#Goal&Cash – Milan ai cinesi, Berlusconi tentenna definitivamente?

Le voci corrono e da quando abbiamo inaugurato questa rubrica le volte in cui ci siamo trovati a parlare della cessione del Milan sono innumerevoli, oggi i temi in cui sia il calcio che i soldi si intrecciano sono tanti: dal costo dell’addio di Messi per l’Adidas, alle cifre economiche intorno a Italia-Spagna. Tuttavia ci fermeremo ancora a parlare della vendita della società rossonera perché questa volta sembra essere quella buona.

Proprio in queste ore dovrebbe atterrare in Italia Galatiolo per definire le ultime cose e tornare a parlare dei nomi di mercato e in particolare dell’allenatore.

Già da alcuni giorni sapevamo che i cinesi non puntavano più al 70% della società ma ad un 80%, Berlusconi, che entro il 14 sarà dimesso dal San Raffaele. Per ora il giorno indicato per la firma preliminare è il 7 luglio, giorno del raduno.

Nei giorni scorsi si era pensato ad un annuncio in grande stile da parte dei cinesi, ma Berlusconi sembrava poco d’accordo al lancio dell’accordo in stile Hollywoodiano.

Il Milan oggi chiede ai cinesi un totale di circa 400 milioni di euro, a cui andrebbero aggiunte cifre molto grandi per gli investimenti sul mercato.

La parola fine forse sarà scritta a fine estate, ma l’epilogo non è scontato, con il Presidente Berlusconi, noi di Goal&Cash abbiamo capito che nulla può esserlo.




#UnCalcioAllaStoria – Sartre e la passione per il calcio: tra pallone e filosofia

Nella giornata di ieri Jean Paul Sartre avrebbe compiuto 111 anni, nato nel 1905 a Parigi in tutto il ‘900 è stato uno dei massimi rappresentanti della filosofia esistenzialista. Gli aneddoti su una figura intellettuale così pesante del secolo scorso sono un’infinità ma oggi vogliamo, proprio per la peculiarità della nostra rubrica, concentrarci sul rapporto tra il filosofo e la sua grande passione per il calcio.

Nella Critica della Ragion Dialettica pubblicata nel 1960 i riferimenti al mondo del pallone sono tantissimi, lui paragona le sue prime esperienze da calciatore nelle strade di Parigi ad una prima palestra di democrazia.

Al centro della sua analisi sul calcio ci sono i rapporti tra libertà e individuo, la dinamica di legame all’interno di un gruppo: “Tra una squadra di calcio e un gruppo di ribelli armati ci sono molte cose in comune”.

Il filosofo ha paragonato il calcio ad una vera: “metafora della vita”, in Sartre il calcio è un simbolo, che va oltre la metafora poetica.

Un altro esistenzialista molto vicino sia a Sartre che al pallone è Camus che ha parlato così del suo rapporto con lo sport più bello del mondo: “Ciò che so riguardo a doveri e moralità lo devo al calcio”.

Spesso si sono fatti paragoni tra Mourinho e il filosofo francese, grazie anche a delle citazioni dirette dell’allenatore portoghese; Sartre sapeva molto, non solo sul calcio, Mourinho alcuni anni fa fu molto chiaro: “Chi sa solo di calcio, non sa niente di calcio”, noi di un calcio alla storia vi diamo questa piccola occasione di andarvi a documentare su un genio assoluto, perchè nella letteratura il calcio ha sempre trovato un posto importantissimo, da Leopardi ( che in realtà non parlò propriamente del calcio moderno) a Pasolini tutti si sono innamorati del pallone e sembra tra intelletto e pallone esserci un legame mistico e profondo.




#Goal&Cash – La geografia degli spettatori che cambia: Italia-Svezia evento streaming più seguito di sempre

La seconda partita dell’Italia ad Euro2016, che ha visto vincere la Nazionale di Antonio Conte per 1-0 sulla Svezia di Ibrahimovic, è stato l’evento streaming live più seguito di sempre nel nostro Paese.

Digital-news.it Informa che con 1 milione e 100 mila browser unici registrati sulle varie piattaforme digitali Rai Italia- Svezia diventa l’evento live più seguito nella storia di Internet in Italia.

Il successo è stato testimoniato dalle dichiarazioni del DG Rai Antonio Dall’Orto: “Mai prima d’ora  gli italiani avevano seguito in maniera così massiccia la partita grazie alla nuova App Rai attraverso tutti gli strumenti a loro disposizione, ovvero smartphones, tablets e computers, contribuendo a segnare una giornata storica per il nostro Paese. Oltre un milione e centomila di browser unici collegati per seguire la partita in rete attraverso le nostre piattaforme digitali rappresentano un record assoluto nella storia di Internet in Italia. Come servizio pubblico siamo orgogliosi di questo primo risultato che premia gli sforzi dell’azienda nel suo cammino verso la trasformazione in una vera media company e per questo voglio ringraziare tutti coloro che negli ultimi nove mesi hanno lavorato giorno e notte per riuscire ad ottenere questo risultato eccezionale e recuperare i ritardi accumulati in quest’area fondamentale”.

