Champions, Agnelli: “Vogliamo la VAR, italiane penalizzate”. Serve una rivoluzione?

Non si placano le polemiche dopo il rigore concesso al Real Madrid nel match di Champions League contro la Juventus. Il goal trasformato da Cristiano Ronaldo al 98′, ha sancito l’eliminazione bianconera dalla coppa europea, mandando su tutte le furie l’ambiente bianconero. Il presidente Agnelli ha rilasciato una lunga dichiarazione ai microfoni di Premium Sport al termine della partita, rendendosi protagonista di un monologo contro la decisione della UEFA di non adottare il VAR e lanciando una provocazione contro gli arbitri, rei di non tutelare abbastanza le squadre italiane:

“Abbiamo una serie di paesi che hanno adottato il Var e quando parlo di queste cose penso ad esempio al fallo su Cuadrado, al rigore concesso all’Arsenal contro il Milan e all’errore ai danni della Lazio. E’ evidente che il processo di inserimento del Var dovrà essere portato avanti e io mi impegnerò per farlo. Oggi si giocava per raggiungere le semifinali, noi avevamo ampiamente dimostrato di meritarlo sul campo.”
E ancora: “Forse qualche riflessione sul designatore si deve fare, pare che si vada a colpire le italiane per dimostrare che il designatore (Collina, ndr) è imparziale. Probabilmente una posizione del genere va cambiata ogni tre o cinque anni e, ripeto, non parlo solo per quel che è successo oggi, parlo anche degli episodi contro Milan e Lazio. C’è la tecnologia per evitare determinati errori e questi possono essere eliminati dappertutto. Se la difficoltà è istruire gli arbitri, perché questo è il problema dell’UEFA, allora istruiamoli, facciamo un corso veloce, perché avendo una tecnologia del genere questa va utilizzata.”
E infine, il presidente si scaglia anche contro l’arbitro della partita: “L’arbitro non ha saputo gestire la situazione. Ci sta perché sbagliano tutti, i calciatori, gli allenatori, i dirigenti. Oggi è successo che un arbitro è andato evidentemente in confusione. Ha preso una decisione sbagliata. La seconda, l’espulsione è stata eccessiva, così come era stata eccessiva l’espulsione di Dybala all’andata. E’ stato un momento di confusione totale, ma rimane la soddisfazione per la prova dei ragazzi.”

Parole pesanti quelle del n.1 bianconero, che attacca senza mezze misure la UEFA, il designatore Pierluigi Collina e l’arbitro della partita Oliver. Le sue parole, dettate anche dalla frustrazione del momento, suonano da ‘perdente’ all’orecchio di un malizioso, ma il patron della Juventus ha analizzato e preso in considerazione errori gravi e oggettivi. Il rigore su Cuadrado nel match d’andata (netto, se vogliamo che sia netto anche quello su Lucas Vazquez) avrebbe completamente cambiato la partita di ritorno. Così come il rigore concesso al Salisburgo contro la Lazio in Europa League, che ha fatto impazzire Inzaghi. La ‘manata’ di Basta all’avversario difficilmente raggiunge i parametri per concedere un rigore. Fortunatamente, i biancocelesti sono riusciti a imporsi 4-2, rendendo (finora) più superfluo l’episodio dubbio.

L’impresa giallorossa conto il Barcellona ha cancellato gli errori arbitrali commessi nel match d’andata: il rigore non concesso a Dzeko al 10′, su fallo di Semedo, avrebbe potuto cambiare completamente la partita della Roma (e menomale che non l’hanno dato, potrebbe pensare qualcuno). In seguito, il presidente della Juventus cita anche il rigore inesistente concesso all’Arsenal, nel match di ritorno contro il Milan in Europa League: Welbeck si tuffa platealmente sul presunto contatto con Rodriguez, riuscendo così a segnare il goal del pareggio, in un match cominciato in salita per i Gunners.

Infine, concludiamo la lista con l’unico episodio veramente dubbio: il fallo di Benatia su Lucas Vazquez. Con l’aiuto del replay, l’intervento di Benatia non sembra così irruento come potrebbe sembrare dal vivo. Il marrocchino riesce a toccare il pallone, dopo che lo spagnolo ha furbamente aspettato diversi attimi prima di provare a concludere in porta, evidentemente sperando in un intervento falloso del difensore. Al primo contatto Vazquez frana e l’arbitro fischia rigore. In questo caso, ognuno può farsi la sua idea, ma nel dubbio (in una competizione di tale importante e considerando l’episodio sfavorevole ai bianconeri nel match d’andata) il fallo non andrebbe fischiato. Chissà se con la VAR l’interpretazione dell’arbitro Oliver sarebbe stata diversa.

Una serie di episodi sfavorevoli come questi, senza voler fare i complottisti, sono razionalmente figli della sfortuna. Chi ama il gioco del calcio, è convinto (o altrimenti DEVE CONVINCERSI) che nulla è nemmeno lontanamente pilotato o sbilanciato a favore di alcune società, altrimenti la passione che sia ha per questo sport appassisce tutta in un colpo. Dopo essersi testardamente convinti, non vuol dire che non si debba mai protestare per dei torti subiti. Un’uscita come quella del presidente del club più importante d’Italia, potrebbe portare solo benefici al nostro paese nel futuro di questa competizione. La sfuriata di Angelli, sintomo anche della delusione subita, non va vista solo come la frustrazione del perdente che cerca di attaccarsi a ogni possibile appiglio per giustificarsi della sconfitta: i riflettori e l’attenzione a cui le nostre squadre saranno soggette dopo la forte presa di posizione di Agnelli, potrebbero portare maggiore giustizia nel mondo del calcio.

 




Lazio, ecco le migliori stagioni europee della tua storia

Questa sera la Lazio può raggiungere la semifinale di Europa League; i ragazzi di Inzaghi, dopo aver vinto 4-2 la gara dell’Olimpico, hanno la possibilità di chiudere i conti nella tana del Salisburgo. Un match fondamentale per i biancocelesti che vogliono continuare il percorso di crescita a livello internazionale; arrivare tra le prime quattro rappresenterebbe un grande successo visto che la Lazio, in Europa League, non è mai andata oltre i quarti di finale. L’obiettivo, però, è alzare la coppa perché, nella bacheca biancoceleste, un trofeo europeo manca dalla Supercoppa UEFA del lontano 1999. Diciannove anni di astinenza: tanti per un società che, nonostante non sia tra i top club europei, ha saputo togliersi delle soddisfazioni.

Coppa delle Coppe 1998-1999

A livello europeo, il periodo d’oro della Lazio inizia con la Coppa delle Coppe. Stagione 1998-1999, i biancocelesti guidati da un certo Sven-Göran Eriksson possono contare su giocatori del calibro di Marchegiani, Nesta, Mancini, Nedved, Salas, Vieri (solo per citarne alcuni). Una formazione di tutto rispetto, con del talento in ogni reparto e che, nel giro di un anno, avrebbe vinto lo scudetto.  Tornando alla Coppa delle Coppe, il cammino della Lazio fu perfetto: cinque vittorie e tre pareggi per arrivare in finale. L’ultimo atto, disputatosi il 19 maggio, vide i ragazzi di Eriksson opposti al Mallorca; due a uno, in favore dei biancocelesti, il risultato finale. Una vittoria targata Vieri e Nedvěd (miglior marcatore della squadra con quattro goal); una soddisfazione per una città intera che, nel giro di pochi mesi, avrebbe gioito nuovamente.

Supercoppa UEFA

27 Agosto 1999, al Louis II si affrontano Manchester United e Lazio nella finale della Supercoppa UEFA; i biancocelesti, forti dell’acquisto di Simone Inzaghi (attuale tecnico del club capitolino), volevano il trofeo per dimostrare di essere all’altezza di un top team come lo United. Il punto di svolta del match è stato proprio l’infortunio di Inzaghi, costretto ad uscire al ventitreesimo del primo tempo; il destino ha voluto che il suo sostituto, un certo Salas, realizzasse il goal vittoria. Un successo che mandò in estasi tutta la città. Da li a pochi mesi ci sarebbe stata anche la festa scudetto. Maggio 1999 – Agosto 1999: il periodo europeo più importante nella storia della Lazio; la speranza dei tifosi biancocelesti è che quest’anno il club possa tornare ad alzare un trofeo internazionale.

Coppa UEFA 2002-2003

L’Europa League, prima di assumere questa denominazione, era conosciuta come Coppa UEFA; nella stagione 2002-2003 la Lazio stava facendo il miracolo. I ragazzi di Mancini riescono ad arrivare fino in semifinale dove si trovano di fronte il Porto di Mourinho. Una partita sciagurata quella disputata dai biancocelesti che, nel momento meno opportuno, giocano il peggior match stagionale e subiscono un pesante 4-1; sconfitta che elimina il club capitolino dalla competizione. Tanta amarezza e molti rimpianti per non aver raggiunto la finale.

Inzaghi-Immobile, tocca a voi

Da Eriksson-Salas ad Inzaghi-Immobile; diciannove anni dopo la Lazio prova a conquistare un trofeo europeo, guidata da un grande tecnico e un meraviglioso attaccante. L’allenatore biancoceleste sa come si fa a vincere dal momento che era presente in quella notte magica contro lo United; l’attaccante sta imparando ad essere decisivo nelle partite che contano (doppietta alla Juventus nella finale di Supercoppa italiana). Loro due hanno il compito di portare la Lazio nella cornice dell’Olympique Lyonnais per la finale di Europa League per la gioia di una città che, a distanza di diciannove anni, vuole tornare a vivere determinate emozioni.




Grazie Roma, sei nella storia!

“Impulso: Forza esercitata da un corpo su un altro per comunicare il moto, spinta”.

