Kepa ha torto. Ma se le sue ragioni non fossero così assurde?

Concedeteglielo. Ha 24 anni, è stato aspramente criticato nelle ultime settimane per un rendimento non eccezionale, ha la targa di portiere più pagato della storia a pesargli sulle spalle e non ha mai vinto una coppa nazionale. Quindi concedeteglielo. Kepa Arrizabalaga Revuelta ha disobbedito ad un ordine impartitogli dal proprio allenatore: male, molto male, non si fa, è stato egoista e quant’altro… va bene tutto, ma concedeteglielo (vedi sopra il perché). Sia ben chiaro, non stiamo dicendo che Kepa abbia fatto bene, anzi, se il capo comanda la sostituzione tu esci e fine della storia, perché l’allenatore non è lì per farti un dispetto ma per fare di tutto per portare a casa il trofeo. Ciononostante non va crocefisso Kepa, stiamo solo dicendo che in parte lo capiamo, anche perché c’è stata un’incomprensione: Sarri era convinto che il portiere spagnolo volesse rimanere in campo nonostante fosse infortunato mentre lo staff medico non aveva comunicato all’allenatore che il ragazzo si era ristabilito perfettamente. Per altro ha giocato una buona gara Kepa, portando il Chelsea alla lotteria dei penalty e parando anche un rigore a Sane ma facendosi poi buggerare da Aguero su un altro tiro dagli undici metri tutt’altro che perfetto. Nel post gara hanno parlato entrambi, sia Kepa che Sarri: il ragazzo ha spiegato l’accaduto dicendo che non voleva affatto disobbedire all’allenatore ma bensì fargli capire che stava bene e che quindi non aveva necessità di essere sostituito, il tecnico ha perfino dato ragione al proprio portiere dicendo che lui stesso aveva frainteso pensando erroneamente che Kepa si fosse infortunato. Oggi i quotidiani di tutto il regno aprono criticando aspramente Kepa definendo l’episodio “rivoltante”, “un ammutinamento”, “anarchia” e “imbarazzante”… non sarà che si sta ingigantendo il tutto? D’altronde i tabloid inglesi non amano Sarri e farebbero di tutto per screditarlo, perfino parlare di “aver perso la credibilità dello spogliatoio”, come se loro sapessero cosa significhi fare parte di uno di essi, cosa che sa benissimo Kepa invece.
È solo un ragazzo che voleva aiutare la propria squadra a vincere, concedeteglielo.




Il capitale…della cultura

Cui prodest? Sconcerta non la meraviglia, ma la meraviglia di essa. Non è credibilmente puro il messaggio di stupore suscitato dagli accadimenti di ieri. Cuneo-Pro Piacenza 20-0. Siamo davvero così sorpresi? Che lo siano attori distaccati o disincantati può anche apparire verosimile. Ma che a ribellarsi siano le stesse figure che ciò hanno determinato è onta collettiva. Si è svuotato il calcio, lo si è ammantato di ridicolo. I commentatori di settore, più che analizzare o fingere sbigottimento al pari degli altri, oggi debbono porre domande. A chi ritiene di seraficamente celare una realtà artefatta voluta e volontaria.

Dov’è il Consiglio Federale? Dove il Suo referente Presidente della Federazione, ieri Presidente di Serie C? Dov’è il Presidente dell’oggi della C? Dove l’Associazione Calciatori? Dove i Procuratori?

Perché la Pro Piacenza è stata spedita alla condanna con la costrizione dello scendere in campo? Perché il Matera, sempre in terza serie, è scomparso? Ed ancora oggi si comminano punti di penalità ad una Società sportivamente non più operativa.

Perché ogni anno ad agosto tutte le società presentano requisiti di iscrizione e poi nell’inverno successivo decadono? Perché si è ritenuto di abolire la Serie C2, diga fra professionismo e dilettantismo?

Perché si vuol tacciare da maramaldi gli occasionali atleti del Cuneo che hanno fatto il loro – leggi la ricerca del gol? Perché invece non si elogiano quegli stessi giocatori che hanno adempiuto ai valori etici della disciplina? Unitamente ai lodevoli calciatori…di fortuna della Pro. Perché la vicenda in atto da mesi non è stata tempestivamente affrontata?

