Fiorentina, le tre mosse per battere la Roma

La Fiorentina sta attraversando uno splendido momento di forma: con la vittoria guadagnata nel match di recupero della 27a giornata contro l’Udinese per 0-2, ha collezionato la sua quinta vittoria consecutiva. L’ultima sconfitta risale a quasi due mesi fa, il 9 febbraio contro la Juventus, ormai un vecchio ricordo. I ragazzi del tecnico Pioli, stanno svolgendo un lavoro estremamente positivo poiché le prestazioni della squadra riflettono lo spettro di un buon calcio. Ora si trova al nono posto in classifica a 47 punti al pari di Atalanta e Sampdoria, a -4 dalla zona Europa occupata dal Milan: la prossima partita per la Fiorentina è allo Stadio Olimpico contro la Roma: la gara verrà giocata sabato 7 aprile alle ore 18.00. Qui le probabili formazioni dell’incontro.
La Roma, al contrario, non sta passando buoni momenti: la squadra infatti viene da un pareggio in campionato quasi allo scadere contro il Bologna, ma soprattutto dalla pesante sconfitta subita in Champion’s League dal Barcellona. Come può quindi la Fiorentina approfittare della stanchezza della Roma? Analizziamo insieme le tre mosse che la Viola dovrà attuare per battere i giallorossi.

Fase Difensiva: fare gabbia su Dzeko

 

Sarà importante per gli uomini di Pioli mantenere la stessa concentrazione avuta nelle precedenti partite: nelle ultime sei gare infatti, la Fiorentina ha subito solo due gol. Uno da Petagna contro l’Atalanta ed uno di Belotti contro il Torino. Escluso Laurini, il resto del reparto difensivo è nato dal 1991 in poi: ecco perché quella della Fiorentina è una delle difese più giovani del campionato. Ma non sempre all’aggettivo “giovane” va accomunato il pregiudizio di inesperto, perché la squadra sta dimostrando di avere le carte in regola di giocarsela con tutti, senza temere nessun attaccante delle squadre ritenute più forti. Ecco perché a maggior ragione nel prossimo incontro con la Roma, i ragazzi di Pioli devono rimanere sul pezzo e cercare di marcare stretto un giocatore come Dzeko. L’attaccante giallorosso infatti è l’unico che in questo periodo sta facendo gol; l’ideale sarebbe quindi evitare di subire cross dalle fasce e soprattutto di far muovere liberamente il giocatore che sta trascinando la Roma. Spetterà quindi a Milenkovic e Biraghi il compito di fermare sulle fasce gli inserimenti e le discese di Perotti ed El Shaarawy; mentre i centrali che avranno il compito di occuparsi di tenere buono il “gigante” bosniaco, saranno Pezzella e Vitor Hugo.

Centrocampo: spazio al pressing e al ritmo

Per quanto riguarda il centrocampo della Fiorentina, possiamo dire che è di gran qualità tecnica: ci sono infatti giocatori come Saponara, Benassi e Badelj, che sono il cuore del centrocampo viola. Passaggi tra le linee e buona tecnica fanno sì che la squadra riesca a giocare un calcio veloce e di qualità. Anche a centrocampo ci sono giocatori molto giovani, infatti quasi tutti sono nati dopo il 1992, e di nuovo, nonostante la giovane età, stanno dimostrando veramente il loro talento. Nella partita contro la Roma la squadra dovrà dare la giusta sostanza a centrocampo, sfruttando al massimo la probabile assenza di Nainggolan nei giallorossi. Pioli dovrà prendere spunto dalla gara di ieri sera in Champion’s League della Roma, facendo capire ai suoi giocatori di attuare un pressing asfissiante ai mediani avversari. Nella partita contro il Barcellona infatti, De Rossi e Gonalons sono stati sotto pressione per tutta la partita ed hanno avuto una estrema difficoltà nel creare gioco in mezzo al campo. Nel 4-3-2-1 proposto dal tecnico Pioli, i tre di centrocampo saranno Cristoforo, Veretout e Benassi: spetterà a loro fare il lavoro sporco in fase difensiva ed offensiva. Dovranno pressare alti i mediani avversari impedendo la proposizione di gioco offensivo, e soprattutto giocando palla a terra tra le linee per poter servire i due dietro alla punta Simeone, che manderanno proprio l’argentino verso la porta. La Fiorentina dovrà adottare questo modulo, figlio dell’assenza per squalifica di Chiesa. La giovane promessa della Viola e del calcio italiano, ha preso l’ammonizione nello scorso incontro, ed essendo diffidato, salterà quindi l’importantissimo match con la Roma.

Fase Offensiva: fiducia a Simeone

Arriviamo dunque ad analizzare l’attacco della Fiorentina. La squadra non sta realizzando una grande quantità di gol, ma quelli che mette a segno, sono sempre decisivi. Nelle ultime gare infatti la squadra ha vinto spesso di misura, e in un paio di occasioni anche con due gol di scarto. Tutto questo grazie anche alla buona forma fisica e alla continuità che sta trovando li davanti, l’ex attaccante del Genoa, Giovanni Simeone. Figlio d’arte di Diego Pablo Simeone che giocò nella Lazio e nell’Inter, sta dimostrando che anche lui di saper essere decisivo come il padre. A sua differenza però, il padre giocava a centrocampo, ma la sua presenza in area di rigore era frequente, e nel sangue scorreva e scorre la voglia del gol. Giovanni Simeone sta trascinando con le sue reti (9 come il numero della sua maglia) la squadra in una lotta non impossibile per la conquista di un posto in Europa League. Il Milan si trova in finale di Coppa Italia e se dovesse vincerla, andrebbe direttamente in Europa League liberando un posto ai preliminari, che spetterà alla squadra che si piazzerà settima in campionato. L’unica tegola per mister Pioli è la squalifica di Chiesa, che per il match contro la Roma non ci voleva proprio. Infatti il tecnico sarà costretto a rinunciare al modulo con gli esterni proponendo due centrocampisti veloci dietro l’unica punta Simeone. Federico Chiesa sarebbe potuto essere l’arma perfetta per la fase offensiva della Fiorentina, poiché con la sua velocità avrebbe potuto mettere in seria difficoltà la fascia sinistra giallorossa. Il suo sostituto sarà Eysseric, poco utilizzato in questo campionato, ma che sta dimostrando di essere all’altezza, nelle volte in cui è stato chiamato in causa. In attacco quindi spetterà a Simeone trascinare ancora la sua squadra verso il gol, sfruttando il suo punto a favore: la velocità. Dovrà puntare quindi sull’uno contro uno con Fazio: il difensore argentino infatti soffre molto i giocatori veloci e potrebbe essere proprio questa la chiave per la vittoria viola.

 

I ragazzi di mister Pioli dovranno giocare la partita perfetta se vogliono ottenere il massimo risultato, contro una squadra come la Roma che ha dimostrato di saper mettere in difficoltà anche il Barcellona, lasciando da parte però il risultato finale. La Fiorentina quindi dovrà fare tesoro delle occasioni che si presenteranno, sfruttandole appieno, concludendo l’azione in rete, ma sopratutto mantenendo la concentrazione alta in difesa, per cercare di non subire l’esuberante forza dell’attacco giallorosso.




