#UnCalcioAllaStoria – Parma, un primo passo per tornare tra le grandi

Il Parma 1913 ha conquistato la Lega Pro dopo una stagione tra i dilettanti della Serie D. Nella partita contro il Delta Rovigo lo stadio Tardini, è finalmente esploso insieme al suo capitano e uomo simbolo Lucarelli che dalla A è rimasto fedele alla maglia, ai tifosi e alla città.

La società non è solamente risalita tra i professionisti ma, a detta del Presidente Nevio Scala, vuole garantire un futuro di grandi successi alla squadra.

Proprio questa mattina ai nostri microfoni ha parlato il capitano Lucarelli, raccontando il momento della retrocessione: “Quando però è arrivato il verdetto mi sono sentito triste e sconfitto, perché è stata una causa per cui ho combattuto tanto, quindi al livello morale è stata una grande delusione, perché i sacrifici di me e dei miei compagni non sono valsi a niente”.

Oggi però il Parma vuole ripartire, anzi già l’ha fatto, dalla sua storia.

L’attuale Società Sportiva Dilettantistica Parma Calcio 1913, nasce nel 2015 dalle ceneri dello storico club Parma Football Club.

La vicenda del 2015, che ha portato il Parma in D, tra Manenti e Ghirardi la ricordano tutti.

Alcuni dimenticano, parlando della società emiliana, di trovarsi dinanzi una squadra che dopo Milan, Juventus e Inter, rappresenta in Italia il club più vincente di sempre.

Nel Palmares compaiono: 3 Coppe Italia, una Supercoppa italiana e 4 titoli internazionali: una Coppa delle Coppe, 2 Coppe UEFA e una Supercoppa europea.

L’ultima grande gioia in campo europeo rimane la Coppa UEFA del ’98-’99, con una finale stravinta dal Parma sul Marsiglia per 3-0. In campo scese una formazione di primo livello: giocatori come Buffon, Thuram, Cannavaro e Crespo regalarono al club il suo ultimo grido internazionale.

In Coppa UEFA nel 2004-2005 si cercò di portare in alto ancora il nome della squadra, ma a causa di una semifinale persa contro il CSKA, squadra che poi vinse la coppa, i gialloblu non riuscirono ad arrivare in finale.

Ricordiamo poi la buona squadra che Donadoni aveva portato in Europa League nel 2014 (la competizione non venne disputata a causa del mancato pagamento IRPEF), da quel momento, così confuso, le cose precipitarono vertiginosamente.

Ad oggi ci ritroviamo una realtà che spera di tornare al più presto nel calcio che conta.

Lucarelli è fiducioso, l’ambiente anche: “Quando riparti con persone come Scala, Minotti e Apolloni, uomini seri che hanno fatto la storia di questa società, è chiaro che in molti scommettono su di te, visto anche che il Parma ha un seguito importante, anche a livello nazionale”.

Caro Parma, buona fortuna per la risalita. Il primo passo, compiuto pochi giorni fa, è sicuramente importante anche se non definitivo, ora tocca a te tornare nella categoria che meriti.




#BalloSullePunte – Francesco Totti: “La descrizione di un attimo”

In questi giorni di aperta polemica tra Francesco Totti e Luciano Spalletti, la canzone che potrebbe far da colonna sonora a questa infinita querelle potrebbe essere “La descrizione di un attimo” dei Tiromancino. Quale migliore occasione di utilizzare uno dei grandi successi del gruppo romano?

Per i (spero pochi) che non la conoscessero, la canzone parla dell’incontro tra due ex dopo anni dalla loro ultima volta. L’emozione provata è sempre fortissima, ma lo scorrere inesorabile del tempo ha cambiato uno dei due. Adesso possono stare insieme solo nei ricordi: impossibile immaginare un nuovo (vecchio) futuro.

“Ci rivediamo adesso, dopo quasi cinque anni…”

La storia d’amore (calcistica, si intende) tra Spalletti e Francesco Totti inizia nel 2005, ed è subito passione vera. Grazie all’allenatore toscano il capitano giallorosso trova una nuova collocazione tattica che lo porterà, tra le altre cose, a vincere una scarpa d’oro nel 2006/2007. Quel ruolo da prima punta cucitogli addosso porta la Roma ad un passo dallo scudetto, con Totti sempre protagonista e faro della formazione giallorossa, sia in fase realizzativa che di costruzione della manovra. Nel 2009 il sodalizio tra la società capitolina ed il tecnico finisce nel peggiore dei modi possibile, l’esonero dopo solo due partite. Spalletti va, Totti resta.

Adesso Luciano è tornato sulla panchina giallorossa e Francesco, nonostante l’età che avanza, è ancora lì, voglioso di sentirsi parte del nuovo corso. Ma la passione calcistica tra i due sembra ormai finita. Il mister non lo vede in grado di poter contribuire alla causa, la società non intende rinnovargli il contratto, preferendo per lui un ruolo dirigenziale. Totti scalpita in panchina e ripensa a quei momenti in cui “qualsiasi cosa pensassero in due, poteva succedere” (per dirla con le parole dei Tiromancino). E poi, cos’è successo?