I risultati raggiunti dalla Rai in questo europeo sono notevoli, anche il 3% sintonizzato su Rai5 per la telecronaca con la Gialappa’s sono un ottimo risultato per l’azienda.

Anche Sky sta comunque registrando picchi superiori al 10% per le partite della nostra Nazionale, che è più seguita rispetto alle ultime competizioni disputate.

Il picco sia sulla Rai che su Sky è stato registrato durante il gol di Eder, negli ultimi minuti del match, sicuramente, grazie alle ottime prestazioni, lo share è destinato a migliorare nelle prossime partite.




#UnCalcioAllaStoria – La prima squadra olimpionica di rifugiati

Solitamente nella nostra rubrica vi parliamo di storie legate al passato, in particolare connesse al mondo del calcio, oggi però con le Olimpiadi di Rio alle porte vogliamo parlarvi della decisione senza precedenti del CIO: in Brasile ci sarà la prima delegazione formata da rifugiati, gli atleti saranno una decina di varie nazioni come Kenya e Siria.

Il Presidente del comitato Olimpico Thomas Bach, ha definito la squadra come un “simbolo di speranza”.

La squadra nella sfilata di presentazione delle delegazioni porterà la bandiera olimpica, la decisione di rappresentare i rifugiati nel mondo è senza precedenti e sicuramente porta ad una svolta, a livello sportivo, nella considerazione di questa condizione.

Gli atleti che gareggeranno sono stati scelti tra più di quaranta rifugiati, ad esempio 5 sudanesi del sud si sfideranno con gli altri atleti nella varie discipline podistiche.

I ragazzi e le ragazze scelte ora vivono in vari paesi, ad esempio la maratoneta scelta per la gara che chiuderà le olimpiadi ora è residente in Lussemburgo.

Molti di questi ragazzi si stanno allenando tutti i giorni grazie a vari istituti, è il caso di Popole Misenga e Yolande Mabika, che con l’aiuto all’istituto Reação si stanno preparando alle gare in Brasile.

Lo sport deve tornare ad essere questo, lasciando da parte le scene che stiamo vedendo ad Euro2016, tante volte, in particolare nel calcio, ci si dimentica della natura profondamente umana dello sport.

Si perde troppo spesso la dimensione delle cose, fortunatamente questo team, che forse non porterà medaglie ai propri atleti, ci ricorda l’importanza della sportività e i suoi valori.




#Goal&Cash – De Laurentiis a tutto campo e…cash!

In tempo di Euro2016 è giusto parlare del futuro del calcio europeo: Aurelio De Laurentiis non ha dubbi a riguardo e in un’intervista a Repubblica è tornato su un tema a lui molto caro, la Superlega Europea.

“Penso a un Cinque Nazioni, un torneo europeo parallelo con le migliori sei inglesi, italiane, spagnole, tedesche, francesi, per un business da 10 miliardi all’anno. Basta col teatrino Uefa, che mette da parte ogni anno un miliardo e 200 milioni di euro in contanti e non ne usa nemmeno per dare ossigeno al movimento”, il Presidente come sul caso Koulibaly è stato molto chiaro sulla sua posizione.

De Laurentiis da sempre molto critico sul nostro calcio ha parlato anche della nazionale e della Serie A, infatti sono stati invocati cambiamenti perchè secondo il patron azzurro, tutto il movimento intorno al nostro Paese è vecchio e privo di slancio.

Il presidente ha parlato anche degli investimenti nel nostro calcio, ritenendoli necessari: “Preoccupato dai cinesi? Assolutamente no. Il calcio deve aprirsi e lo sta facendo, attirando investitori. L’unica criticità da affrontare è il rischio del doping amministrativo, utilizzato per bypassare le limitazione del fair play finanziario, cosa peraltro che già accade”.

Le cifre del nostro campionato per quanto riguarda i diritti tv sono abbastanza preoccupanti, infatti solo la Ligue One ricava meno di noi dai contratti televisivi.

L’Inter ha già effettuato lo storico passaggio, il Milan è atteso al varco nelle prossime settimane; forse l’ottica di De Laurentis è da condividere, il suo impegno nel rilanciare il calcio italiano forse va seguito, troppe volte il presidente del Napoli è stato visto come un provocatore, ma oggi bisognerebbe dargli ascolto sul serio.




