Verso Lazio-Roma: ecco i 5 derby più decisivi nella storia della stracittadina

Domenica sera andrà in scena il derby capitolino. Partita che ha sempre regalato bellissime emozioni e sensazioni. In una città come Roma, il derby ha da sempre rappresentato un momento di unione e allo stesso tempo di divisione. Il campionato, inoltre, dice che sia la Roma e che la Lazio sono a quota 60 punti e il risultato del derby dirà sicuramente di più sul futuro delle due squadre in classifica.
Proprio per questo motivo vogliamo analizzare in dettaglio i 5 derby più importanti nella storia della stracittadina negli ultimi anni.

 

Roma-Lazio 5-1, 11 maggio 2002

Mai nella storia vi erano stati così tanti goal in un solo derby, quello del 2002 fu la partita di Totti e Montella e della famosissima “manita”: la Roma vinse 5 a 1 contro una Lazio spenta e scarica: è Il derby sicuramente più ricordato dai tifosi giallorossi.  Della partita si ricordano indubbiamente il colpo di tacco di Totti, il cross di Candela e i 4 goal di Montella.
Il primo tempo finì 3-0 per la Roma, grazie alle tre reti dell’aereoplanino.  Nella ripresa è lo stesso Montella che trova il poker al 19esimo minuto grazie ad un gran sinistro finito sotto al sette. Il quinto e ultimo goal giallorosso fu realizzato da Totti grazie al suo cucchiaio.

 

Lazio-Roma 1-2, 18 aprile 2010

E’ stato “il derby” che ogni tifoso vorrebbe vincere e nessuno perdere. La Roma si impose per 2 a 1 contro i biancocelesti, posizionandosi al primo posto in classifica e a + 1 dall’Inter. La Lazio padrona nel primo tempo con il goal di Brocchi e con la colossale occasione sciupata da Floccari, che ha avuto il pallone del 2-0 sul dischetto del rigore. Da lì in poi in campo solo la Roma con le due reti firmate Vucinic, prima su rigore e poi su punizione. Derby sicuramente da cancellare per i biancocelesti.

Lazio-Roma 2-0, 1 marzo 2017

Dopo tanti giorni dall’ultima volta, la Coppa Italia regalò un altro derby alla Lazio. Fino a quel momento ne aveva persi 4 di fila, non vincendo dalla gara valida per la Coppa Italia del 26 maggio 2013. La Lazio si impose per 2 a 0, con le reti di Milinkovic e Immobile, i quali ipotecarono un’altra finale. La Roma, infatti, non riuscì a rimontare il risultato dell’andata nella partita di ritorno, venendo quindi eliminati dai propri rivali. La squadra biancoceleste si aggiudicò il passaggio in finale di Coppa Italia, che tuttavia perse per 2 a 0 contro la Juventus di Allegri.

 

Lazio-Roma 2-1, 16 ottobre 2011

Quello di segnare il goal decisivo all’ultimo minuto, per molti sarebbe il modo migliore di vincere un derby. Terminò proprio così il derby del 2011 che finì 2 a 1 per la Lazio. I biancocelesti andarono subito sotto, con il goal di Osvaldo. Il pareggio della Lazio avvenne dopo una grande ingenuità da parte di Kjaer che regalò alla Lazio il calcio di rigore, decisivo per pareggiare i conti e portare il risultato sull’uno a uno. Solo allo scadere, il derby si tinse di biancoceleste con la rete di Klose che beffò la Roma proprio all’ultimo minuto di partita.

 

Roma-Lazio 0-1, 26 maggio 2013

Senza dubbio è stata la partita più sentita e importante nella storia dei derby. La Lazio vinse per 1 a 0 con la rete, firmata Lulic. Derby inizialmente bloccato nelle iniziative d’attacco: entrambe le squadre, in virtù anche del peso del match, si erano annichilite a vicenda,con la paura fino alla metà del secondo tempo che la faceva da padrona. Scattato il 71esimo minuto, la partita iniziò a prendere una svolta decisamente diversa. Il goal decisivo avvenne grazie ad un forte e teso cross di Candreva che favorì il piattone destro di Lulic. Il risultato rimase sull’uno a zero fino al triplice fischio, nonostante una clamorosa occasione sbagliata da Destro. Una partita brutta esteticamente ma ricca di emozioni: La lazio, oltre a vincere il derby più importante della storia, conquistò la Coppa Italia per la sua sesta volta nella storia.




Capello annuncia il ritiro: i 5 momenti significativi della sua carriera

In Italia il calcio tatticamente è una cosa molto, molto seria. Sotto l’aspetto calcistico siamo i più avanzati e ormai tutti conoscono tutto.”

Se siamo i più avanzati in ambito calcistico lo dobbiamo anche al padre di questa frase, Fabio Capello, uno degli allenatori italiani più vincenti di sempre.  Notizia di questi giorni è il ritiro dal mondo del calcio del tecnico friulano che ha fatto le fortune di grandi club come Milan, Juventus, Roma e Real Madrid e che è stato l’unico italiano ad aver allenato la nazionale inglese di calcio.

Una storia ricca di successi, diretti, senza troppi giri di parole e senza sfarzose prestazioni ma semplicemente attraverso l’abnegazione, il lavoro e l’acquisto quasi obbligato alle proprie società di grandi campioni. Noi di RadioGoal24 abbiamo raccolto i 5 momenti più significativi della carriera di “Don Fabio”:

 

20 GIUGNO 1991 – IL GRANDE MILAN

Il meccanismo della storia di Capello al Milan ingrana quando Sacchi viene scelto come successore di Vicini per la nazionale italiana e Don Fabio viene chiamato da Silvio Berlusconi per tentare di dare un seguito all’epoca vincente del Milan di fine anni ’80. Fabio Capello aveva già ricoperto il ruolo di allenatore del Milan nel 1986 da traghettatore nel post Liedholm, dopo di che aveva solo ricoperto un ruolo dirigenziale. Con la stagione 1991-1992 inizia la sua vera storia da allenatore, partendo con la critica avversa, vista la poca inesperienza e l’accusa di essere troppo “aziendalista”. Tra critiche e accuse Capello si dedica ad una rosa già forte ma reduce da una stagione che ha visto trionfare l’incredibile Sampdoria di Boskov. Azzittire la critica è stato molto semplice per Capello, in 4 stagioni, quattro scudetti, tre Supercoppe italiane, una Coppa dei Campioni e una Supercoppa Europea. Da aggiungere anche due panchine d’oro. Se si deve far riferimento ad un ciclo vincente si può solo ed unicamente parlare del Milan di Capello, regina del calcio italiano ed europeo di inizio anni’90.

18 MAGGIO 1994 – LA COPPA DEI CAMPIONI

Il fascino della coppa dalle grandi orecchie attira ma soprattutto incensa qualsiasi allenatore e il 18 Maggio 1994 Fabio Capello iscrive il suo nome nella storia vincendo la Coppa dei Campioni. Un cammino intrapreso battendo l’Aaru, il Copenaghen, il Porto, l’Anderlecht, il Werder Brema e in semifinale il Monaco di Wenger. In finale il Milan affronta il Barcellona ad Atene, con Capello che si trova ad affrontare uno che il calcio lo ha letteralmente rivoluzionato, Johan Crujiff. Eppure Don Fabio imperturbabile non viene scosso minimamente dallo squadrone blaugrana e con un sonoro 4-0, grazie anche alla prestazione divina di Savicevic va a vincere la sua prima ed unica coppa dei campioni, probabilmente il punto più alto della propria carriera.

ESTATE 1996 –  DON FABIO RE DI SPAGNA

Nell’estate 1996 una sola squadra al mondo ha vinto più del Milan e una sola squadra al mondo può strappare Capello dalla panchina rossonera; il Real Madrid. I “blancos” mettono sotto contratto Capello nell’estate 1996, il quale si porta con sè giocatori dalla Serie A come Panucci , Roberto Carlos e Clarence Seedorf e acquistando Mijatovic, Suker, Secretario e Zè Roberto. In un testa a testa con il Barcellona la squadra di Capello a fine stagione vincerà la Liga, facendo entrare Capello nella storia del calcio spagnolo e consacrandolo fuori dal nostro paese. Tornerà al Real nella stagione 2006-2007 dove vincerà di nuovo il campionato ma senza convincere ed ottenendo un clamoroso esonero nonostante il successo in Liga.

17 GIUGNO 2001 – FABIO MASSIMO, IMPERATORE DI ROMA

Si dice che vincere qualcosa a Roma sia più bello e più gratificante di qualsiasi altro posto e sicuramente Fabio Capello lo sa meglio di chiunque altro. Vincere uno scudetto dopo 17 anni in una città dove il calcio conta più di qualsiasi altra cosa ti gratifica e in effetti raramente si è visto un Capello così sanguigno e felice come quello della stagione 2000-2001, la stagione del terzo scudetto romanista. Anche qui il processo è il solito, dopo un anno di transizione, arriva una campagna acquisti fatta di campione, partendo dall’asse centrale, Samuel, Emerson e Batistuta, un tris di campioni, costati tantissimo ma che regaleranno la vittoria finale alla Roma, grazie alle giocate dei tre e a quelle di un Totti nella definitiva ascesa e di un gruppo completato da quantità e qualità di giocatori come Montella, Delvecchio, Tommasi, Cafù, Candela, Aldair e tanti altri. La sua avventura a Roma terminerà nel 2004 con una separazione shock, che lo porterà sulla panchina dell’acerrima rivale giallorssa, la Juventus, squadra nella quale Capelllo aveva dichiarato non sarebbe mai andato.

27 MAGGIO 2004 – JUVENTUS, NUOVI PERCORSI VECCHIE ABITUDINI

Allenatore vincente in una squadra vincente, questo è stato Fabio Capello alla Juventus. Un cammino iniziato il 27 Maggio 2004 con la così detta “fuga” notturna da Roma, tra la furia del popolo romanista che da lì in poi ha sempre condannato il comportamento di Don Fabio. Ma una squadra come la Juventus non poteva non affidare ad uno come Capello una squadra ricca di campioni e con l’ambizione di tornare a vincere in Serie A.  Da Roma lo raggiungono Zebina ed Emerson, dall’Olanda arriva il giovane Ibrahimovic. Due stagioni perfette che vedono la Juventus dominare in Italia e vincere due titoli consecutivi. Capello conferma di essere vincente se non fosse per la grossa macchia di Calciopoli che spazza via questi due successi, gettando una leggera ombra sulla carriera di Don Fabio che da lì in poi sarà sempre lontana dall’Italia.

 




Roma e Juventus, ci si può credere? Ecco altre pazze rimonte nella storia della Champions

Il calcio italiano è uscito con le ossa rotte dalla doppia sfida, ai quarti di Champion’s League, con quello spagnolo. Nell’incontro casalingo la Juventus è stata letteralmente annullata dal Real Madrid con un secco 0-3, mentre la Roma al Camp Nou è stata travolta dal Barcellona per 4-1. Con questi risultati possiamo renderci conto che le italiane sono ad un passo dall’eliminazione in Champion’s League. Sarà un’impresa ardua e pressoché improbabile per le due squadre, cercare di ribaltare un risultato così netto e non proprio alla mano. Non bisogna demordersi però, perché la storia del calcio ci ha sempre insegnato che a volte anche i miracoli possono accadere. Nella memoria della Champion’s League ci sono state infatti delle storiche rimonte di squadre date ormai per sconfitte, ribaltando completamente il risultato ed ottenendo la vittoria. Ora analizzeremo insieme alcuni di questi storici successi.

PSG-Chelsea 2013/14: 3-1 all’andata, 2-0 al ritorno

Nei quarti di finale dell’edizione 2013/2014 della Champion’s League, si affrontarono Paris Saint Germain e Chelsea. La partita di andata terminò per 3 reti ad 1 grazie ai gol di Lavezzi e Pastore, oltre all’autogol di David Luiz. Il gol segnato per il Chelsea da Hazard, tuttavia, si rivelò decisivo per la sfida di ritorno. In quella partita infatti, i londinesi guidati dallo Special One José Mourinho, riuscirono a pareggiare i conti con il gol di Schurrle e durante gli ultimi giri di orologio, con una zampata dell’attaccante blues Demba Ba, il Chelsea raddoppiò il vantaggio, condannando alla sconfitta i francesi del PSG.