Roma, i 3 segnali positivi nonostante la sconfitta di Barcellona

Ogni tifoso romanista, anche il più sfiduciato, può ritenersi assolutamente orgoglioso di questa Roma. Qualunque appassionato di calcio, infatti, si sarebbe aspettato un risultato tennistico al termine della partita del Camp Nou, ma così non è stato. Precisiamo: i giallorossi hanno comunque rimediato una brutta sconfitta nella gara disputatasi ieri contro il Barcellona, ma a differenza di qualche uscita europea precedente, questa volta alla squadra capitolina va dato il merito di aver combattuto fino alla fine, giocando bene a calcio e dimostrando un buon accenno di mentalità che serve per diventare un grande club. Oltretutto la squadra di Di Francesco è stata anche sfortunata negli episodi, e lo evidenziano il fallo da rigore non fischiato su Dzeko nel corso del primo tempo, quando il risultato era ancora fermo sullo 0-0, ma soprattutto i due autogoal di De Rossi e Manolas, entrambi arrivati nel momento migliore della Roma.
Sottolineando tutti questi aspetti e in vista della partita di ritorno del 10 aprile all’Olimpico, cerchiamo di capire i tre segnali positivi che ha lasciato la sconfitta contro i Blaugrana.

La voglia di fare calcio

Niente di più semplice: la voglia di giocare a pallone. Per tutti i 90 minuti la Roma non è mai stata remissiva o rinunciataria, anzi, ha sempre cercato di impostare il proprio gioco, fraseggiando palla a terra e cercando raramente le verticalizzazioni in attacco. Questo è senza dubbio merito di Di Francesco, che in uno stadio imponente e intimidatorio come quello del Camp Nou, ha voluto praticare un tipo di calcio sempre propositivo, abbandonando completamente l’idea di un rintanamento all’interno della propria area, finalizzato a difendere con tutti e dieci gli uomini. Un modo di fare calcio che può essere definito anche coraggioso, perché se giochi in quel modo contro il Barcellona gli esiti sono due: o vinci la partita, oppure prendi l’imbarcata. Beh, la Roma la partita non l’ha vinta, ma non ha nemmeno preso l’imbarcata. Il 4-1 è un risultato netto, certo, ma solo per chi guarda l’esito finale: chi ha visto la partita, infatti, sa benissimo che i giallorossi hanno giocato una partita grintosa, con pressing alto, velleità di palleggio e ottimo contenimento con le linee molto strette.

La consapevolezza dei propri limiti

Come molti di voi ben sapranno, la Roma si è qualificata ai quarti di finale di Champions League dopo dieci anni. E’ chiaro che arrivare in una fase così avanzata della competizione e dover affrontare una squadra come il Barça, volesse dire anche testarsi, mettersi alla prova, in modo da capire il livello generale della squadra. Un livello tutto sommato buono, ma a cui manca ancora quel quid in più per potersi definire ottimale: parliamo ovviamente di qualità della rosa e della prestazione dei singoli. Se in difesa, infatti, Alisson, Manolas e Kolarov si sono dimostrati una garanzia, non si può dire lo stesso del centrocampo, e ci riferiamo in particolare a Gonalons, la cui prestazione ha lasciato parecchie perplessità, molto lento e poco furbo in alcune circostanze. Buona invece la prestazione di Strootman, che il suo lo ha fatto, manifestandosi sempre presente, e altrettanto si può dire del giovane Pellegrini. Venendo all’attacco, Dzeko ha corso molto, cercando di fare il cosiddetto lavoro sporco e trovando nel finale anche il goal, Florenzi si è dimostrato più a suo agio se schierato nell’esterno di attacco, mentre Perotti si è confermato il solito insider di sinistra. E’ chiaro che nel complesso si poteva fare qualcosa in più, specialmente capitan De Rossi, apparso opaco e poco brillante nel velocizzare la manovra. La strada è ancora lunga, bisogna alzare l’asticella, ma il match di ieri ha dimostrato che le premesse per diventare una grande squadra ci sono tutte. E’ questo quindi l’obiettivo della Roma, ciò a cui deve puntare, e Di Francesco lo aveva già sottolineato nel post-gara contro il Chelsea: “Quella è stata la partita che ha fatto cambiare mentalità alla squadra, ci ha dato forza. Io voglio che la squadra giochi sempre con personalità, il pensiero è quello di far morire il gioco degli avversari, importante è l’aspetto mentale, devi dimostrare che vuoi dominare”. 

La supremazia del Barça non c’è stata: il 4-1 è un risultato bugiardo

La Roma ha fatto la partita, il Barcellona meno del compitino. Guardare solo al risultato finale non basta, ci vuole anche una certa lucidità: i giallorossi si sono dannati l’anima dall’inizio alla fine, giocando contro una squadra extraterrestre, che è riuscita a portare a casa la vittoria giochicchiando la partita e senza effettuare troppe accelerazioni. Il primo goal blaugrana è arrivato si a causa di un errore di Pellegrini (troppo lezioso in uscita palla al piede), ma quanta sfortuna per Daniele De Rossi, che nel tentativo di anticipare Messi ha mandato la palla dietro le spalle di Alisson. Per non parlare poi del secondo, ancora più clamoroso se vogliamo, dove su un cross rasoterra di Rakitic, Umtiti ha provato il tapin vincente spedendo il pallone sul palo, che nel rimpallo però ha colpito le gambe di Manolas, terminando in rete. Nonostante questo, la Roma ha proseguito nel macinare gioco, consapevole dei propri mezzi e delle proprie qualità, e continuando ad esprimere la nuova filosofia di calcio voluta dal suo allenatore. Anche dopo il 3-0 di Piqué la squadra giallorossa non si è persa d’animo, ci ha creduto fino al novantesimo, schiacciando gli ultimi quindici minuti il Barcellona nella propria metà campo. All’80’ è arrivato anche il goal di Dzeko, molto bravo ad infilare la palla in rete su un’imbeccata di Perotti. Otto minuti più tardi, invece, ennesimo rimpallo favorevole agli uomini di Valverde, sul quale si è avventato Suarez per il definitivo 4-1. Tirando le somme, il Barcellona ieri sera non ha giocato il gran calcio spettacolare di sempre, tant’è che non è riuscito a finalizzare un’azione di attacco con tutti i propri passaggi (cosa che invece fa di solito), dimostrandosi anche molto fortunato in molteplici occasioni. La squadra di De Rossi e compagni è stata quindi punita più dalle disattenzioni che dalla supremazia della squadra barcellonese, ed è un vero peccato, perché con un pizzico di sfrontatezza e cattiveria in più il passivo sarebbe potuto essere meno pesante.




Lazio, occhi aperti in Europa League: ecco 3 giocatori da temere del Salisburgo!

La strada che conduce alla finale di Europa league inizia a farsi interessante; la Lazio, ultima italiana rimasta nella seconda competizione europea, se la vedrà con il Salisburgo. Probabilmente per gli uomini di Inzaghi il sorteggio non sarebbe potuto andare meglio, avendo evitato i colossi della competizione: Arsenal e Atletico Madrid, ed anche alcuni avversari ostici ed esperti come il Marsiglia o lunghe trasferte come Mosca. La strada dei biancocelesti fino ai quarti è stata in discesa, anche grazie ad un sorteggio fino ad ora “amico” che gli ha posto davanti squadre tecnicamente non all’altezza ( Steaua e Dinamo Kiev); lo stesso non si può dire per gli austriaci. La squadra targata Red Bull è arrivata prima nel suo girone, davanti al Marsiglia, e successivamente ha eliminato Real Sociedad e Borussia Dortmund. Un percorso di tutto rispetto condito anche dall’imbattibilità nella competizione. I numeri degli austriaci non faranno dormire tranquillo mister Inzaghi, che dovrà preparare al meglio una gara che sarà molto più ostica di quanto non dicano i valori economici delle due rose (Il valore della Lazio è di circa 315 milioni, quello del Salisburgo di 81). Per cercare di conoscere meglio la giovane formazione austriaca, abbiamo individuato tre calciatori che potrebbero destare qualche problemino alla non solidissima difesa biancoceleste.

