#ItaliansDoItBetter: Graziano Pellè

Graziano Pellè è attualmente il cannoniere italiano con più goal segnati al di fuori della nostra penisola. 14 goal nell’AZ Alkmaar, altre 50 reti in 57 presenze nel Feynoord e altre 18 in Premier League con la maglia a strisce bianco-rosse del Southampton.

L’attaccante classe ‘85 cresce calcisticamente nel Lecce, esordisce in Serie B con il Catania e nella massima serie tornando al Lecce, senza mai segnare.
Nell’estate del 2007 Luois Van Gaal, che allenava l’AZ Alkmaar, s’innamora follemente di questo giovane salentino decidendo di acquistarlo a titolo definitivo dal Lecce per 6.5 milioni di euro. Il successivo 5 dicembre fa il suo esordio in Coppa UEFA, segnando anche la sua prima rete nelle coppe europee.
Nella stagione 2008-2009 totalizza 4 goal in 23 presenze e vince il campionato con il suo AZ, divenendo il primo italiano a trionfare in Eredivisie.

Van Gaal decide di separarsi dall’AZ Alkmaar e i suoi successori non considerano Pellè un giocatore valido mettendolo addirittura fuori squadra; così il leccese decide nel 2011 di tornare in patria, nel Parma, per poi dopo poco passare alla Sampdoria. Nel suo ritorno in Italia sigla solamente 4 reti, decidendo nell’estate del 2012 di ritornare in Olanda, questa volta accasandosi con il Feynoord, squadra in cui si consacrò attaccante cinico, rapace e goleador. In due anni Pellè segna ben 50 goal in 57 presente, un bottino molto entusiasmante per un giocatore che in Italia non ha mai lasciato il segno.

Nell’estate del 2014 decide di compiere il grande passo, di accettare la grande sfida della Premier League, acquistato dal Southampton di Koeman, per una cifra di circa 10 milioni di euro.
Il salentino battezza la sua nuova esperienza britannica il 30 agosto dello stesso anno, segnando la sua prima rete con la maglia dei Saints contro il West Ham; Pellè poi non si è più fermato, goal dopo goal, esultanza dopo esultanza, riuscendo a siglare ben 16 reti in 44 presenze. Divenendo uno degli italiani più prolifici in Inghilterra dopo Ravanelli, Vialli, Baiano, Zola, Di Canio e Balotelli.

Con le sue grandi prestazioni Pellè ha fatto innamorare anche il ct della nazionale italiana, Antonio Conte, facendolo esordire il 4 ottobre 2014 con la maglia azzurra contro Malta.

Graziano Pellè, il bomber italiano DOP che segna solo all’estero…




#PolvereDiStelle: Beckenbauer, la storia del Kaiser venuto dal nulla

Autorità, eleganza, classe. Questa è la descrizione, nel dizionario del mondo del calcio, di Franz Anton Beckenbauer, detto il Kaiser.

Franz nasce l’11 Settembre 1945 a Monaco di Baviera, in un quartiere popolare della città. La famiglia del Kaiser era composta prevalentemente da operai di umili origini, ma questo non ha vietato a Beckenbauer di diventare l’imperatore calcistico della Germania.

Nonostante le numerose difficoltà economiche, il Kaiser riesce ad entrare nella categoria juniores del Bayern Monaco a 10 anni. Fin da subito, come in tutti i grandi campioni, si notano le sue spiccate capacità. Così, a soli 15 anni, entra a far parte delle giovanili del Bayern, squadra nella quale militerà dal 1959 al 1977, mettendo a segno 60 gol in 427 presenze. Durante le partite, per assicurare un contributo economico alla umile famiglia, Franz lavora come praticante assicuratore. Nel 1964, i due impegni, quello calcistico e quello lavorativo, diventano inconciliabili. Beckenbauer sceglie il calcio e debutta come professionista nel Bayern Monaco. Solo due anni dopo, una squadra italiana, l’Inter, va vicinissima al suo ingaggio, fallito per la chiusura delle frontiere, avvenuta dopo la sconfitta della Nazionale italiana contro la Corea del Nord. Nel 1965, la Germania Ovest lo convoca per la delicatissima partita contro la Svezia, decisiva per la qualificazione ai Mondiali del 1966, disputati in Inghilterra. Grazie ad una superba prestazione del Kaiser, la Germania si qualifica per il Mondiale, che perderà in finale per 4-2 contro i padroni di casa.