Real Madrid-Monaco 2003/04: 4-2 all’andata, 3-1 al ritorno

Quella edizione della Champion’s League, fu molto particolare: il Monaco e il Porto di Mourinho, arrivarono in finale. I francesi ai quarti di finale riuscirono a battere il Real Madrid, pur perdendo la gara di andata per 4-2. All’inizio del secondo tempo al gol del Monaco con Squillaci risposero i quattro gol del Real Madrid, che sembrarono aver dato la qualificazione sicura agli spagnoli; il gol del 4-2 di Morientes però mise in pericolo i blancos. Infatti, nella partita di ritorno, anche se la squadra avversaria andò in vantaggio per 0-1, il Monaco riuscì in pochi minuti a ribaltare e chiudere il risultato sul 3-1, eliminando il Real Madrid in virtù dei gol segnati in trasferta.

Wolfsburg-Real Madrid 2015/16: 2-0 all’andata, 3-0 al ritorno

Ai quarti di finale di quell’edizione, il Real Madrid rischiò veramente una pesantissima sconfitta ed uscita dal torneo. La partita di andata finì sorprendentemente 2-0 in favore del Wolfsburg, grazie ai gol di Rodriguez e Arnold. Nella gara di ritorno però Cristiano Ronaldo si scatenò e si mise sulle spalle tutta la squadra, siglando una tripletta che garantì il successo e l’accesso alle semifinali di Champion’s League. Real Madrid che quell’anno batté il Manchester City in semifinale e vinse ai calci di rigore contro l’Atletico Madrid, la finale del torneo.

Milan-Deportivo la Coruna 2003/04: 4-1 all’andata, 4-0 al ritorno

In quella edizione di Champion’s League, nessuno poté credere all’eliminazione ai quarti di finale del Milan di Ancelotti. A San Siro i rossoneri furono travolgenti e ribaltarono lo 0-1 iniziale con i gol di Kakà (doppietta), Schevchenko e Pirlo. Tutti credevano che la partita sarebbe stata chiusa, invece al ritorno gli spagnoli sembrarono assatanati e già alla fine del primo tempo il risultato era di 3-0. La partita si risolse nel secondo tempo con il gol del definitivo 4-0, che elimina definitivamente il Milan, facendo accedere alle semifinali, gli spagnoli del Deportivo.

Milan-Barcellona 2012/13: 2-0 all’andata, 4-0 al ritorno

La vittoria del Milan nella gara di andata fu eccezionale:  il Barcellona di quegli anni aveva già rivoluzionato il calcio europeo e mondiale, mentre  rossoneri erano in calo in questa competizione già da qualche anno. La partita in casa del Milan terminò per 2-0 grazie alle reti di Boateng e Muntari nel secondo tempo. La gara di ritorno  risultò però tragica per i rossoneri: dopo un clamoroso palo di Niang, che avrebbe chiuso il discorso qualificazione, il Barcellona si riscattò segnando quattro gol. La doppietta di Messi e le reti di Villa e Alba, sancirono la sconfitta del Milan dal massimo torneo europeo.

Chelsea-Barcellona 1999/2000: 3-1 all’andata, 5-1 al ritorno

Nel match di andata dei quarti di final di Champion’s League, il Chelsea con il gol di Zola e la doppietta di Flo portò i londinesi sul 3-0. Accorciò le distanze Figo nella ripresa, ma il risultato finale fu di 3-1. Durante la sfida di ritorno, si scatenarono Rivaldo (con una doppietta), Figo e Kluivert. La partita finì quindi 5-1 condannando alla sconfitta i blues. Il Barcellona in quella edizione uscì in semifinale, con  la coppa che se la aggiudicò il Real Madrid, il quale  sconfisse in finale il Valencia per 3-0.

Napoli-Chelsea 2011/12: 3-1 all’andata, 4-1 al ritorno

Al San Paolo la squadra di Mazzarri riuscì a vincere per 3-1: al gol di Mata, ribadirono i gol di Lavezzi (doppietta) e Cavani. Questo risultato causò l’esonero di Villas Boas dalla panchina del Chelsea, sostituito dal”italiano Di Matteo. Tutto cambiò al match di ritorno: non bastarono i tempi regolamentari a decidere l’incontro poiché grazie ai gol di Drogba, Terry e Lampard per il Chelsea, ed il gol di Inler per il Napoli, portarono l’incontro ai tempi supplementari. Ivanovic per i londinesi segnò al 15′ del secondo tempo, chiudendo la contesa sul 4-1 finale ed eliminando il Napoli.

Porto-Bayern Monaco 2014/15: 3-1 all’andata, 6-1 al ritorno

Nei quarti di finale di Champion’s League, il Porto riuscì nell’impresa di battere il Bayern Monaco. L’allenatore della squadra tedesca, Pep Guardiola, si lamentò dei tanti infortuni alla sua squadra, tanto che il medico sociale della squadra rassegnò le dimissioni. In quella partita, al gol di Quaresma, rispose con il pareggio Thiago Alcantara; la doppietta di Jackson Martinez però chiuse i giochi sul 3-1. La sfida di ritorno all’Allianz Arena risultò a dir poco strepitosa per il Bayern Monaco: i bavaresi travolsero infatti, già nel primo tempo, il Porto con un secco 5-0. A nulla servì il gol del 5-1 di Martinez, perché chiuse definitivamente le danze la rete del 6-1 finale di Xabi Alonso.

PSG-Barcellona 2016/17: 4-0 all’andata, 6-1 al ritorno

La remuntada più incredibile accadde proprio nella scorsa edizione della Champion’s League: la gara di andata venne disputata al Parco dei Principi, ed il Paris Saint Germain si impose con un netto 4-0 che diede ai tifosi francesi la gioia del quasi certo passaggio del turno. La doppietta di Di Maria e le reti di Draxler e Cavani, risultarono solo illusorie però. Nella partita di ritorno, infatti successe l’incredibile. Nel primo tempo i punteggio fu di 2-0 in favore dei catalani, che triplicarono con Messi durante la ripresa. A tranquillizzare gli animi parigini ci pensò Cavani che con un gol al 62′ mise in serio pericolo il Barcellona. Tutto sembrava ormai finito. Mancavano solo una manciata di minuti alla fine della partita ed il risultato era ancora di 3-1. All’88’ gol di Neymar. Al 90′ rigore di Neymar. 5-1 e totale parità. Al 95° minuto, tutti erano nell’area di rigore del PSG, persino il portiere Ter Stegen. Neymar si inventò un cross in area di rigore dove vi arrivò con il giusto tempismo Sergi Roberto, che siglò il gol del 6-1 che incredibilmente eliminò il Paris Saint Germain dalla competizione.

Juventus e Roma quindi non devono arrendersi perché, sebbene sia molto difficile, nulla risulta impossibile. Tutto è ancora in gioco, basta crederci e basta volerlo. Juventus e Roma così potrebbero entrare nella storia, qualificandosi alle semifinali del torneo grazie a due clamorose vittorie, che ribalterebbero le gerarchie Italia-Spagna.

 




Sampdoria-Genoa, i miglior 5 derby della Lanterna

Sabato 7 aprile andrà in scena la partita di Serie A tra Sampdoria e Genoa alle ore 20.45: qui  le probabili formazioni del match. Il derby di Genova è conosciuto anche come derby della Lanterna, che vede contrapposte le due squadre simbolo della città di Genova: Sampdoria e Genoa. Si tratta di uno dei più antichi derby d’Italia, dove il primo si disputò il 3 novembre del 1946, vinto dai blucerchiati per 3-0. Il derby a Genova è vissuto con notevole passione dalle tifoserie, che preparano questo evento per settimane e ne parlano per altrettante. Lo spettacolo di colori e suoni solitamente proposto dalle due gradinate di tifoserie opposte, la Gradinata Nord per il Genoa e la Gradinata Sud per la Sampdoria, regala all’atmosfera della partita un contributo raramente imitabile di emozioni. Nella classifica dei derby più sentiti al mondo, quello tra Sampdoria e Genoa risulta essere tra i primi posti, ed è inoltre la prima stracittadina italiana che sia stata giocata sia in Serie A che in Serie B, similmente al derby di Verona, come anche in Coppa Italia. Nella storia dei derby della Lanterna, ne abbiamo stilato una classifica dei migliori cinque.

Genoa-Sampdoria 2-3 (2015/2016)

Al quinto posto della nostra classifica, abbiamo la sfida terminata 2-3 in favore della Sampdoria. Secondo derby disputato a gennaio, dopo quello del 19 gennaio 1964, si giocò una stracittadina da bassa classifica, con i rossoblù al quartultimo posto e la Sampdoria tre gradini sopra. I blucerchiati passarono in vantaggio con Soriano, abile a sfruttare l’assist di Cassano, per poi raddoppiare con Éder, per la terza volta a segno in un derby. Lo stesso Soriano firmò la doppietta personale nei primi minuti del secondo tempo, evento che non vedeva protagonista un giocatore in maglia blucerchiata dal 1963 con China da Silva; il Genoa accorciò poi le distanza con un gol di testa con Pavoletti e sciupando un minuto dopo una clamorosa occasione capitata sui piedi di Lazović. A dieci minuti dalla fine ancora Pavoletti ridusse le distanze, ma non bastò per il pareggio.

Genoa-Sampdoria 3-1 (2008/09)

La vittoria del Genoa per 3-1 si trova al quarto posto della classifica. Dopo il derby di andata vinto per 0-1, il Genoa si aggiudicò anche quello di ritorno, con una magnifica prestazione dell’argentino Diego Milito. L’attaccante aprì le marcature al minuto 30, per poi raddoppiare al 73′ ed infine chiudere la sfida allo scadere, mettendo in ginocchio la Sampdoria per 3-0. I rossoblù tornarono a vincere un derby in Serie A con più di un gol di scarto e con tre reti all’attivo, cosa che non accadeva dal 1957. Derby record anche in fatto di espulsioni, ben tre: Ferrari e Thiago Motta per il Genoa, Campagnaro per i blucerchiati.

Sampdoria-Genoa 0-3 (2013/14)

Sul gradino più basso del podio, abbiamo la netta vittoria del Genoa per 0-3. È stato il derby di campionato in assoluto più anticipato come data di calendario, mentre come giornata di campionato (la 3ª) è preceduto solo dalla sfida fra Andrea Doria e Sampierdarenese del 21 ottobre 1945, disputato alla 2ª giornata. Il Genoa vinse nettamente il derby con tre reti di altrettanti nuovi acquisti, due dei quali, Antonini e Calaiò, erano all’esordio assoluto in rossoblù: lo stesso Antonini era un ex sampdoriano. Fu la prima volta che una squadra vinse il derby della Lanterna in trasferta con tre gol di scarto (in assoluto l’impresa era già riuscita all’Andrea Doria nel derby del 16 dicembre 1945). Le prime due reti furono proprio di Antonini al 9′ e Calaiò nella ripresa al 50′, mentre chiuse i giochi Lodi al 66′ minuto, regalando la vittoria ai tifosi rossoblu.

 

Sampdoria-Genoa 4-1 (1992/93)

Medaglia d’argento per la vittoria dei blucerchiati, con un bel 4-1 sul Genoa. Netta affermazione della Sampdoria, che riuscì a chiudere il primo tempo in vantaggio per 2-0 grazie all’autogol del difensore grifone Fortunato, ed il raddoppio poco prima dell’intervallo di Lanna. All’inizio della ripresa la Gradinata Nord bersagliò di carta igienica il portiere avversario Pagliuca che si stava posizionando fra i pali, costringendo l’arbitro a sospendere la partita per dieci minuti. A nulla servì l’intervento del presidente Spinelli, bersagliato anch’egli da rotoli di carta dopo essersi presentato in campo con l’intento di calmare la sua tifoseria. La partita riprese, il Genoa riuscì ad accorciare le distanze, nel quarto d’ora finale, ma la Sampdoria colpì due volte in contropiede rispettivamente ai minuti 87 e 90 con i gol di Jugovic e Bertarelli, che garantirono la sicura vittoria blucerchiata.

Sampdoria-Genoa 5-1 (1948/49)

Al primo posto nella nostra classifica abbiamo uno storico 5-1, che rimarrà nella memoria dei doriani. Si tratta della più sonante affermazione nella storia del derby, del massimo scarto di reti, nonché del derby con il massimo numero di reti realizzate da una squadra e complessivamente. Dopo una manciata di minuti la Sampdoria passò in vantaggio con Curti, arrivato a Genova solo tre giorni prima della stracittadina. Baldini raddoppiò poco dopo rendendo vana la rete di Corradini, poiché nella ripresa Bassetto mise a segno il terzo gol. A gelare il pubblico rossoblù ci pensò il compagno di squadra Prunecchi un minuto dopo, siglando la rete del 4-1. I tifosi blucerchiati erano al settimo cielo, mentre i genoani invece impietriti. Completò l’apoteosi ancora Curti, che firmò la propria doppietta personale mettendo il sigillo sull’ampio successo blucerchiato.