Perché la Serie B è a 19 squadre e sarà a 20 a fronte di un disegno che ne stabiliva la conformazione a 22? Perché i campionati presentano numero di squadre dispari? Perché la Viterbese giocherà a maggio una partita del girone di andata dopo aver già giocato quella stessa nel turno di ritorno? Perché la Giustizia Sportiva vuole concorrere in lungaggini con quella Ordinaria?

Perché l’Italia non è andata ai mondiali? Non è il sistema, ma chi lo determina prima e lo lascia agonizzante poi. Un gioco al massacro senza…cuneo.




Il calcio dove meno te lo aspetti: la Serie A sbarca su Spotify

Il calcio non è più solo una questione di giocatori dentro un campo rettangolare: questo è ormai da anni chiaro a tutti. È un business vero e proprio, dove rientrano strategie d’investimento, di marketing e finanziarie.

E anche il web ed i social giocano il loro ruolo: le società puntano sempre di più ad espandersi su internet. A diventare virali. D’altronde, il flusso di persone che frequenta il web quotidianamente è impressionante. Sono molti più i like delle persone che vanno fisicamente allo stadio.

E in questa “gara” all’innovazione, in Italia ci sono due club che hanno fatto uno scatto avanti: Parma e Torino, che sono ufficialmente sbarcate su Spotify – la piattaforma di streaming musicale più famosa ed utilizzata al mondo. Il Parma ha creato delle playlist con le canzoni che il pubblico ascolta durante il riscaldamento: hit da “match-day” insomma. Il Torino ha invece avuto un’idea diversa: ha raccolto le canzoni preferite dei suoi calciatori. Un modo, quello dei granata, per creare un rapporto più stretto fra i tifosi e i loro beniamini. In poco più di una settimana, con le playlist di Ansaldi, Izzo e De Silvestri, il Torino ha già raggiungo gli 800 followers.

Chissà se Parma e Toro rimarranno isolate o se siano precorritrici: su Spotify non è difficile prevedere che si spostino altre società. Magari con nuove idee: le radio ufficiali dei club, le interviste ai giocatori o le conferenze stampa degli allenatori, ad esempio. Su Spotify, infatti, oltre alle canzoni si possono caricare podcast, trasmissioni radio e contenuti audio in generale.

Oltre ad una soluzione simpatica per i fan, spostarsi su questa piattaforma può rappresentare (anche se senza numeri clamorosi) un piccolo business: in base alle riproduzioni, infatti, su Spotify si guadagna. All’estero se ne sono accorti (come sempre) molto prima di noi…




Le parole e le lacrime di un leader: qualcuno ascolti Bellusci

“Non meritiamo assolutamente i fischi dei tifosi, attraversiamo un momento in cui non sappiamo in mano a chi siamo e siamo fragili per la questione societaria. Nessuno è in grado di darci garanzie, siamo da soli e lasciati a noi stessi. Foschi e Stellone ci stanno proteggendo da tutti.
Dovete aiutarci, questa volta non accetto fischi. Abbiamo finito con quattro giocatori coi crampi. I fischi a Cremona o contro la Salernitana li ho accettati, ma oggi non ci sto. Tolti i dieci minuti finali, meritiamo solo complimenti
Non resta che aspettare il 15 febbraio, a me non frega nulla dello stipendio. Mi interessa sapere chi siamo, quale futuro abbiamo, se c’è una prospettiva. Se c’è un problema vado a casa, ma io voglio vincere il campionato e tornare in Serie A. Serve unione, voglio 40mila persone allo stadio per la Serie A”.