Già, cos’è successo. La carriera li ha allontanati. Il tecnico italiano, grazie alle sue esperienze all’estero, è cambiato molto anche nell’approccio, mentre Totti forse è rimasto sempre uguale. Le gambe non girano più allo stesso modo, ma nelle ultime due partite, nel limitato tempo concessogli, ha illuminato il gioco della Roma con un assist ed un gol. Senza pensare allo splendido passaggio di prima che ha messo Dzeko solo davanti al portiere. Il bosniaco poi ha sbagliato (il che apre una preoccupante parentesi sull’identità di chi gioca al posto del numero 10) ma la poesia dell’assist resta intatta. Negli scampoli di partita, il talento di Totti rimane immutato. Nella testa di Spalletti magari scorreranno le parole della canzone: “Ah, come sempre sei, bellissima, per me. Ah, come sempre sei, un’emozione fortissima”.

“Ci rivediamo presto, fra almeno altri cinque anni…”

Il lieto fine, così come nella canzone sembra lontano. Certe passioni forse è meglio che restino nella memoria di chi le ha vissute. A fine stagione, Francesco Totti va, Luciano Spalletti resta.




#WeeklyReport – 10 al Cholo Simeone, 3 al Napoli che si accontenta

VOTO 10 a Diego “El Cholo” Simeone, condottiero straordinario di questa grande squadra chiamata Atletico Madrid. Lui è sempre stato in prima linea a tifare per la sua squadra, lui ha sempre tirato avanti i suoi uomini e sempre lui ha portato in alto la seconda squadra di Madrid (solo per trofei vinti) fino a giocarsi campionato e Champions League. Il Cholismo è qualcosa di incredibile che riesce a trascinare qualsiasi calciatore e qualsiasi tifoso alla vittoria finale. Noi tifiamo per il Cholo!
MAESTRO

VOTO 9 a Nico Rosberg. Infilando la terza vittoria consecutiva su tre Gran Premi stagionali, Rosberg si candida fortemente come uomo da battere durante l’attuale stagione di Formula Uno. Aldilà dei problemi che hanno compromesso la gara sia di Hamilton che delle due Ferrari, Rosberg si sta dimostrando il pilota più preciso e quello più attento, portandosi con se quella fortuna che indubbiamente aiuta gli audaci. Il pilota tedesco non è però imbattibile e lo dimostrano i bei risultati della Ferrari, nonostante gli svariati problemi, e la competitività di Hamilton durante le qualifiche e la gara in se. Siamo certi che questa sarà una stagione da ricordare per gli amanti della velocità!
IMPECCABILE

VOTO 8 al Tottenham, autore di uno strepitoso campionato. Detto della grandiosa stagione del Leicester e di Claudio Ranieri, gli Spurs stanno mantenendo comunque un rendimento altissimo, rispetto alle precedenti stagioni, dove al massimo potevano puntare al 4 posto. Pochettino ha ridato anima alla squadra, integrando alla perfezione giovani e veterani, che tanto veterani non sono. Il 4-0 contro lo Stoke City è la dimostrazione della forza di questa squadra che si avrà sicuramente calciatori molto più forti del Leicester, ma non certamente più forti di Chelsea, Man United, Man City o Arsenal.
GREAT JOB

VOTO 7 alla Ducati che, senza troppo scalpore, ha annunciato l’ingaggio del campione del mondo Jorge Lorenzo a partire dalla prossima stagione motociclistica. Pur essendo solo all’inizio della nuova corsa, Lorenzo e la Yamaha hanno sin da subito chiarito le proprie posizioni, prolungando da una parte il contratto a Valentino Rossi e non rinnovando il contratto per quanto riguarda il campione spagnolo. Tutto ciò ha consentito alla casa di Borgo Panigale di potersi fiondare su Lorenzo, strappandolo alle dirette avversarie. Ora ci sarà da decidere chi tra i due Andrea (Iannone, Dovizioso) dovrà abbandonare la rossa per lasciare spazio al neo arrivato Lorenzo.
ASTUTI

VOTO 6 a Cristian Brocchi per la vittoria all’esordio. E’ ancora presto per dirlo ma su di lui si parla già da tempo come un allenatore che farà strada e presentarsi alla società con i tre punti all’esordio può risultare assai favorevole. Brocchi però, per potersi conquistare la permanenza al Milan, dovrà ammaliare il presidente Berlusconi a suon di gol e bel “Giuoco”, come tanto piace al Cavaliere. L’utilizzo di Bonaventura da trequartista non ha tanto giovato allo spettacolo ma per certi versi ha reso la squadra più compatta, esaltando le doti di un ritrovato Balotelli, ma guai a venerarlo! Con Balotelli una parola di troppo può guastare quel poco di buono fatto vedere contro la Sampdoria.
CHI BEN COMINCIA…

VOTO 5 all’ingenua Ferrari. Terza gara e si ha sempre la sensazione di poter essere vicino alla Mercedes, ma, manca sempre quel qualcosa che può garantire il salto di qualità. Quel poco di zucchero che permetta a questa maledetta pillola di andar giù e di dar sfogo alle precedenti stagioni a secco di titoli. Prossima missione, rimanere intatte fino alla fine del traguardo e li si che ne vedremo delle belle!
ANCORA UN PO’ TROPPO ACERBA

VOTO 4 all’irriconoscibile Barcellona. Si sa loro sono marziani e si possono permettere di tutto, anche di perdere 3 partite consecutive e di restare comunque in vetta al campionato. Ma è proprio per questo che il loro vistoso calo psicofisico lascia ancor di più basiti. Quindi non sono marziani, ma anche loro hanno delle debolezze?
CADUTA LIBERA (?)

