Lotta Europa League: tutti gli scenari possibili

Sei punti a disposizione, due posti in palio e quattro squadre in gara. E’ questo il quadro generale per la corsa in Europa League che vede protagoniste Milan, Atalanta, Fiorentina e Sampdoria. In prima linea c’è la formazione allenata da Gattuso a quota 60 punti, subito dopo l’Atalanta a meno uno dai rossoneri e sesti in classifica, poi Fiorentina e Sampdoria. La squadra di Giampaolo è sicuramente quella messa peggio: a due giornate dalla fine del campionato si trova a meno sei dal Milan e a meno cinque dai bergamaschi. Per la stagione di Champion’s 2018-2019 l’accesso diretto sarà a disposizione solo delle prime quattro squadre classificate, mentre per l’Europa League la situazione resta la stessa dello scorso anno:  solo dal sesto posto in poi si partecipa alla competizione europea. Per quanto concerne la Coppa Italia che si giocherà domani sera a Roma, la vincitrice accede direttamente ai gironi, insieme alla quinta in classifica. Scenario diverso, invece, per la squadra che si qualifica sesta in campionato, la quale parteciperà ai preliminari. Se, ipoteticamente, la Coppa Italia verrà vinta da una squadra che il prossimo anno giocherà in Champions League, in questo caso si tratterebbe della Juventus, un posto in Europa League si potrebbe liberare facendo spazio alla settima classificata: in questo momento sarebbe l’Atalanta a quota 59 punti. Domani con la finale di Coppa Italia da giocare si potrebbero, quindi, aprire diversi scenari:

Il primo è che se il Milan dovesse arrivare quinto o sesto in campionato, l’esito della finale non avrebbe ripercussioni per i rossoneri sulla qualifica diretta in Europa League, i quali andrebbero subito a disputare la fase a gironi.

In una seconda ipotesi, se il Milan arrivasse a fine campionato settimo in classifica, allora in quel caso l’esito della finale di Coppa Italia di domani sarebbe rilevante sulla qualifica in Europa League, infatti, se i rossoneri dovessero vincere andrebbero direttamente a giocare il girone e i preliminari toccherebbero alla sesta qualificata. Se la squadra di Gattuso, invece, dovrebbe piazzarsi ottava in campionato, il risultato della gara di domani sarà fondamentale per accedere alla competizione europea. Se i rossoneri dovessero battere la Juventus domani in finale, allora, la quinta e il Milan sarebbero qualificate ai gironi mentre i preliminari andrebbero alla sesta.

In campionato la Sampdoria affronterà negli ultimi turni di campionato il Napoli in casa e la Spal in lotta per non retrocedere, la Fiorentina invece sarà impegnata con il Cagliari e con il Milan, match importante in chiave Europa League. Per quanto concerne l’Atalanta dopo il fondamentale pareggio con la Lazio, si scontrerà con il Milan e l’ultima con il Cagliari, mentre i rossoneri, dopo la Coppa Italia, affronteranno due scontri diretti che potrebbero dire molto sulla fine di questa corsa verso l’Europa.
A due giornate dalla fine del campionato questo è il contorno delle squadre ancora in corsa per un piazzamento in Europa League, da quanto riportato, la situazione migliore la potrebbe vivere il Milan, in quanto ha due occasioni importanti per accedere alla competizione.

 




Benevento e Verona in B dopo un anno: le motivazioni di una promozione mal gestita

A due giornate dal termine della stagione 2017/18, anche l’Hellas Verona è costretto a salutare la Serie A insieme al Benevento. Per rimanere nella massima serie, ci sarà una lotta a cinque squadre dove solo una retrocederà, insieme alle due precedentemente citate.  Benevento ed Hellas Verona hanno giocato due stagioni completamente diverse, che hanno segnato però il mancato raggiungimento della salvezza per entrambe, essendo così costrette a tornare nella serie cadetta, dopo soltanto un anno di permanenza in Serie A. Analizziamo ora il perché delle stagioni negative di queste due nuove squadre nonostante le promesse e le premesse ad inizio stagione.

Benevento: un problema di rosa

Il Benevento, ultimo in classifica con 28 sconfitte in 36 partite giocate, tornerà quindi in Serie B dopo appena una stagione di Serie A, che è stata anche la prima nella sua storia. La lunga serie di sconfitte subite nella prima parte di stagione (14 di fila, un record per la Serie A) hanno compromesso irrimediabilmente il campionato della squadra campana. Nemmeno lo stravolgimento della squadra avvenuto nel mercato invernale è servito a recuperare punti a sufficienza per salvarsi. La stagione del Benevento è sicuramente da dividere in due parti: la prima che ha segnato la quasi certa retrocessione, mentre la seconda che ha acceso qualche speranza per la permanenza nel massimo campionato italiano. Nel girone di andata il primo punto in Serie A, è stato guadagnato con il Milan, nel 2-2 finale ottenuto grazie al gol del portiere Brignoli, che ha pareggiato i conti durante gli ultimi minuti di gioco. Proprio questo pareggio sembrò aver dato l’inizio ad una svolta per il club campano, che però venne sconfitto di nuovo nelle tre giornate successive. La prima vittoria arriva all’ultima giornata del girone di andata con il Chievo, che è stata una festa per tutto il popolo giallorosso. Vittoria che si è ripetuta nella prima giornata del girone di ritorno contro la Sampdoria, per 3-2. Nonostante la classifica deficitaria, la società si è messa comunque al lavoro per cercare di tentare l’impossibile, portando in Italia calciatori del calibro di Sagna, Diabaté, Sandro, Guilherme e facendo “resuscitare” un talento come Djuricic. Numerose e sonore sconfitte hanno caratterizzato il campionato del Benevento, che ha ottenuto però vittorie importanti, come il 3-2 sul Crotone, il 3-0 sull’Hellas Verona e la pesantissima vittoria a San Siro, contro il Milan. Vittoria storica per i campani, che sono riusciti ad espugnare il campo di Milano per 0-1. Sembra quasi inaccettabile che la truppa di De Zerbi sia “quasi” costretta a terminare il campionato all’ultimo posto. Dalla rivoluzione nella rosa dopo il mercato invernale, la squadra ha dimostrato la voglia di terminare il campionato nel miglior modo possibile. Per poter sperare in un campionato più tranquillo, il Benevento avrebbe dovuto da subito puntare ad un mercato di livello, per evitare che la squadra si trovasse in difficoltà sin dalle prime partite in stagione. Invece così purtroppo non è stato, ed i giocatori che hanno partecipato alla causa fino alla rivoluzione nel mercato, non erano all’altezza del nostro campionato maggiore. Una gestione migliore del mercato estivo, avrebbe fatto si che una squadra neo promossa, ma anche alla prima apparizione in Serie A, si trovasse a suo agio, per una lotta salvezza alla pari delle altre contendenti. Ma il campionato dei giallorossi, rimarrà comunque nelle menti di tutti noi per la dignità, l’orgoglio, la passione e l’amore per il gioco del calcio, elementi che non fanno purtroppo classifica, ma che permettono di tornare nella serie cadetta a testa alta e con un enorme bagaglio di esperienza sulle spalle. A pesare è stato inoltre l’aver puntato su Baroni ad inizio anno, che si è dimostrato fin troppo acerbo per un allenatore di Serie A.: il voler far giocare bene la propria squadra con limitati mezzi a disposizione è quasi sempre una scelta sbagliata (vero Oddo?): contro le grandi rischi di prendere imbarcate, perché giocando apertamente soffri il divario tecnico, mentre con le piccole (con cui dovresti giocarti la salvezza)  se non hai giocatori di qualità che riescono a farti la giocata vincente, difficilmente poi trovi facilmente la via del goal e anzi, esponendoti più facilmente ai contropiedi avversari. De Zerbi ha sicuramente trovato più equilibrio (se si fosse giocato solo il girone di ritorno il Benevento sarebbe salvo) ma ha comunque trovato parecchi ostacoli: un morale a pezzi, con la condanna retrocessione incombente già a dicembre, e una rosa sicuramente non di livello (almeno all’inizio). E’ difficile che una stagione si riduca all’unica variabile “valore della rosa”, ma mai come in questo caso potrebbe rivelarsi la spiegazione più naturale per un campionato così altalenante fra girone di andata e ritorno.