L’intervista rilasciata dal difensore del Palermo andrebbe passata sui maxi schermi degli stadi di tutta la Serie B e, perché no, pure della Serie A. Non deve e non può passare inosservato il fatto che una squadra così importante del nostro calcio stia vivendo un dramma non solo sportivo. Oltre gli stipendi non pagati ci sono i sogni della gente, di quella con la sciarpetta e armata solo di voce che vuole tornare in Serie A, di gente come Bellusci che non giocherà mai in Champions League, ma la sua chance di marcare Ronaldo se la merita e se la vuole prendere. E il campo lo stava anche permettendo: prima posizione in classifica indiscussa fino a poco fa, fino a che non è iniziato (anzi ripreso) l’oblio.
L’oblio di una società malata da anni a cui solo falsi profeti hanno provato a dare una cura. E ora nessuno ha il coraggio di agire. Non lo vogliono fare i privati, lo faccia la Lega: salvate il Palermo come avete salvato le big di Serie A; non sopporteremo oltre un altro Bari o un altro Parma.




David Brooks: il nuovo Giggs che fa impazzire l’Inghilterra

Il Bournemouth ha condiviso sui propri social la “10yearschallenge” della società facendo così notare l’enorme crescita del club: dieci anni fa erano in fondo alla League Two, oggi navigano tranquillamente a metà classifica della Premier League. Questa crescita non è stata fortunosa, è stata la conseguenza di una mirata ed attenta programmazione: investimenti sui giovani, molti scout impiegati in tutte le categorie del paese e la panchina affidata ad un tecnico giovane e preparato come Eddie Howe.

Howe è uno che ci vede lungo e nell’estate del 2018 segnala alla società questo giovanotto classe 97 dello Sheffield chiamato David Brooks… detto fatto, #Brooks va al Bournemouth per 11,3 milioni di euro. Se sei forte, mancino di piede e giochi trequartista o esterno di centrocampo, difficilmente passi inosservato in Inghilterra, soprattutto se sei gallese: Brooks è tutto questo. Brooks non passa inosservato soprattutto perché è l’erede designato di un certo Ryan Giggs (forte, mancino, trequartista o esterno, gallese, per l’appunto), tanto che lo stesso Giggs lo sponsorizza consigliandolo al Manchester United che ora se lo vuole comprare in estate per 40 milioni di euro. Ma cosa rende così speciale Brooks?

Innanzitutto i numeri: al momento ha segnato ben 6 gol e siglato anche 4 assist alla prima esperienza in Premier League, a soli 21 anni. Di speciale questo ragazzo ha che possiede tutte le caratteristiche per incarnare quello che al giorno d’oggi viene considerato un wonderkid: è dotato di un ottimo dribbling, possiede un’elevata velocità, difende il pallone in maniera eccelsa nonostante un fisico piuttosto esile, sa calciare molto bene in porta (anche se esclusivamente col piede sinistro) ed è bravo sia a creare gioco che a finalizzarlo, spesso sfruttando la sua abilità nel farsi trovare a rimorchio al limite dell’area di rigore partendo inizialmente dalla fascia per poi accentrarsi.
Seguite attentamente questo ragazzo, lo United l’ha già fatto, perché questo giovanotto si farà… parola di Ryan Giggs.

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Allegri sta dominando il calcio italiano, eppure c’è ancora chi lo critica

L’altro giorno ho aperto Facebook con la stessa voglia che ho di andare a un pranzo con parenti che non vedi mai. Mi sono detto: “ok, non sarà il social del momento, ma è comunque usato da tante persone”. E su Facebook il nuovo trend (anche se non troppo “nuovo”) è quello di dire qualsiasi cosa passi per la testa. Qualunque opinione su qualunque argomento. E il calcio è sempre nell’Olimpo dei trend topic. Se la gioca solo con Salvini e Sanremo.

E ho vissuto un breve incubo: tutti a criticare Massimiliano Allegri. D’altronde ha perso in Coppa Italia, ha pareggiato in casa col Parma… E basta. Però a quanto pare due risultati bastano per gettare m***a su un uomo che sta facendo la storia del calcio italiano. Come se qualsiasi virgola fosse un buon pretesto per attaccarlo. Visto che, forse, è da quando siede sulla panchina della Juve che a qualcuno non va bene.

