 passa alla Nuorese in serie C2, realizzando 10 goal in 31 presenze, ma la sua esplosione calcistica arriva tra le file della Torres, uno dei club più importanti in Sardegna, nonché il più longevo tra i club sardi. Qui il trequartista gioca ben 3 stagioni con la maglia rossonera, totalizzando 88 presenze e 21 goal, che permettono al club di ottenere la promozione in serie C1, sfiorando anche la B, non centrata solo per 3 maledetti punti.

Arriviamo al 1989, anno chiave per la carriera sportiva di Zola. Durante la stagione 1988-1989, un personaggio che non ha bisogno di presentazioni, ovvero Luciano Moggi (all’epoca direttore sportivo del Napoli), si accorge della classe e del talento di questo ragazzo e decide di acquistarlo, pagandolo 2 miliardi, non poco per un ragazzo di 23 anni che gioca in serie C. Zola approda nella massima serie, un bel salto. Qui dobbiamo fare un’osservazione calcistica o, meglio, un’osservazione sul mercato giocatori. All’epoca una società paga ben 2 miliardi per un giocatore italiano che gioca in serie C1, scommessa rischiosa ma, poi, come vedremo, scommessa vincente. Oggi ci lamentiamo per la mancanza di talenti italiani nel nostro calcio, ma quanti direttori sportivi osservano i campionati di Lega Pro??? Perché non investire sul nostro invece di pescare sempre dai campionati esteri????

Zola con la maglia del Napoli

Zola con la maglia del Napoli

Estate 1989: Zola si presenta in ritiro e la sua avventura campana prende il via. Inizia ad allenarsi con giocatori del calibro di Careca, Ferrara, Fonseca, Alemao ed un certo Diego Armando Maradona, che all’arrivo di Zola commenta con umorismo: “Finalmente ne hanno comprato uno più basso di me”. La prima stagione per Zola a Napoli non è tra le più facili, anche perché viene visto come sostituto di Maradona, ma Zola è un portafortuna, perché  alla sua prima stagione il Napoli vince  lo scudetto, e lui, pur se poco impiegato (solo 18 presenze) segna 2 goal, goal pesanti come quelli contro Atalanta e Genoa, il secondo arriva in pieno recupero, regalando 2 punti al club partenopeo, permettendogli di mantenere inalterato il distacco dall’inseguitrice Milan.

Nel 1990 vinse la supercoppa Italiana. Nella stagione 1990-1991, le sirene di mercato lo danno vicinissimo al trasferimento in Puglia, al Lecce, ma la società napoletana decide di confermarlo. In questa stagione Zola migliora in fase realizzativa, con 6 goal in 20 presenze. Il 17 febbraio 1991, dopo la partita Napoli-Bari, Diego Armando Maradona lascia il Napoli e Gianfranco Zola eredita la maglia numero 10, una maglia pesante per la piazza, ma lui sa il valore della maglia indossata e si responsabilizza ancor di più. E lo dimostra l’anno successivo; è un vero e proprio exploit il suo nel Napoli di mister Ranieri, totalizzando 33 presenze e realizzando 12 reti.

Questa sarà anche la sua ultima stagione a Napoli. Da sottolineare le parole di Diego Armando Maradona dopo il suo addio: “Non serve che il Napoli cerchi un mio sostituto, c’è Zola!”.

Dopo l’ esperienza napoletana, il calciatore nativo di Oliena si trasferisce a Parma, la società emiliana versa ben 13 miliardi nelle case del club partenopeo, i tifosi napoletani accusano e criticano di tradimento Zola, ma non è Gianfranco che se ne vuole andare, è la società che per motivi economici è costretta a cedere il talento sardo. Le 2 stagioni successive in gialloblù per Zola, per il Parma e per i tifosi, sono stagioni memorabili, da 10 in pagella, con un primo posto sfiorato in campionato, 2 finali di Coppa delle Coppe (una persa contro l’Arsenal ed una vinta contro la Juventus) e la Supercoppa Europea vinta nel 1993.

