Napoli, piace Vrsaljko per sostituire Ghoulam

Il Napoli, dopo l’infortunio di Ghoulam, si è subito messo alla ricerca di un terzino che potesse sostituire il giocatore algerino. La società partenopea, secondo quanto riferisce Il Mattino, avrebbe scelto Šime Vrsaljko; con il difensore dell’Atletico Madrid sarebbe stato trovato un principio di accordo sulla base di un quinquennale da 2,4 milioni di euro con bonus fino a 3 milioni.




Lazio, de Vrij vicino al rinnovo: i dettagli

Stefan de Vrij è ad un passo dal rinnovare il proprio contratto con la Lazio; dopo una lunga trattativa il difensore olandese è vicinissimo a continuare la sua avventura con la maglia biancoceleste. Come scrive Il Messaggero, infatti, il giocatore è pronto ad accettare la proposta di tre anni a 3 milioni a stagione della società. Nel contratto di de Vrij sarà presente una clausola da 30 milioni di euro.




Lazio, Cucchi: “Italia? Bisogna ripartire dalle scuole calcio. Il derby sarà una partita equilibrata”

Dopo la sconfitta di ieri sera, una delle più brutte pagine della storia del nostro calcio, abbiamo voluto intervistare uno dei personaggi che l’Italia l’ha saputa raccontare al meglio, Riccardo Cucchi. Ecco le sue dichiarazioni in esclusiva a RadioGoal24, durante la trasmissione Dove osano le aquile:

Che cosa ne pensi della partita di ieri? Quanto è grande il rammarico? perché è successo?

“La delusione è tanta, inevitabile: il calcio è un grande romanzo popolare che ha alimentato le nostre generazioni e non partecipare ad un Mondiale può portare tante delusioni. Questo però può portare tante conseguenze, sopratutto a livello economico: i danni saranno molto elevati, in molti potrebbero anche perdere posti di lavoro”.

Si parla di 100 milioni di euro…

“E’ chiaro che anche a livello finanziario perdiamo molto, basti pensare alla mancata possessione di diritti televisivi e radiofonici: meno ascolti e meno sponsor. Ovviamente il tutto ha risvolti anche sociali, questa è una fotografia di un paese che vive zoppicando: il mondiale avrebbe potuto dare un iniezione di fiducia”.

Come vedi il futuro del calcio italiano?

“Credo che la partita di ieri è il frutto di un processo partito a Berlino nel 2006, una notte meravigliosa che però non ha permesso al movimento di crescere e di ripetere risultati del genere, prima con i successivi mondiali e ora con questi Play-Off. Non c’è stato un ricambio generazionale adeguato, non sono cresciuti i Totti o i Del Piero che avrebbero potuto dare un seguito a quel successo di Berlino. E’ un problema di scelte, da parte dei club, della Federazioni, dei vivai: solo il 45% dei giocatori in Serie A è italiano e questo deve far riflettere”.

Si è persa anche una generazione di bambini che non vedrà il mondiale e che non innamorerà dell’Italia?

“Verissimo, la cosa più brutta ieri è stata vedere i bambini delusi sugli spalti grazie all’iniziativa di far entrare ieri le scuole calcio a S. Siro. Il fatto che squadre come la Spagna ha tantissimi ricambi: in Italia ultimamente i bambini sembrano non divertirsi più, abbandonano in maniera prematura la scuola calcio, e si pensa nelle scuole più a costruire una struttura fisica importante rispetto che a dribblare, palleggiare e a motivare la classe tecnica. Questo si riflette nella Nazionale, dove mancano quei giocatori di fantasia: sono tutti ragazzi che da piccoli hanno imparato a passare la palla indietro rispetto a saltare l’uomo o a crossare.”

Bisogna quindi ripartire dalle scuole calcio?

“Si possono addossare infinite responsabilità al movimento, ma devo dire che negli ultimi anni sono nati alcuni centri federali dediti alla crescita di molti ragazzi. Sappiamo perfettamente che in Serie A la tendenza è di pescare gli stranieri per due motivi: per una questione economica e per una questione tecnica,  visto che molte volte loro sono più preparati. Se questo non cambio ci sarà ancora più un impoverimento del bacino: bisogna quindi ripartire dalle scuole calcio, ma sopratutto bisogna cominciare a cambiare come si insegna il calcio”.