Però fatevi tutti un bell’esame di coscienza prima di parlare di chi in quattro anni ha vinto quattro Scudetti e quattro Coppe Italia, oltre ad aver raggiunto due finali di Champions. “Ma la Ciempionz non l’ha vinta!!!1!!”: come se fosse facile. Come se chi c’era prima di lui ci fosse riuscito. Come se, soprattutto, chiunque non fosse il Real Madrid abbia alzato quel trofeo ultimamente. Come se non fosse il primo anno che ha un vero fenomeno – Cristiano Ronaldo – in squadra.

Allegri ha vinto il 72% delle partite con la Juventus. Ha ucciso l’ennesimo campionato. Ha gestito la rosa sempre nel migliore dei modi possibili. Ora non può essere colpa sua se si è ritrovato Rugani e Caceres come difensori centrali. Esiste una cosa che si chiama “sfortuna”: Allegri sta tirando fuori il massimo. Non ha ancora perso in Serie A. In Champions si è qualificato primo. È uscito dalla Coppa Italia? Amen. Ne ha pur sempre vinte 4 di fila. La Juventus sta massacrando tutte le gerarchie del calcio italiano – e c’è chi si lamenta di due risultati negativi.

Un conto è la fame di vittorie. Un altro è essere ciechi di fronte all’oggettività dei risultati. La Juve è la squadra più forte in circolazione e si mette in dubbio il tecnico per un paio di errori: non è ambizione, è aver perso il contatto con la realtà.

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Nel Lille delle meraviglie è sbocciato un fenomeno: chi è Nicolas Pépé

Il Lille è certamente la realtà più bella di questa Ligue 1: dopo 23 partite è secondo dietro alla corazzata PSG con 46 punti fatti. E in questa macchina (quasi) perfetta, che molto probabilmente vedremo in Champions League il prossimo anno, spicca un nome su tutti: Nicolas Pépé.

Classe 1995 dalla Costa d’Avorio, Pépé è stato portato a Lilla da Marcelo Bielsa: scoperto mentre era all’Angers (squadra medio-piccola francese) appena tre anni fa giocava in Serie C. Ora è a due goal dal capocannoniere della Ligue 1: un certo Kylian Mbappé. Pépé ha segnato, in 23 partite, 16 reti e fornito 10 assist. Praticamente ogni volta che scende in campo è decisivo. Ha contribuito attivamente a 26 goal dei 40 segnati dalla sua squadra. Una percentuale d’incidenza del 65% nella fase offensiva.
Numeri mostruosi per un giocatore che ha tutto per diventare un top player. Ammesso che non lo sia già: velocissimo, forte fisicamente, con un mancino potente e preciso che raramente fallisce davanti al portiere. In Costa d’Avorio è ovviamente già un pilastro, anche se molto giovane e con sole 10 presenze (in cui ha già messo a segno 3 reti). Insomma, sotto i fenomeni del Paris Saint-Germain (Mbappé, Cavani e Neymar su tutti) il top player del campionato francese è certamente lui. Sta trascinando il Lille verso un secondo posto inaspettato ma meritato. Un percorso simile a quello che vide sbocciare qualche anno fa Eden Hazard, che con i francesi (sotto la guida di Rudi Garcia) vinse la Ligue 1 qualche anno fa.

Secondo alcuni rumors, il Napoli sarebbe interessato e pronto ad offrire ben 50 milioni di euro: troppi? Macché. Già ora ne servono di più. E ha solo 23 anni.

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Napoli meritava di salutare meglio il suo capitano

È complicato buttare giù paroloni su Hamsik e la sua scelta. Sicuramente la sua storia a Napoli non si cancella, non è quello il problema: una carriera lunghissima, di pari passo con la crescita del Napol. Direttamente proporzionale: più il Napoli cresceva, più Hamsik diventava un campione.
Quando si presentò in Serie A era sconosciuto ai più, come lo ero lo stesso Napoli – ormai assente da anni. Dunque una bellissima storia che però poteva avere un finale differente: che Hamsik giocasse poco e che fosse in fase calante lo sappiamo tutti. Ma ci aspettavamo che si andasse aldilà di queste che sono minuzie in confronto all’amore della gente. Se Hamsik avesse voluto ancora dare qualcosa al calcio sarebbe andato a competere per i trofei, non per i soldi cinesi.
La Cina sta rovinando il calcio? No, i nostri calciatori lo stanno facendo, accettando come fattibile l’idea di giocare in un campionato inutile e di perdere la possibilità di essere ricordati in eterno come il calciatore che ha fatto del Napoli una questione di vita. Non tutti sono Francesco Totti, questo lo sappiamo, ma Hamsik sembrava essere più Marekiaro e invece si è dimostrato Marek e basta. Dispiace, ma siamo delusi.