#PolvereDiStelle – Novak Djokovic, il “Djoker”

Il tennis ci ha regalato per anni molti campioni, capaci di battere record su record di slam e di vittorie in tornei importanti. Ma mai prima d’ora, dagli anni ’70 agli anni 2000, vi era stato un così netto predominio, fino al’avvento di Roger Federer, Rafa Nadal e Novak Djokovic.

Oggi vi parliamo del tennista serbo, Novak Djokovic, che ha appena conquistato l’unico torneo del “Grande Slam” che ancora non aveva vinto, ovvero il Roland Garros di Parigi, vinto la scorsa domenica.

Djokovic detiene il record di 29 master series 1000 vinti, di finali a tornei ATP: è uno dei tennisti dell’era Open ad aver vinto per 2 anni 3 slam in un anno solare e potrebbe, in caso di vittoria di Wimbledon 2016, tra qualche settimana, vincere tutti e 4 gli Slam in un anno, impresa che manca dal 1978. Djokovic ha inoltre in carriera un bronzo Olimpico a Pechino 2008 e la vittoria della Coppa Davis con la sua Serbia.

Vincendo per ben 6 volte l’Australian Open, ha eguagliato il record  di Roy Emerson. E’ attuale numero 1 del ranking ATP, con molti punti di vantaggio su Andy Murray, rivale di molte finali.

Nato a Belgrado il 22 maggio 1987, Djokovic si appassionò al tennis all’età di 6 anni, quando vide la costruzione di campi da tennis vicino la sua casa. Così decise di allenarsi a questa disciplina e i suoi istruttori rimasero esterrefatti. “Nole” (così si fa chiamare dagli amici), aveva un talento impressionante e di certo avrebbe fatto strada nel mondo del tennis.

Ed infatti il giovane serbo, riuscì ad ottenere risultato pazzeschi sin da giovane, su tutte e tre le superfici: terra battuta, cemento ed erba.

Ottenne subito delle “wild car” per partecipare a tornei challenger importanti in Europa, ma si mise in mostra nel 2007, quando ottenne la finale al Roland Garros, perdendo contro Rafa Nadal, ma ancor di più nel 2008 quando ai Giochi Olimpici di Atene ottenne un meritato, e clamoroso, bronzo.

Da lì la sua carriera divenne in discesa, tanto da diventare nel 2011, già numero 1 del mondo. Dal 2011 al 2015, si è spesso scambiato di posizione con Nadal e Federer, considerati assieme a Murray e Djokovic, i big four dell’era contemporanea del tennis.

Nel 2008, Djokovic vince il suo primo torneo del Grande Slam, battendo in finale Jo-Wilfried Tsonga e conquistando l’Australian Open. Fino al 2009, ottiene anche l’US Open e nel 2010 diviene leggenda con la vittoria della Coppa Davis con la sua Nazionale, la Serbia.

Si arriva al 2011, l’anno dei record di Nole. Parte subito con la vittoria degli Australian Open in finale contro Murray (avversario più sconfitto dal  serbo in una finale). Vince titoli ATP a Dubai, Roma, Barcellona, Madrid e Stoccarda. Al Roland Garros può diventare numero 1 al mondo arrivando in finale ma viene eliminato da Roger Federer in semifinale, perdendo dopo 45 vittorie consecutive.

Ma il primato arriverà solo un mese dopo, quando a Wimbledon, batterà in finale proprio Nadal, che fino a quel momento era il primatista nella classifica ATP, e lo scavalcherà grazie ai punti ottenuti sull’erba inglese. Djokovic farà suoi anche gli US Open di settembre , chiudendo un anno strepitoso.

Nel 2012-13 e 14, Djokovic non ripete le imprese dell’anno precedente ma difende spesso il numero 1 al mondo da Nadal e Federer che spesso insidiano il suo primato. Nel 2015, Djokovic ripete le imprese del 2011, vincendo l’Australian Open, in finale ancora con Murray. Vince ancora a Roma, Montecarlo, Madrid e Dubai.

Ancora una volta il suo tallone d’Achille resta il Roland Garros, unico Slam che manca. Perde infatti in finale contro Wawrinka, dopo aver eliminato Federer e Nadal. Si rifà ancora agli US Open e a Wimbledon.

Ora per lui si aprono le porte della leggenda. Djokovic nel 2016 ha vinto già l’Australian Open, battendo in finale Andy Murray, e finalmente il Roland Garros, unico Slam che gli mancava, ancora una volta in finale contro Murray. Vincendo Wimbledon e US Open potrebbe vincere i 4 grandi Slam in un anno, che darebbero a Djokovic un posto nell’olimpo del tennis, posto che già ora si è ampiamente conquistato.