La vera peculiarità di questo giocatore fu quella di aver inventato un ruolo nuovo: il libero d’attacco. L’intuizione venne all’allenatore del Bayern di quei tempi, Taschik Cajkovski, che capì come conciliare le qualità difensive e quelle offensive del Kaiser. La carriera col Bayern Monaco è costellata di successi. Vince ben 5 campionati Tedeschi, in un periodo differente da quello odierno, dove la competizione era agguerrita, 4 Coppe di Germania, 1 Coppa delle Coppe, 3 Coppe dei Campioni e 1 Coppa Intercontinentale. Nel 1972  e nel 1976, Beckenbauer conquista anche due palloni d’oro. Il suo nome ormai è leggenda. Franz Beckenbauer, l’uomo venuto dai quartieri poveri di Monaco, è il Kaiser della Germania.

Anche con la Nazionale tedesca, Beckenbauer non perde il suo gusto per la vittoria. Dopo la finale del ’66, persa con l’Inghilterra, il Kaiser partecipa ai Mondiali del ’70, perdendo la leggendaria semifinale allo stadio Azteca con l’Italia per 4-3. Come spesso accade, il terzo tentativo è quello decisivo. Nel 1974, la Germania Ovest si aggiudica i Mondiali, svolti proprio nella nazione del Kaiser. Nel 1972, due anni prima, la Germania riuscì anche a vincere in Belgio il Campionato Europeo. Con questo palmarès, il Kaiser può essere considerato uno dei calciatori più forti di tutti i tempi, avendo vinto ogni competizione possibile, sia tedesca che internazionale.

Nel 1977, Beckenbauer decide di esportare la sua brillante qualità calcistica in Nord America, trasferendosi ai New York Cosmos, giocando con Pelè. Proprio dall’anno del suo arrivo al 1980, arrivano anche i successi nel continente americano. Dopo una piccola esperienza dal 1980 all’1982 all’Amburgo, il Kaiser ritorna in America ai Cosmos, terminando la sua carriera da calciatore nel 1983.

Dal 1984, fino alla gloriosa annata del 1990, Beckenbauer occupò il ruolo di commissario tecnico della Nazionale tedesca. Nel 1986, la Germania perde la finale contro l’Argentina, ma nel 1990, in Italia, il Kaiser porta i Tedeschi, per la terza volta ad essere Weltmeister; campioni del mondo. Successivamente ha una breve esperienza da allenatore al Marsiglia. Nel 1993, diventa allenatore del suo Bayern Monaco, lasciando pochi mesi dopo per diventare presidente del club Bavarese. Dal 28 aprile 1996 al 15 maggio 1996, ricopre, nuovamente il ruolo di allenatore del Bayern, vincendo un campionato ed una Coppa Uefa. Dopo essere stato il vice presidente FIFA dal 2007 al 2011, dal 27 Novembre 2009, il Kaiser è il presidente onorario della squadra del suo cuore: il Bayern Monaco.

Indescrivibile la carriera del Kaiser, iniziata tra mille difficoltà, sociali ed economiche, ma terminata tra le stelle indiscusse del mondo che amiamo: il mondo del calcio.

 




#InPanchina – Arpad Weisz

Da “Le Figaro”, 7 giugno 1937

“Il TORNEO DI FOOTBALL DELL’ESPOSIZIONE E’ TERMINATO

In finale, il Bologna si impone per 4 reti a 1 sul Chelsea che è stato battuto in tecnica, velocità e qualità atletiche

La potenza, la decisione e il coraggio dei giocatori italiani hanno seminato il panico nella squadra britannica”

Da « La Stampa », 8 giugno 1937

“Il trionfo del Bologna

« La prima squadra d’Europa ».

Il Bologna è sul tetto d’Europa. Siamo ancora lontani dalla nascita della “Coppa Campioni” ufficiale, dunque il successo al Torneo Internazionale dell’Expo Universale di Parigi (anno 1937) faceva in modo che la squadra rossoblu potesse a pieno merito fregiarsi del titolo su Campione D’Europa. Oltretutto il successo era stato ottenuto contro i “maestri inglesi” del Chelsea, per la prima volta partecipanti ad un torneo continentale, con un roboante 4-1. Ecco la formazione bolognese:

Ceresoli; Fiorini, Gasperi; Montesanto, Andreolo, Corsi; Busoni, Sansone, Schiavio, Fedullo, Reguzzoni

A guidarli, dalla panchina, un ebreo magiaro giunto in Italia nel 1924 come calciatore del Padova prima e dell’Inter poi. Dopo un grave infortunio dovette però abbandonare prematuramente la carriera sul campo per spostarsi solo pochi metri più in là, in panchina, dove avrebbe ottenuto i successi più importanti della sua vita calcistica. Prima che la barbarica storia italiana ed europea degli anni ’30 gli togliesse tutto. L’architetto del grande Bologna che “tremare il mondo fa” era Arpad Weisz.