La storia del derby della Lanterna ci ha regalato negli anni splendidi match: 97 gare ufficiali sono state giocate, 38 vinti dalla Sampdoria, 24 dal Genoa, mentre 35 sono stati i pareggi. Il derby di andata di questa stagione se l’è aggiudicato la Sampdoria, con un secco 0-2 firmato da Ramirez e Quagliarella. Vedremo quindi come andrà il derby di ritorno di sabato sera, ma sicuramente lo spettacolo non mancherà.




Le 5 Nazionali “scomparse” nella storia del calcio

Nazionali Scomparse – Nella memoria del calcio, ci sono squadre nazionali che sono passate alla storia per le loro imprese e vittorie. Dalle potenze europee di un calcio tecnico e ricco di schemi, ai ritmi caldi e spettacolari delle squadre sudamericane. Per non parlare anche della cultura del calcio in via di sviluppo, nei paesi africani ed asiatici. Questi ultimi, che proprio negli anni più recenti, stanno sfornando ottimi talenti che permetteranno alle proprie squadre nazionali di poter crescere di importanza al livello mondiale. Nella nostra memoria però ci sono anche squadre che, seppure abbiano partecipato alla storia del calcio, ora sono morte e sepolte. In questo caso analizzeremo i successi, il declino e le ultime fasi fino alla decadenza, di cinque squadre finite nell’anonimato.

Unione Sovietica (1924-1991)

La nazionale di calcio dell’Unione Sovietica, nata inizialmente come rappresentativa della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa, giocò il primo incontro internazionale nel settembre del 1922 a Pietroburgo, con una selezione finlandese non ufficiale vincendo per 4–1. Fu anche il primo incontro internazionale di una rappresentativa sovietica di ogni disciplina sportiva. Nel maggio successivo batté 5-0 la stessa squadra in Finlandia; nell’agosto del 1923, la rappresentativa sovietica russa, disputò il primo incontro contro una Nazionale battendo 2-1 la Svezia a Stoccolma. Il torneo olimpico fu la prima competizione ufficiale disputata dai sovietici; nel turno preliminare batterono 2-1 la Bulgaria e al secondo turno affrontarono la Jugoslavia imponendosi per 3-1. Nella successiva Olimpiade di Melbourne 1956 arrivò il primo grande trionfo sovietico: si laurearono campioni olimpici sconfiggendo per 1-0 la Jugoslavia l’8 dicembre 1956. Il torneo olimpico di Melbourne rivelò al mondo la bravura del ventisettenne portiere russo Lev Yashin, che difese la porta della Nazionale fino al 1967 e che fu votato miglior portiere del XX secolo, oltre ad essere tuttora l’unico portiere ad essersi aggiudicato il Pallone d’oro, che vinse nel 1963. Altri campioni che contribuirono ai successi della Nazionale tra gli anni cinquanta e sessanta furono Igor’ Netto, Ėduard Strel’cov, Viktor Ponedel’nik e Valentin Ivanov. L’allenatore che la guidò ai maggiori trionfi della sua storia fu il russo Gavriil Kačalin. L’Unione Sovietica partecipò per la prima volta ai Mondiali nell’edizione di Svezia 1958, dopo aver eliminato nelle qualificazioni la Polonia. Nella fase a gironi pareggiarono 2-2 con l’Inghilterra, batterono 2–0 l’Austria e furono sconfitti 2–0 dal Brasile, finendo secondi a pari merito con i “maestri” inglesi capitanati dal grande Billy Wright. Battendo questi ultimi per 1-0 nello spareggio, si qualificarono per i quarti di finale contro i padroni di casa della Svezia, che si imposero per 2-0. Il secondo e più significativo titolo vinto dai sovietici giunse nella prima edizione del Campionato Europeo nel 1960, poco dopo la delusione per l’eliminazione nelle qualificazioni per le Olimpiadi romane. Dopa aver raggiunto agevolmente i quarti, passarono in semifinale per il ritiro della Spagna, che rifiutò di giocare a Mosca per motivi politici. In semifinale la squadra sovietica superò per 3-0 la quotata Cecoslovacchia, guadagnandosi la finale contro la Jugoslavia, come alle Olimpiadi di quattro anni prima: Viktor Ponedelnik siglò il gol del definitivo 2-1 che regalò la vittoria ai sovietici. Fu questo l’ultimo grande trionfo dell’Unione Sovietica, che negli anni successivi rimase comunque ai vertici del calcio mondiale. La Nazionale si qualificò facilmente per la fase finale del Campionato mondiale del 1962 in Cile, dove vinse il proprio girone, ma nei quarti fu battuta per 2-1 dai padroni di casa. L’Unione Sovietica ottenne il suo miglior risultato ai Mondiali nell’edizione inglese del 1966: dopo aver superato la fase a gironi con tre vittorie su Corea del Nord, Italia e Cile, batté nei quarti l’Ungheria e si arrese in semifinale alla Germania Ovest, impostasi per 2-1; perse quindi la finale per il terzo posto contro il Portogallo di Eusébio subendo il gol del definitivo 2-1 all’89º. Dopo essere stata la peggiore tra le vincitrici dei gironi di qualificazione per i Mondiali del 1974, l’Unione Sovietica disputò uno spareggio con il Cile per l’accesso alla fase finale. Con il pareggio per 0-0 all’andata a Mosca, l’URSS rifiutò di giocare l’incontro di ritorno, previsto per il 21 novembre 1973 all’Estadio Nacional de Chile di Santiago, perché la struttura era utilizzata dal regime militare cileno come campo di concentramento e di tortura dei dissidenti dopo il golpe dell’11 settembre. La richiesta sovietica di disputare l’incontro in campo neutro fu respinta dalla FIFA e la squadra non si presentò. Nel decennio successivo, la Nazionale sovietica non riuscì ad ottenere risultati di rilievo: gli ultimi anni della Nazionale sovietica furono contraddistinti da buoni risultati ma non portarono alcun trofeo. La squadra espresse un buon gioco al Mondiale del 1986 in Messico, dopo essersi qualificata arrivando seconda nel proprio gruppo dietro alla Danimarca, che sarebbe stata la rivelazione del torneo. La Nazionale si qualificò quindi alla fase finale degli Europei del 1992 vincendo il proprio gruppo eliminando l’Italia e giocò la sua ultima partita il 3 novembre 1991 contro Cipro, valida per la qualificazione agli Europei. La Nazionale sovietica non poté partecipare alla manifestazione per la dissoluzione dello Stato, avvenuta il 26 dicembre 1991.

Jugoslavia (1920-1992)

La nazionale di calcio della Jugoslavia è stata, dal 1920 al 1992, la rappresentativa di calcio del Regno di Jugoslavia prima e della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia poi. Esordì in campo internazionale il 28 agosto 1920 ad Anversa perdendo per 7-0 contro la Cecoslovacchia. Partecipò ai Mondiali del 1930 dove fu sconfitta per 6-1 in semifinale dall’Uruguay che vinse il titolo: per la FIFA la Jugoslavia arrivò quarta, alle spalle degli Stati Uniti che pur persero in semifinale, benché non fosse stata disputata la finale per il terzo posto. La Jugoslavia arrivò nuovamente quarta ai Mondiali del 1962; agli Europei arrivò seconda nel 1960 e nel 1968. Nella prima edizione del Campionato europeo gli slavi eliminarono in semifinale la Francia per 5-4: la partita fu memorabile ed è passata alla storia come una delle vittorie più belle della nazionale. Nella finalissima contro l’URSS la Jugoslavia passò in vantaggio con Galić al 41′, ma i sovietici fecero 2 reti con Metreveli e Ponedel’nik e si aggiudicarono il trofeo. Nel 1962 arrivò alle semifinali ai Campionati del Mondo in Cile dopo aver eliminato nei quarti di finale la Germania Ovest e nel 1968 sfiorò l’impresa di diventare campione d’Europa. Partecipò alla fase finale di Euro ’68 dopo aver eliminato alle qualificazioni Germania Ovest e Francia; sconfisse in semifinale l’Inghilterra per 1-0 con rete decisiva di Džajić all’86’, conquistando la seconda finale in tre edizioni. L’8 giugno affrontò l’Italia a Roma, priva però del regista Ivica Osim, infortunatosi in semifinale. Džajić portò sull’1-0 gli jugoslavi al 39′ ma gli azzurri pareggiarono all’80’ con Angelo Domenghini. Il risultato non cambiò durante i tempi supplementari e, nella ripetizione di due giorni dopo, l’Italia vinse agevolmente, con reti decisive di Riva e Anastasi, contro una Jugoslavia penalizzata da molte assenze e infortuni; gli azzurri si aggiudicarono il primo, e finora unico titolo europeo della sua storia, e la Jugoslavia dovette abbandonare Roma con molta delusione. Dopo l’eliminazione nei Mondiali del 1974 ad opera della Germania Ovest,  ospitò la fase finale di Euro ’76, ottenendo un buon quarto posto dopo aver perso in semifinale, ai supplementari, per 2-4 contro i tedeschi (2-2 nei tempi regolamentari, dopo essere stata in vantaggio 2-1) e per 1-3 nella finale di consolazione contro i Paesi Bassi. Il grande campione brasiliano Pelé per l’addio alla nazionale volle che il suo ultimo incontro con la maglia verdeoro si disputasse proprio con la Jugoslavia, di cui è sempre stato un grande ammiratore. Il match si tenne il 18 luglio 1971 al Maracanã di Rio de Janeiro, alla presenza di oltre centomila spettatori. La partita terminò in parità, 2-2.  Negli anni ottanta la nazionale jugoslava affrontò un periodo difficile: dopo le mancate qualificazioni ad Argentina ’78 e ad Euro ’80, i plavi ottennero la qualificazione al Campionato mondiale di calcio 1982 ma abbandonarono il torneo dopo aver ottenuto solo 3 punti in 3 partite: pareggiarono 0-0 contro l’Irlanda del Nord, persero 2-1 contro la Spagna a causa di una condotta arbitrale non irreprensibile e vinsero 1-0 contro l’Honduras. Fecero peggio al Campionato europeo di calcio 1984, ottenendo 3 sconfitte in 3 gare nel girone eliminatorio contro Francia, Danimarca, Belgio e, addirittura, non riuscirono a qualificarsi per il Campionato mondiale di calcio 1986 e per il Campionato europeo di calcio 1988. L’undici jugoslavo partecipò al Campionato mondiale di calcio 1990 ottenendo buoni risultati, grazie all’apporto di alcuni vincitori della Coppa del Mondo Under 20 nel 1987 come Savičević, Jarni, Šuker, Prosinečki ed altri. Dopo aver ottenuto il secondo posto nel Gruppo D, negli ottavi di finale gli jugoslavi eliminarono la Spagna per 2-1, dopo i tempi supplementari, grazie a una doppietta di Stojković. Nei quarti di finale incontrarono l’Argentina; alla mezz’ora la Jugoslavia rimase in dieci, ma concluse l’incontro 0-0 e ai rigori vinse l’Albiceleste per 3-2. Si qualificò per la fase finale del Campionato europeo di calcio 1992 ma, nella primavera che precedette il torneo continentale, venne esclusa dalle competizioni internazionali organizzate dalla FIFA e dalla UEFA a causa della guerra scoppiata in seguito alle dichiarazioni d’indipendenza delle repubbliche di Slovenia, Croazia, Macedonia, Bosnia ed Erzegovina. La Jugoslavia giocò la sua ultima partita il 25 marzo 1992 contro i Paesi Bassi: era un’amichevole che gli slavi persero per 2-0; dopo questo match la nazionale di calcio cessò definitivamente di esistere a causa della disgregazione del proprio paese.