L’emozione è un sentimento banale, come il Barcellona

E’ veramente difficile scrivere un articolo del genere. Essere in questo stato per partite del genere non dovrebbe fare effetto ad un giornalista, figurati ad un giornalista non di fede romanista. Eppure, nella serata di ieri, è successo qualcosa che va oltre il proprio mestiere o il proprio tifo. La partita Roma-Barcellona è un qualcosa che dovrebbe far godere qualsiasi tifoso di calcio italiano, per dei semplici motivi. Prima di tutto: il Barcellona è antipatico. Non nascondiamoci, il periodo guardiolista è un po’ quando noi ragazzi anni ’90 ascoltavamo la tecktonik a 12 anni,un periodo che ricordiamo con spenseriatezza ma anche con giusto distacco. Adesso che siamo cresciuti possiamo ben vedere che il calcio non è estetica, non è una forma geometrica ben definita, ma semplicemente un impulso. Vi aspettavate la parola “emozione” no? Neanche per sogno, colui che vi scrive non è ancora arrivato a quei livelli smielati e paternalisti.  E’ un impulso perché prima di tutto è un qualcosa di generico, di poco definito: si può avere un impulso rabbioso quando si sbatte il mignolino sull’angolo della stanza, ma anche quando si mangia per la prima volta un piatto di Carbonara dopo essere stato per settimane in un paese orientale. Non è un emozione perché quest’ultima è fin troppo razionale, fin troppo definita, fin troppo banale. E’ noioso emozionarsi, ed il Barcellona ti fa emozionare. Vittorie come questa invece creano un impulso dentro qualsiasi animo di qualunque appassionato di calcio, un qualcosa che non sai spiegare perché sì, in questo momento colui che vi scrive neanche saprebbe definire il concetto di impulso, neanche so che cosa significhi. La Roma è una squadra che non ha vinto molto nella sua storia e anzi, è stata caratterizzata probabilmente dall'”esserci andata vicino”. E’ chiaro che, anche per questo, non si può definire lo stato d’animo dei tifosi. Non sono abituati. E’ questa la differenza: ad emozionarti sono le cose che sai che ti faranno felici, sai che il Barcellona al 99% ti darà questo sentimento. E quell’1%? Eh, quando la bacchetta si sposta su quella porzione di percentuale allora non ti puoi emozionare, ma semplicemente…non so. Quell’1% crea un impulso che non può essere descritto, né raccontato. Proprio per quest’ultimo motivo il giornalista è il mestiere più difficile del mondo, per il fatto che devi provare a raccontare anche queste cose, di nasconderle inutilmente. Il secondo motivo per cui tutti dovrebbero gioire nella giornata di oggi è perché mai come ora dovremmo sentirci tutti italiani; abbiamo appena ricevuto la più grande batosta della nostra storia calcistica, non faremo parte di un Mondiale di Calcio, di cui ne siamo quasi sempre padroni. Il calcio italiano non ha talenti, le squadre italiane non hanno campioni, non hanno stadi, non hanno fatturato: non dico che vincere queste partite ti permette di pensare che tutte queste cose siano inutile, sarebbe sciocco da parte mia. Ma è proprio per il fatto che la Roma abbia fatto questo miracolo, pur non avendo un decimo della potenza del Barcellona, ci deve far mostrare la linguetta di fuori: “Vi sappiamo battere anche quando ci siete superiori in tutto!” Questo deve essere il sentimento comune, anche perché il primo passo per ritornare competitivi è proprio darlo a far vedere all’estero, agli spagnoli, agli inglese, ai tedeschi che ci prendono in giro. Tutti insieme, tutti uniti: abbiate paura.

Vincere e dominare: la realizzazione di quell’1%

Quella di ieri sera è stata una partita senza senso, perché non solo quella percentuale si è avverata, ma in un modo che avrebbe richiamato possibilità ancora più basse: vincere sì, ma anche dominando. Perché diciamolo chiaramente: il Barcellona non ha capito NULLA per 94 minuti. L’azione più pericolosa di quello che è considerato da molti il calciatore più forte di tutti i tempi, Lionel Messi, è arrivata negli ultimi istanti, dopo una serie di rimpalli senza alcuni tipo di senso. Nulla ha senso di quello che è accaduto. Alisson le ha prese come al solito tutte, con la differenza che questa sera li ha anche bloccati i palloni: sì, perché non non bastava respingerli, ma dovevano anche essere ben protetti da quelle mani che qualunque donna vorrebbe sul proprio fondoschiena. Poi c’è Juan Jesus, definito scarsissimo all’Inter senza neanche troppi dubbi. In molti lo definiscono un buon giocatore solo schierato in una difesa a 3, e probabilmente hanno anche ragione. Se il brasiliano riesce a difendere come questa sera allora, caro Di Francesco, proprio in questa serata ti faccio una bella pernacchia. Accanto a lui c’era Fazio, uno che dopo il goal del 3 a 0 ha rischiato di farsi buttare fuori per un calcione al vento. Bello. D’istinto. Voluto. Così verrà ricordato quello stupidissimo fallo a centrocampo: una monumentale dimostrazione di coattaggine e cattiveria, senza senso. Ma chi se ne importa. A chiudere il terzetto in difesa è stato proposto Kostas Manolas, uno che all’intervista nel post partita ha detto una serie di cose di cui non sapeva nemmeno il significato. Un po’ come il sottoscritto nella prima parte di questo articolo. Quando è stato in campo ha invece capito tutto: come affrontare gli attaccanti avversari, dove buttarsi in scivolata quando il Barcellona ha capito che nel calcio bisogna anche attaccare, persino dove esultare sul goal del 3-0, andando verso la panchina con il faccione sconvolto per essersi reso conto di cosa aveva appena fatto. Impagabile. A centrocampo nel ruolo di mediano per fortuna non è stato schierato Gonalons, e questa è già una vittoria per la Roma. No, ha giocato Daniele Rossi, uno che a Roma è descritto come un uomo talmente emotivo che nelle partite importanti stecca sempre, facendosi buttare fuori in qualsiasi match con la Juventus. Eppure, nel match con il Barcellona, De Rossi è stato monumentale: ha fatto una prova difensiva perfetta, ha sfornato un assist delizioso per il primo goal di Dzeko e ha trasformato il rigore per il 2 a 0. La cosa più bella? L’esecuzione del penalty. Sì, perché lui ha fatto capire a quel belloccio di Ter Stegen dove avrebbe tirato: “Ohi biondo, te la metto a sinistra“. E gliel’ha messa lì. E ha segnato. Se questa non è personalità nelle partite importanti allora non so cosa significhi…come prima insomma. Ah, anche la botta a Rakitic è stata carina. Vicino a lui c’era Strootman, che non si è visto quasi per nulla, eccetto per tante palle rubate e tanta tigna in campo.Non è poco per un giocatore che in molti gli imputavano di non saper più giocare a pallone dopo l’operazione. Magari il pallone non lo sa gestire più come Iniesta, ma almeno non lo fa passare nemmeno agli avversari. Onesto. L’ultimo nome al centro del campo è quello di Radja Nainggolan, uno che volevamo veder vincere solo per vedere il suo video-selfie nello spogliatoio. Che poi non abbia fatto toccare una palla ad Iniesta, quello è un altro discorso. Sugli esterni Florenzi e Kolarov hanno sicuramente fatto alcuni errori, ma questo non importa: Florenzi si è regalato il lusso di scivolare e cadere nell’ultima azione importante per il Barcellona, facendo fare un salvataggio miracoloso a Manolas. D’altronde si è sempre detto questo: Florenzi è un ragazzo e calciatore generoso, esalta i suoi compagni prima di tutto. Beh, è vero. Su Kolarov cosa possiamo dire? Ha fatto prendere a Messi un giallo su ripartenza. Basta no? Passiamo all’attacco, anche se è rimasto veramente poco da dire…da una parte abbiamo uno Schick che finalmente sembra essere un giocatore di calcio, anche se in questo momento è più bravo a recuperare il pallone che metterlo in rete. Non che importi qualcosa fino a quando hai in attacco Edin Dzeko, che si sta piano piano quasi meritando di migliore punta centrale della storia giallorossa. Rispetto a Batistuta gli manca solo un trofeo. E qui stiamo zitti per scaramanzia.

 

 




Juventus, sei come il Madrid: non il Real, ma l’Atletico

La Juventus è l’Atletico Madrid di Spagna; paragone che ha dell’incredibile se confrontiamo il dominio dei bianconeri in Italia con quello degli spagnoli in Liga. Analizzando i numeri europei delle due compagini, però, possiamo notare delle somiglianze. Entrambe le squadre hanno perso due finali in tre anni e ad entrambe manca quel quid in più per imporsi a livello internazionale (quest’anno i Colchoneros però hanno la possibilità di vincere l’Europa League). Concentrandoci esclusivamente sulla Juventus, il bilancio in Champions negli ultimi quattro anni recita due finali perse, un’eliminazione agli ottavi e una, molto probabile, ai quarti di finale. I motivi di questo andamento vanno dall’evidente inferiorità contro determinate squadre all’assenza di veri e propri campioni.

Avversari troppo forti

Prendendo in esame le due finali perse, rispettivamente contro Barcellona (3-1) e Real Madrid (4-1), è risultato abbastanza chiaro come la Juventus non sia riuscita a tenere fisicamente ma soprattutto mentalmente contro le big di Spagna. Nelle gare in esame, infatti, i bianconeri sono riusciti a restare in partita solamente un tempo prima di alzare bandiera bianca; questo a dimostrazione di come la squadra, dominatrice in Italia, non abbia ancora l’attitudine alla vittoria in campo internazionale. Il motivo? Oltre alla mancanza di veri e propri campioni (dato che analizzo più avanti), la Juventus in Europa è bloccata; le sette finali perse incidono pesantemente sulla mentalità di una squadra che quando è sul punto di fare il salto di qualità non riesce a scavalcare quel muro di paura, non riesce ad andare oltre quella frase “anche questa volta arrivo secondo”. Come si risolve questo problema? Il lavoro non basta, servono i campioni e a Vinovo non ce ne sono. Sembra un paradosso, ma è così.

La mancanza di campioni

Buffon; Barzagli, Bonucci, Chiellini, Alex Sandro; Khedira, Pjanic; Dani Alves, Dybala, Mandzukic; Higuain. Questa la formazione con cui Allegri scelse di affrontare il Real Madrid nella finale di Cardiff. Una squadra indubbiamente forte che però non è in grado di salire sul gradino più alto d’Europa; questo perché gli avversari presentavano campioni (con la C maiuscola) del calibro di Ramos, Marcelo, Modric, Kross, Isco, Cristiano Ronaldo. Tutto un altro livello rispetto ai giocatori bianconeri. Ma come è possibile che nemmeno la Juventus (unica squadra italiana ad avere uno stadio di proprietà) non riesca ad avere in rosa campioni di livello internazionale? Non è solo un discorso di natura economica, nonostante il club italiano fatturi di meno delle cosiddette big europee; finché la Juventus insisterà ad usare la Serie A, non più il campionato più bello del mondo, come mercato principale (vedi Pjanic e Higuain) le cose a livello europeo non cambieranno. Per diventare come il Real Madrid servono giocatori alla Douglas Costa.




Serie A, campionato sempre aperto: quali delle lotte è più emozionante?