Nato a Solt (100 KM da Budapest) il 16 aprile 1896, di ruolo ala sinistra, faceva parte della grande Ungheria degli anni ’20 (basti pensare che nel 1923, durante un amichevole tra Italia ed Ungheria gli azzurri riuscirono a concludere la partita con un pareggio a reti inviolate, considerandolo un risultato storico). Tuttavia è da allenatore che coglie i suoi grandi successi, grazie anche alla sua capacità innovativa e ai suoi studi sull’allora giuoco del calcio. Anche Vittorio Pozzo stima il tecnico ungherese, firmando la prefazione del manuale redatto dallo stesso Weisz (adesso Veisz per mascherare le sue origini ebree) intitolato “Il giuoco del calcio”. Capisce per primo l’importanza della preparazione atletica nel calcio “moderno”, impostando la preparazione dei giocatori sulla resistenza di base e per primo partecipa agli allenamenti correndo in testa al gruppo in un’epoca in cui gli allenatori si limitavano ad osservare, da lontano, il riscaldamento della squadra. Grazie ai suoi viaggi in Sud America amplia i suoi orizzonti calcistici e, applicando il Sistema (o WM) di Chapman introduce delle geniali variazioni personali. Ma soprattutto mostra un indole vincente sin dal suo esordio in panchina, vincendo lo scudetto con L’Inter nell’annata 1929-30. Dopo aver girovagato sulle panchine di squadre di serie inferiori, nel 1935 approda a Bologna formando con il presidente Dall’Ara un sodalizio vincente. Altra grande innovazione introdotta da Weisz sono i ritiri: odiati dai giocatori nottambuli, servono a ricompattare il gruppo nei momenti difficili, ritrovando la concentrazione necessaria ad affrontare gli avversari più forti e batterli.

Arpad è una persona schiva, non ama le luci della ribalta. Si stabilisce con la sua famiglia nei pressi del Villaggio della Rivoluzione Fascista (un complesso residenziale in prossimità dello stadio). Instaura rapporti cordiali con i vicini, grazie alla sua propensione al dialogo, caratteristica che gli sarà utile nel formare un solido rapporto con i suoi giocatori. Evita la vita mondana e politica, per paura di risultare troppo “in vista” agli occhi del regime fascista. Pur non rinnegando la sua fede, vive una vita distaccata dalla comunità ebraica.

Il suo Bologna interrompe il dominio juventino degli anni ’30 vincendo due scudetti consecutivi e imponendosi anche a livello continentale nel 1937. Ma la sua città, adesso, è un posto inospitale per lui e la sua famiglia. Sono state emanate, anche in Italia, le leggi razziali. Neanche il presidente Dall’Ara può proteggerlo. E’ costretto così a fuggire. La memoria delle sue imprese sportive viene cancellata dalla stampa di regime. La prima idea è rifugiarsi in Sud America, ma l’amore per il calcio lo convince a restare in Europa, ritenendo Parigi una meta al sicuro da ogni influenza antisemita. Tuttavia la sua permanenza nella capitale francese non porta agli esiti sperati: nonostante sia senza alcun dubbio il miglior allenatore d’Europa, nessuna squadra è disposta ad offrirgli una panchina. Si trasferisce, quindi, in Olanda alla guida del Dordrecht, una piccola cittadina di circa cinquantamila abitanti. Con una squadra composta da dilettanti, Weisz ottiene la salvezza e l’anno dopo finisce il campionato addirittura al quinto posto. L’ambiente olandese sembra l’ideale per lui e la sua famiglia, vista anche la nutrita presenza di ebrei in città. Ma, purtroppo, la storia è destinata a cambiare, questa volta irreversibilmente. Il 10 maggio 1940 i paracadutisti tedeschi invadono Dordrecht, diventata punto focale dell’invasione tedesca in Olanda. Ogni via di fuga è impossibile a causa del blocco dei beni e dei depositi bancari. Nel 1941 viene allontanato dalla panchina della squadra che lui stesso aveva costruito. Per la seconda volta, la sua vita è a pezzi.

Il 2 agosto 1942 Arpad Weisz, sua moglie Elena e i suoi due figli, Roberto e Clara, vengono arrestati dalla Gestapo e portati in un campo di lavoro a Westerbork, un campo di transito in cui gli ebrei vengono catalogati e preparati per Auschwitz-Birkenau, dove i Weisz saranno trasferiti il 2 ottobre dello stesso anno. Elena, Roberto e Clara vengono uccisi tre giorni dopo, mentre per Arpad la sofferenza sarà molto più lunga, visto che la sua resistenza fisica forgiata negli anni sui campi da calcio lo costringe a lavorare duramente sotto la guida delle SS. Il 31 gennaio 1944, dopo un anno e mezzo di indicibili sofferenze, gli viene finalmente accordato il permesso di raggiungere i suoi cari.

