Pagellone Serie A 2017/2018: la stagione del Napoli – ad un passo dal sogno

La Serie A 2017/2018 è ormai finita, consegnandoci alcuni verdetti molto prevedibili (la vittoria in campionato della Juventus o la retrocessione del Benevento) con alcune sorprese (il Milan solo in Europa League) e delle battaglie davvero entusiasmanti (la lotta Inter vs Lazio per il posto in Champions League). Finito il campionato, è tempo di riflessioni e di verdetti: ecco perché, noi di RadioGoal24, abbiamo deciso di analizzare com’è andata andata la stagione delle squadre più importanti del nostro campionato, per cominciare a parlare anche in ottica futura.

Napoli, l’analisi del mercato

Quando si tirano le somme sulla stagione appena fatta, uno dei primi pensieri va sempre all’efficacia delle manovre del marcato. Quello del Napoli è stato un mercato più di trattenimento dei migliori, piuttosto che di un incremento della rosa. Infatti questa estate gli unici acquisti fatti sono stati Marko Rog e Adam Ounas: i due giovani giocatori hanno trovato poco spazio nelle gare che il Napoli ha disputato, ma nei pochi minuti giocati, hanno dimostrato il loro valore. Durante il mercato invernale invece sono stati presi in prestito dal Tolosa il giovane Machach e il terzino della Roma Mario Rui. Nessun minuto giocato per il giovane francese, mentre il portoghese ha avuto più spazio, a causa anche dell’infortunio che ha tenuto fuori Ghoulam. Infatti il terzino algerino a causa di due gravi infortuni, è dovuto rimanere fuori dai campi di gioco addirittura da novembre per la rottura del legamento crociato e successivamente a febbraio la frattura della rotula. Il mercato in uscita ha visto la cessione in prestito alla Sampdoria di Duzan Zapata e Ivan Strinic, la cessione di Maksimovic allo Spartak Mosca e di De Guzman all’Eintracht Francoforte.
Il mercato del Napoli è stato determinante per la sua stagione poiché la rosa corta, ha fatto si che la squadra si trovasse in difficoltà quando c’era bisogno di un turnover, che permettesse ai titolari di riposare. Infatti i sostituti non si sono dimostrati all’altezza, causando anche il calo fisico e psicologico della squadra, mancando di poco lo scudetto.

Napoli: l’andamento in campionato e nelle coppe

Il sogno e l’obbiettivo del Napoli, quest’anno, era di riuscire a spodestare dal dominio in Serie A, la Juventus. Un sogno che sembrava diventare sempre più realtà con il passare dei mesi, dove il Napoli ha chiuso il girone di andata da capolista. Ma purtroppo per loro così non è stato.
La stagione del Napoli è iniziata con le vittorie ai danni del Nizza, nel preliminare di Champion’s League, con la seguente qualificazione ai gironi, dove sono stati sorteggiati insieme al Feyenoord, allo Shakhtar Donetsk e al Manchester City. Prima dell’inizio del girone, il Napoli aveva vinto tre partite su tre in campionato, rispettivamente con Hellas Verona, Atalanta e Bologna. Ma la prima sconfitta stagionale arriva in Ucraina in casa dello Shakhtar, nella prima partita del girone europeo. Il cammino nel girone della Champion’s League è stato molto altalenante, in quanto aveva ottenuto vittorie solo contro il Feyenoord all’andata e gli ucraini nella gara di ritorno. La classifica del girone ha visto il Napoli non raggiungere il secondo posto per poter continuare il cammino nel torneo, qualificandosi però terza ed entrando in Europa League. Al termine della fase a gironi, il Napoli in campionato aveva inanellato una splendida serie  di 14 risultati positivi, con il pareggio per 0-0 con l’Inter e il pareggio a reti inviolate contro il Chievo. La prima sconfitta stagionale è arrivata nello scontro con la Juventus, a causa proprio del gol dell’ex, Higuain. Per fortuna però i partenopei, hanno mantenuto i nervi saldi ed hanno continuato a vincere, chiudendo come detto prima, il girone di andata da capolista. Il girone di ritorno si apre con una serie di sette vittorie consecutive, che avevano fatto mantenere la testa del campionato, nonostante la fortissima pressione della Juventus, che aveva iniziato a macinare punti in classifica. Prima di iniziare la fase finale e cruciale della stagione azzurra, il Napoli ha “snobbato” l’Europa League. Infatti è uscito sconfitto ai sedicesimi di finale contro il Red Bull Lipsia, che poi ha terminato il suo cammino europeo in semifinale. Al Napoli è importato di più poter provare a vincere il campionato, piuttosto che sprecare energie, in una competizione che non era prevista. Ma dopo la sconfitta con i tedeschi, è calata la tensione. La clamorosa sconfitta subita dalla Roma al San Paolo per 2-4 e il successivo pareggio con l’Inter per 0-0, hanno permesso il sorpasso dell’imbattibile Juventus, che aveva conquistato così la testa del campionato. La speranza però di tornare in testa al campionato sarebbe stata la vittoria dello scontro diretto con la Juventus, così da superarla e vincere lo sprint finale fino allo scudetto. Non tutte le ciambelle però vengono con il buco. I pareggi con Milan e Sassuolo avevano fatto quasi perdere le speranze per tutto il mondo Napoli. Ma anche la Juventus non ha brillato e quindi la distanza era rimasta di quattro punti. Il 22 aprile, il Napoli espugna l’Allianz Arena grazie al gol nei minuti finali di Koulibaly, che fa sognare tutta Napoli, riportando la distanza in classifica ad una sola lunghezza. Ecco che però arriva il crollo definitivo. Firenze. 3-0. Una partita che ha praticamente spento ogni sogno e desiderio di vittoria del campionato, nei confronti di una Juventus che aveva allungato in classifica. Nelle ultime tre gare di campionato, gli azzurri ne hanno vinte due e pareggiata una, rimanendo a quattro punti dalla Juventus.
La stagione è stata assolutamente di livello, e per il Napoli si potrebbe aprire un ciclo che lo porterebbe a vincere lo scudetto nei prossimi anni. La Juventus, anche se sempre forte, è stata messa in seria difficoltà quest’anno e se i partenopei volessero ripetere il cammino fatto questa stagione, hanno bisogno di qualche innesto di valore, che permetta alla squadra di non perdere qualità, quando i migliori in rosa verranno a mancare a causa di infortuni o squalifiche. Voto a Sarri? 8.

Napoli: Top e Flop della stagione

Top:

1) Marek Hamsik: la stagione del capitano del Napoli, ha segnato veramente la carriera del calciatore slovacco. In questa stagione infatti, è riuscito a raggiungere e superare Maradona, divenendo il miglior marcatore nella storia del Napoli. Con i suoi gol ha trascinato gli azzurri al sogno scudetto, sfumato però nel finale.
2) Dries Mertens:
stagione iniziata nel migliore dei modi per il belga, che ha collezionato molti gol nella prima metà di campionato. Durante la seconda parte della stagione, sembra essersi spento, ma è stato comunque fondamentale per il raggiungimento del secondo posto.
3) Kalidou Koulibaly: splendida stagione per il senegalese che ha blindato la difesa partenopea, mettendo a segno anche gol pesanti, come quello a Torino contro la Juventus.

Flop:

1) José Callejon: la stagione dell’esterno spagnolo, non è stata delle migliori e sono mancati i suoi gol e i suoi assist vincenti, che hanno comunque contribuito alla mancata conquista della vittoria del campionato.
2) Arkadiusz Milik: l’attaccante polacco anche quest’anno ha avuto parecchi problemi legati ai vari infortuni, che hanno permesso così di finire una stagione, sotto le aspettative. Sarebbe stato utile come sostituto di Mertens, durante il periodo nero del giocatore belga.
3) Riserve varie: non c’è un giocatore in particolare, poiché tutte le varie riserve come ad esempio Ounas, Rog, Chiriches e Diawara, non hanno inciso molto quando sono stati chiamati in causa, contribuendo così al calo psico-fisico della squadra. Sarebbero state riserve d’oro per Sarri se si fossero dimostrati all’altezza di poter sostituire i vari Hamsik, Mertens e Koulibaly.

