Perché Ibrahimovic ha attaccato Cristiano Ronaldo?

Ibrahimovic-Ronaldo, che guerra! Zlatan Ibrahimovic punge Cristiano Ronaldo riguardo alla sua avventura in bianconero.
L’attaccante svedese ha rilasciato delle dichiarazioni tramite la testata olandese Voetbal Nieuws e, come è solito fare, non ha usato mezzi termini per parlare della nuova avventura del fenomeno portoghese approdato questa estate alla Juventus. “Andare alla Juve? Sono una squadra già attrezzata per vincere la Serie A, non è affatto una vera sfida giocare per loro”. Dunque secondo #Ibrahimovic quella di andare in una squadra già pronta e forte in tutti i reparti non sarebbe una vera e propria sfida, anzi dimostrerebbe che #CR7si sia accontentato di aggregarsi ad un collettivo già formato da campioni.

Lo svedese prosegue: “Se #Ronaldo cercava una vera sfida, sarebbe dovuto andare in una squadra di seconda divisione e riportarla in prima, per poi farla tornare campione”. Questo sembra una vera e propria allusione al 2006, anno in cui la #Juventus fu costretta a giocare la Serie B. Ma la cosa che fa sorridere è che in quella calda estate Ibra non ci pensò due volte a cambiare aria e a restare nella massima serie italiana.

D’altronde però conosciamo tutti i modi di “Re Zlatan” e l’attacco ai suoi rivali non può essere una novità. Ora lo svedese si gode il suo rinnovo da 6 milioni di euro (record negli U.S.A) con i L.A. Galaxy, dopo aver chiuso la sua prima esperienza in MLS con 22 goal in 27 partite.

Seguici sul nostro profilo Instagram 📷




Incassi record per la Supercoppa in Arabia

La Supercoppa italiana doppia il record d’incassi fatti finora.
La Juventus ha battuto il Milan per 1-0 nella gara valevole per la Supercoppa italiana, partita che si è giocata al King Abdullah Sports City in #Arabia Saudita.
L’evento è andato soldout in poco tempo con 62.241 biglietti venduti e anche con la presenza di 15.000 donne, obbligate però ad essere accompagnate e collocate esclusivamente nel settore famiglie, cosa che non è andata giù all’opinione pubblica.
Per l’ennesima volta, dunque, la #Supercoppa italiana è stata giocata all’estero. È andata in scena negli U.S.A, passando per la Cina sino ad arrivare al Qatar e questo è dovuto a motivi riguardanti il business. A giugno è stato raggiunto un accordo con l’Arabia Saudita e tre delle prossime edizioni della coppa saranno giocate proprio lì. Per ciascuna di queste partite verranno incassati 7.5 milioni di euro: 3.375 milioni a testa, quindi, per #Milan e #Juventus indipendentemente dal vincitore e 750 mila euro alla #FIGC. Un record consideranto che l’incasso più alto sin qui arrivò dalla cina con 3.3 milioni di euro.

In tutto questo sembrano essere favorevoli anche i club che parteciperanno alla competizione perchè amplierebbero il proprio brand e anche gli incassi relativi al merchandising in un paese come l’Arabia Saudita.
Resta comunque l’amaro in bocca per quei tifosi che vorrebbero vedere la partita giocata in Italia, o comunque in un posto raggiungibile dalla parte più calda della tifoseria. Finchè però ci sarà questa catena di incassi da parte di club e federazione, difficilmente rivedremo la Supercoppa italiana giocata in territorio nostrano.

Seguici sul nostro profilo Instagram 📷




Caputo: il bomber anni 90 un regalo dal passato per la Serie A

La storia di Francesco “Ciccio” Caputo ci fa impazzire e allo stesso tempo porre delle domande. La prima, la più importante: perchè così tardi? Perchè abbiamo dovuto attendere 8 lunghissimi anni per vederlo in Serie A? Da quel goal al Cesena nella stagione 2010/2011, Ciccio Caputo ha incantato la Serie B: più di 300 presenze e 118 goal fatti, un numero esagitato che anche solo la metà in Serie A sarebbero stati gli stessi di Insigne e Belotti, di più di Lasagna, Pavoletti, Inglese, Balotelli, Eder. Tutti attaccanti in orbita nazionale. Al momento è a quota 8 goal con il suo #Empoli: più di Higuain, Dzeko, Belotti, Mandzukic, Mertens e tanti altri. Non siamo più abituati forse al bomber di provincia, non esistono più i Dario Hubner che si contendono il capocannoniere con il più elegante Trezeguet. Non esistono più i Pasquale Luiso, Nicola Caccia, Igor Protti, Riccardo Zampagna e tanti altri ormai solo eroi da pagina Facebook. Caputo è un regalo dal passato per la #SerieA, un lusso d’altri tempi che con la sola voglia è riuscito seppur tardi a dimostrare il suo talento. Non andrà mai in Nazionale (purtroppo) ma che possa fare da scuola ai nostri giovani bomber in erba o meno, sì. Fatelo, prendetelo da esempio. Viva Ciccio #Caputo, baluardo del calcio come piace noi, benvenuto tra i grandi e scusaci per il ritardo.