Questa è la storia del miglior allenatore d’Europa degli anni ’30 e di come lo sport, in quegli anni terribili, abbia dovuto sottostare a regole che con esso non hanno nulla a che fare. La memoria di Arpad è stata onorata solo grazie all’opera di Matteo Marani, “Dallo scudetto ad Auschwitz”, datata 2007. E’ grazie a lui che conosciamo la storia di un uomo che provò a combattere l’odio e il razzismo dilagante grazie ad un pallone. E ne uscì sconfitto sul momento, ma immortale nella storia.




#WeeklyReport: Cuore Parigi, male gli estremisti di ogni genere

Questa mattina #WeeklyReport non può ignorare gli ultimi fatti che hanno colpito tutti noi ed in particolare la città di Pargi, vittima di un attacco disumano. Inoltre, la nostra rubrica, è nata per svariare dal solito tema calcio, cercando di dare una valutazione ai fatti avvenuti nel corso della settimana. Buona lettura a tutti!

VOTO 10 ai Parigini che all’uscita dello Stade de France hanno intonato l’inno nazionale francese, la Marsigliese. Segno che la città non si piegherà di fronte a questi vili atti di terrorismo e che risorgerà fiera e nel pieno del suo splendore.
MAGNIFIQUE

VOTO 9 alla coraggiosa Aung San Suu Kyi, Premio Nobel per la Pace nel 1991 e ora politica birmana attiva nella salvaguardia dei diritti umani in tutto il mondo. Per chi non la conoscesse, Aung San, è a capo dell’opposizione in Birmania o Myanmar e si appresta a salire al potere, dopo aver ottenuto il diritto al voto libero per il suo Paese ed aver vinto le elezioni con 291 seggi. Le elezioni libere in Myanmar non avvenivano da 25 anni. Considerando il fatto che, oltre ad aver contribuito al riottenimento di questo importante diritto, Aung Sun, ha passato 22 anni di prigionia, divisi tra libertà condizionata e arresti domiciliari e vista anche la sua grandissima forza d’animo, non ci resta che definirla
PATRIMONIO DELL’UMANITA’

VOTO 8 ad un Cagliari stratosferico. In questa settimana buia e tetra, la Serie B ci distrae un po e vede sempre i sardi protagonisti del campionato, vincendo e convincendo. Il netto successo per 3-0 ai danni dello Spezia, sempre più in crisi di gioco e di risultati, proietta i rossoblù in vetta alla classifica staccando le dirette inseguitrici di 4 punti, confermandosi vera corazzata del campionato cadetto. Il ritorno al gol del bomber Melchiorri, quantifica la forza della squadra di Rastelli che può contare su un gruppo solido e di grande talento.
SPETTACOLARI

VOTO 7 alla nazionale di calcio dell’Ungheria, che si è qualificata per le fasi finali dell’Europeo francese del 2016. Dopo 44 anni la nazionale calcio dell’Ungheria, eliminando la Norvegia per 2 reti ad 1, accede alla fase finale di Francia 2016. Un traguardo storico per quella squadra che una volta, dominava in Europa e nel Mondo.
STORICI

VOTO 6 alla nostra nazionale di calcio. Pur non avendo vinto, contro il Belgio capolista nel Ranking FIFA, l’Italia ha mostrato margini di miglioramento, commettendo tre errori banali che hanno garantito la vittoria ai Belgian Red Devils. Tante le note positive, dal gioco espresso, alla tenacia di alcuni giocatori come Florenzi, trascinatore in tutto e per tutto, e alla costante pericolosità della coppia d’attacco Eder-Pellè. Unica nota dolente della serata, la scarsa voglia di vincere mostrata da quasi tutti gli azzurri scesi in campo. Ogni amichevole è così, la vera forza la mostriamo nelle partite importanti, ma ogni tanto un amichevole vinta no?
IN CRESCITA

VOTO 5 alla Federazione atletica della Russia, sospesa a tempo indeterminato per lo scandalo del doping di stato. La IAAF ha sanzionato la ARAF per via dell’inchiesta avviata dal WADA, l’ente antidoping mondiale, dove hanno riscontrato che alcune delle recenti vittorie della Russia alle olimpiadi di atletica, sono state progettate in laboratorio, dopando gli atleti russi. Alcune accuse sono state confermate da parte dell’ARAF, che però ha fatto sapere di voler avviare le pratiche per il ricorso, viste le imminenti olimpiadi di Rio 2016.
BIONICI