Il campionato di Serie A non è mai stato così aperto arrivati a questo punto della stagione. Nessuna squadra è sicura di mantenere la propria posizione in classifica, dalle zone alte a quelle più basse. Un campionato ricco di emozione partita dopo partita, settimana dopo settimana. Se la stagione dovesse finire oggi parleremo di una Juventus Campione d’Italia, capace di rimontare la rincorsa sul Napoli; parleremo delle squadre romane che sarebbero qualificate ai gironi di Champion’s League e delle milanesi in Europa League. Saluteremo il Benevento, il Verona ed il Crotone, dove tutte e tre stanno facendo un ottimo girone di ritorno. Ma comunque sia il campionato, seppure con sette partite rimaste, è ancora apertissimo a qualsiasi risultato finale. Analizziamo insieme le più belle lotte del nostro campionato di Serie A.

Juventus-Napoli: lotta per lo scudetto

Sin dalle prime giornate del campionato, la lotta per lo scudetto è stata tra Juventus e Napoli: le due squadre hanno iniziato al meglio il loro campionato collezionando molte vittorie consecutive. Arrivati alla settima giornata erano a pari punti, entrambe con sei vittorie guadagnate; in questa giornata però la Juventus frenò a Bergamo contro l’Atalanta con il pareggio per 2-2, facendo guadagnare così la testa del campionato al Napoli. Nella partita successiva però, la Juventus cade in casa contro la Lazio 1-2, facendosi raggiungere a 19 punti dai biancocelesti, ma facendosi anche superare dall’Inter. Al dodicesimo turno il Napoli pareggia fuori casa con il Chievo 0-0, e la Juventus ne approfitta sconfiggendo il Benevento, accorciando le distanze dai partenopei. Bianconeri che cadono di nuovo sconfitti contro la Sampdoria per 3-2, lasciano il secondo posto all’Inter, permettendo nuovamente al Napoli di allungare in classifica a +4. Si arriva quindi alla quindicesima giornata con lo scontro diretto tra le due, vinto per 0-1 dalla Juventus: le due squadre si trovano ad un punto di distanza l’una dall’altra, ma approfitta del passo falso azzurro l’Inter, che vincendo raggiungee la testa della classifica. La diciassettesima giornata segna la sconfitta dell’Inter contro l’Udinese per 1-3, regalando i primi due posti a Napoli e Juventus. Girone di andata terminato con il Napoli campione d’inverno e la Juventus ad una sola lunghezza di distanza. Fino alla 27a giornata entrambe le squadre riescono a mantenere lo stesso cammino parallelo, quando però ecco la clamorosa vittoria della Roma al San Paolo per 2-4: i giallorossi fermano la cavalcata degli azzurri che perdono la testa della classifica, a sfavore della Juventus, che proprio con la Lazio nella partita di ritorno vince all’Olimpico per 0-1. Da questa giornata in poi, fino ad ora il Napoli non ha brillato; come se la sconfitta con la Roma le avesse completamente tagliato le gambe, incapace di vincere tutte le partite e di ritornare in testa alla classifica. La rosa a disposizione di Sarri è molto corta e ristretta e i tre d’attacco, Mertens, Insigne e Callejon, non riescono a ripetere le loro prestazioni di inizio campionato. Mancano ancora sette giornate prima che il campionato finisca, ed in gioco c’è ancora tutto: il Napoli dovrà infatti affrontare ancora la Juventus e non dovrà sbagliare nulla se vorrà guadagnare punti chiave. Alla 34a giornata infatti ci sarà lo scontro diretto, dopodiché i bianconeri saranno costretti a vincere i seguenti match: il derby d’Italia contro l’Inter alla 35a giornata e contro la Roma alla penultima. Sarà un finale di campionato veramente mozzafiato per la testa della classifica; non ci resta che goderci queste ultime partite, di un campionato ricco di sorprese.

Roma-Lazio-Inter: tre squadre per due posti in Champion’s League

Un’altra sfida veramente emozionante è quella che riguarda le posizioni tre e quattro del campionato. Parliamo quindi delle squadre romane, Roma e Lazio, e dell’Inter: tutte e tre sono alla ricerca di un posto per la Champion’s League del prossimo anno. La Roma, che ormai da parecchi anni riesce a qualificarsi, quest’anno ha compiuto l’impresa di sconfiggere il Barcellona nella gara di ritorno degli ottavi per 3-0, qualificandosi alle semifinali del torneo. Lazio ed Inter mancano in Champion’s League da qualche anno: rispettivamente da 10 e 6 anni. La lotta per la qualificazione è sempre aperta in questa stagione: infatti le tre hanno navigato spesso tra la terza e la quinta posizione in questo campionato. L’inter aveva iniziato nel migliore dei modi poiché si trovava sempre tra le prime due/tre fino alla fine del girone di andata; si è poi perso con l’andare del tempo ed ora si ritrova in quinta posizione, in zona Europa League. Ma la lotta alla conquista dei due posti che garantirebbero la qualificazione ai gironi, è tutta nel giro di un punto: Roma e Lazio si trovano infatti a 60 punti, mentre l’Inter a 59. Negli scontri diretti con entrambe le squadre, la Lazio ha più opportunità poiché nella prossima partita di campionato andrà ad affrontare nel derby capitolino la Roma, mentre all’ultima giornata incontrerà l’Inter. Il cammino delle altre due è però caratterizzato dall’incontro che entrambe dovranno affrontare contro la Juventus: i bianconeri saranno agguerriti per la conquista dello scudetto, perciò Roma ed Inter dovranno stare molto attente e non perdere punti preziosi.

Milan-Fiorentina: corsa a due per un posto in Europa League

Milan e Fiorentina sono rispettivamente al sesto e settimo posto, con soli due punti a dividere le squadre. In palio c’è un posto  ai preliminari di Europa League che, per il Milan sarebbero buoni, ma sarebbero ottimi per la Fiorentina che manca all’appello europeo da ben tre anni (ultima volta nel 2014/15 uscita in semifinale di Europa League contro il Siviglia). Sebbene si trovino quasi alla pari, il campionato delle due squadre a confronto, è stato completamente differente. Il Milan, dopo la ricchissima campagna acquisti nel mercato estivo, non era riuscito ad instaurare determinate meccaniche in campo che permettessero alla squadra, dell’allora allenatore Montella, di esprimere un gioco all’altezza delle aspettative. Una volta esonerato però, con l’arrivo di Gattuso è stata raggiunta dalla squadra una fase di maturità del gioco, riuscendo a creare un connubio tra tutti gli acquisti effettuati nel mercato. Ecco che allora il Milan è riuscito a risollevarsi in campionato e ad ottenere vittorie importanti, che l’hanno fatto risalire in classifica. Storia completamente diversa per la Fiorentina: la squadra di Pioli quest’anno ha cominciato il campionato con una serie di vittorie e pareggi veramente rilevati. I pareggi che sono arrivati, sono stati fatti con Milan, Inter e Napoli, non proprio le ultime arrivate. L’unica sfortuna dell’inizio stagione viola, sono state le numerose sconfitte di misura (4 su 9): pareggiando quindi queste partite, piuttosto che perderle, avrebbero portato dei punti in più, importanti nella corsa all’Europa. Il girone di ritorno non cominciò nel migliore dei modi, poiché arrivarono in cinque partite, solo una vittoria ed un pareggio. Dalla gara con l’Atalanta però del 18 febbraio, la squadra non ha più perso, ed ha collezionato una serie positiva di 7 partite: con i bergamaschi il pareggio e poi 6 vittorie consecutive. Un’impennata in classifica per la Fiorentina che nel giro di un mese ha visto trasformare completamente il suo campionato, mettendola in corsa per un posto nei preliminari di Europa League. Entrambe le squadre dovranno affrontare il Napoli che tenterà la vittoria per la corsa al titolo, ma il bello della sfida tra le due lo abbiamo proprio all’ultima giornata di campionato. La sfida che chiuderà la stagione sarà proprio Milan-Fiorentina il 20 maggio, e se le squadre dovessero arrivare all’incontro con pochissimi punti di differenza, sarà una partita spettacolare e ricca di emozioni, per riuscire a guadagnare un posto in Europa.

Scontri per la salvezza

In chiave salvezza, l’unica che purtroppo non la conquisterà, sarà il Benevento. La squadra è ultima dall’inizio del campionato e sebbene sia riuscita a guadagnare una manciata di punti, grazie ad alcune vittorie e pareggi, purtroppo non riuscirà nell’impresa di rimanere nella massima serie anche la prossima stagione. Tutto diverso invece per Chievo, Cagliari, SPAL, Crotone e Verona: tra la penultima e la quindicesima ci sono solo 4 punti di distanza e tutte le squadre sono a rischio. L’unica squadra che potrebbe riuscire a salvarsi sarebbe la SPAL. La squadra di Ferrara infatti, ha ben tre scontri diretti per la salvezza: contro le due squadre di Verona e contro il Benevento. Saranno sfide intense e cariche di tensione ed emozione, poiché ogni passo falso potrà risultare fatale per le sorti del campionato. Tutte le altre contendenti alla salvezza non si incontreranno tra di loro nelle ultime sette gare che ci separano dal termine della stagione. Quindi ogni squadra dovrà dare il massimo in ogni incontro, per la sperata e tanto voluta permanenza in Serie A.

La stagione 2017/2018 è stata e sarà estremamente aperta in ogni zona della classifica. Un campionato così divertente ed avvincente non si vedeva ormai da molti anni. Fino alla fine tutti i tifosi dovranno stare con il fiato sospeso per gli scontri che andranno ad affrontare i nostri beniamini in campo, in un campionato che regalerà gioie e purtroppo anche dolori, fino all’ultimo secondo di questa stagione.




Capello annuncia il ritiro: i 5 momenti significativi della sua carriera

“In Italia il calcio tatticamente è una cosa molto, molto seria. Sotto l’aspetto calcistico siamo i più avanzati e ormai tutti conoscono tutto.”

Se siamo i più avanzati in ambito calcistico lo dobbiamo anche al padre di questa frase, Fabio Capello, uno degli allenatori italiani più vincenti di sempre.  Notizia di questi giorni è il ritiro dal mondo del calcio del tecnico friulano che ha fatto le fortune di grandi club come Milan, Juventus, Roma e Real Madrid e che è stato l’unico italiano ad aver allenato la nazionale inglese di calcio.