VOTO 3 al Napoli. Solo una squadra poteva perdere questo campionato, il Napoli. La differenza sta nell’atteggiamento di Sarri e di tutta la rosa, che si accontenta del secondo posto pensando già al futuro, mentre Allegri e tutta la Juve sanno che la vittoria va conquistata passo dopo passo e che se si vuole vincere bisogna concentrarsi allo stato attuale delle cose, senza lasciare niente al caso e senza rimuginare su cosa si sarebbe potuto fare di più. Inutile spendere delle parole sul silenzio stampa.
COSI’ NON VA

VOTO 2 al “giornalettismo” da Bar che si inventa fantomatiche liti per una partita a carte. Tutti sanno che tra Spalletti e Totti non corre buon sangue, ma c’è da dire che è del tutto normale visto che da una parte l’allenatore non punta molto sul capitano, mentre dall’altra lo stesso Totti vorrebbe giocare di più come tutti i calciatori ma ancor di più i capitani di una squadra.
FASTIDIOSI

VOTO 1 a Maurizio Zamparini che oltre a distruggere una società gloriosa come il Palermo, sputa fango e sentenze sul Verona accusandolo di aver lasciato giocare il Frosinone.
IMBARAZZANTE




Goal&Cash – Milan, ancora voci sulla cessione ma il bilancio è in rosso

Continuano le varie voci sulla cessione del Milan. Più volte in #Goal&Cash vi abbiamo raccontato le trattative tra Berlusconi e Mr. Bee che a questo punto sembrano, dopo l’interesse di altri gruppi cinesi, completamente svanite. Bisogna, anche leggendo il bilancio del Milan, intervenire subito per fermare un’emorragia da 89,3 milioni di euro. I ricavi del club sono in diminuzione e i costi in aumento, negli ultimi 5 anni la società ha registrato un passivo di oltre 270 milioni di euro.

I costi sono aumentati di circa 304 milioni complessivi, in particolare sui pagamenti dei tessarati, a gravare è stata anche la campagna acquisti da 122,6 milioni di euro, le entrate dalle cessioni sono di 7 milioni di euro.

L’unica plusvalenza registrata è stata fatta con la cessione di Saponara ad Empoli.

Calcio e Finanza per chiudere il quadro sulla vicenda ricorda che: “I debiti sono complessivamente 336 milioni, di cui 53 verso le banche (erano 141 nel 2014) e 136 verso altri finanziatori (in maggior parte per factoring sui diritti tv e sugli accordi commerciali), a fronte di crediti per 130,7 milioni. In attesa di scoprire quale sarà il futuro della società”.

Ad oggi una trattativa sembra essere intavolata con una cordata asiatica di investitori attivi nel settore energetico, nei prossimi giorni sapremmo cosa c’è di vero nell’ennesimo tentativo di trovare soci per un Milan che, non solo calcisticamente, sembra senza punti di riferimento.




#RoadToEuro2016 – Romania, i vampiri dell’Est Europa

Nella terra dei vampiri e nel cuore dell’Est Europa, il calcio è vissuto in maniera viscerale creando a volte dei disagi tra le tifoserie avversarie. La Romania per un certo periodo è stata la capitale del calcio europeo grazie a quella leggendaria formazione della Steaua Bucarest che vinse l’allora Coppa dei Campioni e attuale Champions League nella stagione 85/86 vincendo contro il Barcellona ai rigori. Nonostante la dittatura di Ceaușescu, alcuni supporters rumeni riuscirono a varcare il confine e a supportare la squadra che vinse poi al Ramon Sanchez Pizjuan di Siviglia. Pur non vivendo una delle migliori annate dal punto di vista tecnico, la Romania potrebbe ripercorrere le gesta della Steaua e piazzarsi tra le prime della classe agli europei del 2016.