Hellas Verona: un problema di…Pecchia

Il Verona è la seconda retrocessa in serie B. Accompagnano il Benevento nel torneo cadetto, ma in un modo totalmente differente. La truppa di Pecchia ha da tempo staccato la spina: l’ultimo lampo, infatti, c’è stato lo scorso 8 aprile contro il Cagliari, poi solo sonore sconfitte contro Bologna, Sassuolo, Genoa, Spal e l’ultima contro il Milan. Un club con un passato importante, che a gennaio non ha fatto nulla per mantenere la categoria, ma  che ha invece venduto i suoi elementi migliori come i vari Caceres, Bessa, Zuculini e Pazzini.
La stagione dell’Hellas Verona cominciò male con solo 3 punti, da tre pareggi, in sette gare. La prima vittoria arrivò in casa contro il Benevento per 1-0, ma la felicità durò ben poco, poiché arrivarono altre 5 sconfitte consecutive. Trovò la seconda vittoria in casa del Sassuolo con un secco 0-2, mentre trionfò successivamente nel derby di Coppa Italia contro il Chievo. Arrivarono poi una sconfitta, un pareggio e poi la netta vittoria per 3-0 contro il Milan. Ma la luce si spense subito dopo, poiché collezionarono altre 4 sconfitte consecutive, prima della bella vittoria per 1-4 in casa della Fiorentina. Ma purtroppo l’Hellas Verona quest’anno ci ha abituati a picchi di rendimento molto rari, durante tutta stagione: infatti nelle successive 14 gare, ha collezionato soltanto tre vittorie, che però non sono valse a nulla per il raggiungimento della salvezza. Questa stagione per il Verona, non si è rivelata assolutamente all’altezza delle aspettative. Un mercato troppo scialbo che ha caratterizzato proprio la perdita dei suoi migliori giocatori, senza mostrare almeno un pizzico di voglia, da parte della società e della dirigenza, di rimanere  in Serie A. L’Hellas Verona, scenderà quindi in serie cadetta, a testa bassissima, dopo una stagione alquanto deludente. Il prossimo anno se vorrà tornare nel massimo campionato italiano, bisognerà lavorare a fondo e con costanza, ma bisognerà impegnarsi al massimo, perché la Serie B è ricca di squadre che scalpitano per la promozione, e nulla verrà regalato ai gialloblu. Buona parte della colpa la vogliamo dare però proprio all’allenatore: già lo scorso anno il tecnico non aveva dimostrato di essere un genio della panchina, ma quest’anno ha fatto veramente poco per meritarsi la conferma e la salvezza. Ad inizio stagione la gestione Pazzini è stata a dir poco pessima: affidarsi subito a Kean (che comunque ha fatto bene verso metà campionato) è stato un suicidio a livello tattico perché basare il tuo attacco su  un calciatore proveniente dalla Primavera difficilmente porta grandi frutti. Avere una punta esperta e navigata come Pazzini avrebbe sicuramente aiutato nella prima, orribile, parte di stagione della squadra. Anche la  parte tattica non è stato di certo eccelsa: la squadra non ha mai avuto un’identità precisa, non ha mai espresso un calcio “concreto” (che è quello che si chiede ad una neo-promossa) non riuscendo a dimostrato una fase difensiva stabile e precisa. Se poi si considera la non certo alta qualità degli interpreti ecco che allora di cose buone non se ne vede neanche l’ombra. Se vogliamo dare un aggettivo alla stagione di Pecchia il più azzeccato ci sembra sicuramente “testardo”: il tecnico, nonostante le parole rilasciate qualche giorno fa, non ha mai saputo fare un passo indietro, non ha mai voluto sentir ragioni diverse da quelle che aveva in testa, non cercando mai diverse soluzioni e non trovando mai alternative in un 4-3-3 che ha fatto buchi da tutte le parti.

La mentalità di Benevento ed Hellas Verona è stata una il contrario dell’altra, poiché i campani hanno tentato il tutto per tutto, pur di riuscire a rimanere in Serie A, mentre per quanto riguarda i veronesi, non sono nemmeno riusciti a sporcarsi le mani, per cercare almeno di finire in maniera dignitosa la stagione, in vista del prossimo anno, che sarà ancora più duro. Le rose di entrambe le squadre non sono state all’altezza dei ritmi e del livello in questo campionato, anche se però il Benevento con i suoi acquisti, è riuscito a dare più tecnica ed esperienza ad un club che fino a quel momento sembrava non avesse né un capo e né una coda. Il lavoro dei due allenatori è stato rispettivamente diverso poiché De Zerbi (Benevento), ha lottato sin da subito con varie difficoltà nel trovare un 11 titolare all’altezza; Pecchia (Hellas Verona) si è scavato subito la fossa da solo non puntando sull’unico vero attaccante in rosa, Pazzini.
Il campionato è quasi terminato e sia Benevento che Hellas Verona, cercheranno almeno di salvare la faccia nelle ultime due giornate rimanenti, per iniziare già da ora la risalita verso la Serie A, per la stagione 2019/2020.




Napoli, 3 punti da cui ripartire per riprovarci il prossimo anno

Un’altra stagione sta per chiudersi ed il Napoli è costretto a guardare ancora una volta la Juventus vincere il suo ennesimo scudetto. La matematica non è ancora d’accordo, perché mancano due giornate al termine del campionato e le squadre sono separate da sei punti, ma la differenza reti è talmente abissale che gli azzurri dovrebbero fare 17 reti nelle ultime due partite, sperando che la squadra bianconera le perda entrambe senza segnare alcun goal. Impresa impossibile, quasi da film di fantascienza, perché la Vecchia Signora nei momenti che contano risponde sempre presente, a differenza di un Napoli che invece manifesta ancora diverse lacune dal punto di vista mentale. Lo dimostrano la sconfitta con la Fiorentina e il pareggio contro il Torino, che evidenziano l’incapacità della squadra azzurra di saper gestire le situazioni determinanti della stagione. Questo era sicuramente l’anno buono per provare a vincere il tricolore, anche perché il club di Aurelio De Laurentiis sembra ormai giunto al termine di un ciclo, a cui a dire addio per primo sarebbe proprio Maurizio Sarri. L’anno prossimo sarà difficile per i partenopei ripetere il lavoro svolto dal tecnico di Bagnoli in questi anni, a meno che non si riparta dai tre punti che noi di RadioGoal24 abbiamo individuato.

Forza mentale

La squadra di Sarri gioca un calcio meraviglioso, che ha incantato mezza Europa, tanto che sono arrivati complimenti importanti anche da parte di allenatori internazionali, tra cui un certo Pep Guardiola. La difficoltà sta però nel fatto che non sempre il bel gioco porta ai risultati sperati, anzi, è proprio quando la squadra ne avrebbe più bisogno che questo viene meno, accompagnato dal  nervosismo in campo e anche in panchina. Questo è sicuramente sinonimo di una forte debolezza mentale, perché una squadra, se vuole confermarsi grande e puntare a vincere qualcosa di importante, deve innanzi tutto compattarsi nei momenti di massima difficoltà e venirne fuori attraverso dei risultati concreti, che non devono per forza arrivare tramite i consueti meccanismi di gioco. Inoltre bisogna entrare in campo concentrati prima su se stessi e poi sugli altri, e questo è un errore che il Napoli ha sempre commesso da qualche anno a questa parte: l’esempio più attuale è quello relativo alla gara persa contro la Fiorentina, arrivata il giorno dopo la vittoria della Juventus sull’Inter. In  quel caso gli azzurri, reduci dalla bella vittoria dell’Allianz Stadium e favoriti per la vittoria finale, hanno gettato alle ortiche l’unico punto di distacco che li separava dai bianconeri, diventati poi sei a causa del pareggio rinvenuto contro il Torino.