In italia però ci sono solo 30 centri, in Germania 200…

“Certo, ma anche perché noi abbiamo iniziato molto tardi. C’è da dire che in Italia c’è un rapporto ormai conflittuale fra le leghe italiane e la federazione gioco calcio, in merito ai programmi della nazionale e agli stage dedicati. C’è un fondo di egoismo che sembra predominante fra le squadre italiane, che vedono la nazionale quasi come un disturbo. Esiste una preferenza per il calcio privato dei club rispetto al calcio pubblico della nazionale. La colpa non è dei giocatori, perché non guadagnano quasi nulla dalla nazionale, ci vanno per onorare la maglia”.

Una parola su Buffon:

“Io mi aspettavo le dimissioni di Ventura: certo, non è l’unico responsabile, ma si sarebbe dovuto anche lui prende le sue responsabilità come Prandelli e Zoff. E’ stato un errore. Apprezzo invece molto proprio quello che hanno fatto Buffon, Barzagli e De Rossi, che ci hanno messo la faccia a fine partite ed hanno onorato la maglia”.

Un ricordo con Buffon?

“Ricordo quel Parma-Milan in cui Buffon debuttò e anche vent’anni fa in Nazionale fa nello spareggio con la Russia a Mosca, in cui entrò a causa dell’infortunio del portiere titolare (Pagliuca ndr.). Da lì è diventato insostituibile e io sono onorato di averlo raccontato crescere, sia nei club che in nazionale. E’ uno straordinario campione di vita e di sport, e anche ieri lo ha dimostrato:  ha detto giustamente che si vince e si perde insieme, e questo è un insegnamento molto importante: un grande applauso a lui”.

Cambiamo argomento, cosa ti aspetti dal derby? Quanto peserà questa sconfitta in Nazionale sui giocatori italiani?

“Innanzitutto sono contento perché andrò con mia moglie romanista a vederla allo stadio. Spero che non pesi questa sconfitta sui ragazzi e che riescano a metabolizzare perché sono giocatori importanti. Sarà un derby equilibrato fra due buone squadre che occupano le prime posizioni. La Lazio sta facendo un stagione straordinaria ma io sto vedendo sopratutto una Roma in grande crescita sotto tutti i punti di vista ma con un tasso tecnico maggiore rispetto ai cugini”.

Si è fatto un toto-allenatore per la nazionale? Chi vedresti meglio fra Inzaghi e Di Francesco?

“In questo momento stiamo tutti pensando a Carlo Ancelotti, anche se credo che lui non abbia la voglia sopratutto perché è ricercato da molti club. C’è anche un fattore economico, Ventura guadagna un milione, Ancelotti ne vorrebbe molti di più: non so se la Federazione se lo possa permettere. Io faccio il nome di Capello: lui allena in Cina ma ha sempre detto che avrebbe voluto finire con la Nazionale, ma anche questo è un percorso difficile. Una soluzione potrebbe essere cercare il tecnico all’interno dei quadri federali, un figura come Di Biagio che ha fatto molto bene con l’Under 21: l’importante però è che venga un allenatore che ricuci i rapporti con i tifosi. il mio sogno è il ritorno di conte, ma la vedo difficile ovviamente per diversi motivi”.

 

 




Apocalisse Italia: ci aspetta un’altra “Seconda Repubblica”