Anghel Iordănescu, allenatore della selezione rumena

Anghel Iordănescu, allenatore della selezione rumena

Oltre al valore sportivo e spettacolare che il calcio rappresenta in Romania, la nazionale gialloblu si è resa disponibile a divulgare un progetto per la valorizzazione e per la promozione dell’istruzione dei giovani rumeni. Come? Introducendo una serie di operazioni matematiche che hanno difatti sostituito i classici numeri sulle maglie indossate dai calciatori durante alcune apparizioni della selezione rumena in amichevoli e allenamenti. Dato che in Romania è sempre più diffuso il fenomeno dell’abbandono scolastico, la Federaţia Română de Fotbal o più semplicemente la Federazione calcistica rumena ha esteso l’iniziativa anche nelle zone rurali del Paese. Questo è uno dei modi per promuovere la cultura nel mondo del calcio rumeno, caratterizzato perlopiù da scontri al di fuori e all’interno degli stadi che non per le gesta delle squadre di club in giro per l’europa. Il Ranking Mondiale piazza la nazionale dell’Europa orientale tra le prime 20 al mondo (19° n.d.r), che si è assicurata il posto agli europei dopo una combattuta sfida contro Irlanda del Nord, prima nel girone e Ungheria che si è dovuta arrendere ai rumeni e ai britannici, ottenendo comunque il pass andando a vincere nei Play Off. Nonostante il girone fosse uno dei più abbordabili di tutte le qualificazioni, la Romania ha dovuto spodestare anche la Grecia durante la sfortunata avventura di Ranieri come selezionatore della nazionale ellenica e la Finlandia, squadra dal tasso tecnico non elevato ma che comunque ha sempre dato il massimo per centrare un obbiettivo minimo. Già dalle prime due partite di qualificazione la Nazionale guidata dal tecnico Anghel Iordănescu ha dimostrato di avere delle buone qualità che potrebbero minare l’ascesa di alcune Nazionali ben più blasonate. La terza e la quarta invece hanno confermato le qualità messe in mostra nelle precedenti uscite, riuscendo a vincere entrambe le partite per 2-0 contro Finlandia e Irlanda del Nord, mentre la successiva partita contro le Isole Faroer ha creato qualche problema alla compagine rumena che è riuscita comunque a vincere per 1-0. Con questa serie di risultati positivi la squadra gialloblu riesce a conquistare il primato in classifica e si appresta a conquistare l’accesso alla fase finale dell’Europeo in men che non si dica. Tuttavia, la seconda parte delle qualificazioni non si rivela altrettanto agevole e la squadra di Iordănescu conquista tre pareggi consecutivi per 0-0 scivolando al secondo posto, inseguita a distanza dall’Ungheria, pronta a prendersi il secondo posto.

La Romania mentre ringrazia i propri tifosi

La Romania mentre ringrazia i propri tifosi

L’ultima partita però regala l’accesso diretto alla Romania che può finalmente festeggiare la qualificazione dopo aver mancato l’accesso alla precedente competizione continentale. Il condottiero di questa impresa si chiama Anghel Iordănescu, nominato dalla Federcalcio Rumena come allenatore del 20esimo secolo per quanto fatto con la Steaua Bucarest e con la Nazionale. L’allenatore rumeno rappresenta quella corrente dell’Est portata avanti da allenatori come Lucescu, Covaci e Jenei, di un calcio spettacolare e votato all’attacco, ma dando sempre un occhio di riguardo anche alla fase difensiva. Non a caso l’allenatore nato a Iași ha vinto con la Steaua Bucarest ben 4 campionati rumeni, 2 coppe nazionali rumene e una supercoppa europea nell’anno successivo alla vittoria della Champions League che vinse però da calciatore. Infatti Iordănescu vinse prima la Coppa dei Campioni da calciatore e poi diventò allenatore della Steaua dopo che l’allenatore Jenei fu chiamato a guidare la Nazionale rumena. Avere un allenatore vincente può significare molto per una piccola nazionale come la Romania che però può contare anche su calciatori di livello come il portiere della Fiorentina, Ciprian Tătăruşanu, il portiere del Watford, Costel Pantilimon, i difensori Chiricheş, Gardoş, Sapunaru e Tamas, rispettivamente di Napoli, Southampton, Pandurii e Cardiff. Anche dalla cintola in su la Romania può contare su calciatori dal livello internazionale come Alexandru Maxim dello Stoccarda, Paul Papp della Steaua, Gabriel Torje ex Udinese ora in forza all’Osmanlispor e gli attaccanti Alibec, Andone, Marica e Puscas. Insomma, non sarà una nazionale incredibilmente dotata dal punto di vista tecnico ma la squadra è unita e può dare tante soddisfazioni ai propri tifosi, non ci resta che aspettare il 10 Giugno, gara d’esordio contro la Francia padrone di casa, sarà la partita inaugurale e ne vedremo delle belle!




#UnCalcioAllaStoria – Il Mamba, il fenomeno, l’uomo: Kobe Bryant

“Per i tifosi di pallone il calcio è più di uno sport, lo vivono in maniera più intensa, sembra più una religione”. Queste sono state le parole di Kobe Bryant sullo sport che nella nostra rubrica solitamente vi raccontiamo: oggi però non possiamo non parlare di un uomo che è entrato con tutte e due i piedi a dare #UnCalcioAllaStoria, non solo nel basket ma in tutta la cultura pop degli ultimi vent’anni.

Kobe Bryant alias Black Mamba ha collezionato dal 1996 ad oggi, data della sua ultima parita, 1345 partite con la maglia dei suo Los Angeles Lakers, 33.583 punti in carriera, posizionandosi terzo nella classifica all-time dei migliori realizzatori NBA, dietro a Kareem Abdul-Jabbar (38,387) e Karl Malone (36,928).