VOTO 4 al Mondo che risponde all’odio con altro odio, alla violenza con altra violenza, alla guerra chiedendo altra guerra. Sembra quasi che il tempo si sia fermato, abbia resettato il passato e inserito un altra scheda con su scritto “guerra a tutti i costi”
PENOSI

VOTO 3 a chi vorrebbe sterminare una cultura e i suoi fedeli per colpa di alcuni individui che si fanno chiamare fedeli, ma che la fede e il rispetto, non sanno neanche cosa sono.
BASTARDI GUERRAFONDAI

VOTO 2 a tutti quelli che non utilizzano la poca materia grigia che gli rimane dentro a quel guscio semivuoto, per informarsi sui fatti, sulle notizie e su tutto ciò di cui non si conosce la fonte ma solo i personaggi o organi di stampa che rimbalzano a destra e a manca, foto, notizie e quant’altro, solo allo scopo di ottenere qualche visualizzazione e gettare nel panico milioni di persone.
IGNORANTI

VOTO 1 a chi non si indigna per le tragedie se non ci sono coinvolti i connazionali, a chi si indigna per moda, a chi prende poco sul serio la guerra, a chi la guerra la fa dal divano, a chi vorrebbe farla ma poi si dimentica dei fatti il giorno dopo, a chi parla senza senso, a chi generalizza sempre, a tutte quelle persone che alimentano l’odio con titoli, parole e messaggi stampati in prima pagina.
POVERI IN SPIRITO




#TheRoyalBaby – Jordon Ibe

“I thought football was over for me” Jordon Ibe, 2007.

“A bit of Sturridge and Sterling rolled into one” Steven Gerrad su Jordon Ibe, 2015.

La strada è stata lunga e tortuosa, ma dopo delusioni e sacrifici Jordon Ibe può dire di avercela fatta.

Jordon Femi Ashley Ibe nasce l’8 dicembre del 1995 nella zona sud di Londra. L’esterno di origini nigeriane, durante le prime esperienze calcistiche, viene scartato più volte a causa di un fisico minuto e gracile.

Il primo club professionista a credere in lui è il Wycombe Wanderers, che a soli 14 anni manda il giocatore nella squadra Under 18. Il debutto in prima squadra arriva il 9 agosto 2011 in League Cup a soli 15 anni e 244 giorni. Come tutti i grandi talenti, alla prima da titolare non si fa sfuggire l’occasione di stupire: ruba palla dalla trequarti, corre verso la porta per 30 metri e buca il portiere con un tiro potente.

Nell’estate del 2012, il Liverpool lo acquista per la somma di 500.000 sterline. Bernard Rodgers, che arriva a Liverpool in quella stagione, decide di portarlo con la prima squadra nella tournè estiva. Rodgers crede nel talento di Ibe e su consiglio del tecnico, l’esterno comincia a studiare i movimenti di Cristiano Ronaldo. A 17 anni e 162 giorni, il 19 maggio 2013, Ibe fa il suo esordio assoluto in Premier League e sforna subito l’assist per il gol-partita di Coutinho. Nel febbraio del 2014 viene prestato al Birmingham e contribuisce alla salvezza della squadra in Championship. La stagione successiva viene prestato al Derby Country, 24 presenze e 5 goal. Nonostante il prestito fosse annuale, Rodgers decide di richimarlo alla base a stagione in corso. Chiude il campionato ad alti livelli con prestazioni di spessore.

Ibe ha subito impressionato anche Jurgen Klopp che ha già speso parole importanti per lui. Jordon ricambia la fiducia del tecnico regalando la vittoria grazie al goal-partita contro il Rubin Kazan in Europa League.

Il ruolo naturale di Jordon Ibe è l’esterno offensivo, a destra o a sinistra non fa differenza. Ambidestro, con la sua rapidità e la facilità a saltare l’uomo è bravo a rientrare e liberare il tiro ed è difficile da marcare. Nonostante i 176 cm non molla facilmente nel confronto fisico.

A soli 20 anni ha la tranquillità nell’esprimersi che hanno i grandi giocatori e questo fa di lui un talento stimato e riconosciuto in tutto il mondo.




Italians do it Better: Marco Verratti

“Italians do it better” è la nuova rubrica di RadioGoal24 che vi mostrerà il cammino, le gesta e i fallimenti dei nostri calciatori che in questi anni si trovano all’estero.

Marco Verratti è uno dei più importanti talenti del calcio europeo e della nostra nazionale; dal 2012 ci rende orgogliosi vincendo e conquistando titoli in Francia con il PSG, squadra di cui è tutt’ora il perno del centrocampo.