Cecoslovacchia (1920-1993)

La nazionale di calcio della Cecoslovacchia ebbe pochi successi, ma di assoluto valore.  Vinse il Campionato europeo del 1976 e disputò due finali mondiali (nel 1934 e nel 1962). Con la nazionale olimpica ha conquistato un oro e un argento.  Il debutto calcistico della Nazionale cecoslovacca iniziò con un perentorio 7-0 contro la Jugoslavia il 28 agosto 1920 ad Anversa (Belgio); inque anni dopo i cecoslovacchi rifileranno agli slavi nuovamente 7 gol, proiettandosi così tra le grandi del calcio internazionale. In effetti nella sua storia la Cecoslovacchia è stata una delle più grandi Nazionali del novecento tanto che durante gli anni venti i calciatori della Nazionale erano definiti i «maestri cecoslovacchi». Per due volte giunse in finale dei Mondiali di calcio, sconfitta in entrambi i casi: nel primo dall’Italia nell’edizione 1934, nel secondo dal Brasile a Cile ’62. Agli Europei la Cecoslovacchia ha colto due terzi posti (1960 e 1980), ma soprattutto ha trionfato nell’edizione 1976. Alla fase finale in Jugoslavia, schierò una tra le più forti nazionali di sempre, in cui brillavano campioni del calibro di Anton Ondruš, Zdeněk Nehoda, František Veselý, Antonín Panenka e Ivo Viktor. Il team cecoslovacco giunse in finale contro la Germania, in una delle partite più spettacolari della storia dell’Europeo. Avanti di 2 gol dopo 25′, i cecoslovacchi furono rimontati dai tedeschi, rischiando più volte di subire il 3-2, ma mantenendo i nervi saldi e portando la contesa ai rigori: qui Viktor parò la quarta conclusione tedesca di Uli Hoeneß, lasciando quindi tutto sui piedi di Panenka, che beffò Sepp Maier. Lo Stato della Cecoslovacchia si scisse nella Repubblica Ceca e nella Slovacchia il 1º gennaio 1993. La Nazionale rimase provvisoriamente “in vita” come rappresentativa unita delle due nuove Nazioni, al fine di concludere le qualificazioni (fallite) ai Mondiali di USA ’94, da cui poi nacquero le federazioni ceca e slovacca.

Perù (1930-1980)

La nazionale di calcio del Perù, affiliata alla CONMEBOL, è stata una delle nazionali più forti del Sud America tra gli anni trenta e gli anni ottanta del XX secolo e, pur non avendo raccolto risultati di rilievo negli ultimi decenni (dagli anni novanta), è stata considerata la quarta nazionale sudamericana più importante dopo Brasile, Argentina e Uruguay fino ai primi anni ottanta. Nel suo Palmarès figurano 2 Coppe America nel 1939 e 1975. Ha partecipato per quattro volte alla fase finale della coppa del mondo, giungendo ai quarti di finale nel 1970 e al girone del secondo turno nel 1978: occupa attualmente l’11ª posizione nel Ranking mondiale FIFA.
Fece il suo esordio ai mondiali nella coppa del mondo 1930, dove venne eliminata al primo turno: perse per 1-0 contro l’Uruguay (poi campione del mondo) e per 3-1 contro la Romania. Nel 1935 raggiunse la terza posizione nella Copa América. Nel 1936 partecipò alle Olimpiadi di Berlino, nel corso delle quali arrivò in semifinale battendo la Finlandia per 7-3 e l’Austria per 4-2. La vittoria contro gli austriaci, però, fu annullata dalla FIFA, che ordinò di giocare nuovamente la partita senza spettatori, provocando il ritiro del Perù. Negli anni cinquanta-sessanta non raggiunse ottimi risultati, sebbene avesse una squadra di buonissimo livello, con giocatori di alto calibro che sbarcarono sin da subito in Europa, come Miguel Loayza, Juan Seminario, Juan Joya, Julio Meléndez, Víctor Benítez e Alberto Gallardo. Senza di loro, il Perù fu eliminato dai mondiali del 1962 e del 1966.
Visse il suo miglior periodo negli anni settanta, nei quali fu la terza forza calcistica del Sudamerica dopo Brasile e Argentina. Alla straordinaria generazione contribuirono giocatori di classe mondiale come Teofilo Cubillas, Héctor Chumpitaz e Hugo Sotil: si qualificò per il Campionato mondiale di calcio 1970, superando l’Argentina, nella fase finale vinse per 3-2 contro la Bulgaria, 3-0 contro il Marocco e perse per 3-1 contro la Germania; ebbe accesso ai quarti di finale, dove fu sconfitta dal Brasile per 4-2.  Nel 1975 vinse la Copa América, quando eliminò nella prima fase Cile e Bolivia, in semifinale il Brasile e in finale la Colombia, con un gol di testa del trequartista Hugo Sotil. Cubillas fu nominato “Miglior giocatore” del torneo. Qualificatosi per Argentina 1978, nel primo turno vinse per 3-1 contro la Scozia, 4-1 contro l’Iran e pareggiò per 0-0 contro i Paesi Bassi, arrivando prima nel suo girone. Nella seconda fase calò di rendimento e fu battuto clamorosamente per 6-0 dall’Argentina. Sulla partita aleggiò il sospetto di un risultato combinato, dato che i padroni di casa conoscevano già il risultato di Brasile-Polonia, giocata in anticipo, al fine di calcolare la differenza reti necessaria per scavalcare i brasiliani nell’accesso alla finale. Nel maggio del 1982 il Perù partì verso l’Europa per un tour di tre settimane per prepararsi al mondiale: vinse per 2-1 contro l’Ungheria, 1-0 contro la Francia di Platini e pareggiò 1-1 con l’Algeria. Nella fase finale la Nazionale peruviana pareggiò per 1-1 contro l’Italia, 0-0 contro il Camerun e fu eliminata dopo aver perso per 5-1  dalla Polonia. Nel 1979 e 1983 il Perù giunse terzo in Copa America. Dagli anni ottanta, finita la generazione d’oro, il Perù non più è riuscito a qualificarsi al Campionato mondiale di calcio: L’8 dicembre 1987 il calcio peruviano fu colpito dal disastro aereo dell’Alianza Lima, squadra che forniva l’ossatura della nazionale. Tra le vittime dell’inabissamento dell’aereo nell’Oceano Pacifico vi furono il centrocampista José Casanova, il portiere José González Ganoza, gli attaccanti Luis Escobar e Alfredo Tomassini e l’allenatore Marcos Calderón, CT del Perù dal 1974 al 1978.  Nelle successive quattro edizioni di Coppa America vinse solo due partite (5-1 contro il Venezuela nel 1991 e 1-0 contro il Cile nel 1993). Inoltre non riuscì a vincere neanche una partita nelle qualificazioni per il mondiale del 1990 e per il mondiale del 1994, terminando il cammino di qualificazione in ambo i casi all’ultimo posto. Nella Copa América 1997 il Perù diede segnali di ripresa, piazzandosi al quarto posto, e nello stesso anno giunse terzo nella U.S. Cup. Nel 1998, con il nuovo sistema di qualificazione della zona CONMEBOL, sfiorò l’accesso al mondiale di Francia, sfumato per la differenza reti sfavorevole nei confronti del Cile.
Nelle qualificazioni al campionato mondiale di calcio 2018, è riuscita a raggiungere il quinto posto finale, valido per poter disputare lo spareggio contro i vincitori dell’area oceanica. Dopo il pareggio in trasferta per 0-0 nella gara di andata, il 15 novembre 2017 il Perù ha battuto 2-0 la Nuova Zelanda qualificandosi al Mondiale, tornando così a partecipare a una fase finale dei Mondiali dopo 36 anni dall’ultima volta del Mondiale 1982.

Ungheria (1901-1998)

L’ultima squadra nazionale che andremo a trattare è l’Ungheria. È stata, sino agli anni settanta del XX secolo, una delle rappresentative più valide e temute. Conta nove partecipazioni ai campionati mondiali (finalista nel 1938 e nel 1954, ultima partecipazione nel 1986) e tre a quelli europei. Tra gli altri trofei conta anche una Coppa Internazionale (edizione 1948-1953). Tra i calciatori più famosi che vi hanno giocato ci sono Ferenc Puskás e Flórián Albert (Pallone d’oro 1967): proprio Ferenc Puskás, nel 2005, è stato il giocatore scelto dalla Federazione nazionale come Golden Player, ovvero il miglior calciatore del primo mezzo secolo di vita dell’UEFA, oltre che l’unico ungherese inserito dal grande Pelé nei FIFA 100, lista dei migliori cento calciatori della storia stilata per commissione della FIFA stessa per celebrarne il centenario (2004). Il 12 ottobre 1902 viene invece giocata la prima partita della Nazionale ungherese che, guidata dal giornalista Ferenc Gillemot in qualità di primo Commissario tecnico e dal poliedrico atleta Alfréd Hajós in campo, viene sconfitta dall’Austria con risultato finale di 0-5. Come dimostrano i continui cambi di allenatore (quattro in sei anni), la rappresentativa magiara faticò all’inizio ad emergere e formare un gruppo consolidato. Frigyes Minder fu il primo selezionatore che riuscì a sollevare la squadra. Il 26 maggio 1910 a Budapest venne programmata la seconda partita della Nazionale con avversario la squadra di calcio italiana, guidata da Umberto Meazza. Al termine dell’incontro i Magiari vinsero con il risultato di 6-1.  Successivamente la selezione ungherese cominciò ad imporsi contro nazionali già affermate. Furono quelli, infatti,
gli anni della nascita della cosiddetta Scuola danubiana, che faceva capo ad Austria (nota anteguerra come Wunderteam, “Squadra delle meraviglie”), Boemia e alla stessa Ungheria, i tre principali Paesi dell’Impero austro-ungarico attraversati proprio dal fiume Danubio. Nel 1912 la Nazionale ungherese partecipò ai giochi olimpici, ma fu battuta nettamente per 7 a 0 dalla squadra del Regno Unito, uscendo dal torneo olimpico.  Nel 1952 esordì in occasione del torneo calcistico dei Giochi di Helsinki. Non essendo il Campionato nazionale professionistico, Sebes poté convocare i migliori calciatori a sua disposizione (diversamente da quanto accade nei Paesi occidentali) e, molto agevolmente, vinse il titolo per la prima volta nella storia del calcio magiaro. La squadra segna 20 gol in 5 partite subendone solo 2, e si metterono in evidenza quali migliori calciatori della competizione il capitano Ferenc Puskás, detto “Il Colonnello” per il suo grado nell’esercito, mezzala della Honvéd trasformata in attaccante e considerato il miglior calciatore ungherese di tutti i tempi, e il suo partner offensivo Sándor Kocsis, soprannominato “Testina d’oro” per la sua abilità aerea (nonostante 1,77 metri di altezza) nonché capocannoniere della rassegna con 6 gol. Il cammino vide arrendersi ai Magiari Romania, Italia, Turchia, Svezia e Jugoslavia, con quest’ultima sconfitta in finale per 2-0 con gol di Puskás e dell’ala Zoltán Czibor. In occasione della premiazione vennero consegnati ai campioni le medaglie d’oro e dei fiori, portati da Armi Kuusela, prima Miss Universo. L’anno successivo gli Ungheresi prevalsero anche in campo mitteleuropeo, trionfando nella Coppa Internazionale 1948-1953 in virtù di 27 gol fatti e 17 subiti in sole 8 partite, con due punti di vantaggio su Cecoslovacchia e Austria. Puskás fu capocannoniere del torneo con 10 reti. La Nazionale ungherese si qualificò direttamente al Mondiale del 1954 a causa del ritiro della Polonia dai turni preliminari: La spedizione magiara guidata da Sebes si presentò in Svizzera con tutti i suoi campioni, e dunque con il favore del pronostico. Effettivamente, nel primo turno Corea del Sud e Germania Ovest vennero facilmente superate (9-0 e 8-3), ma nel secondo incontro un intervento del tedesco Werner Liebrich costrinse Puskás ad abbandonare il campo anzitempo. L’Ungheria si trovò così ad affrontare il Brasile e l’Uruguay senza il suo capitano. Sia il quarto di finale con i Brasiliani, passato alla storia come Battaglia di Berna a causa della durezza del gioco e delle risse scatenatesi in campo, sia la semifinale con l’Uruguay campione in carica vennero vinte dai Magiari per 4-2. In finale si ritrovarono contro Ungheria e Germania Ovest: Puskás giocò in condizioni non ottimali ma gli Ungheresi riuscirono a passare lo stesso in vantaggio per 2-0, salvo poi subire la rimonta tedesca che porta il risultato finale sul 2-3. Il punteggio si conservò fino alla fine dell’incontro per l’annullamento di un gol proprio di Puskás per fuorigioco, con il titolo di campione del mondo che passò ai Tedeschi con risvolti mai del tutto chiariti. Poco dopo la vittoria infatti molti di questi vennero colpiti da una forma di epatite che fece sollevare il sospetto di doping.; la finale del Mondiale del 1954 divenne famosa come “Miracolo di Berna” e segnò la fine dell’imbattibilità ungherese dopo oltre quattro anni di risultati utili consecutivi, striscia eguagliata e superata solo da Brasile e Spagna (35 di fila). Nonostante ciò alla fine del torneo Gyula Grosics venne eletto miglior portiere e Sándor Kocsis fu capocannoniere con 11 gol facendo registrare il record in un singolo Mondiale fino a quel momento. Al ritorno in patria la squadra e il Commissario tecnico furono soggetti all’umiliazione e alle ingiurie dei compatrioti. Sebes venne imputato di aver fatto giocare Puskás nonostante la precaria condizione fisica e di aver invertito le ali. Dopo varie ingiurie il tecnico fu costretto a dimettersi e la squadra cominciò un nuovo ciclo. Durante gli anni novanta si assistette al completo declino della nazionale magiara. Tra il 1990 e il 1999 si susseguirono sulla panchina della Selezione danubiana ben otto commissari tecnici, con una media di quasi uno ogni biennio e senza ottenere i risultati sperati. Negli anni duemila, nelle qualificazioni a Sudafrica 2010, si cominciano a mettere in mostra giocatori come Ádám Szalai, Balázs Dzsudzsák e Tamás Priskin e i risultati non tardano ad arrivare. Infatti l’Ungheria ottiene un buon quarto posto a sole 5 lunghezze dalla Danimarca prima, permettendosi anche il lusso di batterla a Copenaghen per 1-0, 3 lunghezze dal Portogallo secondo e due dalla Svezia terza. Nelle qualificazioni ad Euro 2012 la nazionale guidata da Egervári si trovò nel gruppo 5 con Paesi Bassi, Svezia, Finlandia, Moldavia e San Marino. La squadra sfoderò subito buone prestazioni grazie al talento di giovani come Gergely Rudolf e Vladimir Koman, unito all’esperienza dei “senatori”come Dzsudzsak e il capitano Géra. Nonostante ciò, alla prima giornata, la nazionale rimediò una sconfitta con la Svezia, ma con prestazioni sempre in crescendo arriveranno tre vittorie consecutive tra cui spicca un 8-0 rifilato alla modesta San Marino. Seguirono poi due sconfitte consecutive con l’Olanda e altre tre vittorie, tra le quali un 2-1 alla Svezia, prima del pareggio finale con la Finlandia. A coronamento delle buone prestazioni arrivò un terzo posto che però non permise agli ungheresi di staccare il pass per gli europei, che sembra comunque il preludio di una svolta che vedrà l’Ungheria essere più competitiva.