Ha vinto 5 titoli NBA, rimanendo sempre fedele alla squadra che lo prese in seguito al trade con i Charlotte Hornets, dopo il Draft ’96.

Tra i momenti più esaltanti da ripercorrere nella sua carriera c’è sicuramente gara 7 giocata contro i Boston Celtics nel 2010: quella sera infatti, nonostante le non esaltanti percentuali del campo, il Mamba superò O’Neal per titoli vinti, mettendo al dito il suo quinto anello.

Anche la partita degli 81 punti contro il Toronto rimane storica, quel giorno si scrisse dietro a Wilt Chamberlain, ancora inarrivabile nello score di 100 punti in una sola gara.

Non solo Lakers: nel 2008, a Pechino, Kobe si mette al collo la sua seconda medaglia olimpica battendo la Spagna, insieme a lui giocatori del calibro di LeBron James, Dwyane Wade e Chris Paul.

Una delle sue grandi passioni è sempre stata il calcio: durante una tournè estiva del Barcellona, Ronaldinho, suo grande amico, gli presenta un giovane e sconosciuto ragazzo argentino, apostrofandolo con queste parole: “Senti, voglio presentarti quello che diventerà il giocatore di calcio più forte di tutti i tempi”. Inutile dire che si parla di Leo Messi.

Il cestista non ha mai nascosto la sua passione per il Milan, alcuni anni fa andò in visita a Milanello, incontrando i rossoneri.

Alcuni anni fa proprio lui dichiarò che da ragazzino era stato molto vicino ad essere un giocatore di calcio, poi fortunatamente scelse il basket, ma la sua passione è rimasta intatta e ancora oggi riesce a palleggiare più che discretamente.

Tra gli italiani è solida l’amicizia con Del Piero, che per l’addio del Mamba ha anche mandato un video di saluto.

Oggi sarà il Kobe Day, tutto il mondo dello sport lo saluterà questa notte dopo la partita contro Utah. #UnCalcioAllaStoria oggi ha omaggiato questo sportivo perchè il Black Mamba non è solo un simbolo del basket ma di tutto lo sport. Vi salutiamo con quelle che sono state le sue ultime parole in una lettera al The Player Tribune: “Il mio cuore può sopportare la battaglia, la mia mente può gestire la fatica, ma il mio corpo sa che è ora di dire addio”.




#BalloSullePunte – Higuain, Te Quiero Igual

“Te quiero Igual” è una canzone di Andres Calamaro, famoso rocker argentino con una lunga attività discografica alle spalle. Il testo (o lettras, per dirlo in lingua originale) parla di un innamorato che, nonostante le azioni della sua amata, continua ad amarla allo stesso modo. Perdonando tutti i suoi errori: “Ti amo, nonostante tutto”.

La vicenda Higuain è nota a tutti, calciofili e non. L’attaccante argentino, dopo essere stato espulso a causa di un fallo di reazione, ha platealmente protestato nei confronti dell’arbitro e degli avversari. Inevitabile la lunga squalifica. Ciò che la cronaca non racconta è la reazione di Napoli e dei tifosi azzurri, tutti stretti attorno al loro leader. D’altronde, El Pipita ci ha messo del suo per farsi amare incondizionatamente: 30 gol questa stagione e sogno Scudetto vivo grazie soprattutto alle sue imprese sportive. Ma soprattutto un attaccamento alla maglia, per dirla con parole d’altri tempi, raro da trovare nel panorama sportivo odierno. Higuain vive la partita, soffre, si arrabbia, esulta e canta i cori proprio come i milioni di tifosi partenopei che da subito lo hanno adottato ed eletto nuovo leader. La squalifica è vista dunque come un’ingiustizia, un affronto non solo nei confronti del calciatore ma della città stessa. Flash-mob organizzati in centro per protestare. Cori e maschere allo stadio per mostrare solidarietà all’attaccante argentino. Vero, Higuain ha sbagliato, difficile ammettere il contrario. Ma l’amore a volte sa essere incondizionato, nonostante gli errori commessi dal proprio amato. Te quiero Igual, come canta Calamaro.

Il modo di di vivere il calcio a Napoli ricorda molto quello del popolo argentino. Il fatto che il più grande giocatore di tutti i tempi abbia vissuto a Napoli il periodo di maggior splendore non è che una logica conseguenza. Maradona ha per anni incarnato in pieno quello spirito di appartenenza argentino e napoletano, la completa simbiosi tra squadra e città, tra squadra e nazionalità. “La mano de Dios” come gesto di liberazione di un popolo, lo storico Scudetto del Napoli come rivincita per una terra spesso dimenticata. I guai con il fisco, la tossicodipendenza non possono scalfire una tale leggenda: a Napoli (e nel mondo) sarà sempre El Pibe de Oro. “Maradona no es una persona cualquiera, es un hombre pegado a una pelota de cuero“: ancora Andres Calamaro viene in soccorso con le sue parole in una canzone interamente dedicata al Diez per eccellenza.