Neanche l’ultima conferenza stampa (o almeno, speriamo) è servita a Giampiero Ventura per risultare simpatico al popolo italiano, neanche quel (poco forzato, eh) sentimento di pentimento verso tutto la tifoseria calcistica del nostro paese. Ora, andando con ordine, partiamo da due presupposti: il primo è che questo è sicuramente il punto più basso della storia del nostro movimento, un’ apocalisse che ci investe sia dal punto di vista economico, sia da punto di vista sportivo, ma anche da quello puramente cognitivo.  Secondo appunto: Ventura ha sbagliato, tanto. Ha fatto moltissimi errori tattici e comunicativi da quando si è seduto in panchina, arrivando quasi alla “pazzia” in questo doppio scontro, con giocatori adattati, moduli scelti per “principio” e rapporti a quanto pare proprio non perfetti con alcuni senatori. Bene, queste due cose le sappiamo ed è giusto prenderle in considerazione: ma bisogna anche essere consapevoli che questa umiliazione non è una spina in un campo di rose, ma un chiaro sviluppo di un impreciso progetto tecnico da parte di un movimento che ormai ha ben poco da dire. Con Conte su quella panchina ci saremmo qualificati sicuramente ai mondiali: ma anche lui si ritroverebbe questa rosa, sicuramente non sufficiente per tornare a vincere; d’altronde quei quarti di finale raggiunti all’Europeo scorso sapevano veramente di un miracolo sportivo. Ed era un semplice “campionato continentale”. C’è qualcosa di profondamente distorto in tutto ciò, un male che è difficilmente ritrovabile in un singolo elemento, una caccia ad una strega che assume le sembianza di diverse donne: chi parla di dirigenti corrotti, chi di stranieri, chi di squadre minori non all’altezza, chi di campionato poco competitivo…qual è la verità? Semplice: tutto.

Il discorso che si vuole fare in questa sede non è una banalizzazione/generalizzazione dell’argomento, non è un semplice dire “E’ tutta una m****”,  ma è un’ammissione di totale svalutazione per quanto riguarda strutture simboliche, giuridiche e tecniche. Bisogna capire che in questo momento, la storia del nostro calcio sta vivendo una situazione simile a quella della Prima Repubblica Italiana, una fase storico con un sistema di governance (la DC politica riflessa nel tipo di gestione della disciplina sportiva) che sembra non poter ripetere i fasti di un tempo (gli anni settanta-ottanta italiani, così come il Boom Economico degli anni ’60). E’ un qualcosa di estremamente marcio ma alquanto complesso, perché riuscire a trovare una soluzione unica che risolva praticamente tutti i problemi è assolutamente impossibile. Qui non si tratta di dire “Il pesce puzza dalla testa” o “Tutti a casa” e non bisogna nemmeno pensare che le problematiche siano semplicemente al livello endogeno, considerando che (come la politica, guarda un po’) ci sono alcuni vincoli trans-nazionali (qualcuno ha detto detto Legge Bosman?) da cui non si può sfuggire.