Munas Dabbur

Il primo pericolo è rappresentato dalla punta centrale del 4-3-1-2 del giovane allenatore Marco Rose: Munas Dabbur. Israeliano, classe 1992, è stato riscattato ques’estate dal Grasshoppers per una cifra vicina ai 5 milioni di euro. In questa stagione ha timbrato il cartellino con una certa costanza, nella Bundesliga Austriaca vanta 17 goal in 25 presenze, uno ogni 119 minuti. In europa League ha segnato 6 goal tra preliminari e fase finale. Munas può giocare anche da seconda punta o da esterno preferibilmente sinistro dato che può essere molto pericoloso quando rientra verso il centro del campo con il suo piede preferito, il destro.

Valon Berisha

Classe 92 anche lui, doppia nazionalità Kosovara-Norvegese, piede destro educato e tanta quantità; nel 4-3-1-2 occupa il ruolo di mezz’ala sinistra con licenza di offendere. Valon è l’unico giocatore della rosa ad aver segnato in ogni competizione giocata dal Salisburgo in questa stagione: Bundesliga (4 goal e 8 assist in 24 partite), coppa d’Austria (2 goal e 1 assist in una sola gara), Europa League ( 5 goal in 11 presenze), Champions League (1 goal in 3 partite). Per la cronaca gli ultimi due goal siglati in Europa League sono al Signal Iduna Park, nella casa del Dortmund, ed hanno avuto un certo peso ai fini della qualificazione ai quarti di finale.

Diadie Samassékou

Classe 96, Maliano. Forse il prospetto più interessante della rosa austriaca. Mediano davanti alla difesa, tanta, tantissima corsa e buona capacità di far girare il pallone. I numeri stratosferici della difesa Austriaca (1 goal subito nella fase a giorni di Europa League, e appena 19 in Bundesliga in 28 partite) sono frutto anche del gran lavoro in copertura che questo ragazzo fa davanti ai due centrali di difesa. Il Salisburgo ha acquistato il cartellino del ragazzo nell’estate 2016 dal FC Liefering (Serie B Austriaca) per trecentomila euro. In questa seconda stagione con la maglia di Salisburgo Diadie ha trovato il suo primo ed unico goal europeo contro i porteghesi del Vitória Guimarães SC durante la fase a gironi dell’Europa League.




Juventus, i 3 passi falsi che hanno portato alla disfatta contro il Real

Si infrangono i sogni europei della Juventus che crolla allo Stadium contro il Real Madrid, in una serata di Champions League dal retrogusto Cardiffiano. Il secco 3-0 rifilato dai Blancos rende la gara di ritorno quasi una pura formalità, sia per il risultato proibitivo dell’andata, sia per le motivazioni e le convinzioni dei bianconeri, che si sono comprensibilmente affievolite, per usare un eufemismo. L’armata di Zidane, capitanata dal trascinatore Ronaldo, avrebbe potuto più volte incrementare il risultato, complice anche l’espulsione di Dybala che ha lasciato ingenuamente i bianconeri in 10. Proviamo ad analizzare i principali errori della squadra di Allegri.

Gli errori difensivi

In una serata di tale importanza, i goal dello 0-1 e dello 0-3, soprattutto per una squadra dalla cultura difensiva come quella della Juventus, dovrebbero essere scene vissute solo nei peggiori incubi. Gli errori di De Sciglio, Barzagli e Chiellini sul primo goal non possono essere concessi alla classe di Isco e alla reattività di Ronaldo, soprattutto dopo la decisione di Allegri di schierarsi con un 4-4-2, sintomo di uno studio accurato delle fasce per fermare gli attacchi del Madrid. Anche il secondo goal del n.7 non sarebbe arrivato se non fosse stato per un pasticcio combinato da Buffon e Chiellini, nato da un’incomprensione tra i due. Il terzo goal, complice il morale a pezzi, è forse il peggiore subito: l’immobilità e la confusione della linea difensiva sullo scambio di palla tra Ronaldo e Marcelo, mostra come la Juventus si fosse già arresa.

L’espulsione di Dybala

Inutile negare che un goal come la rovesciata di Cristiano Ronaldo taglia le gambe a tutta la squadra e infrange al suolo le speranze, ma l’espulsione dell’argentino scava proprio la fossa. Probabilmente, è emersa tutta insieme l’inesperienza del 25enne bianconero, forse ancora troppo acerbo per palcoscenici dove si deve sopportare una pressione così soffocante. L’attaccante stava giocando una buona partita prima dell’ingenuità che ha portato al doppio cartellino giallo e la frustrazione del giocatore, dopo la magia del n.7 del Real Madrid, è eruttata senza limiti. Resta il rimorso anche del primo cartellino giallo, preso per una simulazione evitabile. Dybala ha già dimostrato tanto al mondo intero e ha ancora tanto tempo per cancellare la macchia della pessima prestazione di ieri sera, ma un campione del suo calibro non può permettersi di lasciare in 10 una squadra che sta affondando.

Cristiano Ronaldo

Le colpe della Juventus potrebbero essere analizzate e rianalizzate all’infinito: il modulo, la difesa, la poca lucidità sotto porta, la mancanza di un vero leader, i cambi che non arrivavano; ma la vera differenza in questo quarto di Champions League è stata fatta da Cristiano Ronaldo. Il bruciante anticipo sul primo goal, il tempismo del taglio e il tocco di destro sono da fuoriclasse vero. Il secondo goal del portoghese è difficile da commentare, perchè il gesto sconcertamente di CR7  è di quelli che ogni giocatore sogna fin da quando è bambino, di quelli che ogni tifoso ammira nella copertina dell’album delle figurine fin da quando è un fanciullo. Un goal di rovesciata (e che rovesciata!) ai quarti di Champions contro la miglior difesa al mondo e con in porta Buffon, può segnarlo solo un Dio del calcio. L’applauso di tutto lo Stadium, e il ringraziamento dell’attaccante dei Blancos, è l’episodio emblematico che potrebbe racchiudere tutta la classe e la carriera di Ronaldo in una sola foto.




Roma, ecco perché devi crederci contro il Barcellona

Vi ricordate la storia di Davide e Golia? Quel fanciullo che, grazie all’aiuto di una semplice fionda, sconfisse il terribile gigante? La sfida tra Barcellona e Roma è, più o meno, la stessa cosa. I giallorossi rappresentano la piccola squadra che deve affrontare uno dei club più forti del Mondo; l’esito della sfida sembra scontato con Messi e compagni pronti a festeggiare l’accesso alla semifinale al termine dei 180 minuti. Il calcio, però, non è una scienza esatta e alle volte sorprende: il Leicester ha vinto una Premier e il Crotone è riuscito a salvarsi dopo una clamorosa rimonta. Se la prossima squadra ad entrare nella storia fosse la Roma? Cerchiamo di capire i motivi per cui i ragazzi di Di Francesco possono credere nell’impresa.

La Legge dei grandi numeri

Le statistiche del Barcellona sono impressionanti; gli uomini di Valverde hanno ottenuto 32 vittorie e 10 pareggi tra Liga, Champions e Copa del Rey. Un rullino di marcia praticamente perfetto che fa capire come i bluagrana vogliano scrivere la storia al termine della stagione. Il paradosso è che sono proprio questi numeri a dare una piccola speranza alla Roma. Prima o poi il Barcellona dovrà perdere una partita: è la legge dei grandi numeri. Una speranza flebile, è vero, ma quando si affronta un club di questo calibro ogni dettaglio può essere utile per credere nel miracolo.