Da argentino ad argentino. Il sogno Scudetto è, probabilmente, archiviato. Anche a causa della meritata squalifica. Ma ciò non impedirà ai tifosi di difendere Higuain come un figlio. Forse un po’ esuberante, ma si sa, i figli “so’ piezz e core”. Equivalente napoletano di quel Te Quiero Igual. I suoi 30 gol non sono bastati per vivere un sogno, ma una folle notte d’amore lunga tutta una stagione. Il futuro resta un’incognita, ma Napoli ed i napoletani lo ameranno per sempre, nonostante tutto.




#WeeklyReport – 10 al condottiero Guidolin, 1 al Palermo e 2 al Milan

VOTO 10 a Francesco Guidolin, condottiero dello Swansea in Premier League. Dopo Claudio Ranieri ecco che un altro italiano sta conquistando un altra città britannica dopo che per certi versi la squadra rischiava profondamente di finire nella Serie B inglese. La storia di Guidolin allo Swansea è nettamente diversa da quella di Ranieri al Leicester ma le soddisfazioni rimangono quasi le stesse. Arrivato dopo che la squadra gallese sprofondò in penultima posizione, Guidolin non applicò la consueta rivoluzione, ma concentrò il suo lavoro piuttosto sulla motivazione dei singoli calciatori. Risultato? 6 vittorie, 3 pareggi e 3 sconfitte, guadagnando così il 12 posto in classifica e la salvezza ormai certa!
SALVATORE DEL GALLES

VOTO 9 alle lacrime di Claudio Ranieri. Essere in vetta alla Premier con 7 punti di vantaggio sulla seconda a 5 giornate dal termine è un impresa da titani se pensiamo che ha tirato su una squadra che si salvò all’ultima giornata del campionato scorso. L’imperatore Claudio è arrivato alla sua consacrazione. Tutti ora siamo tifosi del Leicester, tutti ora facciamo il tifo per Claudio!
IMPERATORE MASSIMO

VOTO 8 alla Juventus. Una macchina perfetta che vince anche partite sporche come l’ultima contro il Milan malcapitato. Grande merito va sempre dato a Gigi Buffon, autore di alcune strepitose parate che hanno consentito ai bianconeri di rimanere a galla fino al gol di Pogba, sempre più decisivo ai fini del campionato. Peccato per le altre squadre, finché ci saranno loro sarà difficile vincere qualcosa in Italia.
SEMPLICEMENTE I PIU’ FORTI

VOTO 7 al Chievo Verona. Vi siete accorti che il Chievo è in 9° posizione a ridosso del 6° posto occupato dal Milan? Certo, davanti ci sono anche Sassuolo e Lazio, ma per una cosa o per l’altra, il Chievo è nettamente la squadra più in forma tra le tre inseguitrici dei rossoneri. Pur non avendo una rosa di altissimo livello, la squadra di Maran gioca, si sacrifica e ci mette il cuore che serve per vincere contro una rivale come il Carpi, in una di quelle partite che sembrano facili, ma che nascondono insidie da tutti i lati. Inoltre oggi è il compleanno del capitano dei gialloblu, Sergio Pellissier, simbolo di un quartiere che sovrasta un intera città, auguri Sergio!
CUORE E SACRIFICIO

VOTO 6 a Simone Inzaghi. Buona la prima verrebbe da dire per il fratello minore di PippoGol, ma considerando tutti i problemi dell’avversario il risultato finale non fa tanto scalpore. C’è da dire però che presentarsi alla prima uscita da allenatore con un netto 3-0 fa sempre piacere, soprattutto se arrivi dopo un ottimo allenatore come Pioli. Speriamo solo che Simone conquisti anche la dirigenza della Lazio e che resti per più di due anni! Auguri Simone
BUONA LA PRIMA

VOTO 5 al Barcellona. Aspettate, non tirate conclusioni affrettate, il Barça è sempre il Barça. La sconfitta rimediata contro la Real Sociedad però, potrebbe influire sulla parte finale della stagione. Il fattore forse è uno solo: stanchezza! Allo stadio Anoeta abbiamo assistito ad uno dei peggiori Barça degli ultimi tempi, evidenziando una stanchezza fisica che ovviamente ci sta tutta, ma che non ti aspetti da una squadra così. Oltre alla pura stanchezza fisica, la sconfitta contro il Real nel clasico potrebbe aver destabilizzato la concentrazione degli Azulgrana, minando così la fame di conquista in Spagna e in Europa.
SPENTI

VOTO 4 alla Fiorentina. Sousa forse non l’aveva detto in maniera esplicita, ma aveva lasciato intendere che senza i rinforzi giusti nel mercato di invernale, la squadra non avrebbe tenuto il ritmo delle altre come Roma, Napoli e Juve e che sarebbe precipitata in maniera del tutto normale. Detto fatto, la Viola è irriconoscibile e sta pian piano scivolando in classifica. A Febbraio il distacco dalla Juventus era di 7 punti mentre ora è di 20. Forse il tecnico portoghese aveva ragione?
DALLE STELLE ALLE STALLE