Il giovane classe 92′, erede azzurro di Pirlo, ha costruito la sua fama iniziando nelle giovanili del Pescara, squadra con cui ha debuttato in Serie B, vincendola nella stagione 2011-2012; da quel momento in poi ha inizio la sua favola. Moltissime squadre lo corteggiano, Roma, Napoli, Milan, la Juventus è ad un soffio dall’acquistarlo definitivamente, ma l’offerta e la crescita della squadra parigina lo convincono molto di più, ed emigra in Francia, per una cifra di “soli” 12 milioni di euro.
Fa il suo esordio in Ligue 1 a soli 19 anni, nella partita vinta dal PSG contro il Tolosa; di li a pochi giorni arriva anche il primo gettone in Champions League, giocando titolare contro la Dinamo Kiev.
Il 30 settembre 2014, segna anche il suo primo goal con la maglia del PSG, in Champions League contro il tanto temibile Barcellona.
Marco Verratti si è conquistato la maglia da titolare a suon di prestazioni superbe e di una crescita incredibilmente rapida, che ha reso Verratti uno dei migliori centrocampisti in Europa per rendimento e passaggi riusciti.
Il “nostro” Marco è anche un titolarissimo della nazionale italiana, ereditando il ruolo che fino a poco tempo fa era di Andrea Pirlo.
Marco Verratti, centrocampista superbo, dotato di una splendida visione di gioco e di ottime tempistiche di passaggio, ha fatto le fortune in Francia ma, non ha mai giocato una partita nel nostro campionato. Grande rimpianto delle big italiane che a lui hanno preferito acquistare calciatori sconosciuti che sono terminati nei meandri della Serie A in pochissimo tempo.

Forza Marco, sei il nostro orgoglio!




#UnCalcioAllaStoria , Il Derby di Roma nel periodo fascista

” Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo”, aprire questa rubrica con una frase di Pasolini è un onore e un onere, ‘‘Un calcio alla storia” accompagnerà i lettori di RadioGoal24 alla scoperta delle intersezioni tra la storia e il calcio, nessuno di noi si permetterà di giudicare, il nostro è solo un racconto appassionato da inguaribili romantici.

Buona lettura.

Nella giornata di ieri si è giocato il derby Roma-Lazio, la sfida numero 163 tra le due squadre è finita con il risultato di 2 a 0 per i giallorossi.
Il 9 novembre 1921 in Italia venne creato il Partito Fascista Nazionale.
Il fascismo nei suo vent’anni di potere ha influenzato notevolmente lo sport e le politiche inerenti ad esso: dalla creazione dell’Opera Nazionale Balilla, alla costituzione dei Gruppi Universitari Fascisti, il regime cercava sempre di controllare notevolmente le attività sportive sfruttandole per il proprio accentramento di potere.

La storia della stracittadina di Roma è iniziata esattamente durante l’epoca fascista.

Il primo derby di Roma si giocò esattamente 8 anni dopo la costituzione del PNF, l’astio tra le due squadre nacque a causa della mancata fusione della squadra Lazio con la nascente Roma. I rapporti tra le due tifoserie non furono inizialmente molto tesi,
La Lazio nella stagione 1929-1930 lottava per la salvezza, la Roma grazie ad una vittoria 8-0 sul Padova riuscì a salvare i cugini dagli spareggi e a Campo Testaccio, stadio storico della capitale, molti tifosi laziali e dirigenti si unirono ai festeggiamenti con gli storici avversari.
Mussolini si recò a vedere il derby nella stagione 1930-1931, sotto i suoi occhi avvenne il primo pareggio nella storia della stracittadina, alcuni mesi dopo si giocò il ritorno che si chiuse nuovamente in pareggio per 2-2, alla fine di questa partita si registrarono i primi scontri tra le tifoserie, tutto questo costò delle pesanti ammende e la squalifica del campo per alcuni turni.
I protagonisti di quelle sfide furono personaggi come: Rodolfo Volk che collezionò con la squadra giallorossa 157 partite con 103 gol, segnando nella storia del derby un record ancora imbattuto grazie alle sue 7 reti consecutive.
Il 5 a 0 della stagione ’33-’34 inflitto dalla Roma alla Lazio, grazie alla tripletta di Tomasi e alla doppietta di Bernardini, rimane ad oggi la partita con maggior scarto di gol tra le due squadre.

Nel 1939 durante la guerra, il Campo Testaccio diventa inagibile e viene abbattuto il 21 ottobre 1940, portandosi dentro le memorie dei primi dieci anni di derby capitolino; l’ultimo derby prima dell’armistizio si concluse con un 2-1 per la Roma, tra il 1943 e il 1945 il campionato non si disputò , tuttavia in città si organizzò il ”campionato di guerra romano’‘ vinto nella prima edizione dalla Lazio e nella seconda dalla Roma.