 

 




Juventus, i 3 passi falsi che hanno portato alla disfatta contro il Real

Si infrangono i sogni europei della Juventus che crolla allo Stadium contro il Real Madrid, in una serata di Champions League dal retrogusto Cardiffiano. Il secco 3-0 rifilato dai Blancos rende la gara di ritorno quasi una pura formalità, sia per il risultato proibitivo dell’andata, sia per le motivazioni e le convinzioni dei bianconeri, che si sono comprensibilmente affievolite, per usare un eufemismo. L’armata di Zidane, capitanata dal trascinatore Ronaldo, avrebbe potuto più volte incrementare il risultato, complice anche l’espulsione di Dybala che ha lasciato ingenuamente i bianconeri in 10. Proviamo ad analizzare i principali errori della squadra di Allegri.

Gli errori difensivi

In una serata di tale importanza, i goal dello 0-1 e dello 0-3, soprattutto per una squadra dalla cultura difensiva come quella della Juventus, dovrebbero essere scene vissute solo nei peggiori incubi. Gli errori di De Sciglio, Barzagli e Chiellini sul primo goal non possono essere concessi alla classe di Isco e alla reattività di Ronaldo, soprattutto dopo la decisione di Allegri di schierarsi con un 4-4-2, sintomo di uno studio accurato delle fasce per fermare gli attacchi del Madrid. Anche il secondo goal del n.7 non sarebbe arrivato se non fosse stato per un pasticcio combinato da Buffon e Chiellini, nato da un’incomprensione tra i due. Il terzo goal, complice il morale a pezzi, è forse il peggiore subito: l’immobilità e la confusione della linea difensiva sullo scambio di palla tra Ronaldo e Marcelo, mostra come la Juventus si fosse già arresa.

L’espulsione di Dybala

Inutile negare che un goal come la rovesciata di Cristiano Ronaldo taglia le gambe a tutta la squadra e infrange al suolo le speranze, ma l’espulsione dell’argentino scava proprio la fossa. Probabilmente, è emersa tutta insieme l’inesperienza del 25enne bianconero, forse ancora troppo acerbo per palcoscenici dove si deve sopportare una pressione così soffocante. L’attaccante stava giocando una buona partita prima dell’ingenuità che ha portato al doppio cartellino giallo e la frustrazione del giocatore, dopo la magia del n.7 del Real Madrid, è eruttata senza limiti. Resta il rimorso anche del primo cartellino giallo, preso per una simulazione evitabile. Dybala ha già dimostrato tanto al mondo intero e ha ancora tanto tempo per cancellare la macchia della pessima prestazione di ieri sera, ma un campione del suo calibro non può permettersi di lasciare in 10 una squadra che sta affondando.

Cristiano Ronaldo

Le colpe della Juventus potrebbero essere analizzate e rianalizzate all’infinito: il modulo, la difesa, la poca lucidità sotto porta, la mancanza di un vero leader, i cambi che non arrivavano; ma la vera differenza in questo quarto di Champions League è stata fatta da Cristiano Ronaldo. Il bruciante anticipo sul primo goal, il tempismo del taglio e il tocco di destro sono da fuoriclasse vero. Il secondo goal del portoghese è difficile da commentare, perchè il gesto sconcertamente di CR7  è di quelli che ogni giocatore sogna fin da quando è bambino, di quelli che ogni tifoso ammira nella copertina dell’album delle figurine fin da quando è un fanciullo. Un goal di rovesciata (e che rovesciata!) ai quarti di Champions contro la miglior difesa al mondo e con in porta Buffon, può segnarlo solo un Dio del calcio. L’applauso di tutto lo Stadium, e il ringraziamento dell’attaccante dei Blancos, è l’episodio emblematico che potrebbe racchiudere tutta la classe e la carriera di Ronaldo in una sola foto.




Non solo Bayern-Sambenedettese: i 5 gemellaggi più strani del calcio italiano

Cosa ci facevano ben cento tifosi del Bayern Monaco alla partita di Serie C tra Sudtirol-Sambenedettese? Come i più appasionati sapranno, Bayern e Sambenedettese sono gemellate dal lontano 2005, quando alcuni esponenti della “Schickeria” (gruppo tedesco appassionato delle realtà calcistiche minori italiane), arrivarono allo stadio per seguire il match Sambenedettese-Napoli, proprio negli anni in cui il club campano era sprofondato in Lega Pro a causa del fallimento. Grazie a un tifoso marchigiano che parlava il tedesco, naque un’amicizia che poi si trasformerà in un gemellaggio solido. Negli anni ci sono state tante dimostrazioni di affetto da entrambe le parti. La più emblematica risale allo scorso anno, quando i tifosi tedeschi omaggiarono la squadra italiana per la promozione in Lega Pro con la scritta “L’amicizia va oltre ogni categoria. Auguri, magica Samb”. Andiamo a scoprire quali sono i gemellaggi più strani del calcio italiano.

Juventus-ADO Den Haag

Il gemellaggio tra i bianconeri e la squadra olandese naque nel lontnao 1988, quando un gruppo di tifosi olandesi assisitì ad una partita di Coppa UEFA tra Juventus e Liegi. Da quel giorno il rapporto si è rafforzato sempre di più, fino ad arrivare a festeggiare il 25° anniversario del gemellaggio: per l’occasione, oltre lo striscione che potete ammirare nella foto qui sotto, un centinaio i tifosi bianconeri sono stati invitati per partecipare ad un match contro il Feyenoord.

Milan-Partizan Belgrado

Il gemellaggio è nato in tempi recenti, quando nel 2012, alcuni tifosi serbi del Partizan Belgrado, hanno assistito al match di Champions League tra Milan e Barcellona. In seguito, i 40+ (il nome della tifoseria) hanno invitato una delegazione di tifosi rossoneri ad assistere all’emozionante derby contro lo Stella Rossa.

Roma-Panathinaikos

Il gemellaggio tra le tifoserie è nato grazie al basket, quando alcuni tifosi romanisti assistirono al match tra la Lottomatica e appunto il Panathinaikos. Al termine della partita, i tifosi delle due squadre sono andate a bere insieme in un pub e hanno stretto un’amicizia confermata poi anche nel calcio, quando la Roma incontrò l’Olympiacos: un numeroso gruppo di Pao viene in sostegno degli ultras capitolini, accompagnandoli allo stadio e dandogli ospitalità nel dopo gara.

Sampdoria-Olympique Marsiglia

Il gemellaggio tra le due tifoserie dura da più di 30 anni, quando alcuni tifosi dell’Olympique Marsiglia vennero a Genova per vedere una partita dei blucerchiati. Lo scorso anno, in occasione del rapporto trentennale, è stata organizzata una vera e proprio festa per ricordare l’anniversario dell’amicizia.

Parma-Bordeaux

L’amicizia naque nel lontano 1998, quando un ragazzo girondino si trasferì a Parma per continuare gli studi ed entrò a bere nel bar dove si riunivano i tifosi ducali. Qualche tempo più tardi, una delegezione di tifosi italiani fu invitata ad asssistere alla finale di Coppa di Francia, al nuovo stadio Saint Denise contro il Paris Saint-Germain. Da quel momento, naque ufficialmente il gemellaggio tra le due tifoserie.




Juventus-Milan, i migliori 11 della storia a confronto

Nelle memorie del nostro campionato di calcio, ci sono stati giocatori che hanno scritto la storia entrando anche tra le  leggende del calcio giocato. Calciatori italiani e non che hanno girato le migliori squadre al mondo, con le quali hanno vinto i trofei più prestigiosi: Del Piero, Pirlo, Ronaldo, Maradona e tanti altri ad esempio. In occasione del match di campionato tra Juventus e Milan in programma sabato 31 marzo alle ore 20.45, abbiamo stilato due formazioni tipo con i migliori giocatori nella storia delle due squadre.

Juventus (3-4-3)