Rosa di alta qualità

Per la prossima stagione il Napoli deve assolutamente mirare a migliorare l’organico con degli ottimi rinforzi se vuole vincere il campionato e giocare la Champions League in maniera adeguata. Quest’anno ci sono stati diversi battibecchi tra De Laurentiis e Sarri, dovuti soprattutto alle critiche mosse dal presidente contro il suo stesso allenatore, bacchettato più volte per aver fatto giocare sempre gli stessi giocatori. Il tecnico si è difeso manifestando la propria perplessità riguardo la lunghezza e la qualità della rosa, tanto da essere costretto a rinunciare a Champions League, Coppa Italia ed Europa League pur di arrivare a coronare il sogno di un’intera città, ovvero la vittoria del terzo scudetto del club. Alla fine non gli è riuscito nemmeno quello, e forse il patron azzurro deve farsi un esame di coscienza ed iniziare a mettere mano in maniera pesante al portafogli: il suo modus operandi è sempre stato quello di cercare giocatori promettenti, che possano esplodere e creare da un lato valore aggiunto alla squadra, dall’altro plusvalenze importanti in cui reinvestire, ma per la prossima stagione serve un cambio di rotta immediato, con il quale bisogna puntare a giocatori esperti, affermati e soprattutto abituati a vincere.

Ricerca di un allenatore più pragmatico

“Cosa penso delle dichiarazioni di De Laurentiis? Al presidente non devo replicare niente: mi ha fatto vivere un’avventura straordinaria che è quella di allenare la squadra che tifavo da bambino. Mi dispiace se non è contento, io ho la coscienza a posto, ho cercato sempre di fare il meglio per la squadra, quindi mi spiace ma fino a un certo punto. Se sto riflettendo sul mio futuro? Non certo per quello che ha detto il presidente: anche se dovessi rimanere qui so che De Laurentiis un’esternazione del genere ogni tanto la farebbe, sono abituato, non ci rimango male”. Parole che sanno di addio queste, pronunciate da un Maurizio Sarri attonito dopo il pareggio contro il Torino. Il tecnico naturalizzato toscano ha dato molto al Napoli e la piazza partenopea ha dato tanto a lui, ma ormai le due strade sembrano aver preso dei binari diametralmente opposti. Per la seguente stagione si fanno i nomi di Spalletti, Giampaolo ed Inzaghi, tecnici che piacciono molto a De Laurentiis e che avrebbero certamente l’obbligo di proseguire il cammino sulla lunga strada spianata da Sarri. Il suo calcio ha portato un nuovo concetto di filosofia calcistica in Italia, che elogia la bellezza ed allontana il catenaccio, e l’anno prossimo servirà un allenatore bravo prima nel gestire la rosa, poi capace di conferire gioco e risultati alla squadra: certamente non dovrà fare tutto da solo, ma bisognerà ritrovare la giusta unità di vedute, con società, direttore sportivo e staff tecnico pronti ad unirsi per raggiungere un obiettivo comune.

 




Champions League, Real Madrid-Liverpool la finale: l’analisi del match

Trentasette anni dopo l’ultima volta, la finale della competizione europea più importante sarà Real Madrid-Liverpool. Dopo molte polemiche, spettacolo e tanti goal, i Blancos e i Reds si sfideranno nella finale di Champions League in programma sabato 26 maggio allo stadio Olimpico di Kiev, h. 20.45. La squadra di Zidane arriva alla finale dopo aver eliminato il Bayern Monaco, battendo i bavaresi in casa per 2-1 e pareggiando 2-2 al Benabeu. Per quanto riguarda la squadra di Klopp, l’ultimo ostacolo verso la finale è stata la doppia sfida contro la Roma, vinta grazie al 5-2 di Anfield, che ha reso vano il 4-2 dell’Olimpico. Andiamo a confrontare le due formazioni, l’andamento della stagione e i segreti tattici delle due finaliste dell’edizione 2017/18.

Rose a confronto

Pochissime squadre al mondo possono vantare una rosa stellare come quella del Real Madrid: Zidane ha a disposizione una dozzina di fuoriclasse puri, con qualche riserva di lusso in panchina. Nonostante gli ottimi giocatori su cui può puntare Klopp nel reparto difensivo e in quello nevraligico del campo, il confronto con i Blancos non può reggere: Carvajal-Ramos-Varane-Marcelo hanno oggettivamente più qualità ed esperienza del quartetto Alexander-Arnold-Lovren-Van Dijk-Robertson; così come Modric-Casemiro-Kroos (senza contare il jolly Isco) sono di un livello più alto del rispettabilissimo terzetto formato da Henderson-Milner-Wijnaldum. I Reds possono però vantare un portiere più in forma e in salute, non tanto per il distacco tecnico che c’è tra Karius e Navas, ma quanto per il pessimo periodo che sta attraversando il costaricano, sempre sommerso dalle critiche. Infine, l’attacco è forse il reparto dove le due formazioni se la giocano alla pari. L’ottima stagione del tridente inglese fa sperare i tifosi, fomentati dalla pazzesca crescita esponenziale che sta vivendo il gioiello Salah. Secondo quanto riportato dalla stampa europea, l’egiziano potrebbe insidiare Cristiano Ronaldo per la corsa al pallone d’Oro, ovviamente in caso di vittoria della Champions League.

Andamento della stagione

Se il terzo posto del Liverpool in Premier League può essere considerato un buon risultato per la squadra di Klopp, non si può dire altrettanto della terza posizione del Real in Liga: i 15 punti che distanziano la squadra di Zidane dal Barcellona capolista sono sintomo di una stagione particolare per i Blancos, a tratti quasi confusionaria, forse caratterizzata in negativo dai molti impegni internazionali (come il Mondiale per Club). I dati e le statistiche sono contro l’allenatore francese, che però ha saputo tenere un altissimo rendimento in Champions. Inoltre, ha già portato a casa tre trofei in questa stagione: Supercoppa Europa, Mondiale per Club e la Supercoppa spagnola. Come scritto in precedenza, il Liverpool può ritenersi soddisfatto del cammino in campionato. Difficile puntare più in alto per la squadra di Klopp, soprattutto con un Manchester City che in Premier sembra non poter aver rivali. Nelle coppe inglesi invece il rendimento non è stato dei migliori: eliminazione al 4° turno di FA Cup e al 3° turno in EFL Cup.

Analisi tattica

Stesso schema tattico per le due finaliste, con entrambi gli allenatori che spesso e volentieri adottano il 4-3-3. Il gioco però si differenza e non poco: i Blancos si affidano agli ottimi piedi di Modric e Kroos e alla loro visione di gioco, con Casemiro che fa da schermo tra il centrocampo e la difesa. Inoltre Isco può dare quella brillantezza e imprevidibilità che il Liverpool ha perso con la partenza di Coutinho (senza però risentirne particolarmente). Il centrocampo madrileno dialoga spesso con le imbucate di Ronaldo, Bale e Benzema, sempre freddi davanti al portiere e vogliosi di costruire gioco al limite dell’area. Il Liverpool è caratterizzato da un centrocampo più fisico e pesante, anche per bilanciare i pochi centimetri che offre il tridente Mané-Firmino-Salah. Sono proprio quest’ultimi ad essere il fulcro del gioco di Klopp, sempre pronti a ripartire con una velocità impressionante, a cercarsi fra di loro e a scambiarsi palloni che spesso si trasformano in palle-goal.

 




Europa League, la finale sarà Marsiglia-Atletico Madrid: l’analisi del match

I verdetti delle semifinali hanno stabilito che saranno Atletico Madrid e Olympique Marsiglia a contendersi la finale dell’edizione 2017-2018 di Europa League. La formazione di Diego Simeone ha piegato l’Arsenal per 1-0 al Wanda Metropolitano di Madrid (rete decisiva di Diego Costa al 47′ del primo tempo), dopo che all’andata a Londra le due squadre avevano pareggiato per 1-1. La banda di Rudi Garcia, invece, è riuscita a qualificarsi nonostante la sconfitta subita in casa del Salisburgo per 2-1: nei tempi regolamentari i padroni di casa avevano pareggiato il 2-0 dell’andata grazie alla rete di Haidara e all’autogol di Sarra, ma la rete di Rolando a quattro minuti dalla fine dei tempi supplementari ha permesso alla squadra francese di avere la meglio. Le due squadre si sfideranno in finale il 16 maggio a Lione, e nel frattempo noi di RadioGoal24 abbiamo cercato di fare un po’ il quadro generale sull’analisi del match.