I problemi in Emilia per Gianfranco iniziano alla sua terza stagione in gialloblu, quando la società emiliana acquista Hristo Stoichkov, il quale occupa la sua stessa posizione in campo; questo crea un vero e proprio dualismo tra i due. Nel 1996 subentra a Parma come allenatore Carlo Ancelotti, che utilizza il 4-4-2 dirottando Zola come esterno di centrocampo, un ruolo atipico per il talentuoso trequartista. Iniziano i primi malumori, le difficoltà con il nuovo modulo, la fase difensiva che non riesce al meglio, i goal a cui è tanto abituato non arrivano, un posto che non è più sicuro, quindi la decisione di rompere con il Parma nel novembre del 1996.

Il famoso gol di tacco di Zola al Norwich

Il famoso gol di tacco di Zola al Norwich

Stufo e stanco dell’ Italia, Zola vola in Inghilterra, a Londra, tra le fila del Chelsea, dove trova un altro italiano, Gianluca Vialli. La società londinese versa nelle casse emiliane 12,5 miliardi. Gianfranco Zola disputa 7 stagioni con la maglia dei Blues. Nel corso di questi anni, il sardo si inserisce facilmente nel contesto e nell’ambiente inglese, tanto da diventare l’indiscusso leader sia per i compagni ma, ancor di più, per i tifosi. Vince la Coppa d’Inghilterra ed ottiene un riconoscimento non da poco: “miglior giocatore dell’ anno”.

Le stagioni successive portano altri trofei, la Supercoppa Europea nel 1998, la Charity Shield nel 2000 e la Coppa delle Coppe contro lo Stoccarda. In questo match Zola non parte titolare, ma entrato in campo al 70′, impiega solo 20 secondi per realizzare il goal che vale  la vittoria del trofeo continentale. Da qui il soprannome datogli dai suoi tifosi, “Magic Box”, perché capace di tirare fuori dalla scatola, dal suo repertorio, colpi imprevedibili ed impensabili, ma alquanto decisivi, in momenti inaspettati.

Nella stagione 1999-2000 Zola disputa la Champions League, uscendo ai quarti di finale contro il Barcellona. Zola, nelle sue 7 stagioni a Londra, totalizza 311 presenze con 80 goal all’attivo, aggiungendo al suo palmares 6 trofei. Ottiene inoltre grandi soddisfazioni personali: viene eletto miglior giocatore nella storia del Chelsea e ottiene, nel 2004, la prestigiosa onorificenza dalla regina Elisabetta II di “Membro Onorario dell’Impero Britannico”.

L'addio di Zola al calcio con la sua ultima partita col Cagliari

L’addio di Zola al calcio con la sua ultima partita col Cagliari

Nel 2003-2004 rientra in Italia nella sua regione nativa, in Sardegna, tra le file del Cagliari, in serie B, dove ottiene la promozione e disputa la sua ultima stagione in serie A. Lascia il calcio professionistico il 29 maggio in uno Juventus-Cagliari 4-2, uscendo in bello stile dal calcio dei grandi con una doppietta.

Gianfranco Zola nella sua carriera vanta anche 35 presenze e 10 goal con la maglia azzurra della Nazionale, numeri al di sotto del suo talento, ma per vari motivi, errori e mancanza di fiducia nelle sue caratteristiche, non riesce sempre o, meglio quasi mai, a trovare spazio. Il suo esordio arriva a 25 anni, convocato dal ct Arrigo Sacchi: Italia-Norvegia 1-1, valida per le qualificazioni a Euro ’92. Convocato a Usa 94′, Zola fa la sua apparizione nell’ottavo di finale contro la Nigeria, ma il suo mondiale finisce dopo 12′ minuti perché espulso ingiustamente, per colpa di un palese ed evidente errore arbitrale. I suoi primi goal in Nazionale arrivano il 25 aprile 1995, quando realizza una doppietta nella gara amichevole contro l’Estonia. Nel 1996 partecipa all’Europeo, dove fallisce un rigore decisivo contro la Germania, rigore valido per il passaggio ai quarti di finale. Il 12 febbraio 1997 segna il goal vittoria contro l’Inghilterra a Wembley, una partita particolare per lui, match valido per il Mondiale 98′. Nel 1998, dopo la fantastica stagione con i blues, ricevendo il premio di miglior giocatore dell’anno, la chiamata in Nazionale sembra scontata, invece Cesare Maldini, tecnico azzurro, decide di non chiamarlo. Qui la rottura con la Nazionale, troppa la delusione. La sua ultima partita è l’11 ottobre del 1998 contro l’Inghilterra, a Roma.