Cerchiamo però di fare una piccola rassegna di situazioni chiave su cui provare almeno di inquadrare il discorso. Partiamo però non da un discorso “bottom-up” (dal basso verso l’alto, come si tende di solito a fare), ma “top-down” (dall’alto verso il basso), perché il problema non nasce dalle scuole calcio e si percuote a livello professionistico, ma il contrario. Prendendo in considerazione la massima serie, la Serie A, sono tanti gli ordini del giorno. Innanzitutto bisogna considerare la questione diritti televisivi (argomento trattato diverse volte da RadioGoal24 nei suoi approfondimenti): in Italia la redistribuzione del compenso monetario derivante dalla messa in onda delle competizioni non segue un modello democratico ed equo, ma uno teoricamente meritocratico che nella pratica si sviluppa come estremamente gerarchico. Non si tratta di paragonare la Juventus con il Leicester, ma di confrontare la differenze che ci sono fra la Juventus con la SPAL e del Chelsea con il Leicester. Questo è un problema di fondo che riguarda sopratutto il rapporto fra i vari club, fra il gruppo delle “grandi” e quello delle “piccole” più la relazione (sempre conflittuale) fra questi due e la Federazione. La mancanza di unità d’intenti genera una situazione in cui veramente regna sovrano l’egoismo e l’avversario, con la grande contraddizione del fatto che  siamo nel paese in cui il Presidente della Lega e della Federazione sono la stessa persona! In molti potrebbero però, giustamente, considerare che un tale dislivello a livello di campionato maggiore c’è sempre stato in Italia e che esiste anche in molti altri paesi d’Europa: basti pensare la Ligue1, che ha due club che potrebbero tranquillamente vincere mandando in campo la squadra riserve o la Bundesliga, dove il dominio del Bayern Monaco in questi ultimi anni è stato più che determinante. In questi due casi la situazione si è andata a risolvere secondo due strade diverse: nel modello tedesco si è preferito risolvere internamente, usando le piccole squadre quasi come agnello sacrificale per la crescita dei giovani talenti, come serbatoio calcistico che va poi a rinforzare le “big” del campionato o estere. Aldilà di alcuni grandi top player, infatti, una grande parte della nazionale tedesca è formata da calciatori che giocano nel proprio paese, pronti ad esplodere con le proprie squadre d’appartenenza  andando poi, una volta svezzati, a rinforzare Bayern Monaco e Borussia (che tra l’altro hanno quasi sempre la precedenza proprio a livello giuridico-politico per accaparrarseli) oppure alcune squadre del campionato inglese per prendersi quindi definitivamente la propria nazionale. Il modello francese è invece totalmente opposto, attraverso una grandissima campagna di esportazione di “materia prima” calcistica che va a riempire le squadre straniere di campionati più importanti per un percorso di auto-crescita professionale lontano da casa. Esempi concreti possono essere Antoine Griezmann o Paul Pogba. Detto che quest’ultimo modello non è proprio il massimo dell’efficienza, per la complessità d’esecuzione e per la poca ortodossia, la differenza invece fra la strategia tedesca e quella italiana è purtroppo di natura economica. Le squadre sono aziende, ricordiamocelo: se in un normale mercato competitivo l’obiettivo fosse per tutte le imprese il monopolio od il dominio del settore, vivremo nel caos. L’economia europea è formata sopratutto da piccole e medie imprese che si auto-sostengono e “fanno il loro” per sopravvivere al meglio in quello che è un campo di battaglia. Sarò banale, ma avere a livello di introiti uno stadio di proprietà riesce a portare direttamente altre due grandi fonti di finanziamento: da una parte una maggiore fidelizzazione con il pubblico e quindi un maggiore coinvolgimento, a livello monetario, di esso; dall’altra una maggiore attrattività nei confronti degli sponsor, che vedono nel brand-team una fonte di grande ricchezza. E’ chiaro che una squadra minore, avendo già un tipo di sostenimento finanziario fisso infra-strutturale, cerca di ottenere il surplus tramite un solo modo: le plusvalenze fatte in casa. Allevare i propri pulcini e venderli a peso d’oro permette di avere un ritorno economico non differente, permettendo ulteriori “rischi” che potrebbero portare ad ulteriori vincite. E’ tutto qui. I giovani poi puoi anche comprarli eh, non devi mica per forza attingere sempre dalle giovanili…ma dove si comprano talenti del proprio paese ad un basso costo? Semplice, nelle squadre delle serie minori. E’ chiaro che il parallelismo Serie A/Bundesliga e Serie B/2. Bundes potrebbe anche essere preso in considerazione, ma purtroppo le dinamiche che coinvolgono la nostra serie cadetta sono quasi veramente fuori controllo: il problema qui, senza troppi indugi, risiede proprio nella debolezza dell’apparato economico/sociale italiano, visto che le squadre di Serie B sono praticamente tutte proprietà di piccoli e medi imprenditori italiani che, purtroppo, non hanno proprio la forza di mettere in piedi un apparato sportivo competente, utilizzando la squadra più come fattore di marketing/pubblicitario. Il risultato è che le formazioni di questo campionato sono in una situazione ancora più arretrata di quelle delle serie maggiori (e si vede con le neo-promosse) ma, a differenza di queste ultime, poco o niente si può risolvere a livello puramente calcistico: diminuire il numero delle squadre in Serie A potrebbe essere un piccolo tamponamento, ma che porterebbe forse a maggiori investimenti da parte delle società di Serie A (con la paura di scendere in B) e sicuramente non ad una ristrutturazione del campionato minore. Per fare un esempio concreto di questo collasso basti pensare al famigerato premio-salvagente ai club retrocessi: che per caso Palermo, Hellas Verona, Empoli, Pescara o Frosinone hanno effettuato importanti investimenti in questi anni? No. Il motivo è semplicemente che quei soldi sono serviti più che altro per risanare situazione economiche difficili, poiché quando sei costretto a cambiare categoria molti ricavi si abbassano e bisogna controllare i costi per rientrare nel Break Even Point (punto di pareggio). Va bene allora, ma attingere le risorse dalle squadre Primavera? Questo è un altro punto che negli ultimi anni è stato al centro di grandi discussioni a livello mediatico, collegate anche al mancato supporto delle “Squadre B” in Italia. Sì, perché il problema principale è simile a quello della Serie B: il livello riscontrato delle giovanili con le prime squadre è troppo elevato: in effetti il campionato Primavera ha anch’esso un tipo di struttura particolare rispetto al resto d’Europa: in Inghilterra, ad esempio, il percorso è molto più stratificato e prende quasi le sembianze del meccanismo gerarchico delle nazionali, dove esiste persino una categoria Under-21 con l’ammissione di 3 fuori quota (che ricadono sempre sui giocatori della prima squadra poco in forma). Quello della League1 non è ancora un campionato “formalmente” professionale, ma costituisce sicuramente un livello molto più alti rispetto al nostro campionato Primavera. Questo scalino in più, a livello agonistico, permette poi di avere pronti giocatori in grado di esordire tranquillamente in prima squadra (il Liverpool, il Tottenham e l’Arsenal sono dei buoni esempi sotto questo punto di vista) oppure di farsi le ossa (da protagonisti però) nelle categorie professionistiche minori. Adesso è il momento di andare ancora più indietro, alle scuole calcio italiane: sotto questo punto di vista, di colui che vi scrive, le argomentazioni qui proposte sono di carattere molto più soggettivo rispetto ai paragrafi precedenti visto che ci troviamo in una situazioni che ha le sue particolarità a livello territoriale e che sembra, negli ultimi anni, protendere verso una ipotetica evoluzione: nel corso dell’ultimo biennio, infatti, sono stati creati dalla FIGC diversi centri federali gratuiti per la selezione e l’allenamento di diversi piccoli talenti presi dalle zone più remote del paese, seguendo quello che è il modello belga/tedesco. E’ ovviamente troppo presto per fare le prime stime, ma sicuramente è un intervento apprezzabile che però rischia di finire male. Questo perché, come avrete potuto capire, il percorso che ho deciso di seguire (dalla Serie A alle giovanili) è strettamente collegato: i giovani sono ad un livello troppo basso in Primavera, la Serie B sembra una discarica semi-professionistica e la Serie A non ha motivazione nell’investimento. Tutte problematiche che in un certo senso pregiudicano quello che è stato un po’ il sentimento trainante di molti giovani degli anni passati: la speranza e il sogno di giocare in Serie A con la propria squadra del cuore è diventato sempre più difficile, sia a livello tecnico che a livello proprio umano: la pesante burocrazia calcistica italiana, tesa a creare personaggi e divi anche i pulcini, le troppe aspettative e la pressione di procuratori che ti fanno firmare contratti a 12 anni, rappresentano un ostacolo alla crescita genuina del ragazzo e allo sviluppo della passione. Questo è unito ovviamente allo stato di molte società sportive italiane, senza un deciso appoggio da parte della autorità territoriali, con strutture d’allenamento che risultato per nulla idonee. Tali elementi rovinano in maniera netta la stessa cultura del calcio giovanile, in cui gli allenatori sono costretti a vincere e a non sperimentare, a posizionare al meglio i giocatori e non a far sviluppare la loro vena creativa (guarda caso l’unico ruolo non “in crisi” del nostro calcio è quello del portiere). Personalmente rabbrividisco al pensiero di alcuni allenatori giovanili che abbiano un profilo simile a quello di Sandro Pocheschi.