Rose a confronto

Per dirla molto semplicemente così da non lasciare dubbi, Simeone ha a disposizione una rosa molto più esperta, profonda, completa e soprattutto più forte di quella di Garcia. Rispetto all’ultima Europa League vinta, ovvero quella della stagione 2011-2012, i colchoneros hanno cambiato molte pedine nello scacchiere di gioco, ma di certo oggi non mancano i fuoriclasse: gente come Courtois, Arda Turan, Diego e Falcao è stata rimpiazzata dai vari Oblak, Griezmann, Saul, Diego Costa, Gameiro. Inoltre l’Atletico si è ritagliato una fetta importante anche nell’Europa che conta, disputando due finali di Champions League in tre anni contro il Real Madrid (seppur perdendole entrambe) e quindi sa perfettamente cosa significa giocare in certi palcoscenici. Sul versante opposto c’è un Marsiglia più giovane e inesperto, che non gioca una finale europea dal lontano 1993, anno in cui ha vinto la sua prima ed ultima Champions League. I francesi possono contare sul loro spirito di spregiudicatezza e intraprendenza, facendo affidamento sia su giovani talenti come Thauvin, Ocampos, Sanson, Lopez e Kamara, sia su uomini di esperienza come Rami, Rolando, Payet e Luiz Gustavo.

Andamento della stagione

Stagione dai due volti quella dell’Atletico Madrid: se in Champions League le cose non sono andate bene, con la chiusura del girone al terzo posto dietro Roma e Chelsea, lo stesso non si può dire del campionato. I colchoneros in Liga stanno viaggiando a ritmi altissimi, tanto che si trovano al secondo posto dietro soltanto ad uno straordinario Barcellona, che ha dato 11 punti di distacco alla squadra allenata da El Cholo e 15 al Real Madrid. In Europa League il calendario non è stato dei più favorevoli, poiché nei quarti e nelle semifinali gli spagnoli hanno dovuto affrontare prima Sporting Lisbona e poi Arsenal, ma proprio la vittoria sui Gunners sembra aver contribuito a renderli favoriti per il successo finale. Venendo al Marsiglia, i francesi occupano il quarto posto della Ligue 1, con il Monaco che dista un solo punto in classifica: nel corso del campionato l’OM ha effettuato una rimonta incredibile, tanto che adesso il sogno Champions League sembra potersi concretizzare. Anche il cammino europeo è stato pazzesco: gli uomini di Garcia hanno sbaragliato la concorrenza, battendo due squadre rivelazione come Lipsia e Salisburgo, e prendendosi di diritto lo scettro di miglior effetto sorpresa di questa Europa League.

Analisi tattica

Garcia predilige giocare con il 4-2-3-1, con un impianto di gioco non molto raffinato, ma che mira a disputare la partita in modo semplice, con le verticalizzazioni, cercando di affidarsi al talento associativo dei propri giocatori offensivi. Il Marsiglia non ama infatti giocare ad alti ritmi, ma preferisce far arrivare il pallone al di là del centrocampo nel più breve tempo possibile, cercando di limitare i tocchi dei suoi difensori al minimo indispensabile. Come accadeva già nella sua esperienza con la Roma, il portiere per Garcia deve essere molto coinvolto nel gioco: i lanci dell’estremo difensore sono spesso l’opzione principale dell’OM in costruzione, che difficilmente accetta i rischi del palleggio per attirare il pressing avversario e guadagnarsi spazi di campo da attaccare. Dall’altra parte c’è invece un mago della tattica, Diego Simeone, capace di trasformare la sua teoria in una vera e proprio filosofia calcistica: il cholismo. Con il suo sistema di gioco, l’ex giocatore di Inter e Lazio richiede e allo stesso tempo infonde una grande intelligenza calcistica ai suoi giocatori. L’Atletico Madrid ama giocare con il 4-4-2, modulo che nel cholismo richiede una tecnica raffinata, in cui tutti i calciatori devono essere in grado di saper gestire il proprio compito, effettuando i vari movimenti offensivi e difensivi attraverso un’organizzazione collettiva, con la giusta prontezza a sacrificarsi in fase di transizione nella quale saranno inevitabilmente chiamati.

 

 

 

 

 




Lotta salvezza: chi merita di retrocedere?

La sfida salvezza è sempre più avvincente. Nella zona calda della classifica sono ben cinque le squadre raccolte in soli quattro punti e sei, ancora, in lotta per la salvezza. Con il pareggio di domenica, il Benevento si è aggiudicato, matematicamente, un posto in serie B. Per le altre, invece, il cammino è ancora tutto aperto. Per capire come evolverà la corsa per una permanenza in serie A non si dovrà attendere molto, già con il prossimo turno di campionato si andranno a delineare ancor di più le situazioni delle squadre a rischio con una serie di incroci fondamentali. La partita più importante di questa giornata è, senza dubbio, lo scontro diretto Chievo-Crotone. C’è chi ironizza il momento dei gialloblu e ha trasformato la finale di Champions in quella per la salvezza: Road to Kiev è ormai diventato Road to Chiev, data l’importanza del match di domenica. Ruolo decisivo lo reciterà quindi il calendario in questa ultima e delicata fase di campionato

Chievo: ancora tutto aperto

La sfida contro la Roma è costata cara al tecnico Maran. La sconfitta e la tragica situazione della squadra ha, infatti, indotto il presidente Campedelli ad esonerare l’allenatore. Al suo posto è stato promosso l’allenatore della primavera, Lorenzo D’Anna. Il Chievo, ad oggi, si trova terzultimo in classifica, dopo aver conquistato solo 2 punti nelle ultime 5 giornate di campionato. Domenica ad attenderlo a Bentegodi ci sarà un’altra squadra in corsa per la salvezza, il Crotone. A seguire i gialloblu affronteranno il Bologna già salvo e il Benevento già in B. Dato il contorno delle due sfide, la squadra di D’Anna, potrebbe portare a casa 6 punti fondamentali in questa fase di campionato.

Hellas Verona: con un piede in B

Situazione tragica la sta vivendo anche il Verona. Se finisse oggi il campionato la squadra di Pecchia si troverebbe il prossimo anno a giocare in Serie B. L’Hellas ora si trova a quota 25  punti e a soli sette punti di lunghezza dall’ultima posizione occupata dal Benevento. Dovrà, perciò, cercare di raggiungere tutti e nove i punti disponibili in queste tre partite, attendendo anche eventuali passi falsi delle altre squadre interessate alla lotta salvezza. Con l’ultimo match perso contro la Spal, per gli uomini di Pecchia è arrivata la quarta sconfitta consecutiva. Ora la situazione del Verona si fa davvero dura, dato che l’ultimo posto per rimanere in serie massima è occupato proprio dalla Spal. Oltre alla situazione difficile, l’Hellas ha un calendario da qui in poi molto complicato: sabato dovrà affrontare un Milan affamato e in cerca del passaggio in Europa League; successviamente arriveranno le sfide con Udinese e Bologna, comunque molto complicare. Sabato con una potenziale sconfitta Pecchia e i suoi faranno compagnia, matematicamente, al Benevento in Serie B.

SPAL: ancora in corsa

La Spal, con la vittoria nello scontro diretto con il Verona in chiave salvezza, deve riuscire a portarsi a casa tutti e 9 i punti per allontanarsi dal pressing del Chievo. La squadra di Semplici,ora, si trova a quota 32 punti con un punto sopra i gialloblu penultimi. Il prossimo avversario sarà il Benevento, già matematicamente in Serie B. Dopo la squadra campana, la Spal dovrà giocarsela con il Torino in trasferta e con la Sampdoria. I tre punti strappati a Verona sottolineano il bel momento che sta vivendo la formazione allenata da Semplici. Con la vittoria con l’Hellas, la Spal ha abbandonato, momentaneamente, la terzultima posizione, scavalcando il Chievo, fermo a 31 punti dopo il k.o all’Olimpico contro la Roma.