Come possiamo vedere, nella miglior formazione della Juventus, abbiamo i giocatori risultati più importanti nelle imprese compiute durante la storia di questa società. Schierata con un 3-4-3, abbiamo tra i pali l’attuale portiere Gianluigi Buffon; nella linea a tre difensiva ci sono Giorgio Chiellini, Lilian Thuram e Gaetano Scirea; nei quattro a centrocampo troviamo Pavel Nedved, Andrea Pirlo, Zinedine Zidane e Michel Platini. La fase offensiva è occupata da Alessandro Del Piero, David Trezeguet e Roberto Baggio. Grandi nomi in questa rosa speciale, che ora andremo ad analizzare brevemente.
BUFFON: considerato come uno dei più forti portieri di tutti i tempi, è stato spesso definito il migliore nella storia del calcio. Dal 2001 gioca con la Juventus, con la quale ha vinto 8 campionati di Serie A, 1 di Serie B, 5 Supercoppe Italiane e 3 Coppe Italia. Buffon con la maglia bianconera ha stabilito vari record, il più prestigioso, quello di imbattibilità in Serie A per 974 minuti. Attualmente è ancora il portiere della Juventus, con la quale lotta per la vittoria del campionato.
CHIELLINI: nel club dal 2004, è considerato come uno dei migliori difensori della sua generazione. Nato come terzino sinistro, occupa ora la posizione di difensore centrale. Con la Juventus ha vinto 6 campionati italiani e 3 Supercoppe italiane e Coppe Italia. Con la maglia bianconera ha segnato in 355 gare, 25 gol.
SCIREA: divenuto uno degli uomini simbolo della Juventus allenata da Giovanni Trapattoni a cavallo degli anni 1970 e 1980, nonché suo capitano dal 1984 al 1988, Scirea formò una delle migliori linee difensive, della storia del calcio. Giocava come libero e fu definito uno dei massimi interpreti del ruolo, nonché icona di signorilità e correttezza. Con la maglia bianconera ha vinto 7 campionati italiani e due Coppe Italia, mentre in campo internazionale una Coppa Uefa, una Coppa delle Coppe, una Supercoppa Uefa, una Coppa Intercontinentale e una Coppa dei Campioni.
THURAM: difensore di statura mondiale, fra i migliori della storia del calcio, ha vestito la maglia della Juventus dal 2001 al 2006, totalizzando un solo gol in campionato. Con la squadra ha vinto due Supercoppe italiane e due campionati italiani. Ha ricoperto i ruoli di terzino destro e difensore centrale, ed è stato un giocatore abile in marcatura e nel gioco aereo, spiccando per tecnica, correttezza, velocità e prestanza fisica.
NEDVED: considerato come uno dei migliori centrocampisti di quella generazione, ha vestito la maglia della Juventus dal 2001 al 2009, vincendo anche un Pallone d’Oro. Ora ricopre la carica di Vicepresidente del club bianconero, con il quale ha vinto due campionati italiani e due Supercoppe italiane. Centrocampista offensivo, era dotato di una buona tecnica affinata grazie alla perseveranza negli allenamenti, nonché alla infaticabile costanza.
ZIDANE: è considerato come uno dei migliori giocatori della storia del calcio; dal 1996 al 2001 ha indossato la maglia della Juventus, con la quale affermò il suo innato talento. Con i bianconeri ha vinto titoli nazionali e internazionali: 2 campionati italiani, una Supercoppa italiana, una Coppa Intertoto Uefa, una Coppa Intercontinentale ed una Supercoppa Uefa. Ora ricopre il ruolo di allenatore del Real Madrid, con il quale ha vinto due Champion’s League, l’ultima proprio contro la Juventus.
PIRLO: soprannominato Il Maestro, è stato definito sin da giovane come uno dei maggiori talenti del calcio italiano. Oltre ad essere stato uno dei migliori nel suo ruolo, è stato uno dei più forti registi della storia del  calcio mondiale. Dal 2011 al 2015 ha vestito la maglia della Juventus, siglando 16 gol; con il club ha anche vinto 4 campionati italiani, una Coppa Italia e 2 Supercoppe italiane.
PLATINI: centrocampista della Juventus dal 1982 al 1987, è stato riconosciuto come uno dei migliori dieci giocatori al mondo del ventesimo secolo, vincendo per tre volte consecutive il Pallone d’Oro. Con la maglia bianconera ha vinto due campionati italiani e una Coppa Italia, mentre in campo internazionale ha vinto una Coppa delle Coppe, una Coppa dei Campioni, una Supercoppa Uefa e Coppa Intercontinentale.
DEL PIERO: soprannominato Pinturicchio da Gianni Agnelli per l’eleganza nel suo stile di gioco, è stato il capitano della Juventus dal 2001 al 2012, segnando in tutte le competizione nelle quali ha giocato. Considerato come uno dei migliori giocatori del calcio italiano, ha vinto in carriera con il club di Torino, tutti i titoli nazionali ed internazionali: 6 campionati di Serie A, uno di Serie B, una Coppa Italia, 4 Supercoppe italiane, una Champion’s League, una Coppa Intercontinentale, una Supercoppa Uefa e una Coppa Intertoto Uefa.
TREZEGUET: attaccante della Juventus dal 2000 al 2010, grazie alla sua abilità in fase di finalizzazione ha fatto si che venisse soprannominato Re David. Nella sua militanza nel club ha siglato 138 gol e ha vinto 2 campionati di Serie A, uno di Serie B e due Supercoppe italiane. Attualmente ricopre la carica di presidente della Juventus Legends ed è ambasciatore dei bianconeri nel mondo.
BAGGIO: soprannominato Divin Codino, è ritenuto come uno dei migliori giocatori della storia del calcio al mondo. Ha vestito la maglia della Juventus dal 1990 al 1995 segnando 78 reti, e vincendo un campionato di Serie A, una Coppa italia e una Coppa Uefa. Ha ricoperto i ruoli di attaccante e centrocampista, grazie alle sue incredibili doti tecniche di fantasista.

Milan (4-3-3)


Passiamo ora la Milan. La squadra è formata da un 4-3-3 caratterizzata dai migliori calciatori della storia dei rossoneri, molti dei quali sono entrati tra le leggende del calcio mondiale. In porta Fabio Cudicini, seguito  in linea difensiva da Mauro Tassotti, Franco Baresi, Cesare Maldini e il figlio Paolo; Ruud Gullit, Gianni Rivera e Frank Rijkaard a ricoprire la linea di centrocampo dietro al tridente offensivo occupato da Van Basten, Shevchenko e Nordahl. Analizziamo ora le loro imprese calcistiche con la maglia del Milan.
CUDICINI: a difendere la porta rossonera, non poteva che esserci il ragno nero. Soprannominato in questa maniera, per via del colore della sua divisa, giunse al Milan non più giovanissimo dopo aver giocato con Udinese, Roma e Brescia. Nelle 183 presenze con il club, ha vinto un campionato italiano, una Coppa Italia, una Coppa dei Campioni, una Coppa delle Coppe e una Coppa Intercontinentale.
P. MALDINI: probabilmente il miglior terzino sinistro al mondo di tutti i tempi. Capitano del Milan a partire dalla stagione 1997/98 in carriera, è stato tra le colonne portanti per i successi del Milan. In carriera conta ben 5 Coppe dei Campioni vinte, di cui due sollevate da capitano nel 2003 e nel 2007, oltre ad essere il calciatore con più presenze in tutta la storia del Milan, davanti ad un’altra leggenda del calibro di Franco Baresi. 7 Campionati Italiani, 3 Coppe Intercontinentali, 5 Supercoppe Uefa, 5 Supercoppe Italiane, 1 Coppa Italia, sono gli altri titoli conquistati con la maglia dei rossoneri.
C. MALDINI: simbolo ed artefice dei successi rossoneri negli anni ’60, giunse al Milan nel 1954 voluto fortemente voluto da Béla Guttmann, storico allenatore del Benfica. Gli anni più belli della sua carriera, saranno tuttavia quello vissuti sotto la guida di Nereo Rocco, triestino come lui, con il quale avrà l’onore di alzare al cielo la Coppa dei Campioni al termine della finale con il Benfica nel 1962/63. Oltre alla Coppa dei Campioni, vinse anche una Coppa delle Coppe, 4 campionati italiani e una Coppa Italia.
BARESI: per la maggior parte dei tifosi rossoneri è stato il simbolo della storia recente del Milan. Le sue annate in rossonero, hanno visto la sua permanenza anche durante il periodo più nero per la storia del Milan, conciso con la Serie B. L’arrivo di Sacchi e lo spirito vincente che lo aveva contraddistinto, lo portarono ad essere il punto di riferimento della retroguardia difensiva probabilmente più forte nella storia del calcio. Con i rossoneri ha vinto  6 campionati italiani, 2 Coppe Intercontinentali, 3 Coppe dei Campioni, 3 Supercoppe Uefa e 4 Supercoppe italiane.
TASSOTTI: a destra non poteva che esserci che Mauro Tassotti. Probabilmente tecnicamente non era elegante e sinuoso nei movimenti come Paolo Maldini dall’altro lato del campo, nè ciò che lo contraddistingueva era la grande fluidità sulla fascia. L’ex difensore della Lazio, tuttavia nel corso della sua carriera è stato in grande di integrare le innovazioni portate in dote da Sacchi, rivelandosi come uno degli elementi fondamentali per le vittorie rossonere. Con la maglia rossonera vinse 5 campionati italiani, 4 Supercoppe italiane, 3 Coppe dei Campioni, 2 Coppe Intercontinentali e 3 Supercoppe Uefa.
GULLIT: pallone d’oro nel 1987, il tulipano nero fu il vero e proprio simbolo del primo successo dell’era Berlusconi nel 1987/88. La sua velocità e la sua forza fisica, furono assolutamente degli elementi devastanti nel corso di quella stagione, tanto da portare al Milan punti pesantissimi. Autore di una doppietta nella finale di Coppa dei Campioni del 1998/89 contro la Steaua Bucarest, modificò la sua posizione in campo con l’arrivo di Capello che ne valorizzò le doti da fondista sulla fascia. Con la maglia rossonera ha vinto 3 campionati italiani, 2 Coppe dei Campioni, 2 Coppe Intercontinentali, 2 Supercoppe Uefa e 3 Supercoppe italiane.
RIVERA: cresciuto calcisticamente nell’Alessandria, sarà simbolo del Milan fino alla stagione 1979, anno nel quale i rossoneri riuscirono a cucirsi sul petto la stella. La sua classe cristallina ed i suoi piedi fatati, lo rendono ancora oggi uno dei simboli del Milan e del calcio italiano. Rivera infatti resterà per sempre nella memoria di tutti come il primo italiano (non oriundo) a vincere il pallone d’oro, oltre che simbolo della storica vittoria sulla Germania Ovest ai mondiali di Messico ’70. Con la maglia milanista ha vinto 3 campionati italiani, 4 Coppe Italia, una Coppa Intercontinentale, 2 Coppe dei Campioni e 2 Coppe delle Coppe.
RIJKAARD: certamente è stato uno dei più grandi centrocampisti europei tra gli anni ’80 e ’90. Campione d’Europa con la maglia dell’Olanda, costituì insieme a Van Basten e Gullit la base per i successi del Milan. Nella sua lunghissima esperienza in rossonero, possiamo anche ricordare le reti decisive contro la Stella Ross (realizzò l’ultimo rigore della serie), oltre al gol nella finale di Coppa dei Campioni di Vienna del 1990 contro il Benfica che regalò il quarto successo continentale al diavolo. Con i rossoneri vinse 2 campionati italiani, 2 Supercoppe italiane, 2 Coppe Intercontinentali, 2 Coppe dei Campioni e 2 Supercoppe Uefa.
SHEVCHENKO: il suo sguardo glaciale prima di realizzare il rigore decisivo nella notte di Manchester, resterà per sempre impresso nella storia del Milan. Autore di goal pesantissimi, il numero 7 rossonero ha realizzato ben 175 reti con il Milan, vincendo il Pallone d’oro nel 2004. Con il club ha vinto un campionato italiano, una Coppa Italia, una Supercoppa italiana, una Champion’s League e una Supercoppa Uefa.
NORDAHL: primo nella classifica marcatori di tutti i tempi con la maglia del Milan, Gunnar Nordahl è stato tra gli artefici del ritorno al successo da parte del Milan negli anni ’50 dopo ben 44 anni di assenza. Nel 1949/50 mise inoltre a segno ben 35 reti, record assoluto fino alla stagione 2015/16 nella quale fu scalzato da Higuain; con il club rossonero, ha vinto soltanto due campionati italiani.
VAN BASTEN: la sublimazione dell’attaccante moderno. Marco Van Basten è stato un vero e proprio artista del pallone. Con 90 reti in 147 partite in Serie A, la sua media realizzativa nel massimo campionato italiano è infatti di 0,61. Vincitore di 3 palloni d’oro (1988, 1989, 1992), l’unico rimpianto per i rossoneri e non, è stato quello di averlo dovuto abbandonare all’apice della sua carriera, quando aveva ancora tantissimo da dare al calcio mondiale. Con la maglia del Diavolo ha vinto 4 campionati italiani, 4 Supercoppe italiane, 2 Supercoppe Uefa, 2 Coppe dei Campioni e 2 Coppe Intercontinentali.

Queste le squadre a confronto:

Le due squadre hanno fatto la storia del calcio italiano e di quello mondiale, per i loro numerosi successi nazionali ed internazionali. Hanno sempre dato vita ad incontri belli e divertenti calcisticamente, e probabilmente anche il prossimo incontro di campionato non sarà da meno.

 

 




De Vrij all’Inter: ecco i 5 migliori trasferimenti dalla Lazio ai nerazzurri

Secondo i maggiori quotidiani sportivi italiani, l’Inter avrebbe raggiunto nella giornata di ieri l’accordo con Stefan de Vrij, difensore centrale in scadenza con la Lazio. Sabatini a Ausilio hanno raggiunto l’intesa con l’entourage dell’olandese su una base di un accordo quinquennale da 4,2 milioni di euro più bonus a stagione. I nerazzurri hanno così battutto la concorrenza di Barcellona e Manchester City, e il 26enne andrà a far coppia con Skriniar nella prossima stagione, con Miranda a fare da chioccia. Andiamo a scoprire quali sono stati i migliori trasferimenti di mercato degli ultimi anni dalla Lazio all’Inter.