Grazie Gianfranco di averci entusiasmato nel corso degli anni con le tue giocate fantastiche ed imprevedibili, le tue punizioni che ci hanno lasciato senza fiato, i tuoi goal di una rara bellezza, come quello realizzato nel match contro il Norwich, quando firmasti un goal di tacco che è stato riconosciuto come uno tra i goal più belli della storia del calcio. Per chiudere… Thank you very much Magic Box.




Historia magistra calcis: Arthur Friedenreich

Il leggendario calcio brasiliano, fatto di velocità, finte e dribbling nello stretto, ha un’origine lontana e quasi surreale. L’embrione di questo moto danzante appartenente forse più a danze indigene che a regole studiate coincide con una data: è il 18 luglio del 1892, siamo a San Paolo, in un Brasile acerbo, egemonizzato dall’invadente borghesia europea. Quel giorno nacque Arthur Friedenreich. Strano che uno dei più grandi calciatori della storia del sudamerica abbia un tale nome. Ma, come Shakespeare insegna, il mondo è mirabile ed ignoto. Friedenreich è figlio di un ricco commerciante tedesco, di nome Oscar, e di una lavandaia afrobrasiliana, Matilde. D’altronde, si sa, lo sport è sempre stata la vetrina più efficiente nel dimostrare la forza della varietà del genere umano.

Arthur era un mulatto (un olvido, come dicono i brasiliani) dagli occhi verdi, che passò l’infanzia con sua madre per poi studiare nelle migliori scuole di San Paolo sotto le veci del padre. A 17 anni firmò il suo primo contratto da professionista con il São Paulo Futebol Clube, uno dei più importanti club brasiliani. Il sudamerica, tuttavia, non era un’isola felice estranea al globo: la discriminazione, nonostante non sfociasse in violenza o segregazione, esisteva. Friedenreich aveva due fortune: era ricco ed era un puro fenomeno. Per sicurezza, però, raccontava di aver imparato a giocare in Germania; in più, prima di entrare in campo, si lisciava i capelli per poi spargerli di brillantina. Ovviamente fu un tentativo vano.

Mario Sconcerti, nella sua “Storia del gol“, fa intendere chi fosse questo calciatore in appena una frase: “Era alto e magro (circa 1 metro e 75, che significava molto vista la media dei primi del 1900, e pesava poco più di 50 kg, ndr), naturalmente veloce, con una tecnica quasi sconosciuta per l’epoca“. Così era: nel 1925, il San Paolo fece una tournée europea e, dopo aver segnato una tripletta contro la Nazionale francese, da quelle parti venne nominato il “Re del calcio“. Secondo la leggenda (i dati riguardanti certe epoche sono piuttosto incerti, gli arbitri non solevano stilare referti), non sbagliò mai un calcio di rigore. Tuttavia, su 572 partite aventi un documento ufficiale, 547 hanno il nome di Freidenreich nella lista dei marcatori. Una media di 0,95 a partita. Un’enormità.

Grazie alla sua classe, la seleçao vinse la prima Coppa America della storia, nel 1919. In nazionale disputò 17 partite segnando 8 reti. Nel 1921 Epitacio Pessoa, presidente del Brasile, dichiarò vietato l’utilizzo di giocatori di colore con la selezione che, giocando in tutto il mondo, non poteva permettersi tali “figuracce”. Alla faccia di tutti, comunque, Friedenreich realizzò 1239 gol in carriera, secondo solo a Pelé. Veniva chiamato El Tigre per la sua capacità di finalizzare, di azzannare. Un attaccante straordinario, storicamente non inferiore a Di Stefano o Meazza. Alla fine vinse 8 Paulistao e 2 Coppa America. A livello individuale, vinse il titolo di capocannoniere per 8 volte in campionato ed una nel torneo sudamericano: 4 gol in 3 incontri. Partecipavano solo 4 squadre: Brasile, Uruguay, Cile ed Argentina.