Cagliari: momento delicato

Altra squadra interessata a questa lotta è il Cagliari di Lopez, che ha racimolato un solo punto nelle ultime tre gare. La classifica dice che la squadra sarda, ad oggi, si trova a soli due punti di distanza dalla terzultima: considerando un confronto diretto con il calendario delle avversarie, la squadra sarda è sicuramente quella messa peggio. Nelle prossime giornate di campionato, il cammino del Cagliari per raggiungere la salvezza si andrà ad incrociare con quello delle altre squadre in corsa per un posto nelle varie competizioni europee. Il Cagliari, infatti, dovrà affrontare Roma, Fiorentina e Atalanta. Tutte partite sulla carte difficilissime. La squadra di Lopez dovrà tentare l’impossibile. I sardi sono, oggettivamente, quelli più in pericolo.

Udinese: niente è ancora deciso

Dopo il pareggio per 3-3 con il Benevento, maturato negli ultimi minuti, l’Udinese affronterà nel prossimo incontro l’Inter e successivamente Verona e Bologna. Il solo un punto ottenuto nelle ultime dodici partite rappresenta un bilancio sicuramente negativo che potrebbe far scivolare l’Udinese in Serie B. Oltre a quella di domenica, le sfida con Verona e Bologna sono però tutte sulla carta abbordabili ed il cambio di tecnico potrebbe aver dato una spinta sul morale Tuttavia, già in occasione del match contro i nerazzurri, i ragazzi del neo allenatore Tudor saranno chiamati all’impresa per vincere e guadagnare tre punti fondamentali in chiave retrocessione. Con delle potenziali sconfitte la squadra potrebbe scivolare e perdere terreno: ad ora infatti, la formazione allenata da Tudor conserva tre sole lunghezze sul Chievo Verona che in questo momento occupa il terzultimo posto.

Crotone: come lo scorso anno

Vince e merita il Crotone di queste ultime partite di campionato. Dopo l’importantissimo punto strappato con la Juventus sono arrivate altre due vittorie. Il percorso della squadra calabrese dello scorso anno ricorda, a tratti, quello di questa stagione: di certo, per il gioco espresso, è la squadra che meno meriterebbe la retrocessione. Nella prossima giornata di campionato, la squadra di Zenga sarà chiamata a vincere nel fondamentale scontro diretto con il Chievo, che con una potenziale vittoria potrebbe dare una vera e propria mazzata alle dirette concorrenti, salendo a quota 37 punti e allontanando ancora di più i clivensi. Dopo il match con il Chievo, il Crotone affronterà Lazio e Atalanta. Partite complicate che possono mettere in discussione fino all’ultimo questa lotta salvezza e proprio per questo quella con i gialloblu potrebbe risultare veramente decisiva.




Champions League, 5 episodi che dovrebbero spingere la UEFA ad adottare il VAR

Non si placano le polemiche arbitrali in Champions League, anzi: al termine delle due semifinali, il chiasso che si è creato attorno agli arbitraggi sembra essere aumentato esponenzialmente. Nella serata di martedì ha dato via alle danze il Bayern Monaco, che al termine del match finito 2-2 contro il Real Madrid, ha reclamato ben tre rigori negati dall’arbitro. Sulla stessa scia la Roma, che tramite le parole del direttore Monchi, si è lamentata di due rigori negati, un cartellino rosso mancante al Liverpool e un goal in fuorigoco dei reds nel match d’andata. Curioso come, almeno per una volta, la Juventus e la Roma si alleino mediaticamente, con l’ex direttore del Siviglia che invita il calcio italiano ad alzare la voce, proprio come fece Agnelli al termine del quarto di finale perso contro la squadra di Zidane. Sono sempre di più le società che reclamano l’adozione del VAR anche in Champions League, così da poter scremare il lavoro della terna arbitrale e poterne giovare senza alzare polveroni dannosi e tediosi. Andiamo ad analizzare quali sono stati i cinque episodi più emblematici di questa edizione della più prestigiosa coppa europea.

 Real Madrid – Paris Saint-Germain

Nel match d’andata degli ottavi di finale tra Real Madrid e Paris Saint-Germain, terminato 3-1 in favore dei Blancos, i parigini reclamano un rigore per fallo di mano di Sergio Ramos: sul risultato di 1-1, all’inizio della ripresa, il capitano del Real stoppa un bel tiro di Rabiot, con il braccio non attaccato al corpo. Niente rigore per l’arbitro Rocchi, che da ottima posizione fa segno di continuare a giocare. Il fischietto italiano verrà poi duramente criticato da tutta la società francese, anche per altri errori commessi nel corso del match.

Roma – Liverpool

Probabilmente è questo l’episodio più clamoroso dei tanti reclamati dalla Roma: sul risultato di 2-2, con i giallorossi padroni del campo e con il Liverpool in difficoltà, El Shaarawy calcia da dentro l’area piccola e Alexander-Arnold si immola sulla traiettoria del tiro e para clamorosamente con la mano aperta. Calcio di rigore ed espulsione secondo il regolamento, tutto regolare secondo l’arbitro Skomina che lascia proseguire.

Real Madrid – Bayern Monaco

Anche l’altra semifinale può vantare un episodio analogo a quello della Roma: durante il primo tempo, sul risultato di 1-1, Marcelo ha toccato con la mano un cross di Kimmich, ma il fischietto turco Çakır ha deciso di lasciar correre. Lo stesso terzino del Real Madrid, il giorno dopo la partita, ha ammesso di averla toccata di mano e che sarebbe stato giusto assegnare il rigore ai bavaresi.

Juventus – Real Madrid

Si sta giocando l’ultima azione del quarto di finale tra Juventus e Real Madrid quando, sul risultato di 3-0 per i madrileni, Cuadrado si presenta davanti a Navas e viene steso da Carvajal, che impedisce al colombiano di calciare liberamente. L’episodio poteva sembrare di poco conto dato il risultato della partita, ma a posteriori sarebbe potuto cambiare completamente l’esito del match di ritorno.

Real Madrid – Juventus

Il mondo del calcio si è diviso su questo episodio, di cui tanto, forse anche troppo, si è già parlato: la Juventus ha ribalatato incredibilmente il 3-0 subito in casa, quando al 93′ Benatia frana addosso a Lucas Vazquez, toccando però il pallone. Rigore per i Blancos e 3-1 firmato da Ronaldo. Il rimpianto più grosso è quello di non aver dato la possibilità all’arbitro di visionare il fallo con il VAR, in modo tale che la sua decisione poteva essere la più professionale possibile.




Panchine girevoli in Serie A: ha senso cambiare allenatore a poche giornate dalla fine?

Il campionato di Serie A 2017/2018 sta per chiudersi e siamo a sole tre giornate, dalla fine della stagione. Le situazioni in classifica non sono ancora definite e tutto, è ancora in gioco: i primi due posti saranno sicuramente occupati dalle due squadre che si contendono il campionato, Juventus e Napoli rispettivamente prima e seconda; la zona Champion’s League invece si sta pian piano definendo, poiché Lazio e Roma hanno vinto l’ultima gara disputata, mentre l’Inter è stata sconfitta dalla Juventus durante gli ultimi minuti di gioco. Le romane sono appaiate a 70 punti mentre i nerazzurri si trovano quattro punti sotto e al quinto posto; la corsa all’Europa League sta diventando una lotta a due tra Atalanta e Milan; in zona retrocessione cinque squadre sono a rischio nell’arco di tre punti: Udinese e Crotone a 34 punti, Cagliari a 33, SPAL 32 e Chievo a 31. Proprio di queste squadre a rischio retrocessione, si sta parlando negli ultimi giorni. Più precisamente degli allenatori di Udinese, Cagliari e Chievo, che hanno subito un calo drastico di forma fisica durante la seconda parte del campionato. Le panchine di queste tre squadre scottano e già sono avvenuti degli esoneri per cercare di terminare al meglio la stagione. Ora valuteremo infatti se sarà utile il cambio in panchina e se avverrà la scossa all’interno dello spogliatoio, anche a poche giornate dal termine.