Una storia ricca di successi, diretti, senza troppi giri di parole e senza sfarzose prestazioni ma semplicemente attraverso l’abnegazione, il lavoro e l’acquisto quasi obbligato alle proprie società di grandi campioni. Noi di RadioGoal24 abbiamo raccolto i 5 momenti più significativi della carriera di “Don Fabio”:

 

20 GIUGNO 1991 – IL GRANDE MILAN

Il meccanismo della storia di Capello al Milan ingrana quando Sacchi viene scelto come successore di Vicini per la nazionale italiana e Don Fabio viene chiamato da Silvio Berlusconi per tentare di dare un seguito all’epoca vincente del Milan di fine anni ’80. Fabio Capello aveva già ricoperto il ruolo di allenatore del Milan nel 1986 da traghettatore nel post Liedholm, dopo di che aveva solo ricoperto un ruolo dirigenziale. Con la stagione 1991-1992 inizia la sua vera storia da allenatore, partendo con la critica avversa, vista la poca inesperienza e l’accusa di essere troppo “aziendalista”. Tra critiche e accuse Capello si dedica ad una rosa già forte ma reduce da una stagione che ha visto trionfare l’incredibile Sampdoria di Boskov. Azzittire la critica è stato molto semplice per Capello, in 4 stagioni, quattro scudetti, tre Supercoppe italiane, una Coppa dei Campioni e una Supercoppa Europea. Da aggiungere anche due panchine d’oro. Se si deve far riferimento ad un ciclo vincente si può solo ed unicamente parlare del Milan di Capello, regina del calcio italiano ed europeo di inizio anni’90.

18 MAGGIO 1994 – LA COPPA DEI CAMPIONI

Il fascino della coppa dalle grandi orecchie attira ma soprattutto incensa qualsiasi allenatore e il 18 Maggio 1994 Fabio Capello iscrive il suo nome nella storia vincendo la Coppa dei Campioni. Un cammino intrapreso battendo l’Aaru, il Copenaghen, il Porto, l’Anderlecht, il Werder Brema e in semifinale il Monaco di Wenger. In finale il Milan affronta il Barcellona ad Atene, con Capello che si trova ad affrontare uno che il calcio lo ha letteralmente rivoluzionato, Johan Crujiff. Eppure Don Fabio imperturbabile non viene scosso minimamente dallo squadrone blaugrana e con un sonoro 4-0, grazie anche alla prestazione divina di Savicevic va a vincere la sua prima ed unica coppa dei campioni, probabilmente il punto più alto della propria carriera.

ESTATE 1996 –  DON FABIO RE DI SPAGNA

Nell’estate 1996 una sola squadra al mondo ha vinto più del Milan e una sola squadra al mondo può strappare Capello dalla panchina rossonera; il Real Madrid. I “blancos” mettono sotto contratto Capello nell’estate 1996, il quale si porta con sè giocatori dalla Serie A come Panucci , Roberto Carlos e Clarence Seedorf e acquistando Mijatovic, Suker, Secretario e Zè Roberto. In un testa a testa con il Barcellona la squadra di Capello a fine stagione vincerà la Liga, facendo entrare Capello nella storia del calcio spagnolo e consacrandolo fuori dal nostro paese. Tornerà al Real nella stagione 2006-2007 dove vincerà di nuovo il campionato ma senza convincere ed ottenendo un clamoroso esonero nonostante il successo in Liga.

17 GIUGNO 2001 – FABIO MASSIMO, IMPERATORE DI ROMA

Si dice che vincere qualcosa a Roma sia più bello e più gratificante di qualsiasi altro posto e sicuramente Fabio Capello lo sa meglio di chiunque altro. Vincere uno scudetto dopo 17 anni in una città dove il calcio conta più di qualsiasi altra cosa ti gratifica e in effetti raramente si è visto un Capello così sanguigno e felice come quello della stagione 2000-2001, la stagione del terzo scudetto romanista. Anche qui il processo è il solito, dopo un anno di transizione, arriva una campagna acquisti fatta di campione, partendo dall’asse centrale, Samuel, Emerson e Batistuta, un tris di campioni, costati tantissimo ma che regaleranno la vittoria finale alla Roma, grazie alle giocate dei tre e a quelle di un Totti nella definitiva ascesa e di un gruppo completato da quantità e qualità di giocatori come Montella, Delvecchio, Tommasi, Cafù, Candela, Aldair e tanti altri. La sua avventura a Roma terminerà nel 2004 con una separazione shock, che lo porterà sulla panchina dell’acerrima rivale giallorssa, la Juventus, squadra nella quale Capelllo aveva dichiarato non sarebbe mai andato.

27 MAGGIO 2004 – JUVENTUS, NUOVI PERCORSI VECCHIE ABITUDINI

Allenatore vincente in una squadra vincente, questo è stato Fabio Capello alla Juventus. Un cammino iniziato il 27 Maggio 2004 con la così detta “fuga” notturna da Roma, tra la furia del popolo romanista che da lì in poi ha sempre condannato il comportamento di Don Fabio. Ma una squadra come la Juventus non poteva non affidare ad uno come Capello una squadra ricca di campioni e con l’ambizione di tornare a vincere in Serie A.  Da Roma lo raggiungono Zebina ed Emerson, dall’Olanda arriva il giovane Ibrahimovic. Due stagioni perfette che vedono la Juventus dominare in Italia e vincere due titoli consecutivi. Capello conferma di essere vincente se non fosse per la grossa macchia di Calciopoli che spazza via questi due successi, gettando una leggera ombra sulla carriera di Don Fabio che da lì in poi sarà sempre lontana dall’Italia.

 




Roma e Juventus, ci si può credere? Ecco altre pazze rimonte nella storia della Champions

Il calcio italiano è uscito con le ossa rotte dalla doppia sfida, ai quarti di Champion’s League, con quello spagnolo. Nell’incontro casalingo la Juventus è stata letteralmente annullata dal Real Madrid con un secco 0-3, mentre la Roma al Camp Nou è stata travolta dal Barcellona per 4-1. Con questi risultati possiamo renderci conto che le italiane sono ad un passo dall’eliminazione in Champion’s League. Sarà un’impresa ardua e pressoché improbabile per le due squadre, cercare di ribaltare un risultato così netto e non proprio alla mano. Non bisogna demordersi però, perché la storia del calcio ci ha sempre insegnato che a volte anche i miracoli possono accadere. Nella memoria della Champion’s League ci sono state infatti delle storiche rimonte di squadre date ormai per sconfitte, ribaltando completamente il risultato ed ottenendo la vittoria. Ora analizzeremo insieme alcuni di questi storici successi.

PSG-Chelsea 2013/14: 3-1 all’andata, 2-0 al ritorno

Nei quarti di finale dell’edizione 2013/2014 della Champion’s League, si affrontarono Paris Saint Germain e Chelsea. La partita di andata terminò per 3 reti ad 1 grazie ai gol di Lavezzi e Pastore, oltre all’autogol di David Luiz. Il gol segnato per il Chelsea da Hazard, tuttavia, si rivelò decisivo per la sfida di ritorno. In quella partita infatti, i londinesi guidati dallo Special One José Mourinho, riuscirono a pareggiare i conti con il gol di Schurrle e durante gli ultimi giri di orologio, con una zampata dell’attaccante blues Demba Ba, il Chelsea raddoppiò il vantaggio, condannando alla sconfitta i francesi del PSG.

Real Madrid-Monaco 2003/04: 4-2 all’andata, 3-1 al ritorno

Quella edizione della Champion’s League, fu molto particolare: il Monaco e il Porto di Mourinho, arrivarono in finale. I francesi ai quarti di finale riuscirono a battere il Real Madrid, pur perdendo la gara di andata per 4-2. All’inizio del secondo tempo al gol del Monaco con Squillaci risposero i quattro gol del Real Madrid, che sembrarono aver dato la qualificazione sicura agli spagnoli; il gol del 4-2 di Morientes però mise in pericolo i blancos. Infatti, nella partita di ritorno, anche se la squadra avversaria andò in vantaggio per 0-1, il Monaco riuscì in pochi minuti a ribaltare e chiudere il risultato sul 3-1, eliminando il Real Madrid in virtù dei gol segnati in trasferta.

Wolfsburg-Real Madrid 2015/16: 2-0 all’andata, 3-0 al ritorno

Ai quarti di finale di quell’edizione, il Real Madrid rischiò veramente una pesantissima sconfitta ed uscita dal torneo. La partita di andata finì sorprendentemente 2-0 in favore del Wolfsburg, grazie ai gol di Rodriguez e Arnold. Nella gara di ritorno però Cristiano Ronaldo si scatenò e si mise sulle spalle tutta la squadra, siglando una tripletta che garantì il successo e l’accesso alle semifinali di Champion’s League. Real Madrid che quell’anno batté il Manchester City in semifinale e vinse ai calci di rigore contro l’Atletico Madrid, la finale del torneo.

Milan-Deportivo la Coruna 2003/04: 4-1 all’andata, 4-0 al ritorno

In quella edizione di Champion’s League, nessuno poté credere all’eliminazione ai quarti di finale del Milan di Ancelotti. A San Siro i rossoneri furono travolgenti e ribaltarono lo 0-1 iniziale con i gol di Kakà (doppietta), Schevchenko e Pirlo. Tutti credevano che la partita sarebbe stata chiusa, invece al ritorno gli spagnoli sembrarono assatanati e già alla fine del primo tempo il risultato era di 3-0. La partita si risolse nel secondo tempo con il gol del definitivo 4-0, che elimina definitivamente il Milan, facendo accedere alle semifinali, gli spagnoli del Deportivo.

Milan-Barcellona 2012/13: 2-0 all’andata, 4-0 al ritorno

La vittoria del Milan nella gara di andata fu eccezionale:  il Barcellona di quegli anni aveva già rivoluzionato il calcio europeo e mondiale, mentre  rossoneri erano in calo in questa competizione già da qualche anno. La partita in casa del Milan terminò per 2-0 grazie alle reti di Boateng e Muntari nel secondo tempo. La gara di ritorno  risultò però tragica per i rossoneri: dopo un clamoroso palo di Niang, che avrebbe chiuso il discorso qualificazione, il Barcellona si riscattò segnando quattro gol. La doppietta di Messi e le reti di Villa e Alba, sancirono la sconfitta del Milan dal massimo torneo europeo.

Chelsea-Barcellona 1999/2000: 3-1 all’andata, 5-1 al ritorno

Nel match di andata dei quarti di final di Champion’s League, il Chelsea con il gol di Zola e la doppietta di Flo portò i londinesi sul 3-0. Accorciò le distanze Figo nella ripresa, ma il risultato finale fu di 3-1. Durante la sfida di ritorno, si scatenarono Rivaldo (con una doppietta), Figo e Kluivert. La partita finì quindi 5-1 condannando alla sconfitta i blues. Il Barcellona in quella edizione uscì in semifinale, con  la coppa che se la aggiudicò il Real Madrid, il quale  sconfisse in finale il Valencia per 3-0.