Assurdo pensare che i giornalisti moderni riportino gli avvenimenti solo attraverso iperboli e metafore omeriche. Non c’è scrupolo né polso, ma un finto perbenismo tipico della stampa legale, che va bene alla società. Eppure l’80% della popolazione non ha mai sentito nominare Arthur Friedenreich, e sempre questo 80% pretende di parlare di calcio. Altro nome eccezionale? Eduardo Galeano, uno dei più grandi scrittori e giornalisti della storia dell’Uruguay. E’ morto 3 giorni fa per un tumore ai polmoni, aveva 74 anni. Era un amante di quel giocatore mulatto, del “Re del calcio”; conoscendo la storia di questo infinito centravanti, della discriminazione che vigeva e dei limiti imposti da una specie da sempre sbagliata, non si può che chiudere con una citazione di Galeano: “Per quanto i tecnocrati lo programmino perfino nei minimi dettagli, per quanto i potenti lo manipolino, il calcio continua a voler essere l’arte dell’imprevisto. Dove meno te l’aspetti salta fuori l’impossibile, il nano impartisce una lezione al gigante, un nero allampanato e sbilenco fa diventare scemo l’atleta scolpito in Grecia“.

@ftabelli




Il Campione di Domani: Isaiah Brown (Chelsea F.C.)

L’obiettivo della rubrica “IL CAMPIONE DI DOMANI” è quello di far conoscere i giovani talenti dei maggiori campionati europei. Analizzeremo i più interessanti prodotti dei vivai della Bundesliga, passando dalla penisola iberica e dai Paesi Bassi, abbracciando la Premier League e il calcio del “Bel Paese”. Il futuro del gioco più bello del mondo è nei piedi e nella testa di queste giovani promesse. Andiamo a conoscerle.

A seguito della vittoria in Uefa Youth League del Chelsea (ai danni dello Shakhtar Donetsk per 3-2) non potevamo esimerci dal non presentare il ragazzino mattatore della finale europea (2 gol per lui), ovvero il capitano dei piccoli Blues, Isaiah Brown.

isaiah-brown-chelsea

Isaiah Brown protagonista della finale di Uefa Youth League tra Chelsea e Shakhtar Donetsk terminata 3-2 per i Blues.

Il ragazzo di origini giamaicane nasce il 7 gennaio 1997 a Peterborough, cittadina distante poco meno di 150km dal centro di Londra. Sin da bambino si affeziona al gioco del calcio, tanto che a 13 anni entra a far parte delle giovanili del West Bromwich Albiol dove vi compie tutta la trafila, per debuttare in Premier League, sempre con la maglia dei Baggies, il 4 maggio 2013 nel mach contro il Wigan. Solo quattro minuti in campo per lui che, però, gli valgono il titolo di secondo giocatore più giovane ad aver esordito in Premier League all’età di 16 anni e 117 giorni. Le sue buone prestazioni con le giovanili del West Brom e della nazionale di categoria hanno incuriosito molti club di Premier che si sono sfidati a colpi di rilanci. A bruciare la concorrenza ci pensa il Chelsea che, versando un cospicuo assegno nelle casse dei Baggies, è riuscito ad accaparrarsi le prestazioni sportive del giovane attaccante nell’estate del 2013. Aggregato da subito al Chelsea under 21 dimostra di avere caratteristiche uniche per un ragazzino di soli 16 anni e il suo pre-campionato è fantastico; in tre presenze mette a segno 4 reti che, aggiunte alla tripletta nel finale di 2013 contro il Bolton Under, rendono la sua annata professionale perfetta tanto da fargli guadagnare il rinnovo di contratto e la convocazione all’Europeo under 17 giocatosi a Malta. Europeo di categoria conclusosi con la vittoria della selezione inglese ai danni dell’ Olanda. All’inizio della stagione 2014/’15 viene aggregato alla prima squadra da Josè Mourinho per la partita di pre-campionato contro Wycombe Wonders dove segna il suo primo gol con la squadra dei grandi. Dall’ottobre dello stesso anno fino ad oggi è stato aggregato alla prima squadra per ben tre volte senza mai debuttare; l’ultima delle quali lo scorso 12 aprile, 24 ore prima della finale della Youth League che lo ha visto scendere in campo da protagonista siglando 2 marcature decisive per la vittoria del titolo da parte della squadra di Dermot Drummy.