Parlando di quest’ultimo non possiamo non mettere in mezzo alla discussione il tema “stranieri”. E chiaro che il fenomeno vada visto sotto due prospettive: da una parte bisogna infatti considerare le centinaia di ragazzi non italiani che riempono le file delle nostre squadra Primavera e della nostra Serie A. Questa è la faccia negativa del fatto, più che altro perché questo tipo di giocatori sono spesso ricorrenti essendo forza lavoro a basso costo ma con una preparazione a volte migliore di quella dei nostri prodotti. Tuttavia questo è un discorso che meriterebbe una sede ulteriori di discussioni, considerando anche la impossibilità ad arrestare questo processo a causa della libera circolazione dettata dalla Legge Bosman. L’altra prospettiva di indagine ha radici invece più profonde e, anche qui, si viene a richiamare la realtà politica. Da tanti anni la maggior parte delle persone sogna infatti (ancora una volta) di emulare il modello di gestione della Germania: molti campioni tedeschi hanno infatti un doppio passaporto e rappresentano comunque molta della linfa vitale della nazionale. Il nostro rapporto con gli “oriundi” è stato invece da sempre molto più complesso ma, sopratutto, si tende ancora a far confusione nell’uso del termine: Emerson Palmieri e tanti altri che hanno “solo” il passaporto italiano non possono essere considerati a pieno regime giocatori italiani. Balotelli ed El Shaarawy sono calciatori oriundi, ma anche Jorginho. Quest’ultimo ha infatti praticamente passato tutta la propria vita nel nostro paese, a partire dalle giovanili, e non è quindi quel tipo di calciatore sudamericano che sceglie l’Italia solo perché non avrebbe spazio in Argentina e Brasile. Questo è un discorso che cozza sull’efficienza tecnica, sicuramente, ma per costruire un vero gruppo Italia serve veramente gente che la considera una “seconda (o terza) pelle”. Il problema è che ce ne sono pochi, perché effettivamente un numero esiguo riesce a diventare italiano. E’ inutile nasconderci infatti che l’attuale legge sulla cittadinanza (in arte Ius Sanguinis) non permette un preciso processo di integrazione a dei giovani talenti che vorrebbero essere italiani e giocare con l’Italia. Se cominciassimo ad avere molta più flessibilità sotto questo punto di vista avremo nuova linfa da attingere, con ragazzi che si sentono italiani ed hanno la cittadinanza come diritto fondamentale. L’impossibilità di essere concittadini è invece un ostacolo (insormontabile) a molte delle persone che nel nostro paese vorrebbero trovare veramente un futuro migliore ed è triste pensare che, dal punto di vista regolamentare, solo i bambini con meno di 10 anni possono essere regolarmente tesserati. Qui non si tratta di fare propaganda allo Ius Soli per permettere la cittadinanza alle più disparate comunità straniere, ma di riflettere riguardo ad un processi calcistico di integrazione che non funziona.