 




#Goal&Cash – Milan, le mani dei cinesi sui rossoneri

La notizia di stamattina è sicuramente l’ottima riuscita della trattativa che ha portato l’Inter dalle sponde indonesiane a quelle cinesi.

Proprio in queste settimane, noi di Radio Goal 24 e in particolare nel nostro spazio, stiamo parlando della possibilità di acquisizione del Milan da parte della cordata cinese.

In questi giorni le voci sono state copiose sull’allontanamento, nonostante la firma dell’esclusiva, dei cinesi a causa delle richieste di Silvio Berlusconi, non nuovo a questi colpi di testa all’ultimo secondo.

Il quotidiano La Repubblica però è chiaro: “lunedì 13 giugno, mentre l’Italia di Conte farà il suo esordio nell’Europeo in Francia, ci dovrebbe essere lo storico passaggio del Milan nelle mani della cordata cinese”.

Mancherebbe per cui meno di una settimana allo storico accordo, che porterebbe Berlusconi lontano dai rossoneri.

Fino alla fine i tifosi aspettano, le cifre, come ricorda il quotidiano, sono queste: 700 milioni (di cui 240 milioni di debiti) e garanzia di investimenti (400 milioni). La conclusione è vicina e tutti, in particolare i tifosi, aspettano una soluzione positiva.

Strettamente legato a questo discorso è quello sull’allenatore, Emery sembra essere vicino al PSG ma molti giurano che fino alla fine si proverà a portarlo in rossonero.




#RoadToEuro2016 – Italia, gli eterni sfavoriti

Pizza, Mafia e Mandolino. Questa è l’etichetta “ufficiale” che si porta in giro il nostro Bel Paese. Considerando l’estensione territoriale e la tendenza a “rimandare” a domani ciò che si potrebbe fare oggi, l’Italia si è sempre distinta a livello sportivo, incarnando talvolta uno spirito unico al mondo, capace di fare cose straordinarie e di vincere battaglie che sembravano impossibili. Ecco, più che la Pizza, il mandolino e sopratutto la Mafia, preferiremo essere ricordati come gli eterni Underdogs, gli sfavoriti, quelli su cui non scommetteresti mai un euro ma che al momento opportuno tirano fuori dal cilindro il coniglio magico capace di ribaltare un destino già segnato solo per il gusto di far rimanere l’avversario a bocca asciutta e godere della sua espressione tra il rammarico e lo sbalorditivo. Questo è lo spirito italiano, questa è l’Italia nel mondo.

Italians do it better

La Nazionale Italiana mentre celebra il gol di Graziano Pellè contro la Scozia

La Nazionale Italiana mentre celebra il gol di Graziano Pellè contro la Scozia

La sacrosanta verità che tutto il mondo ci invidia: gli italiani lo fanno meglio. Per intenderci, questo è riferito per qualsiasi sport, arte, cucina e via discorrendo. Magari non saremo eccellenti in alcune discipline, certo può capitare, nessuno è perfetto, ma come facciamo noi le cose non le fa nessuno. Fateci caso, in quasi tutti gli argomenti l’italiano si distingue per qualche particolare che lo contraddistingue dagli altri, una sorta di tocco magico che inevitabilmente fa parlare degli italiani nel mondo. Questa è una delle basi su cui l’Italia calcistica può fare leva per un possibile traguardo finale. Gli eterni sfavoriti, quelli che sono sempre in bilico tra il talento e la rovina, gli unici al mondo ad essere prima derisi da tutti e poi inneggiati come i vincitori di tutte le epoche. Questo è decisamente l’Europeo delle sorprese, l’anno zero del calcio italiano. Sturaro, Insigne, Ogbonna, Zaza, Eder e Pellè, tutti calciatori che fino a 2 anni fa sembravano destinati a godersi le vacanze sotto l’ombrellone e a tifare gli azzurri dallo schermo. E invece eccoli qua, pronti a lottare per la maglia azzurra. Se non sono sorprese queste…

La famosa Piramide di Cambridge di Herbert Champman detto anche "Il Sistema"

La famosa Piramide di Cambridge di Herbert Champman detto anche “Il Sistema”