Il ritorno all’Olimpico

La Roma giocherà la gara di ritorno in casa ma, a differenza del match con lo Shakhtar, si troverà di fronte una squadra con un valore tecnico di gran lunga superiore. Per superare il Barcellona servirà la spinta dell’Olimpico, il cuore pulsante dei giallorossi. Le sole sette ore con cui lo stadio della capitale è stato riempito fanno capire come ci sia fiducia in una squadra chiamata a scalare l’Everest. Quanto è importante il tifo del proprio pubblico? Tanto, perché in determinati momenti sentire il calore e l’appoggio della gente è fondamentale per superare le difficoltà; i tifosi sono il dodicesimo uomo in campo e la Roma, senza la spinta di uno stadio intero, non sarebbe riuscita a pareggiare con l’Atletico Madrid (senza nulla togliere alla prestazione di Alisson) e non avrebbe mantenuto il vantaggio con lo Shakhtar. Contro il Barcellona servirà il sostegno di ogni singolo spettatore per compiere una vera e propria impresa.

Una nuova mentalità europea

Quanto fatto dalla Roma in Champions League è un qualcosa di nuovo: chi si sarebbe immaginato i giallorossi primi in un girone con Chelsea e Atletico Madrid? Nessuno. E chi avrebbe pensato ad uno rimonta, da due a zero allo Stamford Bridge, dopo un inizio da incubo? Nessuno. Il lavoro fatto da Di Francesco è stato straordinario e i risultati si sono visti; la squadra, consapevole dei propri mezzi e senza mai esprimere un calcio spettacolare, ha saputo ritagliarsi un ruolo importante a livello internazionale. Una crescita che, indipendentemente dall’esito del doppio confronto con il Barcellona, dovrà proseguire nella prossima stagione. Intanto ci sono 180 minuti da disputare con la consapevolezza di essere inferiori ma con la voglia di continuare a stupire l’Europa perché la mentalità è cambiata e, proprio per questo, un altro risultato tennistico non è ammesso.

Sfruttare le occasioni

Chi ha visto la doppia sfida con il Chelsea ha potuto notare come il Barcellona, essendo una squadra abituata ad attaccare per il 90% della partita, abbia lasciato molti spazi ai giocatori dei Blues, specialmente nel match del Camp Nou. Questo può essere un punto a favore della Roma; i giallorossi, non appena riconquistata palla (impresa non propriamente semplice), dovranno servire Nainggolan (qualora il belga dovesse scendere in campo) o Perotti per attaccare in velocità la difesa scoperta del Barca. Le armi in più della Roma dovranno essere cinismo e cattiveria nel capitalizzare ogni minima occasione: solo così puoi sperare di eliminare il Barcellona.




La Serie A va a caccia di talenti: ecco cinque baby-top vicini all’Italia

Ultimamente le più importanti società di Serie A si stanno muovendo molto sul mercato estero, ma non si dirigono a caccia di giocatori già affermati; l’ultima tendenza delle nostre squadre, infatti, è quella di seguire i baby talenti del calcio internazionale, in modo tale da acquistarli ad una cifra quasi sempre irrilevante e farli poi giocare nel nostro campionato: così facendo consentono non solo di far crescere (calcisticamente parlando) queste giovani promesse, ma anche di far lievitare il prezzo del loro cartellino.
A proposito di ciò, noi di RadioGoal24 abbiamo stilato un elenco di cinque baby-top vicini all’Italia.

Ante Ćorić

Ante Ćorić è un centrocampista croato classe ’97, attualmente di proprietà della Dinamo Zagabria. Su di lui è forte l’interesse della Roma, che pochi giorni fa sembra aver piazzato il colpo per una cifra intorno ai 12 milioni di euro. Il ds Monchi vuole infatti costruire al tecnico Di Francesco una squadra di tutto rispetto anche per la prossima stagione, e Ćorić sembra essere il giusto regista di centrocampo per il dopo-De Rossi: con la Dinamo Zagabria ha finora disputato cinque stagioni, giocando 133 partite e segnando 22 reti.

Lautaro Martínez

Lautaro Javier Martínez (classe 1997 anche lui) è un attaccante del Racing Club, squadra argentina che milita nella Primera División. Nei giorni scorsi è arrivata l’ennesima conferma riguardo ad un suo possibile ingaggio da parte dell’Inter: sembra, infatti, che la società nerazzurra abbia già firmato un pre-contratto di cinque anni (a causa del Fair Play Finanziario) con il giovane attaccante argentino, in un’operazione vicina ai 30 milioni di euro. Metà della cifra sarà pagata in contanti, mentre la restante parte dipenderà dagli obiettivi stagionali del club di Milano. L’Inter avrà così la possibilità di schierare un tandem argentino in attacco, con il capitano Icardi supportato da El Toro: questo è il soprannome di Martínez, legato al Racing Club dal 2014 e con cui ha giocato 46 partite, segnando 21 goal.

Lovro Majer

Calciatore croato e attuale centrocampista della Lokomotiva Zagabria, Lovro Majer è un classe ’98 ricercato da mezza europa. In estate è stato accostato anche alla Sampdoria, ma poi la trattativa è sfumata e su di lui hanno messo gli occhi numerosi top club: tra questi ci sarebbe anche il Milan, con il ds Mirabelli che sarebbe rimasto incantato dalle capacità del giovane. Majer è già nel giro della nazionale croata maggiore ed è il classico fantasista dotato di buona tecnica, che gioca alle spalle delle due punte: con la Lokomotiva Zagabria ha disputato 54 gare in totale, andando in rete 14 volte.

Manor Solomon

Astro nascente del calcio israeliano, Manor Solomon è un attuale centrocampista del Maccabi Petah Tiqwa, una delle più importanti squadre di Israele. Nato il 24 luglio del 1999, il diciottenne è un jolly d’attacco dotato di grande talento, già al sevizio della nazionale israeliana maggiore: è stato convocato anche per la partita Italia-Israele delle qualificazioni ai mondiali (il 5 settembre del 2017), ma è rimasto in panchina. La Juventus sembra disposta a piombare fortemente su di lui, ma ha davanti a sé due ostacoli: il prezzo a 5 milioni fissato dal Maccabi Petah Tiqwa e la concorrenza raffigurata dal Liverpool.

Justin Kluivert

Giovane promessa del calcio europeo e figlio d’arte (il padre è Patrick Kluivert, ex giocatore di Ajax, Milan e Barcellona), Justin Kluivert è un attuale attaccante dell’Ajax, già debuttante con la nazionale maggiore dell’Olanda. Affacciatosi in Eredivisie la scorsa stagione, il giovane talento ha fatto registrare fino a questo momento 50 presenze con la maglia dell’Ajax, con cui ha segnato 10 reti. Il Napoli del presidente De Laurentiis sta già sondando il terreno su di lui, ed è pronto ad ingaggiarlo in rosa per la prossima stagione: occhio soltanto ai desideri del ragazzo, che ha manifestato più volte il desiderio di voler seguire le orme del padre e andare a giocare nel Barcellona.