 




Pagellone Serie A 2017/2018: la stagione della Juventus – un sogno sfumato all’ultimo

La Serie A 2017/2018 è ormai finita, consegnandoci alcuni verdetti molto prevedibili (la vittoria in campionato della Juventus o la retrocessione del Benevento) con alcune sorprese (il Milan solo in Europa League) e delle battaglie davvero entusiasmanti (la lotta Inter vs Lazio per il posto in Champions League). Finito il campionato, è tempo di riflessioni e di verdetti: ecco perché, noi di RadioGoal24, abbiamo deciso di analizzare com’è andata andata la stagione delle squadre più importanti del nostro campionato, per cominciare a parlare anche in ottica futura.

Juventus, l’analisi del mercato

Con la stagione ormai conclusa, è possibile analizzare il tipo di mercato effettuato dalla società, evidenziandone sia i pro che i contro. Dopo la deludente finale di Cardiff persa contro il Real Madrid, che ha creato parecchi disaccordi all’interno del gruppo, la Juventus ha deciso di cambiare molto in estate, scegliendo di sacrificare anche big eccellenti. In particolar modo ci riferiamo a Leonardo Bonucci e Dani Alves: il primo è passato al Milan, mentre il secondo al Paris Saint-Germain. La causa della loro cessione è stata motivata soprattutto dai diversi screzi che si erano ormai creati tra i giocatori ed il club: nel caso di Bonucci, ad esempio, ricorderete il battibecco durante Juventus-Palermo, con conseguente multa e sgabello di Oporto. Per quanto riguarda il brasiliano non hanno fatto piacere alcune dichiarazioni rilasciate nei confronti della società bianconera, sopratutto dopo la fine di Champions League persa con i Blancos. La Juventus ha così deciso di puntare in difesa su Howedes e De Sciglio: il tedesco è stato preso per garantire duttilità ed esperienza, data la sua capacità di giocare sia centralmente che sulla fascia, mentre l’ex giocatore del Milan è stato acquistato per fare da secondo a Lichtsteiner. Le cose alla fine sono andate diversamente, dato che l’ex Schalke 04 a causa di vari infortuni ha collezionato solo tre presenze in campionato, mentre De Sciglio con il giusto tempo si è conquistato spazio e fiducia dell’ambiente. Quelli che però hanno rappresentato il miglior colpo di mercato sono stati Szczesny, Matuidi e Douglas Costa. L’ex portiere di Roma e Arsenal è stato chiamato a sostituire Neto, e per gran parte della stagione ha subito l’imponente ombra di Buffon, salvo sostituirlo per quasi un mese nel periodo in cui Super Gigi si era infortunato: tutte le volte che è stato chiamato in causa, comunque, il polacco si è sempre fatto trovare pronto, e l’addio del numero uno bianconero gli apre le porte per un posto da titolare inamovibile. Matuidi è invece ciò che serviva di più al centrocampo, dato che da parecchio tempo la Juventus necessitava di un giocatore che corresse dannandosi l’anima in mezzo al campo, cercando di recuperare palloni importanti e scaricarli per i compagni. Le sue caratteristiche hanno fin da subito ricordato quelle di Arturo Vidal (anche se il cileno era dotato di molta più tecnica), che lo scorso anno aveva lasciato la Juventus per andare al Bayern Monaco: la storia del calcio è piena di operazioni tra il club di Torino e quello tedesco, tant’è che nella scorsa estate si è verificato l’ennesimo, ovvero il prestito di Douglas Costa per 6 milioni di euro, con un riscatto fissato a 40 milioni. Inizialmente l’esterno brasiliano è stato utilizzato poco nello scacchiere di Allegri, che come di consueto ha un metodo tutto suo di gestire i nuovi arrivati, ma che alla fine si rivela efficace: alla stessa maniera di Dybala due anni fa, il brasiliano ha avuto poche chance nella prima parte di stagione, e a volte le sue giocate fine a se stesse portavano pochi benefici alla squadra, con Cuadrado e Mandzukic che davano più garanzie. L’infortunio del colombiano e i vari problemi riscontrati dal croato, però, hanno permesso a Costa di iniziare a giocare con più frequenza, alternandosi sia a destra che a sinistra, a seconda della situazione. Nelle fasi finali del campionato ha inoltre fatto sbocciare tutto il suo talento, tanto che Allegri non ha più potuto fare a meno di lui. Rimane infine il caso Bernardeschi: l’ex giocatore della Fiorentina è stato acquistato per sostituire Marco Pjaca, andato in prestito allo Schalke 04, ma le sue scese in campo da titolare sono state veramente minime. Nei due mesi in cui Dybala è stato lontano dai campi a causa del problema legato al flessore della coscia, tutto lasciava presagire che fosse arrivato il grande momento per l’ex viola, che però in quelle poche volte in cui ha giocato si è rivelato molto più utile subentrando dalla panchina piuttosto che nell’undici titolare. Il suo talento tuttavia non si discute, ma l’anno prossimo dovrà dare segnali più convincenti sia all’allenatore che alla società, che dal canto suo dovrà centellinare campioni che possano far fare il salto di qualità soprattutto in Europa. Voto a Marotta? 7,5.

Juventus: l’andamento in campionato e nelle coppe

Nella stagione appena conclusa la Juventus è riuscita a vincere campionato e Coppa Italia, ottenendo il double per il quarto anno consecutivo. L’unica nota dolente è stata l’uscita dalla Champions League, avvenuta all’ultimo minuto di Real Madrid-Juventus a causa di un’ingenuità commessa da Benatia su Vazquez, dopo che i bianconeri erano riusciti a rimontare il 3-0 dell’andata. L’esclusione dall’Europa ha influenzato molto il finale di stagione del club del presidente Agnelli, che con il pareggio di Crotone e la sconfitta subita contro il Napoli, aveva permesso ai partenopei di portarsi a meno uno in classifica. Con le restanti quattro partite da giocare, in cui la Vecchia Signora avrebbe dovuto incontrare prima Inter e poi Roma in trasferta, il conseguimento del settimo scudetto consecutivo sembrava davvero complesso, ma come leoni feriti Buffon e compagni sono riusciti a ricompattarsi e a trovare le ultime energie per il finale di campionato. La folle vittoria sull’Inter per 2-3, inoltre, ha influito molto sul rendimento del Napoli, sull’onda dell’entusiasmo dopa la vittoria dell’Allianz Stadium ma prossimo alla batosta contro la Fiorentina, con la tripletta de El Cholito Simeone che ha condannato la squadra azzurra ad una sconfitta fatale. Ora che sono scorsi i titoli di coda della stagione, possiamo dire che la Juventus è sempre stata la favorita per la vittoria finale, anche se il calo fisico e mentale post-Madrid ne aveva minato le certezze. Fino a quel momento, infatti, la formazioni di Allegri si era sempre ben comportata in campionato, salvo nelle due uscite a vuoto contro Lazio e Sampdoria, ma proprio nella gara di ritorno contro i biancolesti era arrivata la partita del sorpasso, con il goal di Dybala allo scadere del 93′ che aveva spezzato il morale del Napoli, uscito sconfitto qualche ora più tardi nella sfida casalinga contro la Roma. Riallacciandoci a quanto detto in apertura di paragrafo, l’unico rammarico stagionale rimane la partita vinta al Bernabeu per 3-1: la doppietta di Mandzukic e il goal di Matuidi avevano dato ottime speranze alla Juventus di poter andare ai tempi supplementari, ma il fallo di Benatia su Vazquez e la complicità di un arbitro “poco sensibile” hanno fatto si che Madama vedesse crollare in un attimo una storica rimonta. Certo, l’ennesimo trionfo in Serie A e il roboante 4-0 maturato in finale di Coppa Italia contro il Milan hanno reso il ricordo di quella serata un po’ meno amaro, ma è chiaro che tutta la dirigenza bianconera dovrà fare uno sborso economico importante per il prossimo anno, in modo da poter regalare ad Allegri una rosa equiparabile a quella delle altre big europee. Nonostante ciò, il voto del tecnico toscano è 8,5.