Napoli-Chelsea 2011/12: 3-1 all’andata, 4-1 al ritorno

Al San Paolo la squadra di Mazzarri riuscì a vincere per 3-1: al gol di Mata, ribadirono i gol di Lavezzi (doppietta) e Cavani. Questo risultato causò l’esonero di Villas Boas dalla panchina del Chelsea, sostituito dal”italiano Di Matteo. Tutto cambiò al match di ritorno: non bastarono i tempi regolamentari a decidere l’incontro poiché grazie ai gol di Drogba, Terry e Lampard per il Chelsea, ed il gol di Inler per il Napoli, portarono l’incontro ai tempi supplementari. Ivanovic per i londinesi segnò al 15′ del secondo tempo, chiudendo la contesa sul 4-1 finale ed eliminando il Napoli.

Porto-Bayern Monaco 2014/15: 3-1 all’andata, 6-1 al ritorno

Nei quarti di finale di Champion’s League, il Porto riuscì nell’impresa di battere il Bayern Monaco. L’allenatore della squadra tedesca, Pep Guardiola, si lamentò dei tanti infortuni alla sua squadra, tanto che il medico sociale della squadra rassegnò le dimissioni. In quella partita, al gol di Quaresma, rispose con il pareggio Thiago Alcantara; la doppietta di Jackson Martinez però chiuse i giochi sul 3-1. La sfida di ritorno all’Allianz Arena risultò a dir poco strepitosa per il Bayern Monaco: i bavaresi travolsero infatti, già nel primo tempo, il Porto con un secco 5-0. A nulla servì il gol del 5-1 di Martinez, perché chiuse definitivamente le danze la rete del 6-1 finale di Xabi Alonso.

PSG-Barcellona 2016/17: 4-0 all’andata, 6-1 al ritorno

La remuntada più incredibile accadde proprio nella scorsa edizione della Champion’s League: la gara di andata venne disputata al Parco dei Principi, ed il Paris Saint Germain si impose con un netto 4-0 che diede ai tifosi francesi la gioia del quasi certo passaggio del turno. La doppietta di Di Maria e le reti di Draxler e Cavani, risultarono solo illusorie però. Nella partita di ritorno, infatti successe l’incredibile. Nel primo tempo i punteggio fu di 2-0 in favore dei catalani, che triplicarono con Messi durante la ripresa. A tranquillizzare gli animi parigini ci pensò Cavani che con un gol al 62′ mise in serio pericolo il Barcellona. Tutto sembrava ormai finito. Mancavano solo una manciata di minuti alla fine della partita ed il risultato era ancora di 3-1. All’88’ gol di Neymar. Al 90′ rigore di Neymar. 5-1 e totale parità. Al 95° minuto, tutti erano nell’area di rigore del PSG, persino il portiere Ter Stegen. Neymar si inventò un cross in area di rigore dove vi arrivò con il giusto tempismo Sergi Roberto, che siglò il gol del 6-1 che incredibilmente eliminò il Paris Saint Germain dalla competizione.

Juventus e Roma quindi non devono arrendersi perché, sebbene sia molto difficile, nulla risulta impossibile. Tutto è ancora in gioco, basta crederci e basta volerlo. Juventus e Roma così potrebbero entrare nella storia, qualificandosi alle semifinali del torneo grazie a due clamorose vittorie, che ribalterebbero le gerarchie Italia-Spagna.

 




Le coppe Europee influiscono sul campionato? Ecco tutti i dati degli ultimi anni

Giocare le coppe Europee sfavorisce sempre il rendimento in campionato? E come si stanno comportando in Serie A le squadre italiane protagoniste nelle competizioni UEFA per club 2017-2018? Noi di RadioGoal24 abbiamo analizzato i dati degli ultimi anni, per confrontare le prestazioni delle nostre squadre in Italia dopo una partita di Champions League o di Europa League.

Dal 2016-2017 al 2017-2018: il confronto della classifica in campionato

Nella stagione in corso, le squadre italiane ad aver partecipato alle competizioni UEFA sono sei: Atalanta, Juventus, Lazio, Milan, Napoli e Roma. Atalanta e Milan sono state eliminate nella rispettiva competizione, mentre le restanti tre sono ancora in lotta per le relative sfide europee. Ma passando dall’Europa all’Italia, qual è il rendimento attuale di questi sei club di Serie A?

La Juventus è in trend positivo e ha fatto registrare un rendimento in linea con quello della passata stagione, anzi: la squadra di Allegri ha guadagnato 4 punti in più rispetto alla scorsa stagione e si trova da sola al comando con 81 punti, ancora in corsa su tre fronti. Segue il Napoli secondo, che in campionato ha ottenuto 10 punti in più dell’anno scorso, con il “vantaggio” però di essere uscito ai gironi di Champions League e di essersi fatto eliminare nei sedicesimi di Europa League dal Lipsia. Non proprio bene il Milan, che quest’anno ha disputato diverse gare di Europa League tra fasi di accesso e fasi finali, finendo per perdere 5 punti in campionato rispetto al 2016-2017. Molto male invece Atalanta e Roma, che hanno entrambe ottenuto 11 punti in meno in questo campionato, facendo registrare il saldo negativo più ampio: la differenza tra le due squadre, però, sta nel fatto che mentre gli uomini di Di Francesco sono ancora in lotta per la Champions League, quelli di Gasperini sono stati tagliati fuori dall’Europa League nei sedicesimi di finale contro il Borussia Dortmund. Questo la dice lunga sull’avere una rosa completa sia dal punto di vista qualitativo che quantitativo, soprattutto perché in Europa i ritmi sono altissimi e non ci si possono permettere partite a basso ritmo.

Differenza di rendimento dopo un impegno europeo

Nel periodo compreso tra Febbraio e Aprile, ci ritroviamo sempre a parlare delle performance delle nostre squadre dopo una partita europea. Tralasciando la tabella precedente, e concentrandoci sulle ultime uscite stagionali europee dei nostri club, notiamo che non sempre i punti ottenuti dopo una gara di Champions o Europa League rispecchiano un rendimento di gara nettamente positivo. Ci spieghiamo meglio: la Juventus nei quarti di finale di Champions League ha perso contro il Real Madrid e nella successiva gara di campionato ha vinto contro il Benevento per 2-4, facendosi rimontare due volte da una squadra ultima in classifica. Questo aspetto evidenzia come anche un club come quello bianconero, dotato di mentalità vincente e di una rosa di altissimo livello, paghi molto il dispendio di energie fisiche e mentali quando va ad affrontare partite europee di un certo livello. Nella gara di sabato, ad esempio, la squadra di Max Allegri ha vinto si la partita (portandosi quindi a casa i 3 punti), ma ha sofferto molto sia sul piano fisico che motivazionale. La stessa cosa vale per la Lazio: i biancocelesti, dopo la vittoria di Europa League contro il Salisburgo, hanno vinto contro l’Udinese ma con moltissima fatica, passando anche in svantaggio al 13′ con il goal di Lasagna. Discorso diverso invece per la Roma, che dopo aver perso contro il Barcellona mercoledì sera in Champions League, ha subito la seconda sconfitta consecutiva contro la Fiorentina, scivolando al quarto posto e facendosi superare dai cugini laziali.

Le brutte prestazioni post-gare europee sono causa di una Serie A poco allenante?

Negli ultimi anni abbiamo sentito dire che il nostro campionato, la Serie A, sia diventato poco allenante e che quindi è per questo motivo se le nostre squadre faticano ad avere la stessa continuità sia in Europa che in Italia. Le nostre big, ad esempio, si trovano a giocare partite di alta intensità contro altrettanti grandi club del calcio europeo, per poi ridursi a giocare in Italia partite di bassissimo livello contro squadre che si barricano in difesa con dieci uomini, pensando solo a non prenderle e sfruttare qualche ripartenza favorevole. Da qui derivano ritmi molto bassi, contenuti, completamente opposti a quelli che vediamo in Europa. Ma è sempre stato così? Oppure è vero che la Serie A non sia più di buon livello come una volta? Prendiamo in esame l’Inter nella stagione 2009-2010: la squadra nerazzurra è l’ultima squadra ad aver vinto la coppa dalle grandi orecchie ed è l’unica squadra italiana ad essere riuscita nell’impresa del Triplete. In quella stagione, dopo essersi qualificati agli ottavi di finale, gli uomini dell’allora tecnico Mourinho hanno vinto con il Chelsea sia all’andata che al ritorno, ma nei rispettivi post-turni di campionato hanno superato con fatica l’Udinese per 2-3 e pareggiato 1-1 con il Palermo. Nella 34° giornata di Serie A della stagione 2009-2010, invece, i nerazzurri hanno vinto prima con la Juventus in casa per 2-0, quattro giorni dopo hanno sconfitto 3-1 il Barcellona nella semifinale di andata e nei seguenti due match di campionato hanno ottenuto le vittorie sia contro Udinese che Lazio, riuscendo in tutto questo a superare il Barça e a guadagnarsi un posto in finale di Champions League. Forse è vero, quindi, che le nostre squadre non siano più abituate ad una Serie A allenante, e riallacciandoci al discorso fatto prima per la situazione in classifica, notiamo che sempre nella stagione 2009-2010 la quota punti per lo scudetto era bassissima, con le prime tre della classe: Inter, Roma e Milan arrivate a maggio con 82, 80 e 70 punti in campionato. Una differenza abissale rispetto agli ultimi anni, in cui la Juventus (dal 2011-2012 al 2016-2017) è riuscita a raggiungere, sommando le classifiche finali dei rispettivi campionati, 94 punti di distacco dal Napoli, 102 dalla Roma 158 dal Milan e 189 dall’Inter.

 

 

 

 

 

 




Sampdoria-Genoa, i miglior 5 derby della Lanterna

Sabato 7 aprile andrà in scena la partita di Serie A tra Sampdoria e Genoa alle ore 20.45: qui  le probabili formazioni del match. Il derby di Genova è conosciuto anche come derby della Lanterna, che vede contrapposte le due squadre simbolo della città di Genova: Sampdoria e Genoa. Si tratta di uno dei più antichi derby d’Italia, dove il primo si disputò il 3 novembre del 1946, vinto dai blucerchiati per 3-0. Il derby a Genova è vissuto con notevole passione dalle tifoserie, che preparano questo evento per settimane e ne parlano per altrettante. Lo spettacolo di colori e suoni solitamente proposto dalle due gradinate di tifoserie opposte, la Gradinata Nord per il Genoa e la Gradinata Sud per la Sampdoria, regala all’atmosfera della partita un contributo raramente imitabile di emozioni. Nella classifica dei derby più sentiti al mondo, quello tra Sampdoria e Genoa risulta essere tra i primi posti, ed è inoltre la prima stracittadina italiana che sia stata giocata sia in Serie A che in Serie B, similmente al derby di Verona, come anche in Coppa Italia. Nella storia dei derby della Lanterna, ne abbiamo stilato una classifica dei migliori cinque.