 




Non solo Bayern-Sambenedettese: i 5 gemellaggi più strani del calcio italiano

Cosa ci facevano ben cento tifosi del Bayern Monaco alla partita di Serie C tra Sudtirol-Sambenedettese? Come i più appasionati sapranno, Bayern e Sambenedettese sono gemellate dal lontano 2005, quando alcuni esponenti della “Schickeria” (gruppo tedesco appassionato delle realtà calcistiche minori italiane), arrivarono allo stadio per seguire il match Sambenedettese-Napoli, proprio negli anni in cui il club campano era sprofondato in Lega Pro a causa del fallimento. Grazie a un tifoso marchigiano che parlava il tedesco, naque un’amicizia che poi si trasformerà in un gemellaggio solido. Negli anni ci sono state tante dimostrazioni di affetto da entrambe le parti. La più emblematica risale allo scorso anno, quando i tifosi tedeschi omaggiarono la squadra italiana per la promozione in Lega Pro con la scritta “L’amicizia va oltre ogni categoria. Auguri, magica Samb”. Andiamo a scoprire quali sono i gemellaggi più strani del calcio italiano.

Juventus-ADO Den Haag

Il gemellaggio tra i bianconeri e la squadra olandese naque nel lontnao 1988, quando un gruppo di tifosi olandesi assisitì ad una partita di Coppa UEFA tra Juventus e Liegi. Da quel giorno il rapporto si è rafforzato sempre di più, fino ad arrivare a festeggiare il 25° anniversario del gemellaggio: per l’occasione, oltre lo striscione che potete ammirare nella foto qui sotto, un centinaio i tifosi bianconeri sono stati invitati per partecipare ad un match contro il Feyenoord.

Milan-Partizan Belgrado

Il gemellaggio è nato in tempi recenti, quando nel 2012, alcuni tifosi serbi del Partizan Belgrado, hanno assistito al match di Champions League tra Milan e Barcellona. In seguito, i 40+ (il nome della tifoseria) hanno invitato una delegazione di tifosi rossoneri ad assistere all’emozionante derby contro lo Stella Rossa.

Roma-Panathinaikos

Il gemellaggio tra le tifoserie è nato grazie al basket, quando alcuni tifosi romanisti assistirono al match tra la Lottomatica e appunto il Panathinaikos. Al termine della partita, i tifosi delle due squadre sono andate a bere insieme in un pub e hanno stretto un’amicizia confermata poi anche nel calcio, quando la Roma incontrò l’Olympiacos: un numeroso gruppo di Pao viene in sostegno degli ultras capitolini, accompagnandoli allo stadio e dandogli ospitalità nel dopo gara.

Sampdoria-Olympique Marsiglia

Il gemellaggio tra le due tifoserie dura da più di 30 anni, quando alcuni tifosi dell’Olympique Marsiglia vennero a Genova per vedere una partita dei blucerchiati. Lo scorso anno, in occasione del rapporto trentennale, è stata organizzata una vera e proprio festa per ricordare l’anniversario dell’amicizia.

Parma-Bordeaux

L’amicizia naque nel lontano 1998, quando un ragazzo girondino si trasferì a Parma per continuare gli studi ed entrò a bere nel bar dove si riunivano i tifosi ducali. Qualche tempo più tardi, una delegezione di tifosi italiani fu invitata ad asssistere alla finale di Coppa di Francia, al nuovo stadio Saint Denise contro il Paris Saint-Germain. Da quel momento, naque ufficialmente il gemellaggio tra le due tifoserie.




Juventus-Milan, i migliori 11 della storia a confronto

Nelle memorie del nostro campionato di calcio, ci sono stati giocatori che hanno scritto la storia entrando anche tra le  leggende del calcio giocato. Calciatori italiani e non che hanno girato le migliori squadre al mondo, con le quali hanno vinto i trofei più prestigiosi: Del Piero, Pirlo, Ronaldo, Maradona e tanti altri ad esempio. In occasione del match di campionato tra Juventus e Milan in programma sabato 31 marzo alle ore 20.45, abbiamo stilato due formazioni tipo con i migliori giocatori nella storia delle due squadre.

Juventus (3-4-3)


Come possiamo vedere, nella miglior formazione della Juventus, abbiamo i giocatori risultati più importanti nelle imprese compiute durante la storia di questa società. Schierata con un 3-4-3, abbiamo tra i pali l’attuale portiere Gianluigi Buffon; nella linea a tre difensiva ci sono Giorgio Chiellini, Lilian Thuram e Gaetano Scirea; nei quattro a centrocampo troviamo Pavel Nedved, Andrea Pirlo, Zinedine Zidane e Michel Platini. La fase offensiva è occupata da Alessandro Del Piero, David Trezeguet e Roberto Baggio. Grandi nomi in questa rosa speciale, che ora andremo ad analizzare brevemente.
BUFFON: considerato come uno dei più forti portieri di tutti i tempi, è stato spesso definito il migliore nella storia del calcio. Dal 2001 gioca con la Juventus, con la quale ha vinto 8 campionati di Serie A, 1 di Serie B, 5 Supercoppe Italiane e 3 Coppe Italia. Buffon con la maglia bianconera ha stabilito vari record, il più prestigioso, quello di imbattibilità in Serie A per 974 minuti. Attualmente è ancora il portiere della Juventus, con la quale lotta per la vittoria del campionato.
CHIELLINI: nel club dal 2004, è considerato come uno dei migliori difensori della sua generazione. Nato come terzino sinistro, occupa ora la posizione di difensore centrale. Con la Juventus ha vinto 6 campionati italiani e 3 Supercoppe italiane e Coppe Italia. Con la maglia bianconera ha segnato in 355 gare, 25 gol.
SCIREA: divenuto uno degli uomini simbolo della Juventus allenata da Giovanni Trapattoni a cavallo degli anni 1970 e 1980, nonché suo capitano dal 1984 al 1988, Scirea formò una delle migliori linee difensive, della storia del calcio. Giocava come libero e fu definito uno dei massimi interpreti del ruolo, nonché icona di signorilità e correttezza. Con la maglia bianconera ha vinto 7 campionati italiani e due Coppe Italia, mentre in campo internazionale una Coppa Uefa, una Coppa delle Coppe, una Supercoppa Uefa, una Coppa Intercontinentale e una Coppa dei Campioni.
THURAM: difensore di statura mondiale, fra i migliori della storia del calcio, ha vestito la maglia della Juventus dal 2001 al 2006, totalizzando un solo gol in campionato. Con la squadra ha vinto due Supercoppe italiane e due campionati italiani. Ha ricoperto i ruoli di terzino destro e difensore centrale, ed è stato un giocatore abile in marcatura e nel gioco aereo, spiccando per tecnica, correttezza, velocità e prestanza fisica.
NEDVED: considerato come uno dei migliori centrocampisti di quella generazione, ha vestito la maglia della Juventus dal 2001 al 2009, vincendo anche un Pallone d’Oro. Ora ricopre la carica di Vicepresidente del club bianconero, con il quale ha vinto due campionati italiani e due Supercoppe italiane. Centrocampista offensivo, era dotato di una buona tecnica affinata grazie alla perseveranza negli allenamenti, nonché alla infaticabile costanza.
ZIDANE: è considerato come uno dei migliori giocatori della storia del calcio; dal 1996 al 2001 ha indossato la maglia della Juventus, con la quale affermò il suo innato talento. Con i bianconeri ha vinto titoli nazionali e internazionali: 2 campionati italiani, una Supercoppa italiana, una Coppa Intertoto Uefa, una Coppa Intercontinentale ed una Supercoppa Uefa. Ora ricopre il ruolo di allenatore del Real Madrid, con il quale ha vinto due Champion’s League, l’ultima proprio contro la Juventus.
PIRLO: soprannominato Il Maestro, è stato definito sin da giovane come uno dei maggiori talenti del calcio italiano. Oltre ad essere stato uno dei migliori nel suo ruolo, è stato uno dei più forti registi della storia del  calcio mondiale. Dal 2011 al 2015 ha vestito la maglia della Juventus, siglando 16 gol; con il club ha anche vinto 4 campionati italiani, una Coppa Italia e 2 Supercoppe italiane.
PLATINI: centrocampista della Juventus dal 1982 al 1987, è stato riconosciuto come uno dei migliori dieci giocatori al mondo del ventesimo secolo, vincendo per tre volte consecutive il Pallone d’Oro. Con la maglia bianconera ha vinto due campionati italiani e una Coppa Italia, mentre in campo internazionale ha vinto una Coppa delle Coppe, una Coppa dei Campioni, una Supercoppa Uefa e Coppa Intercontinentale.
DEL PIERO: soprannominato Pinturicchio da Gianni Agnelli per l’eleganza nel suo stile di gioco, è stato il capitano della Juventus dal 2001 al 2012, segnando in tutte le competizione nelle quali ha giocato. Considerato come uno dei migliori giocatori del calcio italiano, ha vinto in carriera con il club di Torino, tutti i titoli nazionali ed internazionali: 6 campionati di Serie A, uno di Serie B, una Coppa Italia, 4 Supercoppe italiane, una Champion’s League, una Coppa Intercontinentale, una Supercoppa Uefa e una Coppa Intertoto Uefa.
TREZEGUET: attaccante della Juventus dal 2000 al 2010, grazie alla sua abilità in fase di finalizzazione ha fatto si che venisse soprannominato Re David. Nella sua militanza nel club ha siglato 138 gol e ha vinto 2 campionati di Serie A, uno di Serie B e due Supercoppe italiane. Attualmente ricopre la carica di presidente della Juventus Legends ed è ambasciatore dei bianconeri nel mondo.
BAGGIO: soprannominato Divin Codino, è ritenuto come uno dei migliori giocatori della storia del calcio al mondo. Ha vestito la maglia della Juventus dal 1990 al 1995 segnando 78 reti, e vincendo un campionato di Serie A, una Coppa italia e una Coppa Uefa. Ha ricoperto i ruoli di attaccante e centrocampista, grazie alle sue incredibili doti tecniche di fantasista.