Christian Vieri 99/00

Bobo Vieri è stato il primo giocatore che nel nuovo millennio ha percorso la tratta Roma-Milano. Il bomber della nazionale è stato acquistato dal presidente Moratti per la spettacolare cifra di 100 miliardi di lire (circa 47 milioni di euro), un’investimento che ha dato molti frutti: il 44enne ha giocato con la maglia nerazzurra per sei stagioni, collezionando 123 goal in 190 presenze. L’unico rammarico è non aver vinto nemmeno un titolo con quei colori, nonostante la coppia d’attacco con Ronaldo fosse sulla carta una delle più forti di tutti i tempi.

Hernan Crespo 02/03

Arrivato a Milano l’ultimo giorno di mercato, l’argentino doveva essere il sostituto di Ronaldo, partito alla volta di Madrid. Dopo la prima stagione poco fortunata, e una parentesi al Chelsea e al Milan, l’ex giocatore del Parma è riuscito a segnare 45 reti in 116 presenze. Non può essere considerato un flop, ma tenendo di conto della cifra spesa da Moratti (ben 37 milioni di euro), il rendimento di Hernan Crespo è stato inferiore alle aspettative. Con la maglia nerazzurra ha vinto 3 Scudetti e 4 Supercoppe Italiane.

Dejan Stankovic 03/04

Nel mercato invernale del 2004, per 4 milioni di euro più un certo Goran Pandev, arrivò Dejan Stankovic sotto richiesta di Alberto Zaccheroni. Il centrocampista serbo ha fatto le fortune di molti allenatori all’Inter, fino al ritiro nell’estate del 2013. L’attuale 39enne è stato protagonista di molte vittorie, tra cui quella del Triplete con Mourinho: nel suo palmarès nerazzurro troviamo una Champions League, 5 Scudetti, 4 Coppe Italia, 4 Supercoppe e un Mondiale per Club. Le sue 326 presenze e i suoi 42 goal sono un lieto ricordo per ogni tifoso nerazzurro.

Sinisa Mihajlovic 04/05

Nell’estate del 2004, l’allora 35enne Sinisa Mihajlovic, passò a parametro zero dalla Lazio all’Inter, dove vi rimase fino al 2006, anno del suo ritiro dal calcio giocato. La storia d’amore è continuata negli anni successivi, con il serbo nei panni di vice allenatore di Roberto Mancini. Il difensore mancino ha chiuso la carriera con 43 presenze e 6 reti con la maglia nerazzurra. Memorabile il “pari o dispari” con Adriano per decidere chi dovesse battere un calcio di punizione.

Goran Pandev 09/10

L’ultimo grande acquisto risale al gennaio del 2010, quando Goran Pandev riuscì a liberarsi del contratto con la Lazio di Lotito per approdare, non senza polemiche burocratiche tra le due società, alla corte di Mourinho. Alla vincita del Triplete ha contribuito anche il macedone che, alternandosi con il giovane Balotteli, è risultato decisivo per il raggiungimento dello storico traguardo. L’attuale attaccante del Genoa ha chiuso gli anni in nerazzurro con 69 presenze, 8 reti segnate, una Champions League, uno Scudetto, 2 Coppe Italia, una Supercoppa e un Mondiale per Club. Ricordiamo che il passaggio all’Inter è stato un ritorno per il macedone, che si è calcisticamente formato nelle giovanili della società milanese.




Italia e Inghilterra, le nuove generazioni a confronto

Italia ed Inghilterra hanno una rosa di giovani talenti rispettivamente diversa. La differenza sta soprattutto nella cultura del calcio che si gioca nei propri paesi. In Inghilterra il settore giovanile è molto spesso ricco di ottimi talenti e questo discorso non va fatto solo per le big del campionato, ma anche per la maggior parte delle altre squadre che militano nella Premier League. Nel campionato inglese, le squadre puntano sempre sull’inserimento in prima squadra di ragazzi provenienti dalle giovanili, risultando spesso come buoni investimenti. Così facendo limitano al massimo l’acquisto di giocatori provenienti da altri campionati, permettendo così la crescita di una squadra di talento, ma anche di un buon livello di maturità ed esperienza in campo. Infatti, negli ultimi tempi, abbiamo visto ad esempio l’esplosione di molti talenti come, Alli, Kane e Sterling. Tutti giocatori che hanno fatto i primi passi nel più bel campionato d’Europa in giovane età, stupendo tutti con le loro giocate. Ora li andremo ad analizzare individualmente.

I Leoni Inglesi

Dele Alli (Tottenham)

Bamidele Jermaine Alli, meglio noto come Dele Alli, è un calciatore inglese classe ’96 di origini nigeriane, centrocampista del Tottenham e della nazionale inglese. Prodotto del settore giovanile del Milton Keynes Dons, ha fatto il suo il suo esordio in prima squadra il 2 novembre 2012, appena sedicenne, durante un match di FA Cup contro il Cambridge City, finito poi in un pareggio a reti inviolate. La stagione successiva è stata quella del definitivo salto nella formazione titolare della squadra e con ben 33 presenze e 6 reti all’attivo lo ha visto emergere come uno dei più interessanti talenti britannici al di fuori della massima serie inglese, tanto da entrare nelle mire di società prestigiose come Bayern Monaco e Liverpool dopo lo storico 4-0 del MK Dons ai danni del Manchester United, il 26 agosto 2014 in League Cup. Il 2 febbraio 2015 ha firmato un contratto quinquennale con il Tottenham nelle ultime ore di mercato, per un costo iniziale intorno ai 5.000.000 £. Tuttavia Alli è rimasto in prestito a Milton Keynes per tutto il resto della stagione 2014-15, annata che lo vedrà ancora una volta protagonista con 39 presenze e ben 16 reti all’attivo nella League One, risultando decisivo nella cavalcata dei Dons verso la promozione in Championship. Il 19 aprile gli viene assegnato il Football League Award come giovane giocatore dell’anno, mentre l’8 agosto 2015 ha debuttato in Premier League nella sconfitta esterna per 1-0 degli Spurs all’Old Trafford contro il Manchester United. Il 22 dello stesso mese ha segnato il suo primo gol in Premier contro il Leicester City. In quella stagione, dove è arrivato anche in doppia cifra di gol, viene nominato Giovane dell’anno PFA 2016 e anche inserito nella Squadra dell’anno della PFA 2016. Il 19 settembre 2016 ha rinnovato con gli Spurs fino al giugno 2022. Con la nazionale ha occupato tutte le categorie, meno quella Under 20. Ha esordito con la nazionale maggiore nell’ottobre 2015 ed il suo primo gol è avvenuto nel novembre dello stesso anno, in un’amichevole con la Francia.
Considerato da tempo come uno dei migliori prospetti del calcio inglese e europeo, Alli è un centrocampista moderno, “box to box”, in grado di ricoprire più ruoli a centrocampo e di essere presente in entrambe le fasi di gioco, sia difensiva che offensiva. In possesso di ottime doti balistiche, può andare a segno con conclusioni di potenza da fuori area, ma anche con ottimi inserimenti senza palla o con colpi di testa su azioni da calcio piazzato, dove sfrutta la sua grande prestanza atletica. Tecnicamente valido, sa anche districarsi bene nel dribbling grazie ad un’ottima capacità nella conduzione della palla.

Raheem Sterling (Manchester City)

Raheem Sterling è un giocatore giamaicano naturalizzato inglese classe ’94, ed è un ala destra del Manchester City e della nazionale inglese. Unitosi all’academy del Queen’s Park Rangers all’età di 10 anni, rimarrà nel club fino al trasferimento al Liverpool.  Sterling vi è giunto nel febbraio del 2010 per una cifra iniziale di 800.000 sterline e la sua prima apparizione con i Reds risale al 1º agosto 2010, in una partita amichevole contro il Borussia Mönchengladbach. Il 24 marzo 2012 ha fatto il suo esordio in Premier League, all’età di 17 anni e 107 giorni, sostituendo il compagno Dirk Kuijt nella sconfitta casalinga per 1-2 contro il Wigan, diventando il secondo più giovane calciatore della squadra ad esordire. Nell’agosto del 2012 ha debuttato nelle competizioni calcistiche europee, nella gara di qualificazione all’Europa League contro il Gomel (1-0). Il 20 ottobre seguente ha segnato il suo primo gol in campionato, decidendo la partita contro il Reading (1-0) e diventando il secondo più giovane calciatore del Liverpool a segnare un gol in una partita ufficiale mentre L’8 febbraio 2014 ha realizzato la sua prima doppietta con la maglia dei Reds, nella partita vinta per 5-1 contro l’Arsenal, affermandosi sempre di più come uno dei maggiori talenti calcistici in prospettiva.  Il 14 luglio 2015 è passato ufficialmente al Manchester City per 62,5 milioni di euro (68 milioni con i bonus), diventando così il calciatore inglese più pagato nella storia del calcio. Ha segnato il suo primo gol con la maglia dei citizens il 29 agosto contro il Watford, mentre il 17 ottobre seguente, ha realizzato una tripletta in casa, contro il Bournemouth. La sua prima stagione al City terminerà con 47 presenze fra campionato e coppe condite da 11 gol. La stagione 2016/2017 era iniziata molto bene sia per lui che per la sua squadra. Infatti, alla terza giornata, il City era capolista insieme al Chelsea e al Manchester United, contribuendo alla causa anche con una doppietta nella partita con il West Ham della terza giornata. In nazionale invece, ha debuttato contro la Serbia nel 2013 in una partita valida per la qualificazione agli Europei, con l’Under 21; precedentemente però fu convocato con la nazionale maggiore nel settembre del 2012. Attaccante esterno destro, può all’occorrenza giocare sull’altra fascia, come trequartista o seconda punta. Giocatore estremamente rapido, ama partire da sinistra per poi accentrarsi per provare la conclusione a rete o servire un assist Eccelle nel dribbling, nelle finte e nell’ultimo passaggio. Calciatore ambidestro, di classe, è uno dei giocatori più veloci al mondo, con una velocità massima di 35,02 km/h. Nel 2012 è stato inserito nella lista dei migliori calciatori nati dopo il 1991 stilata da Don Balón.

Harry Kane (Tottenham)

Harry Kane, classe ’93, è sicuramente una delle certezze della squadra inglese: nel 2016 e 2017 infatti ha vinto il premio come migliore realizzatore in Premier League. Nel 2017 ha infatti raggiunto e superato il record di reti in un anno in Premier League di Alan Shearer con un totale di 42 reti, diventando il miglior marcatore dell’anno in Europa con 58 reti all’attivo.
Proveniente dal settore giovanile del Tottenham, dal 2011 al 2013 è stato mandato in prestito più volte lontano dagli Spurs. Debuttò nel Leyton Orient dove ha segnato anche il suo primo gol, nel 2011; l’anno successivo si trasferì al Millwall e successivamente al Norwich City. Andò in prestito nel 2013 anche al Leicester, collezionando due gol in 15 presenze.
Nella stagione 2013/14 ritornato al Tottenham, mise a segno in tre gol in 10 partite di campionato. Nella stagione successiva ha segnato 21 reti, piazzandosi al secondo posto dietro Aguero del Manchester City a 26 reti. Le ultime due stagioni ha portato il Tottenham in alto in classifica grazie ai suoi gol che gli hanno permesso di vincere la classifica marcatori con 25 reti nel 2015/16 e 29 nel 2016/17, di cui 7 nelle ultime due gare di campionato.
Il 19 marzo 2015 il CT inglese Roy Hodgson lo ha inserito nella lista dei convocati per la partita contro la Lituania, valida per le qualificazioni a Euro 2016, e per l’amichevole contro l’Italia. Il 27 marzo 2015 ha fatto il suo debutto in nazionale maggiore, nel match vinto per 4-0 contro i lituani, subentrando al 71′ a Wayne Rooney e realizzando la sua prima rete con la maglia dell’Inghilterra dopo appena 79 secondi dal suo ingresso in campo. L’attaccante, grazie ai suoi goal, viene anche convocato per gli Europei 2016 in Francia: in tale manifestazione non è però riuscito a esprimersi su livelli soddisfacenti, come il resto della nazionale, eliminata clamorosamente agli ottavi di finale dalla matricola Islanda. Nonostante la pessima performance mostrata in quell’occasione nell’ottobre 2017 viene nominato capitano dei Three Lions per la gara di qualificazione ai Mondiali del 2018 contro la Slovenia, segno della fiducia di una nazione intera.
Harry Kane è un calciatore molto fisico, dotato di un’ottima tecnica. Riesce a realizzare bellissimi gol con entrambi i piedi e di testa ed essendo anche veloce, fa sì che il ragazzo inglese sia un’attaccante fra i più completi in circolazione.