Juventus: Top e Flop della stagione

Top:

1) Douglas Costa: il brasiliano, nonostante un iniziale momento di difficoltà, si è rivelato senza dubbio l’esterno offensivo più forte del nostro campionato. La sua bravura nel dribblare e nel saper saltare l’uomo ha dato filo da torcere anche a Tottenham e Real Madrid, ponendo forti speranze per la prossima Champions League bianconera, vero obiettivo della società.
2) Paulo Dybala: il campionato della Joya ha avuto momenti di alti e bassi, ma le 22 reti segnate in campionato lo rendono il miglior marcatore dei suoi in Serie A. Gli si rimprovera spesso il fatto di essere poco decisivo nelle partite che contano, anche se quest’anno ha attraversato diversi problemi sia dal punto di vista personale che fisico. Bisogna anche dire che il goal contro la Lazio allo scadere è valso mezzo campionato, quindi giusto collocarlo tra i giocatori più determinanti della stagione.
3) Medhi Benatia: la partenza di Bonucci aveva scosso tutto l’ambiente bianconero, costretto a privarsi di una delle sue colonne portanti. Al suo posto è stato comprato Howedes, ma il vero affare è stato il riscatto di Benatia dal Bayern Monaco: il marocchino è tornato ai fausti di quando giocava con la Roma, bravo nel marcare ma anche nell’andare in goal, come dimostra la doppietta di Coppa Italia realizzata contro il Milan.

Flop

1) Alex Sandro: dopo un primo anno positivo in cui aveva fatto vedere tutte le sue doti offensive e difensive, la seconda stagione in bianconero si è dimostrata fallimentare per il brasiliano. Spento e poco voglioso, ha costretto molte volte la sua squadra a “giocare con un uomo in meno”. Alcune voci di mercato avrebbero influito pesantemente sul suo rendimento, compromettendo di fatto l’annata appena trascorsa.
2) Benedikt Howedes: preso in presito dallo Schalcke 04 per 3,5 milioni di euro, il tedesco ha deluso fortemente le aspettative. Chiariamo però il concetto: quando è stato chiamato in causa si è anche dimostrato un difensore solido, esperto e difficile da spostare, ma i suo tanti infortuni e le sue sole tre presenze stagionali non possono far altro che collocarlo tra i flop della rosa bianconera.
3) Claudio Marchisio: il principino non è più quella di una volta, ma questo si sapeva già diverso tempo. La stagione appena conclusa è stata forse la più difficile per lui, e il fatto che Sturaro abbia giocato più minuti di lui la dice lunga sulla considerazione che Allegri può avere del suo numero 8.

 

 




Pagellone Serie A 2017/2018: la stagione della Roma – fra rimpianti e miracoli

La Serie A 2017/2018 è ormai finita, consegnandoci alcuni verdetti molto prevedibili (la vittoria in campionato della Juventus o la retrocessione del Benevento) con alcune sorprese (il Milan solo in Europa League) e delle battaglie davvero entusiasmanti (la lotta Inter vs Lazio per il posto in Champions League). Finito il campionato, è tempo di riflessioni e di verdetti: ecco perché, noi di RadioGoal24, abbiamo deciso di analizzare com’è andata andata la stagione delle squadre più importanti del nostro campionato, per cominciare a parlare anche in ottica futura.

Roma, l’analisi del mercato

A fine stagione è importante analizzare, prima di tutto, se la strategia sul mercato adottata dalla società è stata quella giusta: la Roma ha cambiato molto lo scorso anno, a partire dal direttore sportivo: se ne è infatti andato Walter Sabatini, presente fin dagli inizi della Roma “Made in U.S.A”, per far posto allo spagnolo Monchi, eroe del pluri-premiato Siviglia. Tuttavia la strategia primaria del club giallorosso non è affatto cambiata. Anche quest’anno la rosa giallorossa è stata pesantemente ridimensionata a causa di alcune pesanti cessioni effettuate per risanare il bilancio: la partenza di Rudiger e sopratutto quella di Salah (protagonista poi dell’eliminazione della Roma in Champions League) sono state pesanti, lasciando dei buchi purtroppo mal riempiti dal nuovo dirigente romanista. Al posto del tedesco è stato preso infatti Moreno, venduto poi a gennaio senza praticamente essere mai utilizzato, mentre in attacco il grande colpo per non far sentire la mancanza dell’egiziano è stato Schick. Aldilà della questione Juventus, con il ceco che era stato preso dai bianconeri ma poi mollato per problemi fisici, ha fatto discutere sopratutto il prezzo e la posizione per cui è stato preso: il budget di 40 milioni per l’esterno è infatti stato sborsato per una punta che aveva fin lì disputato solo una stagione di buon livello, quasi sempre da subentrato, nella Sampdoria. Aldilà delle questioni tattiche, ha pesato sopratutto il tempismo, visto che il giovane talento è arrivato sopratutto come rimpiazzo per la mancata riuscita dell’affare Mahrez, che ha monopolizzato il mercato giallorosso per un mese intero. La stagione di Schick, per tutta una serie di motivi fra adattamento, ruolo ed infortuni, non è stata delle migliori, anche se l’attenuante dell’età si erige a salvagente dell’investimento. Anche anche altri acquisti non hanno convinto del tutto: Karsdorp è arrivato infortunato ed ha finito la stagione sotto i ferri, Pellegrini è sembrato ancora troppo acerbo per guidare il centrocampo, Gonalons si è reso protagonistiadi una serie di errori grossolani per tutta la stagione, Silva è stato utilizzato solo in una partita, Defrel non ha mai inciso prima di infortunarsi. A salvare una sessione sicuramente non sufficiente ci ha pensato il “colpo” Under, preso per giocare da riserva come esterno destro e capace di prendersi la titolarità nel girone di ritorno grazie ad alcuni grandi colpi. Anche Kolarov si è rilevato un buon innesto, capace di dare esperienza e corsa sulla fascia, una stabilità nel ruolo di terzino che mancava da molto in casa Roma. Il primo anno di Monchi ha saputo quindi regalare alcuni buoni colpi, ma la gestione cessione-ricambi non ha convinto del tutto e dovrà sicuramente fare meglio nella prossima sessione. Voto a Monchi? 5.5

Roma: l’andamento in campionato e nelle coppe

Foto Fabio Rossi/AS Roma/ LaPresse
20/08/2017 Bergamo (Italia)
Sport Calcio
Atalanta – Roma
Campionato di Calcio Serie A Tim 2017/2018 – Stadio Atleti Azzurri d’Italia
Nella foto: Eusebio Di Francesco
Photo Fabio Rossi/AS Roma/ LaPresse
20/08/2017 Bergamo (Italia)
Sport Calcio
Atalanta – Roma
Italian Football Championship League A Tim 2017/2018 – Stadio Atleti Azzurri d’Italia
In the pic: Eusebio Di Francesco