Catenaccio’n’ Roll
Tiqui-taka, tecnica, velocità spaziali e fraseggi si sprecano di fronte al catenaccio all’italiana. Come quando due generi musicali come il pop e il rock si sfidano a duello. Uno è bello, vivace, colorato, pieno di entusiasmo che attira giovani e meno giovani. L’altro invece e considerato quello brutto, di nicchia, non adatto al mainstream commerciale, ma è l’unico che vivrà per sempre e che nel bene o nel male rimarrà apprezzato per la grinta e la veridicità dimostrata sul palco di fronte ai propri fan. Il catenaccio è un po come il Rock, non bello ma efficace. Si certo, il gioco spettacolare della Spagna avrà attirato molti più “fan” rispetto al nostro muro, ma riguardo a tornei internazionali vinti non c’è paragone. In quest’ottica il nostro CT, Antonio Conte, ha rivoluzionato il concetto di catenaccio e adattandolo a quello che una volta veniva chiamato Il Sistema. Il sistema non è altro che una filosofia di calcio che nasce da Herbert Chapman negli anni 30′ ma che si evolve in maniera parallela tra Italia e Ungheria verso al seconda metà degli anni 50′. I primi rudimenti di Chapman, allenatore dell’Arsenal tra il 1925 e il 1934, sono basati su di un modulo chiamato WM, per via dello schieramento dei calciatori in mezzo al campo, la famosa piramide di Cambridge. Con questo modulo i calciatori garantivano una copertura totale del campo che permetteva di recuperare velocemente la palla e di ripartire compatti alla ricerca del gol. L’evoluzione di questo modulo porterà poi il Grande Torino a sperimentare il famoso catenaccio, riuscendo nell’impresa di essere la prima squadra “sistemica” italiana a vincere il campionato nel 1942/43, prolungando la serie fino al 1949 anno della tragedia di Superga. Questo misterioso ed intrigante sistema porterà la Grande Ungheria degli anni 50′ a vincere l’Olimpiade nel 1952 e a conquistare la finale Mondiale nel 54′, persa poi contro la Germania. L’evoluzione di questa filosofia ha poi portato dei mutamenti nel calcio moderno. Basti pensare al Bayern Monaco di Guardiola (parliamo di tattica e non di singoli calciatori), al Cile di Sampaoli e alla Juventus di Allegri che prendendo in eredità il lavoro di Conte, ha portato i bianconeri in finale di Champions League e ad essere la regina incontrastata del calcio italiano. Conte questo lo sa bene e vuole che l’Italia prima di tutto sia una squadra e non un concentrato di calciatori selezionati.

Il Sistema di Chapman integrato nella formazione titolare italiana

Il Sistema di Chapman integrato nella formazione titolare italiana

Il gruppo e la tattica vanno di pari passo al giorno d’oggi. Con Antonio Conte in panchina, l’Italia ha dimostrato che nel pieno delle sue capacità riesce a sopperire ai deficiti tecnici dei singoli calciatori, riuscendo ad imporsi in mezzo al campo con circa 8 giocatori d’attacco e lasciando i soli Bonucci e Chiellini a sostenere l’eventuale attacco degli avversari.

Un signor Conte
Poeti, santi, navigatori e allenatori. E’ inevitabile, in un modo o nell’altro dobbiamo sempre dare sfogo alla nostra vena calcistica e criticare le scelte del CT della Nazionale. Tralasciando tatticismi e scelte tecniche, Conte è in assoluto la miglior scelta per questo europeo, l’uomo in più di una Nazionale che non si contraddistingue per i singoli ma per il gruppo-spogliatoio che da anni fa la differenza nei tornei a breve termine. Non a caso l’Italia è andata male quando il gruppo è venuto a mancare. Nessuno meglio di lui può tirar fuori il meglio da ogni singolo calciatore. Sono pochi gli allenatori che si contraddistinguono per la tenacia e la grinta espressa in mezzo al campo, quella sana grinta che riesce ad ammaliare ogni singolo calciatore che lotterà sia per la maglia che indossa, sia per il condottiero a bordo campo. Sarà fondamentale mantenere alta la concentrazione minuto dopo minuto, secondo dopo secondo.

Antonio Conte, CT della Nazionale Italiana

Antonio Conte, CT della Nazionale Italiana

Conte è consapevole che l’attenzione su di se è alta, buona parte del suo rapporto con i tifosi del Chelsea dipenderà dal cammino degli azzurri all’europeo. Il CT è attento e studia ogni minimo dettaglio, partendo dalla condizione fisica, passando alla tattica per poi concentrarsi sul morale dell’intero gruppo. Sarà fondamentale far sentire ognuno dei calciatori selezionati parte integrante della squadra. Ogni singolo calciatore dovrà percepire l’importanza del suo ruolo all’interno della squadra, in modo tale da poter avere la certezza che qualsiasi cosa accada loro saranno sempre pronti a servire la maglia che indossano fino alla fine. Un po come ha fatto durante i suoi 3 anni alla Juventus. Se i bianconeri sono diventati una squadra dalla mentalità vincente, gran parte del merito va sicuramente dato al CT della Nazionale.