Milan (4-3-3)


Passiamo ora la Milan. La squadra è formata da un 4-3-3 caratterizzata dai migliori calciatori della storia dei rossoneri, molti dei quali sono entrati tra le leggende del calcio mondiale. In porta Fabio Cudicini, seguito  in linea difensiva da Mauro Tassotti, Franco Baresi, Cesare Maldini e il figlio Paolo; Ruud Gullit, Gianni Rivera e Frank Rijkaard a ricoprire la linea di centrocampo dietro al tridente offensivo occupato da Van Basten, Shevchenko e Nordahl. Analizziamo ora le loro imprese calcistiche con la maglia del Milan.
CUDICINI: a difendere la porta rossonera, non poteva che esserci il ragno nero. Soprannominato in questa maniera, per via del colore della sua divisa, giunse al Milan non più giovanissimo dopo aver giocato con Udinese, Roma e Brescia. Nelle 183 presenze con il club, ha vinto un campionato italiano, una Coppa Italia, una Coppa dei Campioni, una Coppa delle Coppe e una Coppa Intercontinentale.
P. MALDINI: probabilmente il miglior terzino sinistro al mondo di tutti i tempi. Capitano del Milan a partire dalla stagione 1997/98 in carriera, è stato tra le colonne portanti per i successi del Milan. In carriera conta ben 5 Coppe dei Campioni vinte, di cui due sollevate da capitano nel 2003 e nel 2007, oltre ad essere il calciatore con più presenze in tutta la storia del Milan, davanti ad un’altra leggenda del calibro di Franco Baresi. 7 Campionati Italiani, 3 Coppe Intercontinentali, 5 Supercoppe Uefa, 5 Supercoppe Italiane, 1 Coppa Italia, sono gli altri titoli conquistati con la maglia dei rossoneri.
C. MALDINI: simbolo ed artefice dei successi rossoneri negli anni ’60, giunse al Milan nel 1954 voluto fortemente voluto da Béla Guttmann, storico allenatore del Benfica. Gli anni più belli della sua carriera, saranno tuttavia quello vissuti sotto la guida di Nereo Rocco, triestino come lui, con il quale avrà l’onore di alzare al cielo la Coppa dei Campioni al termine della finale con il Benfica nel 1962/63. Oltre alla Coppa dei Campioni, vinse anche una Coppa delle Coppe, 4 campionati italiani e una Coppa Italia.
BARESI: per la maggior parte dei tifosi rossoneri è stato il simbolo della storia recente del Milan. Le sue annate in rossonero, hanno visto la sua permanenza anche durante il periodo più nero per la storia del Milan, conciso con la Serie B. L’arrivo di Sacchi e lo spirito vincente che lo aveva contraddistinto, lo portarono ad essere il punto di riferimento della retroguardia difensiva probabilmente più forte nella storia del calcio. Con i rossoneri ha vinto  6 campionati italiani, 2 Coppe Intercontinentali, 3 Coppe dei Campioni, 3 Supercoppe Uefa e 4 Supercoppe italiane.
TASSOTTI: a destra non poteva che esserci che Mauro Tassotti. Probabilmente tecnicamente non era elegante e sinuoso nei movimenti come Paolo Maldini dall’altro lato del campo, nè ciò che lo contraddistingueva era la grande fluidità sulla fascia. L’ex difensore della Lazio, tuttavia nel corso della sua carriera è stato in grande di integrare le innovazioni portate in dote da Sacchi, rivelandosi come uno degli elementi fondamentali per le vittorie rossonere. Con la maglia rossonera vinse 5 campionati italiani, 4 Supercoppe italiane, 3 Coppe dei Campioni, 2 Coppe Intercontinentali e 3 Supercoppe Uefa.
GULLIT: pallone d’oro nel 1987, il tulipano nero fu il vero e proprio simbolo del primo successo dell’era Berlusconi nel 1987/88. La sua velocità e la sua forza fisica, furono assolutamente degli elementi devastanti nel corso di quella stagione, tanto da portare al Milan punti pesantissimi. Autore di una doppietta nella finale di Coppa dei Campioni del 1998/89 contro la Steaua Bucarest, modificò la sua posizione in campo con l’arrivo di Capello che ne valorizzò le doti da fondista sulla fascia. Con la maglia rossonera ha vinto 3 campionati italiani, 2 Coppe dei Campioni, 2 Coppe Intercontinentali, 2 Supercoppe Uefa e 3 Supercoppe italiane.
RIVERA: cresciuto calcisticamente nell’Alessandria, sarà simbolo del Milan fino alla stagione 1979, anno nel quale i rossoneri riuscirono a cucirsi sul petto la stella. La sua classe cristallina ed i suoi piedi fatati, lo rendono ancora oggi uno dei simboli del Milan e del calcio italiano. Rivera infatti resterà per sempre nella memoria di tutti come il primo italiano (non oriundo) a vincere il pallone d’oro, oltre che simbolo della storica vittoria sulla Germania Ovest ai mondiali di Messico ’70. Con la maglia milanista ha vinto 3 campionati italiani, 4 Coppe Italia, una Coppa Intercontinentale, 2 Coppe dei Campioni e 2 Coppe delle Coppe.
RIJKAARD: certamente è stato uno dei più grandi centrocampisti europei tra gli anni ’80 e ’90. Campione d’Europa con la maglia dell’Olanda, costituì insieme a Van Basten e Gullit la base per i successi del Milan. Nella sua lunghissima esperienza in rossonero, possiamo anche ricordare le reti decisive contro la Stella Ross (realizzò l’ultimo rigore della serie), oltre al gol nella finale di Coppa dei Campioni di Vienna del 1990 contro il Benfica che regalò il quarto successo continentale al diavolo. Con i rossoneri vinse 2 campionati italiani, 2 Supercoppe italiane, 2 Coppe Intercontinentali, 2 Coppe dei Campioni e 2 Supercoppe Uefa.
SHEVCHENKO: il suo sguardo glaciale prima di realizzare il rigore decisivo nella notte di Manchester, resterà per sempre impresso nella storia del Milan. Autore di goal pesantissimi, il numero 7 rossonero ha realizzato ben 175 reti con il Milan, vincendo il Pallone d’oro nel 2004. Con il club ha vinto un campionato italiano, una Coppa Italia, una Supercoppa italiana, una Champion’s League e una Supercoppa Uefa.
NORDAHL: primo nella classifica marcatori di tutti i tempi con la maglia del Milan, Gunnar Nordahl è stato tra gli artefici del ritorno al successo da parte del Milan negli anni ’50 dopo ben 44 anni di assenza. Nel 1949/50 mise inoltre a segno ben 35 reti, record assoluto fino alla stagione 2015/16 nella quale fu scalzato da Higuain; con il club rossonero, ha vinto soltanto due campionati italiani.
VAN BASTEN: la sublimazione dell’attaccante moderno. Marco Van Basten è stato un vero e proprio artista del pallone. Con 90 reti in 147 partite in Serie A, la sua media realizzativa nel massimo campionato italiano è infatti di 0,61. Vincitore di 3 palloni d’oro (1988, 1989, 1992), l’unico rimpianto per i rossoneri e non, è stato quello di averlo dovuto abbandonare all’apice della sua carriera, quando aveva ancora tantissimo da dare al calcio mondiale. Con la maglia del Diavolo ha vinto 4 campionati italiani, 4 Supercoppe italiane, 2 Supercoppe Uefa, 2 Coppe dei Campioni e 2 Coppe Intercontinentali.