In Italia però, c’è una cultura del calcio diversa: rispetto all’Inghilterra i nostri giovani non sono riusciti a ritagliarsi una vetrina importante, sia nel nostro campionato che in qualche paese estero. Vuoi per la mancanza di centri federali adeguati, vuoi per le differenze abissali fra Primavera e prima squadra, vuoi per il poco minutaggio concessogli a favore dei coetanei stranieri, negli ultimi anni non siamo riusciti ad assistere ad un ricambio generazionale adeguato di quei fenomeni che ci fecero vincere il Mondiale del 2006. Nonostante ciò non si può dire che, nell’attuale formazione nostrana, non esistano grandi giocatori. Fra questi spiccano senza dubbio Verratti, Insigne e Immobile: il trio delle meraviglie che ha contribuito al Pescara di Zeman della stagione 2011/12 di salire in Serie A e che è riuscito, qualche anno dopo, a prendersi anche la Nazionale Italiana. Analizziamo ora, uno per uno, i tre talenti:

L’Italia nel segno di Pescara

Marco Verratti (Paris Saint Germain)

Nato a Pescara nel 1992, Marco Verratti è uno dei centrocampisti più talentuosi in giro per l’Europa. Debuttò nel 2008 con la maglia del Pescara, dopo aver compiuto gran parte delle giovanili nella squadra del suo comune di nascita. Trascorse a Pescara quattro anni mettendo a segno solo due gol; nella stagione 2011/12 contribuì alla promozione della sua squadra in  Serie A riuscendo a meritarsi l’attenzione del più importante club della Francia: il Paris Saint Germain. Pagato 12 milioni di Euro, milita ancora oggi nel club francese, dove in 155 gare ha totalizzato solo 5 gol. Non è un dato negativo come potrebbe sembrare, poiché il suo lavoro a centrocampo è fondamentale per la sua squadra. Con il suo club ha vinto tutti i titoli nazionali ed il suo enorme talento ha fatto sì che anche leggendari giocatori come Xavi, si sbilanciassero sulle sue prestazioni. Il fenomeno spagnolo ha infatti affermato in un’intervista:  “Il suo stile di gioco ricorda il mio. È molto bravo sia nei passaggi corti che in quelli lunghi, serve ottimi assist ed è difficile togliergli il pallone. È uno dei migliori centrocampisti del mondo”.
Centrocampista completo, è un playmaker tecnico, reattivo e molto agile, dotato di ottime qualità nel proteggere il pallone e di un dribbling fulmineo, spesso integrato con improvvise finte con le quali disorienta l’avversario, eseguendo diversi passaggi in pochissimo tempo e fornendo assist per i compagni di squadra. Di statura minuta, è dotato di ottimo palleggio, qualità che gli consente di dettare i tempi ed impostare l’azione. Grazie alla sua duttilità, è in grado di ricoprire svariati ruoli, quali il trequartista, il centrocampista puro o il regista davanti alla difesa, posizione che ha iniziato a ricoprire durante la sua militanza nel Pescara, guidato da Zdeněk Zeman.
Si è reso protagonista di una veloce maturazione che ne ha fatto, a poco più di vent’anni, uno dei migliori centrocampisti del panorama internazionale. A livello atletico, è molto rapido nei movimenti, esibendo un mix tra efficacia e fisicità, pur non disponendo di un fisico imponente; dimostra, inoltre, pulizia nei tocchi di palla, tempismo nei contrasti, il tutto unito ad una buona dose di carisma, grinta e personalità in campo. Avvezzo a giocate tanto efficaci quanto rischiose, si ispira ad Andrea Pirlo e Alessandro Del Piero.

Lorenzo Insigne (Napoli)

Lorenzo Insigne, nato nel 1991, è un calciatore del Napoli e della nazionale Italiana. Ha fatto tutto il percorso delle giovanili con la squadra partenopea, fino al debutto in prima squadra nel 2010. Nei due anni successivi è andato in prestito a Cavese, Foggia e infine Pescara. Proprio nella squadra abruzzese è esploso il suo talento, permettendogli di chiudere la stagione con 18 gol in campionato, alle spalle del suo compagno di squadra Ciro Immobile. Insieme a lui e Marco Verratti, ha contribuito alla promozione in massima serie del Pescara. Ritornato al Napoli, nel 2012 ha firmato la sua prima rete con la maglia azzurra; il 18 settembre 2013 ha esordito anche nella massima competizione europea, la UEFA Champions League, nella gara interna contro i tedeschi del Borussia Dortmund, in cui realizzò anche la prima rete personale in Europa siglando su calcio di punizione il secondo gol del Napoli, vittorioso per 2-1. Il 15 gennaio 2014 ha realizzato contro l’Atalanta il primo goal in Coppa Italia e Il 27 febbraio dello stesso anno, grazie al gol nella gara di ritorno dei sedicesimi di finale di Europa League contro lo Swansea City, il napoletano segnò in tutte le competizioni a cui prese parte, diventando così il secondo calciatore italiano (dopo Antonio Di Natale) ad aver segnato in Serie A, Champions League, Europa League e Coppa Italia nella stessa stagione. Con la maglia del Napoli ha raggiunto le 100 presenze nel 2015 contro la Juventus al San Paolo, diventando ben presto l’idolo della tifoseria partenopea, che da tanto aspettava un “Figlio di Napoli” pronto a dare la carriera per quella maglia, alla pari di fedeli campioni come Totti e Del Piero (a cui si aspira). Il 2 settembre 2012, all’età di 21 anni, il CT Cesare Prandelli lo ha convocato per la prima volta in nazionale maggiore per le partite contro Bulgaria e Malta, valide per le qualificazioni al Mondiale 2014. Ha esordito l’11 settembre successivo nella partita di Modena contro Malta, subentrando nell’intervallo della gara ad Alessandro Diamanti. Il 14 agosto 2013, alla seconda presenza, ha firmato la prima rete in nazionale nell’amichevole contro l’Argentina disputata allo stadio Olimpico di Roma, fissando il risultato sul definitivo 2-1 per i sudamericani, mentre Il 6 settembre seguente ha giocato per la prima volta da titolare nella gara interna contro la Bulgaria. Il 1º giugno 2014 viene inserito nella lista dei 23 convocati per il Mondiale 2014 in Brasile, mentre il 20 fece il suo esordio nella manifestazione, nella seconda partita del girone persa per 1-0 contro la Costa Rica, subentrando al 57º minuto ad Antonio Candreva. Quella contro i sudamericani rimane la sua unica presenza in quella competizione, vista l’eliminazione dell’Italia nella fase a gironi. Chissà cosa sarebbe potuto cambiare con lui in campo più spesso? Inizialmente escluso nella gestione del CT Antonio Conte, complici infortuni e scelte tecniche, è tornato a giocare in nazionale quasi due anni dopo, il 24 marzo 2016, in un’amichevole contro la Spagna (1-1), durante la quale ha segnato un gol dopo esser entrato nella ripresa. E’ stato convocato per l’Europeo 2016 in Francia, nel quale ha esordiato subentrando nella terza partita del girone persa 1-0 contro l’Irlanda. Successivamente subentrerà anche durante le partite degli ottavi contro la Spagna e dei quarti contro la Germania, partita in cui ha messo a segno il primo dei tiri di rigore al termine dei quali l’Italia viene eliminata dalla competizione per gli errori fatali di Pellé, Zaza e Darmian.
Il suo ruolo originale era inizialmente quello dell’esterno offensivo sinistro nel 4-3-3 disegnato da Zdeněk Zeman durante la sua militanza nel Foggia e nel Pescara. Sebbene prediliga fungere da ala sinistra, è un giocatore tatticamente versatile, capace di svariare su tutto il fronte d’attacco, per poi convergere e calciare in porta; nel corso degli anni ha notevolmente ampliato il proprio raggio d’azione, operando su tutto il versante offensivo come playmaker a supporto delle punte o come seconda punta in virtù della sua visione di gioco, contribuendo all’azione di ripartenza servendo i compagni con lanci in profondità, passaggi filtranti, rapidi scambi di palla e fornendo assist. Abile battitore di calci di punizione e buon rigorista, nonostante la statura ridotta, dispone di un fisico compatto e gambe forti che, grazie al baricentro basso, gli permettono di imprimere grande potenza ai tiri a giro, sua dote migliore. Rapido nel fraseggio, elegante nei tocchi di palla e puntuale nell’anticipo, è dotato di un dribbling secco e fulmineo, di cui si serve per liberarsi della pressione fisica avversaria; buon finalizzatore, la sua rapidità gli consente di inserirsi negli spazi stretti, penetrare in area di rigore e dirigere le manovre d’attacco.

Ciro Immobile (Lazio)

Ciro Immobile, attaccante classe ’90, è in forza alla Lazio ed è la punta di riferimento della nazionale italiana. Centravanti capace di spaziare su tutto il fronte d’attacco, ha i suoi principali punti di forza nel senso del gol, nel fisico possente, nella buona tecnica, dribbling nello stretto e tiro di prima intenzione, da ogni posizione e con entrambi i piedi.
Mosse i primi passi nelle giovanili del Sorrento e successivamente della Juventus, per poi passare dal 2010 al Siena, al Grosseto e infine al Pescara, dove mostrò tutto il suo talento. Come già detto più volte, ha contribuito con i suoi gol alla promozione del Pescara in Serie A allenata da Zeman. Nella sua unica stagione con la squadra abbruzzese, in 37 gare mise a segno 28 gol, vincendo la classifica marcatori. Si trasferì poi al Genoa dove segnò solo 5 gol, mentre poi giocò una stagione di spicco con il Torino l’anno successivo segnando 22 gol in 33 partite. Con la splendida stagione vennero i tedeschi del Borussia Dortmund a bussare alle porte del Torino, strappandolo alla concorrenza di altre squadre europee. La sua stagione però non fu brillante come con i granata, poiché riuscì a segnare soltanto 3 gol con i gialloneri. Nel 2015/16 andò in prestito al Siviglia in Spagna, dove in sole 8 gare siglò 2 gol; terminò la stagione in prestito al Torino, mettendo a segno 5 reti. Dal 2016 in poi la Lazio ha creduto in lui acquistandolo a titolo definitivo per sostituire Miroslav Klose, ritiratosi dal calcio giocato. In 62 partite con la maglia biancoceleste, ha firmato il tabellino 47 volte in campionato, e nella stagione attuale è il capocannoniere della Serie A, con 24 reti.
Per quanto riguarda la nazionale, il 2 marzo 2014 ottenne la prima convocazione con la nazionale maggiore da parte del CT Cesare Prandelli. Esordì in nazionale il 5 marzo 2014, a 24 anni, nella partita amichevole Spagna-Italia (1-0), disputata a Madrid. Le ottime prestazioni offerte alla sua prima stagione nel Torino, con la conseguente vittoria della classifica marcatori in Serie A, lo portarono a esser convocato per il Mondiale 2014. Dopo l’esordio da subentrante nella vittoria per 2-1 contro l’Inghilterra, giocò da titolare l’ultima partita della fase a gironi contro l’Uruguay, che determinò l’eliminazione dell’Italia. Il 4 settembre successivo mise a segno il suo primo gol in nazionale mentre nella prima gara del CT Antonio Conte aprì le marcature nell’amichevole vinta 2-0 sui Paesi Bassi disputata a Bari. Nelle prime partite di qualificazione a Euro 2016 venne promosso titolare nella coppia d’attacco insieme con Simone Zaza; i due verranno poi scavalcati nelle gerarchie da Éder e Graziano Pellè: l’attaccante napoletano venne comunque convocato da Conte per l’Europeo 2016, in cui ottenne due presenze, entrambe nella fase a gironi. Confermato nel gruppo azzurro dal nuovo CT Gian Piero Ventura, suo allenatore ai tempi del Torino, il 9 ottobre 2016, durante la partita di qualificazione al Mondiale 2018 giocata a Skopje contro la Macedonia, realizzò la sua prima doppietta in maglia azzurra, che consentì all’Italia di vincere in rimonta per 3-2. Con 6 reti realizzate in 10 presenze si laureò capocannoniere del Girone G di qualificazione al Mondiale 2018, ma l’Italia mancò la qualificazione ai play-off nella sciagurata doppia partita contro la Svezia.

I tre volti principali di Italia ed Inghilterra, hanno sicuramente del talento da mostrare. Attendiamo così di vederli all’opera nel match che li metterà a confronto martedì 27 marzo nell’amichevole che si giocherà a Wembley. Sicuramente sarà una gara divertente dal punto di vista del gioco, perché con calciatori del genere, azioni spettacolari di certo non mancheranno.