Anche quest’anno la Roma non è riuscita a vincere un trofeo, ma sicuramente siamo stati di fronte ad una delle stagione più emozionanti in casa giallorossa da molti anni. Stranamente però non c’entra nulla il campionato, visto che la brigata guidata da Di Francesco non è ai riuscita a impensierire Juventus e Napoli per lo scudetto, ma non è mai nemmeno sembrata in pericolo per la conquista del terzo posto. Una Serie A quindi abbastanza noiosa che si era aperta in maniera non perfetta, visto il successo contro l’Atalanta per un misero 1 a 0 su punizione e la sconfitta in casa subita contro l’Inter dell’ex Spalletti. Già le prime giornate sembrano presagire una stagione di transizione, di alti e bassi: tuttavia, dopo la sconfitta contro i nerazzurri, i giallorossi sono riusciti (sfruttando il calendario) ad inanellare una serie di vittorie molto importanti (contro Verona, Benevento, Milan ed Udinese) prima di soccombere in casa contro lo strapotere del Napoli. Ciò nonostante Di Francesco non ha mai perso il controllo della sua squadra, sapendo dare la giusta carica ai suoi dopo ogni sconfitta. Assimilato il k.o. contro i partenopei, sono arrivate altre 5 vittorie consecutive, tra cui un bellissimo successo nel derby contro i cugini della Lazio, grazie ai goal di Perotti e Nainggolan. Successivamente però la Roma ha sofferto un periodo piuttosto grigio, andando a perdere punti contro squadre decisamente più deboli: il pareggio contro il Genoa, il Chievo ed il Sassuolo hanno minato le ambizioni giallorosse, con tanto di sconfitta in casa della Juventus a distruggere ogni speranza scudetto. All’inizio del girone di ritorno le cose non sono migliorate, con soli 2 punti guadagnati in 4 partite. Come all’andata, il mister ha saputo però sfruttare alcuni impegni più facili per ottenere 3 vittorie consecutive con avversari del calibro di Verona, Benevento ed Udinese, prima però di tornare con i piedi per terra facendosi battere dal Milan di Gattuso. La storia della Roma ci ha insegnato però che i giallorossi riescono quasi sempre a sorprendere nei momenti peggiori e con la vittoria al S. Paolo contro il Napoli, sono riusciti a rialzare la testa. Durante le partite successive gli uomini di Di Francesco hanno mantenuto un ritmo stabile, con molte vittorie ma qualche passo falso di troppo come la sconfitta in casa contro la Fiorentina ed il pareggio contro la Lazio, prima di vincere le ultime uscite per aggiudicarsi il terzo posto. Negli ultimi tempi però la mente dei giocatori era da tutt’altra parte, visto la grandiosa avventura in Champions League: i giallorossi erano stati inseriti in un “girone di ferro” contro Chelsea, Atletico Madrid e Qarabag: nonostante un solo punto guadagnato negli scontri diretti contro gli spagnoli, la Roma è riuscita ad ottenere ben 4 punti contro il Chelsea (pareggio a Stanford Bridge dopo essere passati anche in vantaggio, netto 3 a 0 all’Olimpico) e 6 contro contro gli azeri, sfruttando i passi falsi dell’Atletico contro quest’ultimi per aggiudicarsi addirittura il primo posto nel girone. L’avversario agli ottavi è stato lo Shakhtar Donetsk che, dopo aver vinto per 2 a 1 all’andata in rimonta in Ucraina, è stato domato con un semplice 1 a 0 all’Olimpico con goal di Dzeko. Nei quarti di finale i giallorossi hanno incontrato il Barcellona, che sembrava una delle favorite per la vittoria del torneo, visto il ruolino di marcia avuto in campionato: dopo una sconfitta al Camp Nou piuttosto immeritata nonostante il punteggio (4 a 1), la reazione fra le mura di casa è stata incredibile, con un secco 3 a 0 che non ha lasciato dubbi sulla prova di valore dei romanisti. La Roma è riuscita ad arrivare quindi in semifinale dopo più di 30 anni, capitando però contro la squadra che nel 1984 gli aveva negato il sogno dell Coppa in casa, vale a dire il Liverpool. La gara di andata è stata pessima per i giallorossi, che hanno subito la furia dei Reds e dell’ex Salah per  più di un’ora sfruttando i minuti finale per accorciare il punteggio e finire sul 5 a 2. Nella gara di ritorno la Roma ha provato a ripetere l’impresa dei quarti, non riuscendoci (anche per qualche errore arbitrale) per un solo goal di scarto. Se la Champions League ha dato orgoglio, la Coppa Italia ha invece inflitto un senso di disonore, visto che i capitolini si sono arresi solo negli ottavi di finale facendosi eliminare dal Torino. Una stagione quindi che si è rivelata una montagna russa per la Roma ma che, nonostante gli errori, fan ben sperare per il futuro. Voto a Di Francesco? 7

Roma: Top e Flop della stagione

Top:

1) Edin Dzeko: il bosniaco, nonostante qualche momento di difficoltà, ha saputo trascinare spesso i giallorossi alla vittoria, confermandosi come uno degli attaccanti più forti del campionato e d’Europa. Proprio in Champions League il bosniaco è stato un vero trascinatore, fungendo da leader assoluto.
2) Alisson Becker: la partenza di Szczesny aveva lasciato qualche dubbio sul futuro della porta giallorossa, ma il brasiliano non solo ha dimostrato di valere il polacco, ma anche di essere più forte. Con alcune parate decisive in quasi tute le partite nella stagione, Alisson ha di fatto triplicato il valore del suo cartellino, facendo guadagnare tantissimi punti ai giallorossi.
3) Federico Fazio: la partenza di Rudiger non ha pesato come quella di Salah solo perché si sapeva che la difesa, con Fazio e Manolas, era comunque coperta. L’argentino ha subito guadagnato la fiducia del mister, che difficilmente lo ha tolto dal campo anche per le partite più semplici: bravo in marcatura, maggiore attenzioni sugli inserimenti avversari e un elevazione come pochi al mondo, sono le armi che gli hanno permesso di diventare ormai un punto di riferimento.

Flop:

1) Bruno Peres: dopo un anno incolore sotto la guida di Spalletti, il brasiliano non è sembrato affatto migliorato nonostante i progressi (a detta del giocatore stesso) in estate nel ritiro con Di Francesco. I continui errori difensivi ed una sempre più scialba propensione ad offendere lo hanno trasformato in un terzino poco affidabile
2) Gregoire Defrel: acquistato per 20 milioni come “pupillo” da Di Francesco, il francese non è riuscito a convincere né nel ruolo da esterno (dove è stato maggiormente schierato) né come punta centrale. Nel momento topico della stagione si è anche infortunato, compromettendo di fatto il campionato.
3) Maxime Gonalons: preso per fare da vice De Rossi, il francese non ha fatto altro che ribadire l’importanza di avere il capitano giallorosso sempre in campo: errori grossolano nel palleggio, grande lentezza e poca cattiveria agonistica non gli hanno permesso di incidere come credeva. Le ultime buone prestazioni potrebbero però valergli una seconda possibilità il prossimo anno.

 




Lazio-Inter, le 3 chiavi tattiche della partita

Lazio ed Inter sono legate da una amicizia che ha preso piede negli anni ’80, ma domenica sera all’Olimpico non ci sarà legame che tenga, dato che le due squadre si contenderanno un importante spareggio per la prossima Champions League. Il match che ci aspettiamo è uno di quelli accesi, al cardiopalma, ricco di emozioni, in cui cuore e testa conteranno più di qualsiasi altra cosa. La partita di andata terminò con il risultato di 0-0, ma fu condita da uno bello spettacolo, in cui entrambe le compagini ebbero diverse occasioni importanti, esprimendo per larghi tratti segnali evidenti di un buon calcio. Questa volta Inzaghi e Spalletti, i due veri condottieri di quest’ultima battaglia, non vogliono deludere le aspettative nemmeno in termini di goal, e per questo faranno della programmazione tattica fatta a puntino la loro chiave di volta. Noi di RadioGoal24 abbiamo individuato e analizzato i tre snodi cruciali su cui i due allenatori potrebbero puntare per raggiungere l’ambitissimo posto nell’Europa che conta.

Nella difesa della Lazio rimane il dubbio De Vrij: giocherà oppure no?

In casa Lazio tiene banco il caso De Vrij: il giocatore olandese, promesso sposo proprio dell’Inter nella prossima stagione, potrebbe non essere schierato titolare da Simone Inzaghi. Dopo le valutazioni di queste ore, infatti, l’allenatore biancoceleste sembra intenzionato a non far partire dal primo minuto il difensore, che secondo gli addetti ai lavori si sentirebbe combattuto tra presente e futuro. La sua assenza non deve essere però un dettaglio da poter sottovalutare, dato che contro il Crotone proprio l’olandese ha evitato sulla linea il goal del possibile 3-1. Alla fine a decidere sarà il giocatore stesso, anche se il tormento e l’incertezza che lo circondano al momento sono perfettamente comprensibili. In ogni caso in difesa giocherebbero Wallace, Luiz Felipe e Radu, che dovranno stare bene attenti a impedire le sfuriate dell’attacco nerazzurro.

Spalletti proporrà il 4-2-3-1 con Brozovic a centrocampo o dobbiamo aspettarci qualche modifica?

Spalletti sembra aver trovato equilibrio con il 4-2-3-1 e difficilmente cambierà in vista della Lazio. Nonostante le sconfitte contro Juventus e Sassuolo, l’Inter ha infatti disputato delle ottime partite con l’impiego di questo modulo, con Brozovic diventato chiave del centrocampo: il croato ha vestito perfettamente i panni del regista, poiché in più di qualche occasione può dare libero sfogo a verticalizzazioni taglienti. Per il resto bisogna valutare le scelte di Vecino o Borja Valero: il primo ama giocare palla in uscita tramite le vie centrali, ma così facendo costringerebbe Brozovic a coprire ampie zone di campo, come ha dimostrato il match contro il Sassuolo. Lo spagnolo, invece, costruirebbe le trame di gioco dal basso, stazionando di più in mediana e conferendo più stabilità al centrocampo. I punti cardine del centrocampo nerazzurro restano tuttavia le fasce, dato che sia Perisic che Candreva possono riversarsi in attacco senza dover pensare troppo allo spazio da coprire alle proprie spalle. Questo è dovuto ovviamente alla crescita di D’Ambrosio e Cancelo, le due pedine fondamentali di Spalletti, che in fase di ripiego coprono bene i buchi lasciati dai compagni. A completare il reparto della trequarti c’è infine Rafinha, arrivato a gennaio ma già determinante nello scacchiere interista: il portoghese è dotato di dinamismo e rapidità, due doti che gli consentono di muoversi in maniera imprevedibile su tutto il fronte di attacco, creando molti grattacapi alle difese avversarie.