Queste le squadre a confronto:

Le due squadre hanno fatto la storia del calcio italiano e di quello mondiale, per i loro numerosi successi nazionali ed internazionali. Hanno sempre dato vita ad incontri belli e divertenti calcisticamente, e probabilmente anche il prossimo incontro di campionato non sarà da meno.

 

 




Raiola, tanti flop in campo. E’ ancora il migliore?

“Ibrahimović? Deve giocare ancora 5 o 6 anni, come minimo. Non lo faccio smettere, ho lavorato in questi anni per lui e ora è il mio turno. I miei figli sono cresciuti e ho bisogno di soldi. Siamo d’accordo che durante i prossimi 5 anni lavorerà solo per me”.

“Mirabelli ha un problema personale contro di me e usa Gigio Donnarumma per attaccarmi. Ma io non ne farò un circo mediatico e, ancor di più, non voglio che questo venga fatto sulla pelle di Gigio”.

Queste due frasi ci fanno capire chi è Mino Raiola; quando, riferendosi a Ibrahimović, dice “Ora è il mio turno” ci fa capire come pretenda dal calciatore svedese un ricambio per quanto fatto, a livello economico, per l’ex Milan (citare tutti i club di Zlatan ci sembrava un tantino esagerato visto che ha giocato ovunque). Nella seconda frase, invece, viene fuori il lato protettivo del procuratore che vuole difendere i propri assistiti; questo atteggiamento non viene fuori per un senso paterno ma perché Raiola sa che, con il tempo, i suoi giocatori lo ripagheranno e anche abbastanza bene. Forse è per questo che non si preoccupa troppo delle prestazioni di alcuni calciatori che, nonostante siano sotto l’ala protettiva più importante (a livello di procuratore), non stano rendendo quanto dovrebbero.

Paul Pogba

Il giocatore che meglio rappresenta i flop in campo targati Mino Raiola è, senza ombra di dubbio, Paul Pogba. Il centrocampista, dopo essersi messo in luce con la maglia della Juventus, è tornato (per una cifra mostruosa) al Manchester United. Con i Red Devils, tra infortuni e prestazioni poco convincenti, non sta dimostrando il suo potenziale valore. Che sia colpa del campionato inglese? Non lo sappiamo ma una cosa è certa: quest’anno il valore del francese è sceso e non di poco. Solo un Mondiale da protagonista può salvarlo

Marco Verratti

La domanda è piuttosto semplice: dove è finito Marco Verratti? Il giocatore che ai tempi di Pescara aveva fatto impazzire mezza Europa tanto da spingere il PSG ad acquistarlo è letteralmente sparito. Il centrocampista, sia con il club che con la nazionale, non riesce mai ad essere decisivo; quello per cui viene ricordato sono le prestazioni sotto ritmo ed un carattere sopra le righe (nel ritorno dei quarti di Champions League contro il Real Madrid si è fatto espellere per due falli ingenui).

M’Baye Niang

Male sia con Mihajlović che con Mazzarri: la stagione dell’attaccante non è stata poi così positiva. Il giocatore, nella sua storia calcistica, non ha mai dato l’impressione di poter esplodere e mostrare (a detta dell’attuale tecnico dei granata) le sue reali potenzialità. L’estate scorsa è andato al Torino con l’obiettivo di portare il club in Europa League ma, a meno di improbabili miracoli, non porterà a termine la sua missione.

Hachim Mastour

Vi ricordate quel ragazzo che palleggiava sulla spiaggia? Tale Hachim Mastour, futura promessa del calcio europeo acquistato dal Milan. Da quel giorno si sono piano piano perse le tracce dell’attaccante Marocchino ceduto a Malaga e Zwolle prima di tornare a Milanello. Nelle sei partite in cui ha giocato non ha dato prova del talento che, secondo in molti, ha a disposizione. Raiola (in tempi non sospetti disse “Non mi piace il circo intorno a Mastour) si augura che prima o poi il ragazzo possa dimostrare le sue qualità.

Ricardo Kishna

Nella scorsa sessione estiva di mercato Ricardo Kishna, prima di passare all’ADO Den Haag, ha avuto richieste anche da club italiani solo che le pretese economiche di Raiola hanno impedito il buon esito della trattativa. Alla fine è sbarcato in Olanda dove, complice la rottura del legamento crociato, ha giocato solo due partite. Se si esclude la parentesi all’Ajax, l’attaccante non ha mai dato la dimostrazione di incidere in maniera consistente.

Raiola quindi ha perso la bussola? Difficile da dire quando nella tua scuderia hai comunque tanti campioni (ad esempio Lukaku) e prospetti fenomeni (qualcuno ha detto Kluivert?).  E’ ovvio che qualche investimento può fallire, sopratutto se hai un bacino di assistiti così grande ed espanso, ma almeno una cosa adesso la possiamo dire: nemmeno Mino Raiola è infallibile.




Di Biagio, il primo bilancio: può continuare come c.t.?