VOTO 3 a Rafa Benitez, per niente salvatore del Newcastle. Con ogni probabilità i Magpies finiranno in Championship pur avendo speso circa 110 milioni di euro in due sessioni di calciomercato. Diciamola tutta, non è certamente tutta colpa di Benitez, ma analizzando la stagione dell’allenatore spagnolo, non possiamo che non attribuirgli questo brutto voto. Accolto come il salvatore della patria, Benitez non ha saputo dare quella marcia in più che i tifosi del Newcastle speravano di scorgere al termine della stagione.
STAGIONE DA BUTTARE

VOTO 2 al Milan. L’esonero di Mihajlovic è una boiata pazzesca che è preceduta solo dagli esoneri lampo di Zamparini al Palermo e con questo non c’è bisogno di aggiungere altro.
SENZA SENSO

VOTO 1 al Palermo. 7 allenatori diversi in una stagione, un qualcosa di veramente incredibile che non si era mai visto prima e che solo da Maurizio Zamparini ci si poteva aspettare. Una barzelletta che rischia di costare caro ai tifosi palermitani.
#ZAMPARINIOUT




Goal&Cash – Cagliari, un nuovo stadio pronto entro il 2019

Nonostante la sconfitta ad Ascoli, il Cagliari si prepara al riapprodo in Serie A dopo una stagione di “Purgatorio” in B. Oggi Goal&Cash parlerà della vicenda legata alla costruzione dello stadio nella città capoluogo della Sardegna.

Il Cagliari avrà il suo nuovo stadio, a deciderlo è stato il consiglio comunale della città sarda con una votazione quasi all’unanimità (solo 1 voto contrario).

Il progetto va ad inserirsi in un contesto ben più ampio: il riqualificamento previsto per gli impianti in vista di Roma 2024.

Lo stadio sarà adibito a gare Uefa, avrà 21.000 posti a sedere e potrà ospitare gare nazionali e internazionali.

Tutta l’area è in via di riqualificazione e entro il 2019 il progetto dovrebbe essere completato.

Il sindaco della città Zedda ha voluto sottolineare come la struttura sia diversa da quella di Udine e Torino: ““Il progetto è serio e con indicazioni giuste. La famiglia Giulini è in Sardegna dal ’96, l’impianto vivrà 365 giorni l’anno. Udine e Torino? Un’opera privata da noi rimane pubblica”.

Cagliari sarà la prima città a realizzare l’impianto in questi termini, e la nuova dirigenza è estremamente soddisfatta del risultato.

La condizione precaria del Sant’Elia ha portato numerosi problemi alla dirigenza, i conti della società sono stati spesso minati da colossali perdite legate all’impianto.

I tifosi sono finalmente soddisfatti e il ricordo delle partite in casa giocate in altri campi, sembra un lontano ricordo, che appartiene ad un calcio che Cagliari sicuramente non meritava.