Siamo arrivati alle conclusioni e ovviamente ancora non ho dato il perché del titolo: il fatto è che la visione futura del nostro calcio non è per forza positiva: ad una rivoluzione non sempre corrisponde un periodo di rinascita e di benessere. C’è chi è riuscito (la Germania), chi non sa ancora cosa fare (l’Olanda) e chi invece probabilmente è andata peggio: di chi sto parlando? Ovviamente della politica italiana che, dopo Mani Pulite, ha gridato all'”innovazione necessaria” pretendendo la testa della vecchia gestione e promuovendo il nuovo ed il diverso, come se la corruzione colpisse solo il vecchio ed il tradizionale. Cosa è successo? All’Italia politica è capitato per anni il duo Berlusconi-Prodi (con qualche breve intermezzo) e si spera, quindi, che all’Italia calcistica non succeda lo stesso. Diamo il benvenuto alla Seconda Repubblica (calcistica), di nuovo.




Italia, Ventura: “Chiedo scusa agli italiani. Dimissioni? Parlerò con Tavecchio”

Sulla sconfitta di Madrid:

“Io credo che dopo la gara di stasera… è difficile parlare di calcio adesso. Ha confermato il contrario, ci sarebbe molto da disquisire. L’unica cosa che posso fare è chiedere scusa agli italiani”.

Sul fallimento e sulla scusa agli italiani:

“Assolutamente sì, scusa del risultato. Non dell’impegno e della volontà”.

Sulle non dimissioni:

“Questo è un argomento che potrà essere trattato, ma non dipende da me. Ma non ho uno stato d’animo per affrontare. Ci vedremo, dirò tutto quello che ho passato e penso”.

Sulle dimissioni:

“Prima ne parlo e poi lo comunico, qualsiasi essa sia. La mia colpa maggiore, fino alla partita con la Svezia eravamo in piena… era quello che ci aspettavamo tutti. La colpa è di non aver segnato in due partite. Sono nel calcio da tanti anni, questa è la cosa prominente. Qualsiasi altra parola è abbastanza inutile”.

Sui senatori che se ne vanno:

“I toni saranno quelli di sempre, c’è un rapporto… sia con Tavecchio che con gli altri. Il fatto che De Rossi, Buffon e company… lo sapevamo. La posta in palio era il Mondiale, il loro Mondiale, ma anche quello di tutti gli altri. Se posso anche il mio, a essere sincero”.