Nell’Italia dilaniata del dopoguerra le istituzioni decisero di puntare ancora una volta sul calcio, rilanciando il derby della capitale; l’identità nazionale era ormai segnata da questo sport e da questa sfida epica tra le due squadre capitoline.




#TheRoyalBaby – Youri Tielemans

Classse 1997, il gioello dell’Anderlecht, che lo tesserò alla tenera età di 5 anni, è considerato tra i talenti più cristallini del mondo. Youri Tielemans è un centrocampista ambidestro che è in grado di ricoprire tutti i ruoli di centrocampo.

Ha qualità di inserimento che ricordano le grandi mezzali della storia, da Lampard a Seedorf. Ha un senso della posizione e un’intelligenza tattica dei migliori mediani come De Rossi. Ha piedi raffinati e una visione di gioco da poter ricoprire anche il ruolo del regista, accostato in questo caso a Pirlo. E infine un tiro alla Pogba. Un centrocampista completo che ogni allenatore vorrebbe per affidargli le chiavi del centrocampo. Ovviamente, data la sua giovane età, esprime le sue qualità a un livello ancora grezzo e alcune volte discontinuo, ma il giocatore belga ha induscutibilmente un futuro da protagonista nel calcio europeo.

A soli 16 anni fa il suo debutto in Champions League, diventando il più giovane calciatore belga di sempre a partecipare alle competizioni europee. Già da qualche anno ha addosso gli occhi delle big d’Europa. Oltre alle due squadre di Manchester e l’Atletico Madrid, il giocatore è stato visionato ultimamente anche da Piero Ausilio, ma le possibilità di vederlo a breve nella nostra Serie A sono minime. Il prezzo del cartellino è di circa 20 milioni di euro, non un prezzo proibitivo per le squadre italiane, ma le potenze del calcio moderno sono in fila per fargli la corte.

L’Anderlecht merita un ruolo da protagonista: già patria calcistica di Kompany e Lukaku, è un ambiente ideale per far crescere i giovani, abituandoli fin da subito a palcoscenici europei e può garantire costanza nella Pro League, massima divisione belga. I giovani non vengono messi sotto pressione e sono liberi di sbagliare ed esprimersi al meglio. Youri non ha ancora esordito in una partita ufficiale con nazionale maggiore belga, ma vanta un esordio in Under 21 a soli 16 anni.

Youri Tielemans ha sicuramente un grande margine di crescita e a giugno probabilmente si scatenerà un’asta per aggiudicarsi le sue prestazioni.