#HistoriaMagistraCalcis – Andrés Escobar ed il narcofutbol

Si chiamava Andrés Escobar Saldarriaga. Era un campione. Morì per un autogol; ce lo ricordiamo per questo.
Nacque nel 1967 nel distretto di Medellin, in una Colombia serena. Non avanzata, non irresistibile. Ma tranquilla. In cui i sogni ancora potevano strisciare e materializzarsi in realtà. Non era la Colombia del narcotraffico. Neanche quella della guerra civile. Tantomeno quella delle morti gratuite.
Andres Escobar è un ragazzo eccellente, educato da una famiglia molto attenta e volenterosa. Va bene a scuola, porta buoni voti a casa, si mostra sempre educato e disponibile. Il suo tempo libero, finita la mattinata e lo studio, è interamente dedicata al calcio. E’ un difensore pulito. Elegante. Che non commette falli perché contrasta colpendo solo il pallone. Non eccessivamente alto (un metro ed 84) ma ben piazzato. Con un gran senso tattico. Costantemente al posto giusto.
Si destreggia nelle giovanili ed intanto seguita a studiare. Ma ad un certo punto, come succede a tutti, deve prendere una scelta: se continuare a giocare a calcio e divenire un professionista o percorrere un’altra strada. Lui è quasi indeciso, però ha un sogno: militare per la sua squadra del cuore, l’Atletico Nacional.
E così vi approda. Nel 1987. E vi rimarrà senza mai cambiare club. Ha vent’anni e tanta voglia di sudare per quella maglia. Voglia di migliorarsi quotidianamente. All’Atletico trova un grande del futbol colombiano: Francisco Maturana, ex campione dei biancoverdi ed ora allenatore. Nel frattempo svolge anche il ruolo di commissario tecnico della Nazionale. Vede giocare Andres, e dopo qualche allenamento dichiara: “E’ un vero campione. Esempio di professionalità e rettitudine“. In un paio d’anni Escobar – con la maglia numero 2 che porterà tutta la vita – diventa un idolo: per i tifosi è “el caballero de futbol“.
Nel 1989 la Colombia ottiene la sua prima Copa Libertadores della storia: grazie all’Atletico Nacional di Maturana, che batte in finale i paraguaiani dell’Olimpia Assuncion. Ovviamente, Andres è un titolare inamovibile di quella rosa. Ed è un periodo straordinario sportivamente: con la coppa arriva anche la qualificazione ai Mondiali di Italia 1990, dove Escobar scenderà in campo con la fascia da capitano. E’ un campione assoluto.
Ma questa storia non è purtroppo solo calcistica. Perché negli anni ’70 dal Cile arriva colei che stravolgerà le sorti della Colombia: la cocaina. A profittarne più di chiunque altro è Escobar, ma non il nostro Andres, bensì Pablo. A metà degli anni ’80 è – secondo Forbes – fra i dieci uomini più ricchi al mondo. Arriva a guadagnare 50 milioni di dollari al giorno. Ciò grazie al narcotraffico verso gli Stati Uniti ed all’eliminazione totale della concorrenza: “Siete liberi di seguirmi o meno. Per chi mi seguirà, ci saranno soldi. Per chi mi si opporrà, piombo“. Nel 1983 diventa presidente della Colombia.
Però non viene disprezzato dal popolo. Lui, in fondo, prende soldi dai ricchi statunitensi e dona ingenti somme di denaro ai colombiani. Ed intanto, per riciclare soldi, è costretto a trovare alcuni metodi. La soluzione è semplice: il calcio. I club. La compravendita di calciatori. Tra cui l’Atletico Nacional.
A quel punto la Colombia diventa politicamente e calcisticamente isolata: i prezzi dei giocatori sono gonfiati per far girare soldi, e le società europee non vogliono trattare con dei boss malavitosi. Fra l’altro la situazione sui campi non è delle migliori: le sfide fra due schieramenti sono anche sfide tra proprietari criminali. Entrano interessi in ballo. Si alterano i risultati per ottenere denaro dalle scommesse. Gli arbitri vengono uccisi per direzioni imprecise. Si parla in questo periodo di “narcofutbol“.
Però tutto giova al movimento calcistico, soprattutto alla Nazionale. Maturana ha infatti la possibilità di seguire i convocabili direttamente nel proprio campionato. E la Colombia ottiene la qualificazione per i Mondiali di U.S.A. 1994. E vi arriva come una delle favorite.
Ma, come già detto, non c’è solo il calcio. Nel 1993 Pablo Escobar muore sotto i colpi delle forze speciali. Questo delitto spezza gli equilibri – già labili – fra i boss della droga. Il Paese è in guerra. Si costituiscono clan di criminali che vogliono il controllo dei traffici. La gente muore in strada. Innocenti e non. Il clima è tesissimo. E la Nazionale non può che risentirne.
Andres Escobar sa che al Mondiale va portato in alto il nome della Colombia. E’ l’unica cosa che conta. Lo dice pubblicamente e ne parla privatamente con gli scossissimi compagni di squadra. Anche lui ha paura. Vuole sposarsi ma non farà in tempo. Teme per l’incolumità della sua gente. Legge ogni giorno la Bibbia: come segnalibri le foto della fidanzata e della madre. Parte per gli Stati Uniti. Saluta le donne della sua vita all’aeroporto.
E così i ragazzi di Maturana arrivano al Mondiale. Con una sconfinata pressione sulle spalle. Amici e familiari dei calciatori rischiano la vita in patria. Alcuni sono morti prima che partissero. Altri mentre erano in viaggio.
Ma la Colombia è tra le favorite. Andres Escobar col suo numero 2 e la sua fascia comanda in campo. E’ il leader. E’ la stella. E’ un campione. Ma il peso di ogni minuto passato lì è troppo elevato. La prima partita va malissimo: la Romania, col suo atteggiamento difensivo, strappa un incredibile 3-1.
E così la seconda partita, quella con i padroni di casa, è decisiva. Se si perde, si è eliminati. E l’eliminazione non è accettabile. La squadra lo sa fin troppo bene: mister Maturana scoppia a piangere negli spogliatoi. Gli sono arrivate minacce di morte. In quello stesso giorno, ad Herrera arriva un comunicato: il fratello è stato ucciso. Diventa impossibile concentrarsi sul campo.
Ed in quella partita succede qualcosa. Una frazione di secondo. Una scivolata per anticipare l’attaccante avversario. Un pallone intercettato con la gamba. Quello che Andres Escobar sa fare meglio. Ma stavolta qualcosa non è andato: è autogol. La Colombia perde ed è fuori. Ed è un guaio. Gli scommettitori in patria avevano puntato molto sulla seleccion.
Ed il responsabile principale di questa perdita – sportiva e di denaro – viene individuato in Andres. Che però mantiene la calma. Ha la sua Bibbia. Sua madre. E soprattutto la fidanzata che vuole sposare. E così, pochi giorni dopo il suo ritorno, la porta fuori. In un bar. Lo riconoscono. Lo insultano. Vuole andarsene. E’ spaventato. Arriva al parcheggio retrostante. Un uomo tira fuori una mitragliatrice. Gli dice “grazie per l’autogol“. Gli spara. Muore. Muore il più forte calciatore colombiano. E’ il 2 luglio del 1994. Se n’è andato perché dei narcotrafficanti hanno perso dei soldi.
“Mi raccolgo in silenzio per sentire l’agonia,
quel sospirare lieve delle foglie che cadono
come lo sfilacciarsi dolce della malinconia“.
(Mario Rivero, forse il più grande poeta della storia colombiana).