La BBBC
Nel corso di RoadToEuro2016, abbiamo analizzato 23 Nazionali, prima dell’Italia, cercando di mettere in risalto gli aspetti di ogni singola compagine Nazionale. Durante tutto il percorso è saltato fuori un particolare che per molti potrà significare irrilevante, ma che potrebbe risultare fondamentale ai fini della vittoria finale: solo due squadre possono vantare un gruppo compatto di calciatori che si conoscono quasi a memoria, Spagna e Italia. Detto degli iberici che possono contare su di una generazione incredibilmente ricca di talenti in ogni reparto, l’Italia ha dalla sua parte una difesa invidiata da tutto il mondo, il cosiddetto blocco Juventino: la BBBC. Buffon, Barzagli, Bonucci e Chiellini, gli irriducibili di Antonio Conte, le colonne su cui ha ricostruito il successo juventino. Il capitano azzurro in questa stagione si è dimostrato la vera arma in più della Juventus, capace di redarguire ogni singolo calciatore caricandosi addosso tutta la pressione mediatica delle prima giornate, dimostrandosi un vero capitano. Barzagli è forse il miglior centrale italiano e nonostante la carta d’identità reciti 35 primavere, resta indubbiamente uno dei migliori al mondo. Velocità, intelligenza tattica e dinamismo, sono le doti di un difensore completo come Andrea. Nessuno più di lui si merita un posto tra i titolari dell’Italia. Leonardo Bonucci e uno a cui piace giocare con i giornalisti e con le vicende fuori dal campo, sempre pronto a stuzzicare gli avversari al momento opportuno, una caratteristica fondamentale se vuoi essere un vincente. Bonucci sa che prima di parlare fuori dal campo, si deve dimostrare di essere all’altezza dentro il terreno di gioco e lui ormai lo fa da quasi 5 anni a questa parte. Cresciuto in maniera esponenziale con l’arrivo di Conte, Leonardo è maturato molto nel corso degli anni, diventando uno dei “nuovi senatori” dello spogliatoio azzurro, uno che manderesti sempre in campo in qualsiasi condizione e a qualsiasi costo. Giorgio Chiellini è l’esempio della dedizione al lavoro e al sacrificio. Nonostante possa risultare nella maggior parte dei casi goffo o snaturato, Chiellini è l’uomo su cui puoi sempre fare affidamento. Anticipo, forza e gestione dell’avversario sono i punti a suo favore. In campo internazionale è uno dei più forti centrali al mondo, ma non essendo un calciatore bello e stilisticamente d’impatto, non viene considerato all’altezza dei grandi nomi del calcio mondiale. Ma questo a Giorgio non importa. Per lui contano solo l’ammirazione e la stima dei suoi tifosi che mai e poi mai oserebbero fischiare un gladiatore del suo calibro.

I 4 punti chiave dell’Italia non sono niente senza il supporto e la spinta di un intera Nazione, chiamata alle armi dal generale Conte. Noi possiamo scrivere la storia degli europei e passare ancora una volta come gli eterni sfavoriti capaci di ribaltare il tavolo da gioco al momento opportuno. In questi casi conta solo l’unione di un intero popolo pronto, quel popolo deriso ed applaudito allo stesso tempo, in fondo non siamo sempre quelli che lo fanno meglio?

(Immagine di copertina fornita da @GettyImages)




#UnCalcioAllaStoria – La tratta dei giovani talenti, uno schiavismo 2.0

Oltre 40,000 persone quotidianamente sono costrette a scappare dalla propria terra a causa di conflitti e persecuzioni: le nazioni con maggior numero di persone che scappano sono sicuramente Siria, Somalia e Iraq. In questa situazione si vengono a verificare particolari situazioni abbastanza agghiaccianti anche per quanto riguarda lo sport.

La tratta di giovani talenti in Africa ha dei numeri molto grandi, anche se difficili da controllare a livello statistico; la normativa FIFA sui trasferimenti internazionali è molto chiara: “I trasferimenti internazionali dei calciatori sono consentiti solo se il calciatore ha superato il 18esimo anno di età”.

L’eccezione vale per i giocatori europei che possono trasferirsi dall’età di sedici anni in club di altre nazioni europee.

In Africa il modus operandi di falsi agenti è sempre lo stesso: viene fissato un appuntamento con il ragazzo con la promessa alla famiglia di portarlo in Europa a fare provini, puntualmente però, una volta che sono stati dati i soldi per biglietto aereo e viaggio, i ragazzi vengono portati in campi di lavoro e sfruttati.

Se invece i giovani talenti vengono portati in paesi come Italia, Belgio o Francia, nell’eventualità in cui il provino dovesse andar male saranno abbandonati a loro stessi senza alcun tipo di assistenza.