Genoa-Sampdoria 2-3 (2015/2016)

Al quinto posto della nostra classifica, abbiamo la sfida terminata 2-3 in favore della Sampdoria. Secondo derby disputato a gennaio, dopo quello del 19 gennaio 1964, si giocò una stracittadina da bassa classifica, con i rossoblù al quartultimo posto e la Sampdoria tre gradini sopra. I blucerchiati passarono in vantaggio con Soriano, abile a sfruttare l’assist di Cassano, per poi raddoppiare con Éder, per la terza volta a segno in un derby. Lo stesso Soriano firmò la doppietta personale nei primi minuti del secondo tempo, evento che non vedeva protagonista un giocatore in maglia blucerchiata dal 1963 con China da Silva; il Genoa accorciò poi le distanza con un gol di testa con Pavoletti e sciupando un minuto dopo una clamorosa occasione capitata sui piedi di Lazović. A dieci minuti dalla fine ancora Pavoletti ridusse le distanze, ma non bastò per il pareggio.

Genoa-Sampdoria 3-1 (2008/09)

La vittoria del Genoa per 3-1 si trova al quarto posto della classifica. Dopo il derby di andata vinto per 0-1, il Genoa si aggiudicò anche quello di ritorno, con una magnifica prestazione dell’argentino Diego Milito. L’attaccante aprì le marcature al minuto 30, per poi raddoppiare al 73′ ed infine chiudere la sfida allo scadere, mettendo in ginocchio la Sampdoria per 3-0. I rossoblù tornarono a vincere un derby in Serie A con più di un gol di scarto e con tre reti all’attivo, cosa che non accadeva dal 1957. Derby record anche in fatto di espulsioni, ben tre: Ferrari e Thiago Motta per il Genoa, Campagnaro per i blucerchiati.

Sampdoria-Genoa 0-3 (2013/14)

Sul gradino più basso del podio, abbiamo la netta vittoria del Genoa per 0-3. È stato il derby di campionato in assoluto più anticipato come data di calendario, mentre come giornata di campionato (la 3ª) è preceduto solo dalla sfida fra Andrea Doria e Sampierdarenese del 21 ottobre 1945, disputato alla 2ª giornata. Il Genoa vinse nettamente il derby con tre reti di altrettanti nuovi acquisti, due dei quali, Antonini e Calaiò, erano all’esordio assoluto in rossoblù: lo stesso Antonini era un ex sampdoriano. Fu la prima volta che una squadra vinse il derby della Lanterna in trasferta con tre gol di scarto (in assoluto l’impresa era già riuscita all’Andrea Doria nel derby del 16 dicembre 1945). Le prime due reti furono proprio di Antonini al 9′ e Calaiò nella ripresa al 50′, mentre chiuse i giochi Lodi al 66′ minuto, regalando la vittoria ai tifosi rossoblu.

 

Sampdoria-Genoa 4-1 (1992/93)

Medaglia d’argento per la vittoria dei blucerchiati, con un bel 4-1 sul Genoa. Netta affermazione della Sampdoria, che riuscì a chiudere il primo tempo in vantaggio per 2-0 grazie all’autogol del difensore grifone Fortunato, ed il raddoppio poco prima dell’intervallo di Lanna. All’inizio della ripresa la Gradinata Nord bersagliò di carta igienica il portiere avversario Pagliuca che si stava posizionando fra i pali, costringendo l’arbitro a sospendere la partita per dieci minuti. A nulla servì l’intervento del presidente Spinelli, bersagliato anch’egli da rotoli di carta dopo essersi presentato in campo con l’intento di calmare la sua tifoseria. La partita riprese, il Genoa riuscì ad accorciare le distanze, nel quarto d’ora finale, ma la Sampdoria colpì due volte in contropiede rispettivamente ai minuti 87 e 90 con i gol di Jugovic e Bertarelli, che garantirono la sicura vittoria blucerchiata.

Sampdoria-Genoa 5-1 (1948/49)

Al primo posto nella nostra classifica abbiamo uno storico 5-1, che rimarrà nella memoria dei doriani. Si tratta della più sonante affermazione nella storia del derby, del massimo scarto di reti, nonché del derby con il massimo numero di reti realizzate da una squadra e complessivamente. Dopo una manciata di minuti la Sampdoria passò in vantaggio con Curti, arrivato a Genova solo tre giorni prima della stracittadina. Baldini raddoppiò poco dopo rendendo vana la rete di Corradini, poiché nella ripresa Bassetto mise a segno il terzo gol. A gelare il pubblico rossoblù ci pensò il compagno di squadra Prunecchi un minuto dopo, siglando la rete del 4-1. I tifosi blucerchiati erano al settimo cielo, mentre i genoani invece impietriti. Completò l’apoteosi ancora Curti, che firmò la propria doppietta personale mettendo il sigillo sull’ampio successo blucerchiato.

La storia del derby della Lanterna ci ha regalato negli anni splendidi match: 97 gare ufficiali sono state giocate, 38 vinti dalla Sampdoria, 24 dal Genoa, mentre 35 sono stati i pareggi. Il derby di andata di questa stagione se l’è aggiudicato la Sampdoria, con un secco 0-2 firmato da Ramirez e Quagliarella. Vedremo quindi come andrà il derby di ritorno di sabato sera, ma sicuramente lo spettacolo non mancherà.




Le 5 Nazionali “scomparse” nella storia del calcio

Nazionali Scomparse – Nella memoria del calcio, ci sono squadre nazionali che sono passate alla storia per le loro imprese e vittorie. Dalle potenze europee di un calcio tecnico e ricco di schemi, ai ritmi caldi e spettacolari delle squadre sudamericane. Per non parlare anche della cultura del calcio in via di sviluppo, nei paesi africani ed asiatici. Questi ultimi, che proprio negli anni più recenti, stanno sfornando ottimi talenti che permetteranno alle proprie squadre nazionali di poter crescere di importanza al livello mondiale. Nella nostra memoria però ci sono anche squadre che, seppure abbiano partecipato alla storia del calcio, ora sono morte e sepolte. In questo caso analizzeremo i successi, il declino e le ultime fasi fino alla decadenza, di cinque squadre finite nell’anonimato.

Unione Sovietica (1924-1991)

La nazionale di calcio dell’Unione Sovietica, nata inizialmente come rappresentativa della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa, giocò il primo incontro internazionale nel settembre del 1922 a Pietroburgo, con una selezione finlandese non ufficiale vincendo per 4–1. Fu anche il primo incontro internazionale di una rappresentativa sovietica di ogni disciplina sportiva. Nel maggio successivo batté 5-0 la stessa squadra in Finlandia; nell’agosto del 1923, la rappresentativa sovietica russa, disputò il primo incontro contro una Nazionale battendo 2-1 la Svezia a Stoccolma. Il torneo olimpico fu la prima competizione ufficiale disputata dai sovietici; nel turno preliminare batterono 2-1 la Bulgaria e al secondo turno affrontarono la Jugoslavia imponendosi per 3-1. Nella successiva Olimpiade di Melbourne 1956 arrivò il primo grande trionfo sovietico: si laurearono campioni olimpici sconfiggendo per 1-0 la Jugoslavia l’8 dicembre 1956. Il torneo olimpico di Melbourne rivelò al mondo la bravura del ventisettenne portiere russo Lev Yashin, che difese la porta della Nazionale fino al 1967 e che fu votato miglior portiere del XX secolo, oltre ad essere tuttora l’unico portiere ad essersi aggiudicato il Pallone d’oro, che vinse nel 1963. Altri campioni che contribuirono ai successi della Nazionale tra gli anni cinquanta e sessanta furono Igor’ Netto, Ėduard Strel’cov, Viktor Ponedel’nik e Valentin Ivanov. L’allenatore che la guidò ai maggiori trionfi della sua storia fu il russo Gavriil Kačalin. L’Unione Sovietica partecipò per la prima volta ai Mondiali nell’edizione di Svezia 1958, dopo aver eliminato nelle qualificazioni la Polonia. Nella fase a gironi pareggiarono 2-2 con l’Inghilterra, batterono 2–0 l’Austria e furono sconfitti 2–0 dal Brasile, finendo secondi a pari merito con i “maestri” inglesi capitanati dal grande Billy Wright. Battendo questi ultimi per 1-0 nello spareggio, si qualificarono per i quarti di finale contro i padroni di casa della Svezia, che si imposero per 2-0. Il secondo e più significativo titolo vinto dai sovietici giunse nella prima edizione del Campionato Europeo nel 1960, poco dopo la delusione per l’eliminazione nelle qualificazioni per le Olimpiadi romane. Dopa aver raggiunto agevolmente i quarti, passarono in semifinale per il ritiro della Spagna, che rifiutò di giocare a Mosca per motivi politici. In semifinale la squadra sovietica superò per 3-0 la quotata Cecoslovacchia, guadagnandosi la finale contro la Jugoslavia, come alle Olimpiadi di quattro anni prima: Viktor Ponedelnik siglò il gol del definitivo 2-1 che regalò la vittoria ai sovietici. Fu questo l’ultimo grande trionfo dell’Unione Sovietica, che negli anni successivi rimase comunque ai vertici del calcio mondiale. La Nazionale si qualificò facilmente per la fase finale del Campionato mondiale del 1962 in Cile, dove vinse il proprio girone, ma nei quarti fu battuta per 2-1 dai padroni di casa. L’Unione Sovietica ottenne il suo miglior risultato ai Mondiali nell’edizione inglese del 1966: dopo aver superato la fase a gironi con tre vittorie su Corea del Nord, Italia e Cile, batté nei quarti l’Ungheria e si arrese in semifinale alla Germania Ovest, impostasi per 2-1; perse quindi la finale per il terzo posto contro il Portogallo di Eusébio subendo il gol del definitivo 2-1 all’89º. Dopo essere stata la peggiore tra le vincitrici dei gironi di qualificazione per i Mondiali del 1974, l’Unione Sovietica disputò uno spareggio con il Cile per l’accesso alla fase finale. Con il pareggio per 0-0 all’andata a Mosca, l’URSS rifiutò di giocare l’incontro di ritorno, previsto per il 21 novembre 1973 all’Estadio Nacional de Chile di Santiago, perché la struttura era utilizzata dal regime militare cileno come campo di concentramento e di tortura dei dissidenti dopo il golpe dell’11 settembre. La richiesta sovietica di disputare l’incontro in campo neutro fu respinta dalla FIFA e la squadra non si presentò. Nel decennio successivo, la Nazionale sovietica non riuscì ad ottenere risultati di rilievo: gli ultimi anni della Nazionale sovietica furono contraddistinti da buoni risultati ma non portarono alcun trofeo. La squadra espresse un buon gioco al Mondiale del 1986 in Messico, dopo essersi qualificata arrivando seconda nel proprio gruppo dietro alla Danimarca, che sarebbe stata la rivelazione del torneo. La Nazionale si qualificò quindi alla fase finale degli Europei del 1992 vincendo il proprio gruppo eliminando l’Italia e giocò la sua ultima partita il 3 novembre 1991 contro Cipro, valida per la qualificazione agli Europei. La Nazionale sovietica non poté partecipare alla manifestazione per la dissoluzione dello Stato, avvenuta il 26 dicembre 1991.