Isaiah Brown, soprannominato Izzy dai suoi compagni, è un attaccante di piede destro capace di operare in tutti e quattro i ruoli offensivi. Essendo molto rapido e veloce può ricoprire, ad alti livelli, i ruoli più esterni del settore offensivo (out di destra o di sinistra non fa differenza) ma, dato che è dotato anche di grande fisico e tecnica, può operare anche da prima punta o da trequartista. In caso di emergenza può giocare anche da esterno in un 4-4-2 dove si dedica anche alla fase difensiva seguendo il terzino che opera dalla sua parte. Giocatore eclettico e moderno rappresenta il futuro della nazionale inglese e del suo club d’appartenenza.

Mourinho di lui dice: “Se non diventa campione sotto la mia gestione, dovrei essere biasimato“. E se lo dice uno come lo Special One, al quale di certo non piacciono le critiche, c’è da pensare che allo Stamford Bridge stia davvero per sbocciare un fuoriclasse.




Polvere di stelle. Il capitano triste: Agostino Di Bartolomei

Buongiorno… Eccoci qua con il nuovo editoriale settimanale “POLVERE DI STELLE“, ogni Venerdì vi farò compagnia facendovi ricordare o scoprire calciatori che hanno lasciato un’impronta importante nel mondo del calcio, delle vere e proprie leggende calcistiche.

Agostino Di Bartolomei è il primo protagonista di "Polvere di Stelle", la nuova rubrica targata RadioGoal.it

Agostino Di Bartolomei è il primo protagonista di “Polvere di Stelle”, la nuova rubrica targata RadioGoal24.it

Oggi nel primo episodio vi parlerò di uno dei calciatori che ha reso la Roma grande, stiamo parlando dello storico Capitano, Agostino di Bartolomei. Agostino di Bartolomei, detto anche “Ago o Diba“, nasce a Roma l’8 aprile 1955. Inizia a prendere confidenza con il pallone all’oratorio “San Filippo Neri” nel suo quartiere, a Tor Marancia, poi successivamente passa all’OMI, squadra satellite della Roma. Nel 1968 il Milan si accorge di “Ago” appena tredicenne, ma il ragazzo è davvero troppo giovane per lasciare i suoi affetti: famiglia, casa ed amici (chissà, forse l’approdo al Milan era nel suo destino). Scelta giusta perché anche alla Roma non passa inosservato, e nel 1970 fa l’approdo nelle giovanili della squadra giallorossa. Qui “Ago” inizia a dimostrare a tutti le sue capacità tecniche superiori, a dir poco, ai suoi compagni, sia nel ruolo di centrocampista che in quello di libero, qui vince a soli 17 anni 2 campionati primavera (1972/73 e 1973/74). Le stagioni tra i giovani giallorossi non passano inosservate manco ai piani alti, e arriva la chiamata tanto attesa in prima squadra da parte dell’allenatore Manlio Scompigno, che lo fa esordire il 22 aprile 1973, contro la grande Inter di Mazzola, Boninsegna e Corso. “Diba” a fine partita risulta uno dei migliori in campo, per questo viene promosso con larga approvazione in prima squadra, ed alla prima partita della stagione 1973/74 “boom-diba” realizza il suo primo goal in Serie A, contro il Bologna, goal pesante che vale 3 punti.

Ma la stagione 1973/74 e la stagione successiva sono stagioni non facili per “Diba”, perché il talento c’ è, ma manca ancora la piena fiducia e la paura di bruciare il ragazzo di Tor Marancia è troppa, per questo alterna presenze in prima squadra e in primavera. Dopo 2 stagioni altalenanti, “Ago” viene dato in prestito al Vicenza, una scelta che permette al ragazzo di maturare definitivamente. Qui ritrova mister Scompigno, che rappresenta per la storia calcistica di “Ago” l’uomo che lo fece esordire in Serie A per la prima volta e l’ uomo che lo fece maturare definitivamente sia calcisticamente ma, soprattutto, umanamente, lo responsabilizzò. A Vicenza “Diba” totalizza 33 presenze e 4 goal, numeri che gli permettono di tornare a Roma e diventare un punto fermo del club che verrà.