Immobile e Icardi, due bomber a confronto per un posto in Champions

Immobile ed Icardi si contendono quest’anno il titolo di miglior marcatore: il primo è a quota 29 reti, mentre il secondo a 28. Domenica sera si sfideranno a suon di goal, come sempre, ma alla fine soltanto uno riuscirà ad ottenere lo scettro di miglior capocannoniere della Serie A. Il fattore che li accomuna è che questa stagione entrambi sono stati alle prese con problemi muscolari, durante i quali le loro squadre ne hanno risentito: la Lazio senza il suo attaccante ha vinto una partita su cinque, mentre l’Inter due su quattro. La differenza è che Immobile ha rilevato un problema alla coscia proprio adesso, ovvero nel momento dello sprint finale, costringendolo ad arrivare in condizioni non ottimali nella sfida contro l’Inter. Nell’allenamento di ieri, inoltre, il bomber biancoceleste ha subito un pestone al piede ed è stato costretto ad abbandonare il campo, ma le ultime indiscrezioni confermano un suo rientro in gruppo nell’allenamento di questa mattina. Venendo alle caratteristiche tecniche, parliamo di due giocatori completamente diversi: Icardi difficilmente abbandona l’area di rigore, guarda sempre e solo la porta e nemmeno Spalletti è riuscito nell’mpresa di “trasformarlo”. Il laziale invece si muove anche sugli esterni, svaria ai confini dell’area di rigore e crea spazi per i compagni: non è un caso, infatti, che fino ad ora abbia collezionato 10 assist.

 

 

 

 

 




Buffon, i 5 momenti chiave della sua carriera

Gigi Buffon, dopo 22 anni di carriera, ha deciso di dire addio al calcio italiano: quella di domani contro l’Hellas Verona, sarà l’ultima partita in Serie A per il portiere bianconero, che dirà addio al nostro campionato dopo 640 presenze (di cui 294! senza subire goal) con le maglie di Parma e Juventus. Prima di ripercorrere la sua carriera tramite cinque momenti chiave del 40enne di Carrara, è giusto e meritevole ricordare il suo palmarés: 9 Scudetti, 5 Coppe Italia, 6 Supercoppe italiane, 1 Campionato di Serie B, 1 Coppa Uefa e 1 Coppa del Mondo. Leggendario.

19 NOVEMBRE 1995: ESORDIO IN A

Si gioca Parma-Milan e Luca Bucci, portiere titolare del Parma, è fuori per infortunio. Il tecnico Nevio Scala decide di sorprendere un po’ tutti rinunciando a schierare in campo Alessandro Nista, il secondo portiere dei ducali. Infatti, tra i pali ci andrà un giovane 17enne, che alla fine della partita, terminata sullo 0-0, risulterà il migliore in campo e la sua prestazione sarà premiata con un 8 in pagella sulle pagine de La Gazzetta dello Sport.

29 OTTOBRE 1997: ESORDIO IN NAZIONALE

La storia d’amore con la Nazionale italiana comincia nell’autunno del 1997, quando Cesare Maldini, complice l’infortunio di Pagliuca al 32′ del primo tempo, decide di mandare in campo Buffon durante Russia-Italia. Dopo aver fatto tutte le trafile delle giovanili, Gigi raccoglierà ben 176 presenze con la Nazionale maggiore, portando a casa anche un storica Coppa del Mondo da protagonista.

12 MAGGIO 1999: PRIMO E UNICO TROFEO INTERNAZIONALE

Nel lontano 1999, chi avrebbe mai pensato che quella Coppa Uefa vinta con il Parma sarebbe stato l’unico trofeo internazionale per club che Buffon avrebbe conquistato nella sua carriera? A distanza di anni, quella Coppa vinta contro il Marsiglia ha un sapore agrodolce se si pensa a quante volte Gigi abbia avuto l’occasione per conquistare la Champions League e coronare il suo sogno. Per lui, sarà comunque un bellissimo ricordo.

9 LUGLIO 2006: LA COPPA DEL MONDO

Forse nel suo palmarés mancherà la Champions League, ma quella Coppa del Mondo vale almeno una Champions e mezzo. Le prestazioni di Buffon durante tutto il Mondiale, gli sono valse un testa e testa fino all’ultimo voto con Cannavaro per il Pallone d’Oro. Quella sera del 9 luglio, per Gigi, è stata anche la sera in cui è stato incoronato miglior portiere sul pianeta. Dodici anni fa era già Leggenda.

6 MAGGIO 2012: LO SCUDETTO DELLA RINASCITA

Dopo Calciopoli, la discesa in Serie B, il ritorno in Serie A e due 7° posti consecutivi, il 6 maggio del 2012 arriva lo Scudetto della rinascita targato Antonio Conte. Dopo aver toccato il fondo, sei anni dopo Buffon riporta sul tetto d’Italia la sua squadra, vincendo la corsa alla vittoria contro un Milan tecnicamente superiore. E come sappiamo tutti, quello è stato il primo dei sette Scudetti consecutivi vinti dal capitano juventino.




L’Atletico porta a casa l’Europa League: l’ennesimo trionfo di Simeone

L’Atletico Madrid domina la finale di Europa League, spazzando via le speranza dell’Olympique Marsiglia con un secco 3-0 e vincendo il primo trofeo stagionale. Orfani dello squalificato Pablo Simeone, in tribuna come un leone in gabbia, i colchoneros vengono trascinati da uno strepitoso Antoine Griezmann, autore di una doppietta, e dal goal nel finale di Gabi. La partita è stata pressoché a senso unico, con la squadra di Rudi Garcia che ha provato in più occasioni a rendersi pericolosa, ma sempre con risultati sterili. Per il Cholo si tratta del 6° titolo conquistato da quando è arrivato in Spagna e della seconda Europa League (la prima arrivò nella stagione 2011/12). Per quanto riguarda il Marsiglia, continua la maledizione delle finali europee: dopo quella persa contro il Parma nel 1999 e quella persa contro il Valencia di Benitez del 2004, arriva la terza disfatta consecutiva.

Quanto Simeone sia stato importante per la storia dell’Atletico, sembrerebbe quasi superfluo ribadirlo, ma oggi è l’occasione migliore per celebrare un allenatore che ha il merito di aver fatto entrare nell’élite del calcio europeo la sua squadra. Basta un dato per rendersi conto della mole del lavoro svolto dall’ex allenatore del Catania: l’Atletico, prima dell’arrivo del Cholo, aveva raggiunto una finale europea solamente 5 volte in 109 anni di storia. Con lui in panchina ci sono arrivati 4 volte in 7 anni. Aver dato una dimensione europea a una squadra che non l’ha mai avuta, e che ha sempre sofferto il dualismo con i cugini del Real Madrid, fa di Simeone uno degli allenatori migliori del mondo. Qualcuno potrebbe dire che già si sapeva e che già lo aveva dimostrato, ma mai come in questa stagione l’Atletico sembrava in difficoltà e alla fine di un ciclo: l’uscita ai gironi di Champions League, le voci di addio sullo stesso Simeone, come quelle su Griezmann, erano indizi che portavano a pensare che l’avventura in Spagna del tecnico argentino fosse già giunta al suo apice con le finali di Champions League e la vittoria della Liga; e invece no.

Proprio quella Liga, vinta all’ultima giornata con tre punti di vantaggio su due colossi come il Real Madrid e Barcellona, è stata probabilmente l’emblema e il trionfo della realtà dell’Atletico. La sensazione romantica che può trasmettere la vittoria di un campionato davanti a squadre che hanno un budget, una rosa e una storia enormemente superiori alle tue, sono il succo della bellezza di questo gioco. La vittoria di Davide contro Golia, un’impresa che mancava da ben 18 anni.