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Perché Ibrahimovic ha attaccato Cristiano Ronaldo?

Ibrahimovic-Ronaldo, che guerra! Zlatan Ibrahimovic punge Cristiano Ronaldo riguardo alla sua avventura in bianconero.
L’attaccante svedese ha rilasciato delle dichiarazioni tramite la testata olandese Voetbal Nieuws e, come è solito fare, non ha usato mezzi termini per parlare della nuova avventura del fenomeno portoghese approdato questa estate alla Juventus. “Andare alla Juve? Sono una squadra già attrezzata per vincere la Serie A, non è affatto una vera sfida giocare per loro”. Dunque secondo #Ibrahimovic quella di andare in una squadra già pronta e forte in tutti i reparti non sarebbe una vera e propria sfida, anzi dimostrerebbe che #CR7si sia accontentato di aggregarsi ad un collettivo già formato da campioni.

Lo svedese prosegue: “Se #Ronaldo cercava una vera sfida, sarebbe dovuto andare in una squadra di seconda divisione e riportarla in prima, per poi farla tornare campione”. Questo sembra una vera e propria allusione al 2006, anno in cui la #Juventus fu costretta a giocare la Serie B. Ma la cosa che fa sorridere è che in quella calda estate Ibra non ci pensò due volte a cambiare aria e a restare nella massima serie italiana.

D’altronde però conosciamo tutti i modi di “Re Zlatan” e l’attacco ai suoi rivali non può essere una novità. Ora lo svedese si gode il suo rinnovo da 6 milioni di euro (record negli U.S.A) con i L.A. Galaxy, dopo aver chiuso la sua prima esperienza in MLS con 22 goal in 27 partite.

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Incassi record per la Supercoppa in Arabia

La Supercoppa italiana doppia il record d’incassi fatti finora.
La Juventus ha battuto il Milan per 1-0 nella gara valevole per la Supercoppa italiana, partita che si è giocata al King Abdullah Sports City in #Arabia Saudita.
L’evento è andato soldout in poco tempo con 62.241 biglietti venduti e anche con la presenza di 15.000 donne, obbligate però ad essere accompagnate e collocate esclusivamente nel settore famiglie, cosa che non è andata giù all’opinione pubblica.
Per l’ennesima volta, dunque, la #Supercoppa italiana è stata giocata all’estero. È andata in scena negli U.S.A, passando per la Cina sino ad arrivare al Qatar e questo è dovuto a motivi riguardanti il business. A giugno è stato raggiunto un accordo con l’Arabia Saudita e tre delle prossime edizioni della coppa saranno giocate proprio lì. Per ciascuna di queste partite verranno incassati 7.5 milioni di euro: 3.375 milioni a testa, quindi, per #Milan e #Juventus indipendentemente dal vincitore e 750 mila euro alla #FIGC. Un record consideranto che l’incasso più alto sin qui arrivò dalla cina con 3.3 milioni di euro.

In tutto questo sembrano essere favorevoli anche i club che parteciperanno alla competizione perchè amplierebbero il proprio brand e anche gli incassi relativi al merchandising in un paese come l’Arabia Saudita.
Resta comunque l’amaro in bocca per quei tifosi che vorrebbero vedere la partita giocata in Italia, o comunque in un posto raggiungibile dalla parte più calda della tifoseria. Finchè però ci sarà questa catena di incassi da parte di club e federazione, difficilmente rivedremo la Supercoppa italiana giocata in territorio nostrano.

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