Titolare inamovibile nelle stagioni successive, tanto che dal suo ritorno a Roma farà ben 8 anni totalizzando 308 presenze e realizzando 66 goal, non pochi per un centrocampista; in questi anni vanta anche 2 coppe Italia ed il campionato nella stagione 1982/83.

La stagione più prolifica per Diba è quella del 1977/78, ma la svolta o il consacramento avvengono nell’anno dello scudetto, dove lui è assoluto protagonista del gioco giallorosso grazie all’invenzione del tecnico svedese Nils Liedholm, che conoscendo le qualità di “Diba”, decide di piazzarlo al centro della difesa (libero), perché, se pur non veloce, se supportato bene dai compagni, grazie alla sua rabbia, alla sua voglia di dimostrare ed alla sua enorme grinta, può recuperare palloni, e a quel punto può fare quello che gli riesce meglio: impostare il gioco con cambi di gioco, vere e proprie sciabolate e lanci millimetrici che permettono d’ innescare le ripartenze dei suoi compagni.

Scelta azzeccata da parte del tecnico svedese  è dir poco e le stagioni successive ne sono la conferma. Ago diventa in queste stagioni il capitano per eccellenza, ogni volta che prende il pallone in mano, pronto a calciare tiri da fermo (che siano 30 o 11 metri), dalla curva il coro è sempre il solito: “OOOOO Agostino! Ago, Ago, Ago, Agostino go’…“, perché tutti lo sanno che probabilmente il pallone entrerà e la Sud esploderà. Tanto che in quegli anni si discute per il nucleare ed un ragazzo, ad una manifestazione anti-nuclearista, inventa uno striscione “Le sole bombe che vorrei sono quelle di Di Bartolomei“. Striscione che mette d’accordo tutti tifosi giallorossi e non.

Agostino è amatissimo dai suoi tifosi anche perché il ragazzo parla poco e, quando parla, parla chiaro, o meglio sentenzia. Questi anni per “Ago” ed il popolo giallorosso sono anni di gioia e gloria, culminati dal secondo tricolore giallorosso, ma la gloria potrebbe diventare molto di più perché il 30 maggio 1984 la Roma dei vari Lieldhom-Tancredi-Conti-Pruzzo-Falcao-Righetti e dello stesso “Ago” arriva in finale di Coppa dei Campioni contro il Liverpool, finale che si gioca a Roma. E’ la serata perfetta che ogni calciatore sogna sin da piccolo, un Olimpico strapieno, tifosi in delirio, tutti abbandonano per una sera i loro impegni, non esiste moglie o famiglia o lavoro, solo la Roma, solo la Roma. Ma la realtà spesso è traumatica e lacerante, non tutta la vita è una favola, perché la Roma, davanti al proprio pubblico, perde la finale ai rigori.

Roma piange e piange il suo capitano, incapace di alzare la coppa dalle grandi orecchie. Questa partita per “Ago” rappresenta una ferita profonda e dolorosa difficile da curare, che brucia e fa male anche all’uomo di ghiaccio che può sembrare all’apparenza, ma in realtà Agostino è un ragazzo estremamente sensibile. Gli anni successivi per “Ago” sono difficili, l’arrivo di Sven Goran Eriksson segna la rottura definitiva con la Roma, il mister lo considera forte ma lento, Diba non è più indispensabile e questo gli dà molto fastidio, tanto che lo storico Capitano decide di lasciare la sua maglia, la maglia della sua città, dov’è cresciuto, per accasarsi nelle file del Milan.  Sì, proprio quel Milan che tanto lo aveva voluto da ragazzino. Qui ritrova il tecnico Liedhom. A Milano fa 3 stagioni, realizzando anche un goal contro la sua ex squadra, e la sua esultanza polemica la dice lunga sul suo stato d’animo in quel momento, tanto da litigare anche con i suoi ex compagni. Successivamente passa al Cesena, la sua ultima stagione in Serie A, dove realizza 4 goal in 25 presenze, ottenendo la salvezza per il club romagnolo. Conclude la sua carriera calcistica con la Salernitana in Serie C.