Una piccola soddisfazione può coccolarla anche l’Italia, dove Simeone ha vissuto la sua prima esperienza europea come allenatore sulla panchina del Catania. Quanto abbiano influito sulla sua preparazione gli anni vissuti da giocatore e da tecnico in Italia, è sotto gli occhi di tutti. Il ‘catenaccio’ che ha portato così in alto l’Atletico è di fabbrica italiana, così come il contropiede micidiale e l’attenzione maniacale allo schema difensivo. Ricordiamo che dei cinque maggiori campionati europei, i colchoneros possono vantare il minor numero di goal subiti: solamente 20.




Il volto nuovo della Serie A: l’Empoli di Andreazzoli

La Serie B dell’Empoli si può dividere in due parti: la prima, con Vivarini in panchina, in cui la squadra viaggiava a buoni ritmi (a dicembre il club era a -5 dal primo posto) ma non riusciva ad imporsi. La seconda parte, invece, con la decisione del presidente Corsi di cambiare allenatore, affidando le redini della squadra ad Andreazzoli. L’arrivo dell’ex allenatore della Roma ha rivoluzionato totalmente i toscani che, grazie al tecnico di Massa, hanno ottenuto la promozione in Serie A con quattro giornate di anticipo. Andiamo alla scoperta dell’Empoli, in attesa di capire come la squadra si comporterà nel massimo campionato italiano.

Andreazzoli: il 4-3-1-2 per sorprendere il calcio dei grandi

La rivoluzione di Andreazzoli ha avuto origine nel modulo; il tecnico, infatti, è passato al 4-3-1-2 al posto di un 3-5-2 che non stava dando i risultati desiderati. L’Empoli, con questo sistema di gioco, ha decisamente cambiato passo, conquistando senza problemi la promozione in Serie A. Squadra corta, baricentro alto, attacco alla profondità e attenzione in difesa: questi i quattro capisaldi della filosofia di Andreazzoli capace di sfruttare al meglio il materiale a disposizione. Determinanti, per il salto di categoria, sono stati Zajc (di cui parleremo a breve), Krunic e Bennacer (fondamentali con i loro inserimenti) e Maietta decisivo nel blindare la difesa. L’Empoli, dopo un solo anno di purgatorio, torna nel calcio dei grandi; merito di un tecnico che ora è chiamato ad una vera e proprio impresa, la salvezza.

Zajc, da riserva a insostituibile

Uno dei protagonisti principali dell’Empoli è stato, senza ombra di dubbio, Miha Zajc; da riserva (con Vivarini ha giocato da titolare solo 4 volte su 19 partite) a elemento fondamentale nello scacchiere di Andreazzoli. Ecco la parabola del classe 1994 che, da dicembre in poi, ha messo a segno 5 goal e fornito ben 11 assist (nei primi mesi della stagione il bilancio era di 3 reti e 3 passaggi vincenti); merito di un piede destro davvero pregiato e di una visione di gioco che in pochi hanno. La sua qualità potrà essere determinante in Serie A dove l’Empoli dovrà, per forza di cose, puntare alla salvezza; il pericolo per il club toscano potrebbe essere il mercato estivo dal momento che molte squadre, in primis la Sampdoria, hanno messo gli occhi sul talento sloveno. Sarà compito del presidente Corsi riuscire a trattenerlo per non complicare, sin da subito, la permanenza nel massimo campionato italiano.

Caputo-Donnarumma: i goal per la salvezza

Per far capire quanto siano stati importanti, per la promozione dell’Empoli, Francesco Caputo e Alfredo Donnarumma basta andare a vedere i loro numeri: 47 goal in due (26 il primo, 21 il secondo) con una giornata ancora da disputare. Due attaccanti complementari tra di loro: Caputo nell’area di rigore è un vero e proprio killer mentre Donnarrumma ama svariare sul fronte offensivo ed ha qualità tecniche superiori al compagno di reparto. I loro goal ma soprattutto la loro conoscenza calcistica (in campo si capiscono a meraviglia) saranno fondamentali il prossimo anno quando dovranno regalare la salvezza all’Empoli.




Lazio, de Vrij deve giocare contro l’Inter ?

Il “de Vrij o non de Vrij” è diventato, ormai, un vero e proprio dubbio amletico per il tecnico della Lazio Simone Inzaghi, che si vede costretto a pensare di giocare senza il suo più prezioso perno in difesa contro l’Inter, nella decisiva sfida in chiave Champions. Infatti, a pochi giorni dal grande match, è praticamente arrivata l’ufficialità dell’ accordo raggiunto tra l’entourage del difensore olandese e la dirigenza nerazzurrra su una base di un contratto quinquennale da 4,2 milioni di euro più bonus a stagione per il calciatore. Il tempismo con cui è stata resa pubblica la deposizione del contratto di de Vrij è stato a lungo criticato e contestato dalla società e dai tifosi biancocelesti, vista come una mera e pura mossa mediatica. Lo stesso dirigente sportivo Igli Tare ha ammesso che è stato un colpo basso per la Lazio, vista la delicata situazione in classifica. Dopo lo stop con il Crotone nel match point che poteva far diventare la partita contro l’Inter di domenica una vera e propria amichevole, la Lazio ora sarà chiamata a sudare fino all’ultimo per conquistare il passaggio in Champions League; De Vrij è sicuramente il miglior difensore della squadra capitolina, da sempre pronto a manovrare con eccellenza la difesa biancoceleste. Una sua eventuale assenza in campo peserebbe e si farebbe sicuramente sentire.
In molti, data la situazione, si staranno chiedendo se convenga o no schierarlo nel match contro i nerazzurri. Vediamo perché non dovrebbe giocare contro la sua futura squadra:

Il tecnico  avrà a disposizione ancora cinque giorni per ponderare bene qualsiasi decisione in merito ad una eventuale esclusione o meno del giocatore nella lista dei convocati. L’idea che spinge Inzaghi a prendere la scelta di non chiamare de Vrij in campo ha radici psicologiche: è assolutamente innegabile che il ragazzo giocherebbe con un fardello molto pesante sulle spalle difficile da sostenere. Si sa che a muovere le gambe ci pensa prima la testa, e il fattore mentale un allenatore non deve mai accantonarlo per fare spazio solo a quello tecnico. Domenica de Vrij , in caso Inzaghi lo dovesse schierare in campo, sarà chiamato a marcare il suo futuro capitano, Icardi, provocando un vero e proprio disagio che può solo che danneggiare la partita e il risultato per i biancocelesti. Anche la “questione morale” dovrebbe far riflettere l’allenatore: se il comportamento dell’Inter non è stato dei migliori, anche l’atteggiamento dell’olandese poteva sicuramente prendere una piaga migliore, magari cercando di negare l’ufficialità dell’accordo o prendersi la responsabilità di presentarsi davanti alle telecamere per ribadire il suo status di professionista nei confronti della società Lazio. Il silenzio del giocatore nei confronti di tutta questa storia e la sua evidente sottomissione nei confronti delle strategie comunicative nerazzurre, potrebbero essere un altro fattore da considerare per azzardare ad una sua esclusione.

Tuttavia De Vrij è sempre de Vrij. L’olandese è, nel panorama calcistico europeo, uno dei più forti difensori in circolazione. Una Lazio senza de Vrij non è un habituè ed è, spesso, difficile da vedere e da digerire per i tifosi biancocelesti. Il giocatore ha quasi sempre giocato da titolare in questa stagione, sopratutto coniderando le poche alternative di livello, e spedirlo in tribuna sarà sicuramente una novità non gradita all’economia del gioco. La Lazio ha sicuramente fatto una grandissima stagione, secondo alcuni ancor di più rispetto alle due reali possibilità tecnico/tattiche, lottando contro due squadre che, ai nastri di partenza, erano considerati come candidate possibili per lo scudetto. In termini di gioco, e anche risultati, la squadra di Inzaghi è stata invece quella anche più continua ed anche in Europa ha saputo dire la sua. Ci chiediamo però, ad oggi,  se la Lazio avesse raggiunto la stessa situazione senza l’olandese. Sicuramente il responso a questo quesito è difficile da dare, ma di certo sarebbe stata una Lazio diversa…e indebolita. Per provare a capire la risposta dovremmo spulciare ed analizzare a livello tecnico la squadra biancocelste nella partita scorsa contro il Crotone: domenica la Lazio ha giocato senza Immobile, Luis Alberto e Parolo e, casualità a parte, non è riuscita a battere i calabresi nel match point valido per l’accesso matematico in Champions League. E’ un caso che la Lazio si sia trovata a portare a casa un solo punto senza i suoi più preziosi gioielli ? O meglio, è la stessa squadra che ha raggiunto questa situazione e posizione in campionato ad oggi? Domande simili che il campo si è preso la briga di darne delle risposte, evidenziando che la Lazio non è da Champions senza la rosa titolare.  Vedere perciò una squadra senza de Vrij nell’ultima fondamentale sfida contro l’Inter sarebbe uno svantaggio per i biancocelesti.