Nel continente africano tante sono le situazioni ambigue legate al calcio, anche per quanto riguarda i documenti rilasciati ai vari club. Molte sono le situazioni in cui l’età del ragazzo, con un contratto in primavera, viene rilevata maggiore rispetto a quello che dicono le carte ufficiali.

L’ultimo caso discusso nel nostro campionato è stato quello di Minala, di proprietà della Lazio.

La Francia e il Belgio, grandi paesi esportatori di talento dall’Africa, dovrebbero esercitare una pressione più grande sugli organismi internazionali affinchè si aggiustino le pratiche per portare giovani nel nostro continente.

La via percorsa finora è completamente sbagliata, bisogna ripartire tutti insieme per tutelare i minori che per scappare dalla guerra lasciano i loro sogni in mano a degli schiavisti.




#PolvereDiStelle – Vincenzo Nibali, lo squalo di Messina

Nel consueto appuntamento settimanale con le stelle oggi non potevamo non parlare di Vincenzo Nibali, lo squalo di Messina, trionfatore domenica scorsa del Giro d’Italia 2016, il secondo della sua straordinaria carriera.

Un Giro d’Italia che lo vedeva partire favorito ai nastri di partenza, ma che poi si è rivelato più difficile che mai, con Vincenzo dato per finito e ormai impossibilitato a vincere solo 2 giorni prima della fine del giro a Torino.

Si perchè anche i grandi campioni possono avere giornate nere, che possono compromettere i tanti sacrifici fatti e gli sforzi per arrivare al top ai grandi appuntamenti. Ma il segreto del successo è quello di non mollare mai, anche quando tutto sembra girare male.

Ed è questo il grande segreto di Vincenzo: oltre ad essere un corridore completo, Nibali ha sempre avuto una forza d’animo fuori dal comune, che gli ha consentito di trionfare in tante corse, anche quando tutto faceva pensare al contrario.

Nato a Messina nel 1984, Vincenzo Nibali è professionista dal 2005. E’ l’unico corridore italiano assieme a Felice Gimondi ad aver vinto tutti e tre i grandi giri: Giro d’Italia, Tour de France e Vuelta a Espana. 

Vincenzo inizia a farsi notare nel 2008 al grande pubblico, quando inizia a dare spettacolo sulle strade del giro e del Tour, ma è nel 2010 che inizia la sua straordinaria carriera di successi. Passato alla Liquigas, nel Giro d’Italia 2010, aiuta come gregario Ivan Basso ad ottenere il successo finale e la maglia rosa, ma lo stesso Nibali sale sul podio finale, chiudendo terzo e con una strepitosa vittoria di tappa, quella del Monte Grappa, che lo consacra definitivamente. Per la prima volta in carriera, indossa anche per tre giorni la Maglia Rosa, che poi cederà alla fine al capitano Basso.

Vincenzo Nibali in maglia Rossa, vincitore delle Vuelta 2010

Vincenzo Nibali in maglia Rossa, vincitore delle Vuelta 2010

Non partecipa al Tour e si prepara alla Vuelta, che lo vedrà assoluto protagonista. In Spagna ingaggia una lotta al filo dei secondi col corridore iberico Joaquin Rodriguez, che sembra poter battere il siciliano per pochi secondi. Ma Nibali, sull’ultimo arrivo in salita a Bola del Mundo, stacca tutti e prende la maglia rossa simbolo del primato in Spagna, che porterà fino a Madrid.

Ormai la sua carriera è segnata: Nibali può vincere le più grandi corse a tappe.

Nel 2011 punta al Giro d’Italia come capitano della Liquigas, ma trova davanti a sè un Contador strepitoso. Chiude terzo a Milano, dietro allo spagnolo e a Scarponi, ma dopo la squalifica per doping di Contador, il giro verrà assegnato a Michele Scarponi e Nibali sale in seconda posizione.

Nel 2012 rinuncia al Giro e  va al Tour, dove riporta un italiano sul podio finale a Parigi, chiudendo al terzo posto la Gran Boucle, dietro alla strepitosa coppia Sky Wiggins-Froome. Dopo Gimondi, Vincenzo è l’unico italiano ad essere salito sul podio di tutti i tre grandi giri; ma lo squalo vuole di più, vuole il successo, almeno in Italia. Si presenta alle olimpiadi di Londra con l’Italia ma chiuderà male l’avventura olimpica, ma a settembre 2012 vince il campionato italiano. Passa al team Astana che gli prepara una squadra vincente per ottenere i più grandi successi.

Nibali maglia rosa

Vincenzo Nibali in maglia rosa, vince il Giro 2013

A maggio 2013 si presenta al Giro con l’ambizione di vittoria. Nella corsa rosa, Nibali se la gioca con Scarponi, Wiggins, vincitore del Tour 2012, Evans e Hesjedal. Il siciliano dimostra sin da subito la sua superiorità in salita, staccando tutti e vincendo di potenza due grandi tappe, che lo consacrano: a Polsa e sulle Tre cime di Lavaredo, lo squalo azzanna i rivali e  va a vincere il suo primo giro d’Italia, davanti a Evans.