Udinese (Oddo -> Tudor)

La situazione dell’Udinese è alquanto preoccupante, poiché non riesce a trovare la vittoria da ben tre mesi. L’ultima vittoria infatti risale precisamente al 28 gennaio, con la vittoria per 0-1 in casa del Genoa; dalla partita successiva fino ad ora ha guadagnato soltanto due punti: il pareggio con il Milan per 1-1 prima della serie di undici sconfitte, terminata proprio nella gara di campionato appena trascorsa, grazie al pareggio per 3-3 con il Benevento. Il tecnico Massimo Oddo, aveva iniziato benissimo la sua avventura friulana, con una striscia di vittorie che stava facendo impallidire le squadre di alta classifica. Poi però, il percorso sulla panchina dell’Udinese è diventato incredibilmente tortuoso e la sconfitta casalinga nel match salvezza contro il Crotone ha sentenziato la fine del rapporto con i bianconeri. Ancora una volta l’allenatore si ritrova a dover fare i conti con l’immagine di guida tecnica dalle ottime idee ma dalla scarsa realizzazione. Eppure, l’esonero maturato con l’Udinese, nasconderebbe anche interessanti retroscena riguardanti incomprensioni di natura tecnico-tattica con la società. Fonti vicine all’allenatore avrebbero infatti palesato una situazione non tesissima ma certamente impossibile da definire idilliaca tra Oddo e l’Udinese. Al di là dei risultati sicuramente negativi delle ultime settimane, i primi attriti tra tecnico e dirigenza sarebbero nati in seguito ad alcune incomprensioni durante la sessione invernale di calciomercato. Nello specifico, Oddo avrebbe fatto un paio di richieste che sarebbero state disattese dalla società, ovvero l’acquisto di un attaccante per ovviare agli infortuni di Lasagna e la non cessione di Bajic, che il tecnico avrebbe voluto lanciare presto titolare poiché aveva notato significativi miglioramenti nel ragazzo in allenamento. La società, però, si è rivelata essere di diverso avviso su entrambe le questioni: in attacco non solo Bajic è stato ceduto al Basaksehir,  ma al suo posto non è poi arrivato nessun giocatore in sostituzione. Inoltre, proprio mister Oddo avrebbe lasciato intendere come la proprietà non fosse esattamente vicinissima alle necessità del club e si fosse rivelata maggiormente interessata alle vicende del Watford. L’ex giocatore di Milan e Lazio avrebbe poi avuto problemi con la dirigenza anche per quanto riguarda la situazione del ritiro, tanto chiacchierata negli ultimi giorni di permanenza all’Udinese. La proprietà avrebbe spinto infatti per mandare i calciatori in ritiro, mentre Oddo si sarebbe battuto fortemente per evitare che questo accadesse, dato che l’allenatore riteneva la soluzione sbagliata a livello psicologico. Paradossalmente, però, proprio i giocatori avrebbero “condannato” l’allenatore, mostrandosi poco capacitivi nei suoi confronti e addirittura indifferenti alla sua maniera di vedere il calcio, preferendo prendere altre strade durante le partite. Tutti questi fattori avrebbero dunque scatenato un mix di insoddisfazione e cali di tensione, con la conseguenza di risultati non all’altezza e un periodo nerissimo culminato con il suo esonero. Per l’allenatore si tratta già della seconda avventura terminata prematuramente in Serie A, dopo quella della scorsa stagione a Pescara. L’Udinese cercherà senza di lui un’inversione di tendenza, per non arrivare ad un finale di stagione, calcisticamente tragico e assolutamente inatteso. Ecco quindi che la dirigenza ha posto le sue scelte sull’ex giocatore della Juventus, nonché ex allenatore del Galatasaray, Igor Tudor. Il neo tecnico ha conquistato il pareggio in casa del Benevento, già retrocesso matematicamente in Serie B, con un rocambolesco 3-3. Infatti i friulani si sono portati sullo 0-1, raggiunti subito dopo 10 minuti, e superati per 2-1 al 76°. I mostri delle partite precedenti sembravano essere dietro l’angolo, quando la doppietta di Lasagna cambia tutto in un minuto ribaltando addirittura il risultato 2-3. La beffa però è arrivata al 90° minuto con il primo gol in Serie A di Sagna, lasciando l’amaro in bocca ad una squadra che ha voglia di rialzarsi. Vedremo quindi durante le prossime giornate di campionato, se sarà stata una questione di squadra contro allenatore o di qualità tecnica dei giocatori, sperando di non vedere l’Udinese tra le tre squadre che retrocederanno.

Cagliari (Lopez)

Il Cagliari viaggia in acque pericolose e si trova a solo due distanze, dalla zona retrocessione. Nelle ultime dieci partite, i sardi sono riusciti a portare a casa soltanto otto punti su trenta disponibili, mettendo a serio rischio la situazione della squadra in classifica. L’ultima partita giocata, ha segnato in definitiva i piani della società isolana, che dopo la pesante sconfitta a Genova contro la Sampdoria per 4-1, avevano intenzione di esonerare il tecnico  Lopez. La presidenza della società si era presa una notte di riflessione per capire quale soluzione fosse migliore, per il futuro della squadra. I rossoblù avevano tre alternative in casa: Beretta (responsabile delle giovanili), Rastelli e Legrottaglie, ancora sotto contratto dopo l’esonero di ottobre. Alla fine il presidente Giulini ha scelto di andare avanti con Lopez: evidentemente è rimasto convinto del fatto che solo il tecnico che conosce bene la squadra possa risolvere la difficile situazione. Per il Cagliari ci saranno tre gare fondamentali nelle prossime settimane, a partite dal posticipo in casa con la Roma di domenica 6 maggio, alla quale seguiranno le gare con la Fiorentina fuori casa il 13 maggio e l’Atalanta, nell’ultima partita del campionato. L’obbiettivo è uno ed unico per tutti nella società, la vittoria che varrebbe la tanto attesa salvezza nella massima serie. Probabilmente il tecnico uruguaiano la prossima stagione non siederà ancora sulla panchina del Cagliari, a prescindere dall’esito finale di questo campionato. Vedremo quindi nelle prossime ed ultime tre giornate di campionato, se squadra ed allenatore, saranno sulla stessa frequenza d’onda per riuscire a conquistare l’obbiettivo primario.

Chievo Verona (Maran -> D’Anna)

È costata cara a Rolando Maran la sconfitta contro la Roma all’Olimpico. Il Chievo Verona ha infatti deciso di esonerare il tecnico trentino, scegliendo al suo posto Lorenzo D’Anna, attuale allenatore della Primavera. Decisione con tempistiche davvero strane quella del Chievo, che già era andato vicinissimo all’esonero di Maran dopo il ko di Napoli, quando la squadra andò a un passo dal colpaccio al San Paolo, salvo inchinarsi a Diawara all’ultimo minuto di recupero. Decisione presa, poi rimangiata. Fino a quella odierna, definitiva, ma arrivata a causa di una sconfitta con quella che è pur sempre una squadra con 40 punti in più in campionato e semifinalista di Champions League. Il Chievo prova quindi a dare una scossa all’ambiente in quella che sarà la settimana decisiva della stagione, ovvero quando domenica prossima a Verona arriverà il Crotone di Zenga in un autentico spareggio salvezza. Maran lascia così la panchina del Chievo dopo 4 stagioni: il tecnico aveva iniziato nell’ottobre del 2014 subentrando in corsa all’esonerato Corini. Dopo aver raggiunto la salvezza con cinque giornate di anticipo, a maggio del 2015 aveva firmato un triennale con opzione per altri due anni. La stagione successiva aveva ottenuto uno splendido nono posto in classifica, così come anche nella scorsa stagione il Chievo aveva raggiunto una salvezza in carrozza. In questa stagione invece le prime e autentiche difficoltà, specie nel girone di ritorno: dal 3 dicembre ad oggi infatti, in un totale di 21 partite il Chievo ha colto solo 2 vittorie e 5 pareggi, per un drammatico totale di 11 punti che di fatto sono costati a Maran il posto e alla squadra un risucchio verso la lotta salvezza a cui non era quasi più abituata.