Ancora sulle dimissioni:

“C’è da valutare un’infinità di cose, parleremo con la Federazione”.

Sulle dimissioni:

“Non mi sono dimesso perché non ho ancora parlato con il presidente. Quando ottiene un risultato, meritato o immeritato conta poco, quando non lo fa la colpa è dell’allenatore. Dal punto di vista sportivo è pesantissimo, ero convinto che ci fosse una volontà feroce, ma il calcio è fatto di questo. Sono orgoglioso di aver allenato grandi campioni e altri che spero possano diventarlo. Sono dispiaciuto perché lo stadio, stasera… ho capito per l’ennesima volta cosa significa allenare la nazionale”.




Apocalypse Now: l’Italia è fuori dal mondiale

L’Italia ha raggiunto probabilmente il picco più basso della sua storia calcistica: dopo la sconfitta per 1 a 0 con la Svezia nell’andata dei play-off, validi per la qualificazione ai mondiali di Russia 2018, i ragazzi di Ventura non sono riusciti a ribaltare il risultato a San Siro. Si conclude quindi con un pareggio a reti bianche l’avventura del nostro Mondiale, del nostro commissario tecnico e probabilmente di molti dirigenti della Federazione.




Inter, il Chelsea vuole Icardi: pronti 113 milioni

L’Inter, con l’arrivo in panchina di Luciano Spalletti, sembra aver cambiato marcia rispetto alle passate stagioni. Uno degli uomini fondamentali è ovviamente Mauro Icardi; il capitano nerazzurro, a suon di goal, sta trascinando la squadra nelle posizioni alte del campionato. L’Inter, però, deve fare attenzione: secondo quanto riporta il Sun, infatti, il Chelsea avrebbe messo gli occhi su Icardi e sarebbe disposto a sborsare 113 milioni di euro per portarlo via da Milano.




Juventus, interessano Pellegrini e Milinkovic-Savic

La Juventus guarda al futuro; Marotta e Paratici, infatti, stanno già pensando a come migliorare la rosa in vista della prossima stagione. Due gli obiettivi della società bianconera: Lorenzo Pellegrini e Milinkovic-Savic. Il centrocampista della Roma piace dai tempi del Sassuolo ed è ritenuto perfetto per il sistema di gioco di Allegri. Diverso il discorso per il giocatore della Lazio che piace ma ha un prezzo molto alto; secondo quanto riporta Tuttosport, infatti, servono 80 milioni per strapparlo alla società biancoceleste. Pellegrini o Milinkovic-Savic: la Juventus guarda nella capitale per rinforzarsi ed essere sempre più forte.




Roma, lesione all’adduttore per Nainggolan: salterà il derby

Nainggolan e Belgio sembrano essere due nomi che non possono stare nella stessa frase. Dopo la “promozione” del centrocampista da parte del commissario tecnico Martinez (“Giocherà sia con il Messico che con il Giappone”), il calciatore della Roma ha riscontrato un problema all’inguine che gli ha fatto saltare l’allenamento. I primi referti da parte del medico sembrano escludere una lesione all’inguine, rassicurando quindi la società giallorossa in vista del derby con la Lazio, ma la sicurezza si potrà averla solo questa sera, con i controlli medici adeguati.

AGGIORNAMENTO ORE 13.50 – Tramite il profilo ufficiale Twitter della nazionale Belga, è stata confermata la lesione all’adduttore destro per Radja Nainggolan. Il centrocampista, che tornerà subito a Roma, salterà il derby contro la Lazio.




Milan, incontro con l’UEFA da tre ore per Fassone: la situazione

L’ad del Milan, Marco Fassone, insieme a David Han Li e l’ad di Milan China Marcus Kan, si è recato in Svizzera per proporre il voluntary agreement al body financial dell’Uefa: l’incontro è durato molto (si parla di 3 ore) e i dirigenti rossoneri hanno presentato un progetto leggermente al ribasso rispetto a quello esternato negli scorsi mesi, poiché le interrogazioni sui ricavi commerciali dell’apparato calcistico europeo sono state molto dettagliate obbligando a Fassone la massima trasparenza. Adesso di attende la decisione: in caso di successo il Milan avrebbe il via libera agli investimenti fino al 2021, in caso contrario (come successo a Inter e Roma) potrebbero esserci le prime sanzioni.