Historia magistra calcis: il goal al supermercato di Sanfilippo

Scrivo in ginocchio. Perché mi appresto ad accostare il mio a nomi eterni del giornalismo sportivo mondiale. Nonché a celeberrimi scrittori, arcinoti in tutto il Sudamerica. Ed io, riconoscente di quello che mi hanno dato, mi sminuisco sin dal principio.
Siamo in “Splendori e miserie del gioco del calcio” (1997, Sperling & Kupfer), opera sportiva massima di Eduardo Galeano, che con la penna in mano fu in grado di raggiungere Canaletto con il pennello. Pagina 129. E’ l’unico capitolo non scritto da lui. Una citazione lunga trentadue righe, una lettera che gli fu spedita dal suo amico Osvaldo Soriano, scrittore e giornalista argentino ora sepolto vicino a Carlos Gradel, emblema del tango del primo 1900. In essa racconta una circostanza di pochi secondi, verosimilmente inferiore al minuto e mezzo.
Soriano si trovava al supermercato Carrefour di Buenos Aires, nel quartiere di Boedo. Proprio dove ora è costruito quel tempio del consumismo, una volta sorgeva il campo del San Lorenzo, mitica formazione nata nel 1908 per volere di un prete. Ad accompagnarlo c’era José Sanfilippo, detto El Nene (il Bimbo): di lui basta dire che fu il quinto miglior marcatore della storia del campionato argentino con 226 reti in 330 partite e miglior realizzatore della storia del San Lorenzo. Come hobby giocava in nazionale: 21 gol in 29 presenze. Molti di questi numeri li ottenne proprio lì, su quel campo. Dove ora c’è il supermercato.
Avevano ormai preso tutto ciò che occorreva loro, lo custodivano nel carrello – che, conoscendo Soriano, era meticolosamente ordinato. Erano fra gli ultimi scomparti e le casse. Tutto ordinario. Poi la magia del calcio, dello sport più popolare, volgare, sentito, viscerale. Sanfilippo rimase immobile qualche secondo. E muto restò Soriano. “Pensa che proprio qui insaccai quel gran tiro di punta a Roma (portiere avversario, ndr) nella partita contro il Boca”. Uno dei goal più rapidi della storia.
Osvaldo Soriano sempre muto, attonito. Gli occhi serrati e luminosi di Sanfilippo che intanto si agitava, recitava nel ricordo di quel che avvenne: “Dissi al numero cinque, che quel giorno debuttava: appena comincia la partita mandami una palla lunga in area. Non preoccuparti, non ti farò fare brutte figure”. Piegò in avanti il braccio, sempre recitando: “Io ero già vecchio e il ragazzino, Capdevilla si chiamava, si spaventò: e se magari non ci riesco…? Mi chiese”. Il tono confidenziale diventò un ruggito. La passione sanguigna dei sudamericani era in lui, nella sua voce. Sanfilippo si avvicinò verso uno scaffale, frattanto indicava i barattoli di maionese. Gridò: “Me la mise qui!”. Gli occhi vivi. Le persone si guardarono attorno, incuriosite e forse spaventate. “Il pallone arrivò spiovente un po’ dietro ai centrali, scattai ma mi andò a finire un po’ in là, dove adesso c’è il riso, vedi?”. Il vestito blu scuro e le scarpe di vernice a quel punto funsero solo da pelle ad un rapace quale Sanfilippo era. Corse rapido verso il riso: “La lasciai rimbalzare e…”, con la torsione intenta a mostrare lo slancio della gamba sinistra protesa verso il tiro: “Plum!”. Il pallone finì sulle lamette da barba e le pile per la radio. Sanfilippo alzò dunque le mani al cielo, come soleva esultare. Clienti e cassiere applaudirono. Soriano muto, attonito. Gi abiti, le parananze, i cappelli ed i cappotti divennero rossi ed azzurri, come i colori del San Lorenzo.
“A momenti mi metto a piangere. Aveva segnato di nuovo quel goal del 1962. L’aveva rifatto solo perché io potessi rivederlo” (Osvaldo Soriano al termine della lettera).




#SerieA – I top e i flop della 9^ giornata

La 9^ giornata di Serie A Tim si è aperta e chiusa con due vittorie, quella dell’Empoli contro il Genoa per 2-0 e quella del Napoli per 1-0 in trasferta a Verona contro il Chievo.
La Roma è tornata dopo due anni in vetta alla classifica grazie al successo esterno timbrato a Firenze; la Juventus e la Lazio ritornano  a vincere e il Napoli non si ferma più…Higuin non si ferma più.

I TOP DELLA GIORNATA:

–Gervinho: corre, difende, attacca e ancora corre. Un gol su contropiede per l’ivoriano della Roma che stende sul 2-0 la Fiorentina al 34′ del primo tempo. E’ il migliore dei suoi, gioca alla grande; sembra essere tornato il Gervinho affamato di gol della prima stagione giallorossa.

–Dybala: una settimana di critiche, una settimana di dubbi e di confusione. Un gol, un assist ed un rigore procurato. L’argentino della Juventus  classe ’93 zittisce con una prestazione da Oscar tutte le diffamazioni ricevute nella settimana scorsa sul suo scarso impegno e sul suo elevato costo del cartellino.

–Il Napoli: squadra che offre un gioco spettacolare e concreto. Non è mai facile vincere al Bentegodi contro il Chievo di Maran, ma il Napoli con i suoi campioni (in primis il Pipita Higuain) ci è riuscito convincendo tutti. Sarri è il nuovo maestro di Napoli che sta costruendo una squadra da scudetto…

I FLOP DELLA GIORNATA:

–L’Hellas Verona: dov’è finito il Verona della scorsa stagione? Penultimo posto in classifica e gioco inesistente. Un brutto Hellas perde 4-1 contro la Sampdoria, restando l’unica squadra ancora a secco di vittorie in questo campionato. Mandorlini dovrà stare molto attento.

–Icardi: Mauro Icardi, 22 gol. Così a maggio scorso recitava la classifica dei cannonieri italiani. Ora l’argentino non riesce più ad esprimersi come prima, non riesce più a segnare ed esultare. Solo 2 gol in 9 giornate di campionato sono troppi pochi per il neo-capitano neroazzurro. Deve svegliarsi al più presto.

–Consigli: l’estremo difensore del Sassuolo lascia i suoi compagni di squadra per 60 minuti in 10 uomini per colpa della sua espulsione arrivata al 29′ di gioco del primo tempo, causando il calcio di rigore trasformato dal milanista Bacca, gol valido per l’ 1-0 rossonero.