Le squadre che hanno cambiato la loro guida tecnica potranno avere risvolti positivi nello spogliatoio, per unirsi tutti alla lotta contro la retrocessione. Di solito le squadre che hanno cambiato l’allenatore, sono riuscite a raggiungere l’obbiettivo della salvezza, soprattutto se la situazione all’interno della squadra, era di un serio conflitto tra giocatori e tecnico. Spesso è capitato, che i giocatori volontariamente cambiassero il loro rendimento in partita ai danni del tecnico, proprio per far capire alla dirigenza che qualcosa non andava nel giusto modo. Oppure potrebbe accadere, che i problemi derivino soltanto dalla qualità dei giocatori in rosa, probabilmente non all’altezza di questo campionato: ad esempio è il caso della rosa del Benevento, prima che fosse rinnovata durante il mercato di gennaio. La squadra campana infatti, dopo la sessione di mercato è sembrata rinata tatticamente, infatti ha ottenuto buoni risultati in alcune partite, esprimendo un buon gioco. Ma ciò nonostante non ha raggiunto i punti necessari per la salvezza nella massima serie, condannando il Benevento all’unica certezza che abbiamo finora nel nostro campionato: la retrocessione. Vedremo allora nelle prossime tre giornate, cosa ci racconteranno i risultati delle tante gare che saranno decisive sia per le zone alte che per le zone basse di un campionato tra i più aperti in tutta Europa.




Juventus ad un passo dallo scudetto: quanta distanza ancora c’è dalle avversarie?

Paradiso, inferno e ritorno: non solo nel derby d’Italia contro l’Inter, ma anche in campionato. Con la vittoria del Napoli all’Allianz Stadium, la Juventus sembrava destinata a dire addio al record del settimo scudetto consecutivo: la motivazione era legata ad un calendario più agevole per gli azzurri e al fatto che i bianconeri erano apparsi poco brillanti nelle ultime partite. Certo, anche la gara di San Siro ha evidenziato l’opaca condizione fisica della squadra torinese, ma l’esperienza e le qualità individuali le hanno permesso di trovare una vittoria fondamentale per il successo finale. In più è arrivata anche l’inaspettata sconfitta del Napoli in quel di Firenze, che ha quasi messo definitivamente fuori gioco gli azzurri dalla corsa al titolo per la Serie A. Ora la strada sembra essere in discesa per la Vecchia Signora, che però non deve abbassare la guardia, ma restare concentrata fino alla fine: d’altronde questa è anche la filosofia della società bianconera, abituata a vincere e con una mentalità nettamente più allenata rispetto alle dirette avversarie.

Attitudine alla vittoria e qualità della rosa

In Italia la Juventus ha dimostrato di non avere rivali per la forza dell’organico a disposizione, molto più esperta, profonda, completa e soprattutto, per dirla molto semplicemente così da non lasciare dubbi, formata da campioni molto più forti rispetto a quella delle altre squadre. Allegri in questi suoi anni juventini è stato capace di praticare un’ottima gestione delle risorse, e anche grazie ad una società già eccelsa in questo e capace di crescere sempre di più, è riuscito a creare una squadra compatta e determinata. Per fare un esempio prendiamo in considerazione la partita più recente, quella contro l’Inter: come uno scorpione messo all’angolo, la Juventus si è compattata nel massimo momento di difficoltà ed è riuscita a sferrare l’attacco letale che nessuno si aspettava. La differenza l’ha fatta anche la qualità dei cambi effettuati da Spalletti e Allegri: per i nerazzurri sono usciti D’Ambrosio e Icardi e sono entrati Santon e Karamoh, mentre tra le fila bianconere Bernardeschi e Dybala hanno preso i posti di Mandzukic e Khedira.

Spirito di gruppo

Se sabato sera la Vecchia Signora ha vinto, pur giocando malissimo nella prima parte del secondo tempo e pur boccheggiando, è perché ha voluto fortemente vincere. Lo ha voluto come insieme, come gruppo roccioso che si è stretto intorno al suo capitano Buffon e ad un senatore come Barzagli, che ha avuto la sfortuna di firmare un autogol che stava per far concludere il ciclo nella maniera più assurda. Adesso resta da centrare un successo che rimarrebbe nella storia, con tutto l’ambiente juventino consapevole di potercela fare, perché se la benzina nelle gambe è finita, non si può dire lo stesso di quella mentale, linfa vitale per la Juventus che si rigenera di vittoria in vittoria. Allegri ha ribadito che la sua squadra dal punto di vista del carattere è straordinaria nel voler sempre portare a casa il risultato in qualsiasi situazione, e se anche Sarri ha ammesso che la Juventus è di un altro pianeta, allora sembra non ci sia veramente nulla da fare. Del resto doversi confrontare con una squadra che non prende quasi mai gol e vince tutte le partite, sia quando gioca bene che quando gioca male, è psicologicamente massacrante ed è quasi inevitabile che prima o poi si lasci qualcosa per strada.

Differenza di fatturato

Fatturati, ingaggi dei calciatori ed acquisti degli stessi fanno sicuramente la differenza tra le potenzialità delle due società di Juventus e Napoli. Il fatturato dei bianconeri si attesterebbe sui 562 milioni di euro, quasi il doppio di quello del club partenopeo, che comunque è aumentato a dismisura da quando Aurelio De Laurentiis è diventato presidente: il patron azzurro, con il suo modus operandi, ha permesso al bilancio del Napoli di lievitare, fino a raggiungere quota 300 milioni. La filosofia che viene portata avanti è quella della ricerca di giocatori promettenti che possano esplodere e creare, da un lato valore aggiunto alla squadra, dall’altro plusvalenze importanti da reinvestire. La Juventus, invece, grazie allo stadio di proprietà e ai maggiori ricavi dal merchandising e dai contratti dagli sponsor, ha introiti più alti e può puntare all’acquisto di giocatori già affermati ed esperti. Anche gli stipendi delle due squadre rispecchiano perfettamente il rapporto di differenza: la Juventus ha un monte ingaggi di oltre 150 milioni, mentre quello del Napoli si ferma a 78.

 

 

 

 




Non solo Salah: i 5 più grandi errori di mercato negli ultimi anni

Nelle memorie del calcio, negli ultimi anni ci sono stati colpi di mercato che hanno segnato la storia di questo sport. Dalle mega offerte ultra milionarie per i top player, a quelle che sono risultati grandissimi flop. E questi flop di mercato sono dovuti probabilmente ad errori di valutazioni, con sopravvalutazioni e sottovalutazioni che hanno segnato decisamente le carriere di molti calciatori. Ad esempio, il giocatore che da inizio stagione si trova sulla bocca di tutti è Mohamed Salah. Il giocatore egiziano ha cominciato la sua stagione con il trasferimento per quarantadue milioni dalla Roma verso il Liverpool, ed ha stupito sin da subito i suoi nuovi tifosi, a suon di goal. Partita dopo partita, settimana dopo settimana e mese dopo mese, sta dimostrando il suo indiscusso talento, arrivando sinora a 43 gol stagionali in 47 partite giocate, portandolo in cima alla classifica dei migliori marcatori al mondo. Ma il rimpianto più grande non l’ha avuto la Roma, che ha comunque guadagnato un’ottima somma dalla sua cessione, bensì il Chelsea che non credette il lui, relegandolo in panchina e costringendolo al trasferimento definitivo. Il Chelsea infatti lo comprò per 15 milioni dal Basilea, ma dopo due stagioni lo cedette in prestito alla Fiorentina, e dopo una serie di trattative nel mercato estivo dello stesso anno, Salah venne acquistato dalla Roma per 15,5 milioni. Ora al Liverpool il suo valore è decisamente aumentato e per i Reds è incedibile, a meno che non arrivi un’offerta superiore ai 200 milioni. Ma Salah è solo l’ultimo di un grande elenco di giocatori che vennero ceduti e che hanno fatto le fortune di altri club. Analizziamo quindi i 5 più grandi errori di mercato degli ultimi anni.