La decisione è quindi complessa da sciogliere: sicuramente il possibile recupero di alcuni pezzi importanti della rosa quali Immobile e Parolo potrebbe rendere meno scottante una eventuale rinuncia a De Vrij, ma è innegabile ce la Lazio in difesa non a molti giocatori ce possano essere allo stesso livello: Wallace, Bastos, Caceres e Filipe Luis non valgono insieme probabilmente la metà dell’olandese e, considerando ce di fronte si troveranno un attacco pericoloso come quello dell’Inter, tale mossa potrebbe rivelarsi un suicidio. Dall’altra parte c’è però la sensazione che comunque, domenica sera, il “vero” De Vrij non scenderà comunque in campo: anche se fisicamente potrebbe essere negli 11 titolari, chi garantisce che possa garantire una prestazione ai suoi livelli? Con questo non vogliamo dire che ci sia la possibilità che, ad un certo punto, il giocatore si faccia volontariamente auto-goal, ma che magari in certi frangenti non dimostri quella cattiveria, quel fervore agonismo e sopratutto quella lucidità che sono necessarie per un difensore al fine di proteggere la propria porta in quella che è una vera e propria finale. Insomma, se vogliamo fare paragoni anche simpatici, possiamo dire che in Italia l’unica persona che vorrebbe essere al posto di Inzaghi in questo momento è Sergio Mattarella.




Roma, alcuni punti da cui ripartire la prossima stagione

La stagione della Roma si è virtualmente conclusa con il successo del Sassuolo contro l’Inter; la sconfitta dei nerazzurri, infatti, ha garantito ai giallorossi la matematica qualificazione alla prossima Champions League. I ragazzi di Di Francesco, con il raggiungimento dell’obiettivo, hanno affrontato la Juventus con maggiore serenità e ora potranno fare lo stesso nell’ultimo match di campionato, a Reggio Emilia contro il Sassuolo. In attesa di chiudere il campionato cerchiamo di capire quali sono i punti da cui la squadra capitolina deve ripartire per affrontare al meglio la prossima stagione.

Di Francesco

Eusebio Di Francesco deve essere il punto fermo della Roma del futuro; il tecnico, accolto con scetticismo, si è guadagnato la fiducia dei tifosi con il lavoro sul campo. Dal 4-3-3 al 4-2-3-1 passando per quel 3-4-2-1 che ha fatto vivere ai giallorossi la serata europa più bella della loro storia. L’allenatore si è dimostrato meno integralista di quanto ci si poteva aspettare e ha dato prova, specialmente in ambito internazionale, di essere molto preparato a livello tattico (escluso il match di andata con il Liverpool). Di Francesco, al primo anno sulla panchina giallorossa, ha fatto fare passi da gigante ai suoi ragazzi per quanto riguarda la mentalità: ogni partita è fondamentale e la si deve affrontare alla stessa maniera (prendete le gare di ritorno con SPAL e Cagliari, match che in passato non sarebbero stati vinti dalla Roma). Ultimo aspetto, ma non per questo meno importante, è il modo di affrontare le conferenze stampa; in una piazza come Roma è fondamentale porsi nel modo giusto a livello comunicativo e da questo punto di vista il tecnico è stato perfetto. Lavoro sul campo, aspetto mentale e gestione comunicativa: ecco perché Di Francesco deve essere la base per il futuro giallorosso.

Gli intoccabili: da Alisson a Dzeko

Ogni squadra deve avere una spina dorsale su cui costruire l’intera stagione. La Roma ne ha una abbastanza forte che non deve essere assolutamente toccata se si vogliono raggiungere obiettivi importanti.

Alisson: il portiere brasiliano, nell’anno in cui è diventato titolare, ha mantenuto inviolata la porta in ben ventidue occasioni (17 in campionato e 5 in Champions League). Numeri importanti che lo hanno reso intoccabile nella Roma che verrà.

Fazio-Manolas: la coppia difensiva giallorossa è una delle più forti dell’intera Serie A. L’argentino è fenomenale di testa, sa impostare ed ha nell’anticipo la sua caratteristica migliore; il greco, invece, è praticamente insuperabile nell’uno contro uno e sa leggere in anticipo l’intenzione dell’attaccante avversario. Una coppia che si completa e che può fare le fortune della Roma.

Kolarov: il terzino, accolto con qualche dubbio visto il suo passato alla Lazio, si è subito conquistato la fiducia dei suoi tifosi sul campo. Dominatore assoluto della corsia sinistra, Kolarov ha dimostrato immediatamente le sue qualità ma soprattutto le sue doti da leader. Nella Roma del futuro può essere un fattore.

Nainggolan: a livello realizzativo è stato meno decisivo rispetto alla scorsa stagione ma l’apporto che Radja Nainggolan è in grado di dare alla sua squadra è fondamentale nell’arco di una stagione. E’ sicuramente quello che può beneficiare di più del lavoro di Di Francesco.

Dzeko: semplicemente indispensabile per la Roma. Il cigno di Sarajevo, in questa stagione, ha dimostrato di essere un centravanti con i piedi del trequartista. Goal, assist ma soprattutto le battaglie che ogni domenica intraprende con i difensori avversari sono il sintomo di chi ha fame di vittoria. Un giocatore così, a Roma, è fondamentale.

Sfoltire la rosa

Abbiamo parlato dei giocatori da cui la Roma deve necessariamente ripartire. La rosa giallorossa, però, ha anche degli elementi che non sono in linea con le ambizioni della società

Bruno Peres: il terzino destro della Roma lo possiamo collocare nella sezione “investimenti sbagliati”. L’ex difensore del Torino, da quando è sbarcato a Trigoria, non ha inciso né dal punto di vista difensivo né da quello offensivo. Il salvataggio effettuato contro lo Shakhtar è troppo poco per prolungargli la fiducia.

Juan Jesus: la prestazione di Anfield, dove è uscito con il mal di testa causa un Salah devastante, dovrebbe far capire che Jesus non può far parte della rosa giallorossa. Un difensore mai sicuro e che rischia di finire ogni partita prima degli altri (in questa stagione è stato graziato molte volte, ad esempio contro la Lazio); un giocatore di basso livello che dovrebbe cambiare aria per il bene, in primis, della Roma.

Gonalons: il Lione, vedendo la stagione del centrocampista, non lo starà rimpiangendo. Gonalons, infatti, non ha mai fatto vedere quanto aveva dimostrato in Francia. Il giocatore, in molte occasioni, si è rivelato dannoso per i suoi compagni come nella gara con il Barcellona quando ha regalato il goal del quattro a uno. Una sua cessione non renderebbe infelici i tifosi giallorossi.

Defrel: che fine ha fatto Defrel? L’attaccante della Roma ha passato questa stagione più in infermeria che in campo. L’ex Sassuolo, infatti, è stato vittima di una serie di infortuni che non gli hanno permesso di essere determinante nella rosa di Di Francesco. Va anche detto che Defrel non è il massimo in una squadra che punta allo scudetto.

Mercato di livello

La Roma, per far bene nella prossima stagione, deve dare fiducia a Monchi. Il direttore sportivo ha il compito di migliorare la rosa per farla passare da buona a forte. Servono colpi di mercato importanti per provare a ridurre il gap con la Juventus. Due difensori, due centrocampisti e un attaccante: ecco cosa serve ai gallorossi per provare a detronizzare i bianconeri. Balotelli potrebbe essere il nome giusto? L’attaccante del Nizza aumenterebbe di molto il tasso tecnico della squadra. Parlare di mercato, però, non serve; la Roma, da questo punto di vista, può contare su uno dei direttori sportivi più bravi in Europa.