L’Italia, dopo la mancata qualificazione al  Mondiale di Russia, ha scelto di ripartire sotto la guida tecnica di Di Biagio; l’amichevole con l’Argentina non è andata bene con gli azzurri sconfitti per due a zero (reti di Banega e Lanzini), mentre nel match contro l’Inghilterra si sono visti segnali più incoraggianti, nonostante il misero 1 a 1 portato a casa. Dopo questi primi due incontri la domanda più gettonata è: il c.t. merita di essere confermato e proseguire il cammino verso i prossimi impegni (Nations League e qualificazione ad Euro 2020)? Proviamo a capirlo.

 

Un progetto appena iniziato

Il primo motivo per cui Di Biagio dovrebbe essere confermato riguarda un progetto appena iniziato; due amichevoli sono troppo poche per giudicare il lavoro di chi ha scelto una delle panchine più infuocate del momento (probabilmente insieme a quella olandese). La nazionale italiana ha bisogno di certezze per ripartire e Di Biagio, con le sue idee, potrebbe rappresentare il primo punto fermo post Svezia. Considerarlo inadatto dopo le prime convocazioni (in un momento particolare del campionato) sembra il classico passo più lungo della gamba.

Chi al suo posto?

Quale sarebbe l’alternativa a Di Biagio? I nomi circolati (Conte, Ranieri, Mancini, Ancelotti) sono tutti, per un motivo o per l’altro, difficilmente raggiungibili. Prendiamo ad esempio Conte: la sua avventura al Chelsea terminerà a fine stagione ma il futuro non sarà in azzurro. La sua voglia di campo, di allenare quotidianamente sono i motivi principali per cui l’ex Juventus rifiuterebbe una proposta di tornare in nazionale. La sfida con la Germania nei quarti di Euro 2016 è stata e resterà la sua ultima gara sulla panchina dell’Italia. Per quanto riguarda Ranieri, l’allenatore che ha portato il Leicester alla storica vittoria della Premier League siede ora sulla panchina del Nantes. Un suo futuro in nazionale? Il tecnico non lo esclude anche se il passato non fa ben sperare; Ranieri, sulla panchina della Grecia, è durato meno di quattro mesi (fatale la sconfitta con le Far Oer). Affidare a lui la rinascita dell’Italia non sembra essere la scelta migliore.Altro nome circolato è quello di Ancelotti: non è stata una stagione fortunata per l’italiano dal Bayern Monaco. Il curriculum dell’allenatore, però, parla chiaro: l’ex tecnico del Milan ha l’esperienza e la capacità per far ripartire la nazionale italiana. E’ allora dove sta il problema? Ancelotti, come Conte, vuole ancora allenare una squadra di club e la possibilità di andare all’Arsenal sta frenando la voglia di azzurro. Ultimo nome che prendiamo in considerazione è quello di Mancini: L’attuale tecnico dello Zenit sembra la possibilità più concreta per il futuro dell’Italia. I problemi sono due: il club russo che non libererà facilmente il suo allenatore e l’ingaggio piuttosto oneroso percepito dal tecnico. Motivi che lasciano ipotizzare come Mancini possa continuare sulla panchina dello Zenit.

Possibilità di crescita per i giovani

Di Biagio, avendo allenato l’Under 21, conosce i giovani e ci ha lavorato. Caratteristica ideale per ristrutturare una nazionale con assoluto bisogno di aprire un nuovo capitolo. I vari Donnarumma, Romagnoli, Rugani, Cristante, Cutrone rappresentano il futuro dell’Italia e con Di Biagio potrebbero crescere nel migliore dei modi. Dopotutto è proprio la “linea verde” che ha permesso a molte squadre di risollevarsi: il problema dell’Italia si dice che è, molto spesso, la mancanza di giovani talenti che possano ricalcare le orme dei tanti campioni del passato. Non stiamo assolutamente negando il fatto che, nel nostro paese, negli ultimi anni ci sia stata molta carenza; tuttavia nell’ultimo periodo le cose sembrano assolutamente migliorare, con alcuni giovani che sembra essere molto appetibili anche per l’estero (basti pensare a Pellegri, pagato tantissimo dal Monaco). Saper sfruttare queste piccole gemme, saperle anche “trattare” e gestire è uno dei compiti che il prossimo commissario tecnico dovrà essere in grado di portare avanti. Serve fiducia ma sopratutto volontà e coraggio, tutte qualità che Di Biagio ha apertamente abbracciato nella sua filosofia. Un allenatore più guidato riuscirebbe sicuramente a sfruttare meglio la “vecchia guardia”, magari aiutandoci anche a fare buone prestazioni, ma farebbe fatica a far voltare pagina a questa nazionale. E’ proprio quest’ultimo concetto che invece deve caratterizzare l’Italia, una rivoluzione che deve partire dalla squadre per poi perpetuarsi anche nel campionato, in attesa do tornare ai tempi migliori.

 

Quali sono, invece, i motivi per cui sarebbe meglio cambiare Ct?

L’esperienza in Under21

Tra i motivi per cui sarebbe meglio cambiare commissario tecnico spicca la passata esperienza di Di Biagio; l’allenatore, sulla panchina dell’Under 21, ha disputato un Europeo non all’altezza delle aspettative. L’Italia è arrivata in semifinale, è vero, ma solo grazie al suicidio della Repubblica Ceca (sconfitta all’ultima giornata dalla Danimarca). La nazionale, in quel periodo, ha dimostrato importanti lacune dal punto di vista del gioco nonostante degli interpreti piuttosto validi. Ecco perché affidare definitivamente l’Italia dei “grandi” a Di Biagio sembra essere un rischio.

Il modulo

A molti sembrerà strano questo punto: come si può dubitare di un tecnico che finalmente propone un modulo europeo, vale a dire il tanto amato 4-3-3? Semplicemente la motivazione è che l’Italia non può permettersi una disposizione di questo tipo. Gli esterni a nostra disposizione sono veramente pochi e nessuno di essi è un fenomeno: Insigne, nonostante una buona prestazione ieri sera con l’Inghilterra sopratutto negli ultimi minuti, sembra un giocatore completamente diverso rispetto a quello che ammiriamo al Napoli; Candreva ormai è l’ombra del toro che giocava nella Lazio; Chiesa è un grandissimo talento ma ha ancora tanto da dimostrare e la sua acerbità si sente; Bernardeschi deve rimettersi dall’infortunio e non è un titolare nella propria squadra, vale a dire la Juventus. Un commissario tecnico dovrebbe sapersi adattare agli uomini a disposizione, visto il poco tempo a disposizione per creare gruppo e dare una propria filosofia: proprio questo motivo viene chiamato selezionatore e non “allenatore”. L’Italia si ritrova invece con tantissime punte a disposizione, anche di buon talento, e non è un caso che negli ultimi anni i moduli che hanno funzionato di più sono stati quelli con 2 attaccanti insieme (Balotelli-Cassano con Prandelli, Pellé-Eder con Conte).

Balotelli

Il rapporto tra Balotelli e Di Biagio non è iniziato nel migliore dei modi con il c.t. che ha dichiarato di non averlo convocato per scelta tecnica; decisione discutibile visto lo stato di forma dell’attaccante del Nizza. Se il buongiorno si vede dal mattino Super Mario rischia di non vedere la nazionale per altri anni e questo l’Italia non se lo può permettere. O meglio, non si può permettere di non concedere un’altra chance a l’unico realmente in grado di alzare il livello qualitativo degli azzurri. Sul discorso Balotelli non vogliamo dilungarci troppo, anche perché sull’importanza che l’ex Milan potrebbe avere in questa squadra abbiamo dedicato un intero editoriale, che potete trovare cliccando qui.

Confermare o no Di Biagio? Una scelta difficile dal momento che in gioco non c’è solo il futuro del tecnico ma il futuro di una nazionale.