La sua ambizione è quindi raggiunta, Nibali ottiene il successo roseo dopo un grande inseguimento, un terzo e un secondo posto. In estate torna alla Vuelta e tenta di bissare il successo del 2010. Successo che sembra ormai ottenuto dopo aver staccato i rivali nelle prime salite ma dopo una giornata critica, lo statunitense Chris Horner lo supera in classifica e vincerà la Vuelta per soli 34″ sul siciliano.

Partecipa, nello stesso settembre,  al Mondiale di Firenze ma lo squalo lo perde per pochissimo, arrivando quarto. Rivince il campionato italiano e annuncia che nel 2014 non affronterà il Giro ma si preparerà per il Tour.

E così sarà. Alla Gran Boucle 2014, Nibali parte tra i favoriti assieme a Contador e Froome. Lo squalo sembra però averne di più dei rivali che sin dalle prima battute devono arrendersi al siciliano, che va a vincere la sua prima tappa al Tour per indossare per la prima volta la maglia gialla. Nibali si ripete sul pavet, dove mette in crisi i rivali, con Froome che cade e si ritira mentre Contador perde oltre 3 minuti. Alla vigilia delle Alpi, Nibali, ha grandi margini sui rivali e si ripete vincendo anche sul Tourmalet. Con il ritiro anche di Contador, complice anche qui una caduta, si apre la strada del successo finale per il giovane siciliano, che arriverà a Parigi in maglia gialla. Per lui è l’apoteosi.

Nibali maglia gialla

Vincenzo Nibali vince una tappa al Tour 2014, in maglia gialla, che porterà fino a Parigi.

Un’impresa fantastica, con Nibali che riporta in Italia il Tour dal 1998, quando a trionfare fu l’indimenticato Marco Pantani. Con la vittoria del Tour, Vincenzo ottiene il successo a tutte e tre le grandi corse a tappe, impresa riuscita solo a Gimondi, Merckx, Anquetil, Hinault e Contador.

Il 2015 però, dopo la vittoria del Giro di Lombardia, è un anno sfortunato. Al Tour va per difendere il successo dell’anno prima, ma Contador e Froome non sono dello stesso parere. Vincenzo non è lo  stesso del 2014 e si stacca dai rivali, chiudendo però con una grande vittoria all’Ape D’Huez, ma sul podio parigino non sale. Chiude quarto dietro a Froome, Quintana e Valverde. Va alla Vuelta dove prova a far classica assieme al compagno Aru, ma dopo due tappe viene qualificato. Alla fine, la corsa spagnola viene vinta proprio dal compagno Fabio Aru.

A settembre 2015 Nibali vince ancora il campionato italiano e annuncia che vuole conquistare nuovamente il Giro 2016. Si presenta così alla corsa rosa con ambizioni vincenti e dopo tappe difficili che lo davano ormai prossimo al ritiro Nibali, con una stoccata da fuoriclasse nelle ultime due tappe alpine, va nuovamente a trionfare al Giro, bissando quello del 2013. 

Un’impresa stupenda, considerato che Vincenzo a sole due tappe dalla fine era ad oltre 4′ dalla maglia rosa. Chiude davanti a Chavez e un grande Valverde il podio a Torino, dimostrando a tutti la sua incredibile classe e la sua forza d’animo.

nibali-win

Nibali vince la tappa decisiva del Giro 2016 che lo porterà poi al successo finale

Il siciliano, dato ormai per finito, ha zittito la critica e gli sciacalli, pronti a pranzare sul suo cadavere.

« Il mio unico pensiero durante una gara è non aver paura di fare mosse decisive. Se si pensa troppo, se si inizia a giocare con il tempo, allora è finita. Bisogna non aver paura e seguire il proprio istinto. Ecco come ho costruito tutte le mie vittorie più belle »

E con una forza d’animo, sommata alla sua classe cristallina, per Nibali le imprese non sembrano impossibili: ora ha nel mirino il Tour, dove va per aiutare Aru e soprattutto i giochi di Rio 2016, dove c’è un percorso adatto alle sue caratteristiche. Chissà se Nibali riuscirà a vincere l’oro olimpico, come Bettini nel 2004 e ottenere un’impresa che neanche al “cannibale” Merckx è riuscita. Vedremo: tra squali e cannibali, la differenza non è poi tanta, anche perchè i suoi fan, giocando con il suo cognome, si chiamano proprio “i can-Nibali”. Che sia un segno premonitore? Vedremo.