Mentalità da grande

La Roma, come abbiamo già detto, è cresciuta sotto l’aspetto della mentalità; determinate partite (Atalanta-Roma, SPAL-Roma, Cagliari-Roma) non sarebbero state vinte negli anni passati. La squadra, però, deve fare ancora un passo avanti se vuole avvicinarsi alla Juventus. Bisogna essere continui e questo vuol dire affrontare ogni partita come si stesse giocando contro il Barcellona; i giallorossi, anche in questa stagione, hanno perso troppi punti (Genoa, Sampdoria, Milan, Chievo, Fiorentina, Sassuolo) per mancanza di mentalità vincente. Un aspetto fondamentale che va obbligatoriamente migliorato se si vuole, finalmente, tornare ad alzare un trofeo.




Serie A: pregi e difetti della riforma “Squadre B”

La FIGC ha approvato un’importante riforma dei campionati professionistici italiani, che prevede dalla prossima stagione la possibilità per le squadre della Serie A, di iscrivere una seconda squadra al campionato di Serie C. È una decisione che in molti si auspicavano e che si ispira ai modelli già presenti in altri campionati europei, come quello spagnolo, quello tedesco e quello portoghese, e che secondo molti è fondamentale per una rifondazione del calcio italiano. Servirà a migliorare il modo in cui crescono e fanno esperienza i giovani calciatori, delle squadre di Serie A. Questo è il più importante provvedimento preso finora, nel tentativo di rinnovamento del movimento calcistico italiano seguito all’esclusione della Nazionale dai Mondiali del 2018. Con l’introduzione delle seconde squadre, la FIGC darà la possibilità ai club della Serie A, di crescere i propri giovani calciatori in prima persona. Potranno cioè farli giocare regolarmente in campionati alla loro portata, continuando però a seguirli con il proprio staff. Non dovranno più affidarli a società più piccole e meno esperte, rischiando di compromettere la carriera dei giovani, con una gestione superficiale o dannosa per quest’ultimi. Per le seconde squadre dei club di Serie A, nella prossima stagione, potranno essere iscritti 23 giocatori, di cui almeno 19 nati dopo il primo gennaio 1996, e quindi con meno di 23 anni. Gli altri quattro saranno “fuoriquota”. I giocatori potranno passare dalla prima squadra alla seconda, ma dopo cinque presenze con la prima non potranno più giocare nella seconda. La riforma entrerà a pieno regime dalla stagione 2019/2020 ma, già dalla prossima, alcune seconde squadre saranno inserite con i ripescaggi nel caso di posti vacanti nel campionato di Serie C . I posti liberi saranno riempiti, nell’ordine seguente: con una squadra B, una retrocessa dalla serie C e una squadra della serie D. Questo potrà accadere se le squadre di Serie A faranno in tempo ad iscrivere le proprie seconde squadre entro il 27 luglio, con un costo che sarà di 1,2 milioni di euro. Le seconde squadre potranno essere promosse in Serie B, ma prima e seconda squadra non potranno assolutamente giocare nello stesso campionato.
Per questa riforma però, non mancano gli aspetti positivi e negativi del caso. Ecco perché ora analizzeremo i pro e i contro riguardo l’inserimento delle seconde squadre.

Andiamo ora a vedere, effettivamente, le conseguenze che avrà questa decisione nell’economia del calcio italiano:

Aspetti positivi: crescita migliore dei giovani

Uno degli aspetti positivi è sicuramente la crescita dei giovani. Spesso i giocatori della primavera, vengono mandati in prestito a squadre di serie minori, per farsi le ossa e tornare la stagione successiva pronti per la prima squadra. Ma questo passaggio ha portato negli ultimi anni, ad un calo drastico di giovani talenti. Le squadre ormai sono costrette a comprare i giocatori all’estero, perché in casa loro, non ci sono giocatori all’altezza delle necessità. E questa a mio avviso, è stata l’inizio della “morte” del calcio italiano. Se noi oggi ci troviamo a dover vedere il mondiale di Russia da non protagonisti, è perché la generazione vincente, dell’Italia Campione del Mondo, è stata rinnovata, ma ad un livello nettamente inferiore. Ed è qui che entrerà in gioco la nuova riforma approvata dalla FIGC e dal subcommissario Alessandro Costacurta. Così facendo i giovani talenti, potranno crescere in campionati professionistici di livello, senza dove essere mandati in prestito e quindi sotto lo sguardo ed il controllo dello stesso staff che segue la prima squadra. Sono anni che ormai in Spagna ad esempio, ci sono squadre come Barcellona, Real Madrid e via dicendo, che hanno una propria seconda squadra in leghe minori, e così facendo sfornano talenti ogni anno, rendendo la Spagna la potenza calcistica mondiale, quale è oggi. I vari Messi, Iniesta, Xavi, Casemiro, Asensio, sono nati e cresciuti nelle seconde squadre dei loro club, ed ora sappiamo tutti che giocatori sono diventati. E non è un caso, ma anche gli altri campionati maggiori utilizzano lo stesso modello: in Germania ad esempio. Il modello tedesco è uno dei migliori, con un settore giovanile veramente di gran talento, che sforna piccoli fenomeni ogni anno. Basta pensare a giocatori come Hummels, Alaba, Sané, Lewandowski, tutti i migliori nel ruolo in cui giocano. E perché noi non potremmo avere magari tra tre o quattro anni, un cambio generazionale di nuovi talenti, che faranno tornare in alto il nome dell’Italia? Utilizzando questa riforma, sicuramente troveremo riscontri positivi sia in ambito nazionale, rendendo il campionato italiano più competitivo e di livello, che internazionale con squadre italiane che torneranno a vincere i maggiori tornei europei.
Gli altri campionati europei che adottano questo metodo, sono il Portogallo e la Francia.
L’Italia quindi ha seguito le orme delle altre grandi potenze calcistiche europee e mondiali, per risanare quel gap creatosi con le altre nazionali maggiori, per evitare in futuro di assistere a disastri calcistici, come la mancata qualificazione al Mondiale.

Aspetti negativi: poca possibilità di crescita di squadre minori e non solo

La differenza tra Serie A e Serie B, è ancora molto grande. Lo sta a sottolineare il fatto che spesso negli ultimi anni, una squadra neo promossa in Serie A, dopo aver dominato il campionato cadetto, si trovi in estrema difficoltà in quello maggiore. E ne sono un esempio tangibile, il Benevento e l’Hellas Verona quest’anno. Il rischio maggiore sarebbe quello di avere seconde squadre che militano in Serie B o C, che però non sono allo stesso livello della Serie A e quindi i giovani, crescerebbero si, ma non tanto da poter giocare ai livelli della Serie A. Se dovesse accadere ciò, sarebbe stata inutile l’introduzione di questo nuovo sistema. Soprattutto perché così facendo, le squadre che già militano in Serie C e Serie B, potrebbero avere risvolti economici negativi, proprio come afferma il Presidente della Lega di Serie B Mauro Balata. Parla infatti di “gravissimi danni economici per i club. Pertanto d’accordo con le società si è deciso di convocare al più presto un’Assemblea straordinaria al fine di adottare iniziative finalizzate a richiedere la revoca e/o modifica del provvedimento. Gli organi della Lega B sono in ogni caso mobilitati in sede permanente per adottare ogni iniziativa ritenuta utile per contrastare tale provvedimento anche relativamente ai play-off ed ai play-out della corrente stagione sportiva e al blocco del campionato della prossima”.
Un altro aspetto che potrebbe risultare negativo, è quello che si potrebbe togliere spazio a tante piccole realtà calcistiche in Italia, che puntano a diventare professioniste, ma che non possono a causa della mancanza di posti, occupati dalle seconde squadre. Così facendo, per esempio, una squadra come il Benevento che è nata dai campionati dilettantistici, potrebbe non riuscire mai a coronare il sogno di giocare in Serie A.
Un problema, seppur di grado minore, che potrebbe accadere grazie alla nuova riforma, sarebbe quello della fondazione della Serie A composta da 16 squadre. Un campionato più competitivo che andrebbe ad eliminare quelle squadre “cuscinetto” che puntualmente hanno come unico obbiettivo primario la salvezza e la permanenza in massima serie, piuttosto che prefissarsi obbiettivi più ambiziosi, ad esempio l’Europa League.

Pro e contro quindi dividono il pensiero dei maggiori esponenti e dirigenti del calcio italiano. Staremo a vedere nelle stagioni che verranno, se questa soluzione delle seconde squadre gioverà al calcio italiano, lo farà rimanere alla situazione attuale o, addirittura, peggiorare.