Jugoslavia (1920-1992)

La nazionale di calcio della Jugoslavia è stata, dal 1920 al 1992, la rappresentativa di calcio del Regno di Jugoslavia prima e della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia poi. Esordì in campo internazionale il 28 agosto 1920 ad Anversa perdendo per 7-0 contro la Cecoslovacchia. Partecipò ai Mondiali del 1930 dove fu sconfitta per 6-1 in semifinale dall’Uruguay che vinse il titolo: per la FIFA la Jugoslavia arrivò quarta, alle spalle degli Stati Uniti che pur persero in semifinale, benché non fosse stata disputata la finale per il terzo posto. La Jugoslavia arrivò nuovamente quarta ai Mondiali del 1962; agli Europei arrivò seconda nel 1960 e nel 1968. Nella prima edizione del Campionato europeo gli slavi eliminarono in semifinale la Francia per 5-4: la partita fu memorabile ed è passata alla storia come una delle vittorie più belle della nazionale. Nella finalissima contro l’URSS la Jugoslavia passò in vantaggio con Galić al 41′, ma i sovietici fecero 2 reti con Metreveli e Ponedel’nik e si aggiudicarono il trofeo. Nel 1962 arrivò alle semifinali ai Campionati del Mondo in Cile dopo aver eliminato nei quarti di finale la Germania Ovest e nel 1968 sfiorò l’impresa di diventare campione d’Europa. Partecipò alla fase finale di Euro ’68 dopo aver eliminato alle qualificazioni Germania Ovest e Francia; sconfisse in semifinale l’Inghilterra per 1-0 con rete decisiva di Džajić all’86’, conquistando la seconda finale in tre edizioni. L’8 giugno affrontò l’Italia a Roma, priva però del regista Ivica Osim, infortunatosi in semifinale. Džajić portò sull’1-0 gli jugoslavi al 39′ ma gli azzurri pareggiarono all’80’ con Angelo Domenghini. Il risultato non cambiò durante i tempi supplementari e, nella ripetizione di due giorni dopo, l’Italia vinse agevolmente, con reti decisive di Riva e Anastasi, contro una Jugoslavia penalizzata da molte assenze e infortuni; gli azzurri si aggiudicarono il primo, e finora unico titolo europeo della sua storia, e la Jugoslavia dovette abbandonare Roma con molta delusione. Dopo l’eliminazione nei Mondiali del 1974 ad opera della Germania Ovest,  ospitò la fase finale di Euro ’76, ottenendo un buon quarto posto dopo aver perso in semifinale, ai supplementari, per 2-4 contro i tedeschi (2-2 nei tempi regolamentari, dopo essere stata in vantaggio 2-1) e per 1-3 nella finale di consolazione contro i Paesi Bassi. Il grande campione brasiliano Pelé per l’addio alla nazionale volle che il suo ultimo incontro con la maglia verdeoro si disputasse proprio con la Jugoslavia, di cui è sempre stato un grande ammiratore. Il match si tenne il 18 luglio 1971 al Maracanã di Rio de Janeiro, alla presenza di oltre centomila spettatori. La partita terminò in parità, 2-2.  Negli anni ottanta la nazionale jugoslava affrontò un periodo difficile: dopo le mancate qualificazioni ad Argentina ’78 e ad Euro ’80, i plavi ottennero la qualificazione al Campionato mondiale di calcio 1982 ma abbandonarono il torneo dopo aver ottenuto solo 3 punti in 3 partite: pareggiarono 0-0 contro l’Irlanda del Nord, persero 2-1 contro la Spagna a causa di una condotta arbitrale non irreprensibile e vinsero 1-0 contro l’Honduras. Fecero peggio al Campionato europeo di calcio 1984, ottenendo 3 sconfitte in 3 gare nel girone eliminatorio contro Francia, Danimarca, Belgio e, addirittura, non riuscirono a qualificarsi per il Campionato mondiale di calcio 1986 e per il Campionato europeo di calcio 1988. L’undici jugoslavo partecipò al Campionato mondiale di calcio 1990 ottenendo buoni risultati, grazie all’apporto di alcuni vincitori della Coppa del Mondo Under 20 nel 1987 come Savičević, Jarni, Šuker, Prosinečki ed altri. Dopo aver ottenuto il secondo posto nel Gruppo D, negli ottavi di finale gli jugoslavi eliminarono la Spagna per 2-1, dopo i tempi supplementari, grazie a una doppietta di Stojković. Nei quarti di finale incontrarono l’Argentina; alla mezz’ora la Jugoslavia rimase in dieci, ma concluse l’incontro 0-0 e ai rigori vinse l’Albiceleste per 3-2. Si qualificò per la fase finale del Campionato europeo di calcio 1992 ma, nella primavera che precedette il torneo continentale, venne esclusa dalle competizioni internazionali organizzate dalla FIFA e dalla UEFA a causa della guerra scoppiata in seguito alle dichiarazioni d’indipendenza delle repubbliche di Slovenia, Croazia, Macedonia, Bosnia ed Erzegovina. La Jugoslavia giocò la sua ultima partita il 25 marzo 1992 contro i Paesi Bassi: era un’amichevole che gli slavi persero per 2-0; dopo questo match la nazionale di calcio cessò definitivamente di esistere a causa della disgregazione del proprio paese.

Cecoslovacchia (1920-1993)

La nazionale di calcio della Cecoslovacchia ebbe pochi successi, ma di assoluto valore.  Vinse il Campionato europeo del 1976 e disputò due finali mondiali (nel 1934 e nel 1962). Con la nazionale olimpica ha conquistato un oro e un argento.  Il debutto calcistico della Nazionale cecoslovacca iniziò con un perentorio 7-0 contro la Jugoslavia il 28 agosto 1920 ad Anversa (Belgio); inque anni dopo i cecoslovacchi rifileranno agli slavi nuovamente 7 gol, proiettandosi così tra le grandi del calcio internazionale. In effetti nella sua storia la Cecoslovacchia è stata una delle più grandi Nazionali del novecento tanto che durante gli anni venti i calciatori della Nazionale erano definiti i «maestri cecoslovacchi». Per due volte giunse in finale dei Mondiali di calcio, sconfitta in entrambi i casi: nel primo dall’Italia nell’edizione 1934, nel secondo dal Brasile a Cile ’62. Agli Europei la Cecoslovacchia ha colto due terzi posti (1960 e 1980), ma soprattutto ha trionfato nell’edizione 1976. Alla fase finale in Jugoslavia, schierò una tra le più forti nazionali di sempre, in cui brillavano campioni del calibro di Anton Ondruš, Zdeněk Nehoda, František Veselý, Antonín Panenka e Ivo Viktor. Il team cecoslovacco giunse in finale contro la Germania, in una delle partite più spettacolari della storia dell’Europeo. Avanti di 2 gol dopo 25′, i cecoslovacchi furono rimontati dai tedeschi, rischiando più volte di subire il 3-2, ma mantenendo i nervi saldi e portando la contesa ai rigori: qui Viktor parò la quarta conclusione tedesca di Uli Hoeneß, lasciando quindi tutto sui piedi di Panenka, che beffò Sepp Maier. Lo Stato della Cecoslovacchia si scisse nella Repubblica Ceca e nella Slovacchia il 1º gennaio 1993. La Nazionale rimase provvisoriamente “in vita” come rappresentativa unita delle due nuove Nazioni, al fine di concludere le qualificazioni (fallite) ai Mondiali di USA ’94, da cui poi nacquero le federazioni ceca e slovacca.

Perù (1930-1980)