Edwin van der Sar

Il portiere Olandese, diventato leggenda del Manchester United, iniziò la sua carriera professionistica nell’Ajax nel 1991, vincendo tutti i titoli nazionali ed internazionali con il club di Amsterdam. Nel 1999 dopo otto anni di vittorie, ha però lasciato il suo club e fu acquistato in estate dalla Juventus, per una cifra di 17 miliardi di lire, circa 9 milioni di euro, diventando il primo portiere non italiano nella storia del club torinese. Nella sua prima stagione in bianconero, dopo un inizio un po’ incerto, offrì buone prestazioni vincendo anche la Coppa Intertoto. Nella stagione successiva peggiorò il suo rendimento, con errori decisivi che portarono la squadra alla perdita dello scudetto a favore della Roma. Nell’estate del 2001 passò al Fulham dove trascorse 4 stagioni, prima di trasferirsi al Manchester United, dove dimostrò appieno con gli anni il suo talento. Con i Red Devils van der Sar ha vinto vinto tutti i titoli nazionali, mentre in campo europeo una Champion’s League ed una Coppa del Mondo per Club. Durante la sua longeva carriera, chiusa nel 2011, il gigante Olandese si è distinto per senso di posizione, atletismo, riflessi, freddezza ed affidabilità, dotato di una notevole abilità palla al piede, facendo da apripista ad una nuova e moderna interpretazione del ruolo. Per la carriera che ha fatto, di sicuro la Juventus avrà avuto qualche rimpianto a riguardo, ma grazie a questa cessione abbiamo potuto ammirare la crescita e la grandissima carriera di Gianluigi Buffon, ha fatto e sta facendo con i bianconeri.

Roberto Carlos

Roberto Carlos sicuramente rimarrà nelle nostre menti grazie al suo gol su calcio di punizione contro la Francia, ma quello di certo non è stato l’unico episodio per il quale lo ricorderemo. Infatti nella sua splendida carriera ha collezionato molti gol di pregevole fattura, in particolar modo con la maglia del Real Madrid. Con i blancos infatti è diventato uno dei migliori terzini sinistri che la storia del calcio abbia mai avuto, ma la sua carriera non è stata tutta rose e fiori, poiché precedentemente era stato in Italia con la maglia dell’Inter, dove non brillò a sufficienza. Nell’estate del 1995 infatti, passo dal Palmeiras ai nerazzurri per circa 10 miliardi di lire (5 milioni di Euro circa). Durante l’esperienza all’Inter collezionò 30 presenze con 5 gol all’attivo, ma al termine della stagione il tecnico, all’epoca Roy Hodgson, gli preferì Alessandro Pistone perché lo ritenne indisciplinato tatticamente. Questo avvenimento rese ancor più facile il trasferimento del terzino brasiliano al Real Madrid, con il quale collezionò in 527 partite ben 69 gol, cifra molto rilevante ed insolita per un terzino. Con il club vinse tutti i titoli internazionali in circolazione e vinse 4 campionati e 3 Supercoppe spagnole. Chissà se lo staff tecnico dell’Inter di quegli anni, si sia ricreduto riguardo alle impressioni avute su Roberto Carlos.

Thierry Henry

Divenuto una leggenda del calcio inglese con la maglia dell’Arsenal, Henry ha espresso un modo di giocare unico nel suo genere. La sua carriera cominciò nel Monaco nel 1994, allenato da Arsene Wenger. L’allenatore francese lo schierò come ala ma rimase sempre indeciso sul suo ruolo naturale, perché poteva essere schierato anche come attaccante puro, grazie alla sua propensione al gol. Con la maglia del Monaco ha totalizzato in cinque stagioni 105 presenze e 20 gol, prima di passare nel gennaio 1999 alla Juventus per la cifra pari ad 11,5 milioni di Euro. La stagione del talento francese in maglia bianconera non fu però così soddisfacente: Carlo Ancelotti, allenatore di quella stagione, gli cambiò ruolo facendolo giocare esterno di centrocampo e terzino. Inizialmente confermato per la successiva stagione 1999-2000, dopo aver esordito in Coppa Intertoto nei quarti, a sorpresa venne ceduto all’Arsenal per 10 milioni di sterline, anche a causa di contrasti con Luciano Moggi. La svolta della sua carriera è arrivata quindi con il trasferimento all’Arsenal, voluto da Arsène Wenger, che lo aveva allenato già a Monaco. È stato proprio a Londra che Thierry si confermò come uno dei migliori giocatori al mondo. Nella permanenza di otto anni nei gunners, Henry esplose il suo enorme talento affermandosi come arma letale dell’attacco londinese, siglando in 254 partite la bellezza di 174 reti. Con l’Arsenal vinse due campionati inglesi, tre coppe d’Inghilterra e due Supercoppe. Ma le strade tra il talento francese e i gunners si separarono nel 2007 quando il giocatore venne ceduto al Barcellona per 24 milioni di Euro. La cessione fu dolorosa per Henry, poiché è stato veramente molto affezionato al club e ai tifosi, ma le sue intenzioni erano di vincere in Europa, e in quella squadra sapeva di non potervi riuscire. Infatti nel 2009 vinse a Roma con i catalani la finale di Champion’s League; ha indossato la maglia dei blaugrana per tre stagioni, nelle quali ha segnato in 80 partite giocate 35 gol. La sua carriera arrivò quasi al termine della sua corsa, ed esportò il suo talento anche negli USA, nei New York Red Bulls, dove vi chiuse la carriera. Thierry Henry ha dimostrato al mondo intero il suo enorme talento, portando spettacolo con le sue giocate in ogni stadio nel quale ha messo piede. Sicuramente la Juventus avrebbe potuto gestire meglio il giocatore francese, dandogli più fiducia e rendendolo un vero protagonista del nostro campionato.

Kevin De Bruyne

Cresciuto calcisticamente nelle giovanili del Gent, dove venne ingaggiato a 12 anni e inserito nel settore giovanile. Due anni più tardi viene acquistato dal Genk, che nel 2008 lo fece esordire in prima squadra. Diventò uno dei punti cardine della sua squadra, guadagnandosi l’attenzione del Chelsea, che nel gennaio 2012 lo acquistò, lasciandolo però in prestito in Belgio fino a fine stagione. Il 31 luglio successivo passò ufficialmente in prestito per un anno al Werder Brema, dove si impose all’attenzione internazionale, giocando con continuità e mettendo a segno 10 reti in 32 presenze in campionato. La stagione 2013/2014 iniziò ai Blues allenati da Mourinho, ma già nel gennaio 2014, chiese esplicitamente la cessione al Wolfsburg, per 16 milioni di sterline. Complessivamente con la maglia dei lupi ha giocato 73 partite mettendo a segno 20 reti tra tutte le competizioni. Nell’agosto 2015 passò poi al Manchester United per la cifra di 78 milioni di Euro, affermando il suo incredibile talento, che Mourinho bocciò clamorosamente quando giocava nel Chelsea.

Coutinho

Uno dei più grandi rimpianti nella storia del calcio, è proprio Philippe Coutinho, il trequartista brasiliano che proprio durante questa stagione, ha fatto la fortuna delle casse del  Liverpool. Il giovane talento iniziò la sua carriera al Vasco da Gama, per poi arrivare alla corte dell’Inter che tanto lo aveva desiderato. La sua permanenza nei nerazzurri però, fu ricca di infortuni anche gravi, che non permisero al giocatore di esprimere il suo talento. Con l’Inter infatti mise a segno solo 3 gol e nel gennaio del 2013, venne ceduto per soli 10 milioni al Liverpool. La sua carriera nel club inglese ha avuto per fortuna del claciatore, risvolti diversi da quelli avuti nei nerazzurri, poiché è riuscito ad esprimere il suo calcio ed il suo talento, tanto da diventare veramente decisivo in ogni partita giocata. Il colpo di scena però arriva appunto nel gennaio di questa stagione, con il suo trasferimento in Barcellona, rimasto orfano di Neymar, ceduto al PSG. Il club catalano infatti, offrì la bellezza di 120 milioni per portarsi a casa il talento brasiliano, facendo la fortuna dei Reds e soprattutto generando per gli inglesi, una plusvalenza di 110 milioni di Euro. Un vero rimpianto per l’Inter che aveva in casa un vero talento, gestito purtroppo male sia per gli infortuni, che per il rendimento in campo.

Questi sono stati i 5 più grandi errori di mercato commessi da grandi club, per errori di valutazioni di giocatori che però hanno fatto le fortune di altre squadre, con le quali sono diventati giocatori di grande importanza in questo sport. Sicuramente negli anni a venire vedremo altri casi  simili, perché il calcio è uno sport imprevedibile fatto da episodi. Ogni giocatore può vivere episodi favorevoli e meno, e a rimetterci o guadagnarci sono proprio le squadre che credono o non credono in loro.