Agostino di Bartolomei, il capitano Triste, uomo riservato, silenzioso e determinato. Calciatore di altri tempi: la voglia di vincere, l’onestà e la serietà sono valori che lo hanno fortemente contraddistinto nella storia del calcio. Il numero 7 giallorosso ha raccolto e ha seminato vittorie e risultati straordinari, ma quel malumore che si vedeva chiaramente non è mai scomparso, anzi, forse è stato alimentato da quell’orribile notte del 30 maggio 1984 e da quel passaggio al Milan mai perdonato dai tifosi romanisti, e forse manco da lui, che in realtà avrebbe voluto vestire a vita quella maglia, ma la società non fece nulla per trattenerlo. Anzi…

Agostino, l’uomo mai compreso, muore togliendosi la vita il 30 maggio 1994, a 10 anni esatti dalla finale di Coppa Campioni, ferita troppo lacerante per “Diba”. Ma noi Ago ce lo vogliamo ricordare vivo, e sul campo, è per questo che gli facciamo gli auguri per il suo 60esimo compleanno. AUGURI IMMENSO CAPITANO… e come espose la Curva Sud con uno striscione: NIENTE PAROLE SOLO UN POSTO IN FONDO AL CUORE CIAO AGO!

Concludiamo con queste 2 poesie scritte da Mario Filippi:

RIGORE!! A AGODIBBA
Ago cammina piano lentamente, chissà quel che je passa pe’ la mente, tiene er pallone stretto fra le mano, e cià er cipijo fiero der romano! Ago cammina piano,stà lontano, cò quer pallone stretto tra le mano, già sente l’urlo della gente amica, che porta er nome de ‘na razza antica! “Oh Agostino, Ago-Ago-Ago-Agostinogol !!” Sente stò canto, e sorride appena, sai quante vorte rivedo questa scena, poi posa er pallone sur dischetto, e lo sistema ner modo prediletto! Parte quer fischio, nun guarda er portiere, è proprio questo er suo granne potere, er tiro è come ‘na gran schioppettata, ‘a palla schizza e nun vedo dove è annata, però manco er portiere l’ha veduta! L’urlo che fa è quello de noantri, scattamo sempre ‘npiedi tutti quanti, e Ago-gol, sai quanto ho penato, quer giorno che te ne sei annato! Te sei tirato l’urtimo rigore, ma questa vorta dritto dritto ar core! Ago cammina ancora lentamente, mò gnente pò feritte, finarmente, posa er pallone sopra quer dischetto, e gustate quest’artro de scudetto! Er capitano nostro tu sei stato, nessuno, quì tra noi t’ha dimenticato, sarai pe’ sempre er core che ciai dato, e l’urlo che ancor oggio rimbomba, “DAJE AGOSTI’ , DAJE, TIRA LA BOMBA!!” (Mario, 10/11/01) Ago sta lì , nella memoria, ‘nposto stabilito dalla storia, ci’ aveva l`anni mia, quanno decise, e ‘a vita tutto solo se recise! Perche` l`hai fatto vecchio, eroe mio? Perche` co te so morto ‘npò purio? Ce stava tanto dentro te che somijava, a quello che ne ‘a testa me passava! A COPPA ch`amo perso quella sera, pe me era er sogno de %u2018na vita intera, e tu cor core tuo romano, l`hai persa pe’ poi annattene lontano! Ma mai lontano dar core romano, che `ngiorno t`ariprese pe la mano, tornasti qui, ma ROMA nun era piu` quella, pero` era ancora tanto bella! Er core te cedette allo sconforto, e fece poi de te un`omo morto! Ma IO t`arivedo sempre da lontano, cammini su quer campo piano piano, posi er pallone sopra quer dischetto, e poi lo spari `nporta, ed e` Scudetto! La COPPA l`amo persa quella sera, pe tutti noi e` ancora %u2018na sciagura, pero` Io a te vojo dedica` er tricolore vinto da tutta la Citta`!! CIAO AGO! Tira LA BOMBA!! (Per non dimenticare…)

Inoltre, per capire al meglio Agostino Di Bartolomei, consiglio vivamente a tutti d’ascoltare la canzone di Antonello Venditti, tifoso romanista ed amico di Agostino, che gli ha dedicato la canzone “Tradimento e Perdono”.

Alla prossima settimana alla scoperta di un altro protagonista di Polvere di stelle.