La nazionale di calcio del Perù, affiliata alla CONMEBOL, è stata una delle nazionali più forti del Sud America tra gli anni trenta e gli anni ottanta del XX secolo e, pur non avendo raccolto risultati di rilievo negli ultimi decenni (dagli anni novanta), è stata considerata la quarta nazionale sudamericana più importante dopo Brasile, Argentina e Uruguay fino ai primi anni ottanta. Nel suo Palmarès figurano 2 Coppe America nel 1939 e 1975. Ha partecipato per quattro volte alla fase finale della coppa del mondo, giungendo ai quarti di finale nel 1970 e al girone del secondo turno nel 1978: occupa attualmente l’11ª posizione nel Ranking mondiale FIFA.
Fece il suo esordio ai mondiali nella coppa del mondo 1930, dove venne eliminata al primo turno: perse per 1-0 contro l’Uruguay (poi campione del mondo) e per 3-1 contro la Romania. Nel 1935 raggiunse la terza posizione nella Copa América. Nel 1936 partecipò alle Olimpiadi di Berlino, nel corso delle quali arrivò in semifinale battendo la Finlandia per 7-3 e l’Austria per 4-2. La vittoria contro gli austriaci, però, fu annullata dalla FIFA, che ordinò di giocare nuovamente la partita senza spettatori, provocando il ritiro del Perù. Negli anni cinquanta-sessanta non raggiunse ottimi risultati, sebbene avesse una squadra di buonissimo livello, con giocatori di alto calibro che sbarcarono sin da subito in Europa, come Miguel Loayza, Juan Seminario, Juan Joya, Julio Meléndez, Víctor Benítez e Alberto Gallardo. Senza di loro, il Perù fu eliminato dai mondiali del 1962 e del 1966.
Visse il suo miglior periodo negli anni settanta, nei quali fu la terza forza calcistica del Sudamerica dopo Brasile e Argentina. Alla straordinaria generazione contribuirono giocatori di classe mondiale come Teofilo Cubillas, Héctor Chumpitaz e Hugo Sotil: si qualificò per il Campionato mondiale di calcio 1970, superando l’Argentina, nella fase finale vinse per 3-2 contro la Bulgaria, 3-0 contro il Marocco e perse per 3-1 contro la Germania; ebbe accesso ai quarti di finale, dove fu sconfitta dal Brasile per 4-2.  Nel 1975 vinse la Copa América, quando eliminò nella prima fase Cile e Bolivia, in semifinale il Brasile e in finale la Colombia, con un gol di testa del trequartista Hugo Sotil. Cubillas fu nominato “Miglior giocatore” del torneo. Qualificatosi per Argentina 1978, nel primo turno vinse per 3-1 contro la Scozia, 4-1 contro l’Iran e pareggiò per 0-0 contro i Paesi Bassi, arrivando prima nel suo girone. Nella seconda fase calò di rendimento e fu battuto clamorosamente per 6-0 dall’Argentina. Sulla partita aleggiò il sospetto di un risultato combinato, dato che i padroni di casa conoscevano già il risultato di Brasile-Polonia, giocata in anticipo, al fine di calcolare la differenza reti necessaria per scavalcare i brasiliani nell’accesso alla finale. Nel maggio del 1982 il Perù partì verso l’Europa per un tour di tre settimane per prepararsi al mondiale: vinse per 2-1 contro l’Ungheria, 1-0 contro la Francia di Platini e pareggiò 1-1 con l’Algeria. Nella fase finale la Nazionale peruviana pareggiò per 1-1 contro l’Italia, 0-0 contro il Camerun e fu eliminata dopo aver perso per 5-1  dalla Polonia. Nel 1979 e 1983 il Perù giunse terzo in Copa America. Dagli anni ottanta, finita la generazione d’oro, il Perù non più è riuscito a qualificarsi al Campionato mondiale di calcio: L’8 dicembre 1987 il calcio peruviano fu colpito dal disastro aereo dell’Alianza Lima, squadra che forniva l’ossatura della nazionale. Tra le vittime dell’inabissamento dell’aereo nell’Oceano Pacifico vi furono il centrocampista José Casanova, il portiere José González Ganoza, gli attaccanti Luis Escobar e Alfredo Tomassini e l’allenatore Marcos Calderón, CT del Perù dal 1974 al 1978.  Nelle successive quattro edizioni di Coppa America vinse solo due partite (5-1 contro il Venezuela nel 1991 e 1-0 contro il Cile nel 1993). Inoltre non riuscì a vincere neanche una partita nelle qualificazioni per il mondiale del 1990 e per il mondiale del 1994, terminando il cammino di qualificazione in ambo i casi all’ultimo posto. Nella Copa América 1997 il Perù diede segnali di ripresa, piazzandosi al quarto posto, e nello stesso anno giunse terzo nella U.S. Cup. Nel 1998, con il nuovo sistema di qualificazione della zona CONMEBOL, sfiorò l’accesso al mondiale di Francia, sfumato per la differenza reti sfavorevole nei confronti del Cile.
Nelle qualificazioni al campionato mondiale di calcio 2018, è riuscita a raggiungere il quinto posto finale, valido per poter disputare lo spareggio contro i vincitori dell’area oceanica. Dopo il pareggio in trasferta per 0-0 nella gara di andata, il 15 novembre 2017 il Perù ha battuto 2-0 la Nuova Zelanda qualificandosi al Mondiale, tornando così a partecipare a una fase finale dei Mondiali dopo 36 anni dall’ultima volta del Mondiale 1982.

Ungheria (1901-1998)

L’ultima squadra nazionale che andremo a trattare è l’Ungheria. È stata, sino agli anni settanta del XX secolo, una delle rappresentative più valide e temute. Conta nove partecipazioni ai campionati mondiali (finalista nel 1938 e nel 1954, ultima partecipazione nel 1986) e tre a quelli europei. Tra gli altri trofei conta anche una Coppa Internazionale (edizione 1948-1953). Tra i calciatori più famosi che vi hanno giocato ci sono Ferenc Puskás e Flórián Albert (Pallone d’oro 1967): proprio Ferenc Puskás, nel 2005, è stato il giocatore scelto dalla Federazione nazionale come Golden Player, ovvero il miglior calciatore del primo mezzo secolo di vita dell’UEFA, oltre che l’unico ungherese inserito dal grande Pelé nei FIFA 100, lista dei migliori cento calciatori della storia stilata per commissione della FIFA stessa per celebrarne il centenario (2004). Il 12 ottobre 1902 viene invece giocata la prima partita della Nazionale ungherese che, guidata dal giornalista Ferenc Gillemot in qualità di primo Commissario tecnico e dal poliedrico atleta Alfréd Hajós in campo, viene sconfitta dall’Austria con risultato finale di 0-5. Come dimostrano i continui cambi di allenatore (quattro in sei anni), la rappresentativa magiara faticò all’inizio ad emergere e formare un gruppo consolidato. Frigyes Minder fu il primo selezionatore che riuscì a sollevare la squadra. Il 26 maggio 1910 a Budapest venne programmata la seconda partita della Nazionale con avversario la squadra di calcio italiana, guidata da Umberto Meazza. Al termine dell’incontro i Magiari vinsero con il risultato di 6-1.  Successivamente la selezione ungherese cominciò ad imporsi contro nazionali già affermate. Furono quelli, infatti,
gli anni della nascita della cosiddetta Scuola danubiana, che faceva capo ad Austria (nota anteguerra come Wunderteam, “Squadra delle meraviglie”), Boemia e alla stessa Ungheria, i tre principali Paesi dell’Impero austro-ungarico attraversati proprio dal fiume Danubio. Nel 1912 la Nazionale ungherese partecipò ai giochi olimpici, ma fu battuta nettamente per 7 a 0 dalla squadra del Regno Unito, uscendo dal torneo olimpico.  Nel 1952 esordì in occasione del torneo calcistico dei Giochi di Helsinki. Non essendo il Campionato nazionale professionistico, Sebes poté convocare i migliori calciatori a sua disposizione (diversamente da quanto accade nei Paesi occidentali) e, molto agevolmente, vinse il titolo per la prima volta nella storia del calcio magiaro. La squadra segna 20 gol in 5 partite subendone solo 2, e si metterono in evidenza quali migliori calciatori della competizione il capitano Ferenc Puskás, detto “Il Colonnello” per il suo grado nell’esercito, mezzala della Honvéd trasformata in attaccante e considerato il miglior calciatore ungherese di tutti i tempi, e il suo partner offensivo Sándor Kocsis, soprannominato “Testina d’oro” per la sua abilità aerea (nonostante 1,77 metri di altezza) nonché capocannoniere della rassegna con 6 gol. Il cammino vide arrendersi ai Magiari Romania, Italia, Turchia, Svezia e Jugoslavia, con quest’ultima sconfitta in finale per 2-0 con gol di Puskás e dell’ala Zoltán Czibor. In occasione della premiazione vennero consegnati ai campioni le medaglie d’oro e dei fiori, portati da Armi Kuusela, prima Miss Universo. L’anno successivo gli Ungheresi prevalsero anche in campo mitteleuropeo, trionfando nella Coppa Internazionale 1948-1953 in virtù di 27 gol fatti e 17 subiti in sole 8 partite, con due punti di vantaggio su Cecoslovacchia e Austria. Puskás fu capocannoniere del torneo con 10 reti. La Nazionale ungherese si qualificò direttamente al Mondiale del 1954 a causa del ritiro della Polonia dai turni preliminari: La spedizione magiara guidata da Sebes si presentò in Svizzera con tutti i suoi campioni, e dunque con il favore del pronostico. Effettivamente, nel primo turno Corea del Sud e Germania Ovest vennero facilmente superate (9-0 e 8-3), ma nel secondo incontro un intervento del tedesco Werner Liebrich costrinse Puskás ad abbandonare il campo anzitempo. L’Ungheria si trovò così ad affrontare il Brasile e l’Uruguay senza il suo capitano. Sia il quarto di finale con i Brasiliani, passato alla storia come Battaglia di Berna a causa della durezza del gioco e delle risse scatenatesi in campo, sia la semifinale con l’Uruguay campione in carica vennero vinte dai Magiari per 4-2. In finale si ritrovarono contro Ungheria e Germania Ovest: Puskás giocò in condizioni non ottimali ma gli Ungheresi riuscirono a passare lo stesso in vantaggio per 2-0, salvo poi subire la rimonta tedesca che porta il risultato finale sul 2-3. Il punteggio si conservò fino alla fine dell’incontro per l’annullamento di un gol proprio di Puskás per fuorigioco, con il titolo di campione del mondo che passò ai Tedeschi con risvolti mai del tutto chiariti. Poco dopo la vittoria infatti molti di questi vennero colpiti da una forma di epatite che fece sollevare il sospetto di doping.; la finale del Mondiale del 1954 divenne famosa come “Miracolo di Berna” e segnò la fine dell’imbattibilità ungherese dopo oltre quattro anni di risultati utili consecutivi, striscia eguagliata e superata solo da Brasile e Spagna (35 di fila). Nonostante ciò alla fine del torneo Gyula Grosics venne eletto miglior portiere e Sándor Kocsis fu capocannoniere con 11 gol facendo registrare il record in un singolo Mondiale fino a quel momento. Al ritorno in patria la squadra e il Commissario tecnico furono soggetti all’umiliazione e alle ingiurie dei compatrioti. Sebes venne imputato di aver fatto giocare Puskás nonostante la precaria condizione fisica e di aver invertito le ali. Dopo varie ingiurie il tecnico fu costretto a dimettersi e la squadra cominciò un nuovo ciclo. Durante gli anni novanta si assistette al completo declino della nazionale magiara. Tra il 1990 e il 1999 si susseguirono sulla panchina della Selezione danubiana ben otto commissari tecnici, con una media di quasi uno ogni biennio e senza ottenere i risultati sperati. Negli anni duemila, nelle qualificazioni a Sudafrica 2010, si cominciano a mettere in mostra giocatori come Ádám Szalai, Balázs Dzsudzsák e Tamás Priskin e i risultati non tardano ad arrivare. Infatti l’Ungheria ottiene un buon quarto posto a sole 5 lunghezze dalla Danimarca prima, permettendosi anche il lusso di batterla a Copenaghen per 1-0, 3 lunghezze dal Portogallo secondo e due dalla Svezia terza. Nelle qualificazioni ad Euro 2012 la nazionale guidata da Egervári si trovò nel gruppo 5 con Paesi Bassi, Svezia, Finlandia, Moldavia e San Marino. La squadra sfoderò subito buone prestazioni grazie al talento di giovani come Gergely Rudolf e Vladimir Koman, unito all’esperienza dei “senatori”come Dzsudzsak e il capitano Géra. Nonostante ciò, alla prima giornata, la nazionale rimediò una sconfitta con la Svezia, ma con prestazioni sempre in crescendo arriveranno tre vittorie consecutive tra cui spicca un 8-0 rifilato alla modesta San Marino. Seguirono poi due sconfitte consecutive con l’Olanda e altre tre vittorie, tra le quali un 2-1 alla Svezia, prima del pareggio finale con la Finlandia. A coronamento delle buone prestazioni arrivò un terzo posto che però non permise agli ungheresi di staccare il pass per gli europei, che sembra comunque il preludio di una svolta che vedrà l’Ungheria essere più competitiva.