Seguici sul nostro profilo Instagram 📷




Per la Fiorentina e per la sua carriera: il Cholito vuole la sua rivincita

Quando hai il nome  di “Simeone” stampato sul retro di una maglietta, sai benissimo che la tua carriera non sarà mai banale. E’ un po’ il paradosso dei figli d’arte: tante aspettative possono portare ad una pressione inimmaginabile a causa di un confronto che, a volte anche senza particolari motivazioni, ti porterai dietro per tutta la vita. E’ successo lo stesso per Giovanni Simone, primogenito di un calciatore che in Italia ha fatto la storia e la fortuna di Lazio e Inter. Lo spettro del “raccomandato” aleggia sulla sua figura ad ogni prestazione non convincente, ad ogni goal sbagliato. In Italia è probabilmente anche più difficile essere tranquilli, essendo il nostro un paese che passa da un estremo all’altro senza troppe difficoltà o esitazioni. Ecco allora che, in quel 27 Novembre dello scorso anno, in quella partita contro la Juventus in cui realizzò una doppietta, la carriera del Cholito è cambiata. L’annata con il Genoa si dimostrò prolifica, tanto da scatenare un’asta di mercato fra Torino e Fiorentina per aggiudicarselo, con vittoria la rush finale per i viola. Giovane, argentino, con il nome Simeone: tutti attributi che hanno scatenato un attenzione virale per questo giocatore. Come abbiamo detto, però, la vita di un talento figlio d’arte non è mai semplice, soprattutto in una piazza esigente come quella toscana, orfana di campioni e vittorie da ormai troppo tempo. La prima annata è stata caratterizzata da alti e bassi, cosa normale per l’ambientamento di un ragazzo di 22 anni alla sua prima esperienza in una grande squadra. Dopo un anno però la pazienza è cominciata a diminuire e, alle prime partite senza realizzazioni, la maledetta frase che condanna qualsiasi figlio d’arte nel mondo calcistico ha cominciato a sorgere impetuosamente negli animi dei tifosi: “Se si fosse chiamato Mario Rossi non farebbe nemmeno panchina”. Una frase a cui è difficile controbattere, soprattutto visto il particolare momento del nostro campionato e della nostra nazionale, priva di talenti veramente importanti. Quando le aspettative sono così alte, quando il nome su quella maglietta pesa ancora di più della piazza per cui stai giocando, serve il carattere. Il “carattere” è sempre stato ne DNA della famiglia Simeone, caratteristica che sta accompagnando anche Diego sulla panchina dell’Atletico Madrid. La sfida di Giovanni è proprio questa, non vedere le sue origini come un peso o una sfortuna, ma utilizzarle come arma da utilizzare per la propria carriera. Il segno lanciato dal Cholito dopo il goal realizzato nel match contro l’Empoli è un segnale di tutto ciò: il ragazzo vuole reagire e non ha paura di quello che la gente dica di lui. Quel gesto fatto dopo il goal è proprio un segno di personalità, di auto-convinzione dei propri mezzi, è simbolo di carattere, quello che serve a lui per potersi realmente definire un “Simeone”.

Seguici sul nostro profilo Instagram 📷




Alla conquista dell’Europa League: le italiane possono vincere

Napoli, Inter, Lazio: tre squadre una gloria sola, una coppa che solo in Italia snobbiamo ma che da anni giochiamo con tutte le squadre possibili.

Il Napoli e l’#Inter possono vincerla. Non ci sono squadra più attrezzate (Chelsea escluso) e soprattutto l’impegno può essere finalmente gestito come si deve quantomeno dal #Napoli.
Non ce ne vogliano i tifosi ma i partenopei sono troppo distanti al momento dalla Juventus e abbastanza sicuri del posto in Champions League, dunque poter lavorare su più fronti questa volta non può essere un limite, è un alibi che con Ancelotti non vale più.

Spalletti l’ultima volta che ha affrontato l’#EuropaLeague lo ha fatto da favorito, fallendo miseramente con la Roma, nel doppio confronto con il Lione.
Con meno mezzi ma forse con più voglia, la #Lazio ha una maledizione da sfatare.

Ce la faremo a festeggiare in Italia – finalmente – un trofeo europeo?

 

Seguici sul nostro profilo Instagram 📷




Inter e Napoli fuori dalla Champions League: la Serie A ne esce con le ossa rotte

Napoli ed Inter sono fuori dalla Champions League: fatale il Liverpool per Ancelotti, che vince 1-0 grazie a Salah e ad un super Alisson; Inter che pareggia 1-1 in casa col PSV e lascia il secondo posto nel girone al Tottenham, che allo scadere ha trovato il gol del pareggio contro il Barcellona.

È una serata tremenda per il calcio italiano, che fino a due ore fa pensava di poter fare finalmente all-in: avrebbe fatto bene per il ranking, per l’immagine del nostro campionato e per alzarne il livello. Con la qualificazione arrivano milioni (tanti) e prestigio.

Il Napoli è uscito a testa alta: si è dovuto arrendere contro uno dei portieri più forti al mondo, un Alisson in forma strepitosa, e contro un girone dal quale era difficile uscire vittoriosi. PSG e Liverpool sono due corazzate: il Napoli ha in parte buttato la qualificazione, in parte può ritenersi soddisfatto del percorso fatto.

Il caso dell’Inter, seppur simile per quanto riguarda il girone (passare con Barcellona e Tottenham era considerata un’utopia al momento del sorteggio), è diverso: gli uomini di Spalletti non sono riusciti ad andare oltre ad un pareggio contro un più debole PSV Eindhoven. Un suicidio sportivo.

Aldilà di ogni valutazione, il calcio italiano ne esce con le ossa rotte e decisamente ridimensionato.

Seguici sul nostro profilo Instagram 📷




L’Atalanta ha recuperato Duvan Zapata: è l’attaccante che serviva

L’Atalanta aveva bisogno di Duvan Zapata, e finalmente Zapata ha risposto “presente”: 2 goal nelle prime 14 partite di Serie A con la maglia nerazzurra, una strepitosa prestazione in casa della Roma e un lavoro apprezzato alla Petagna lì davanti. Ma niente di più. Fino a domenica scorsa.

Il club bergamasco – qualora esercitasse il diritto di riscatto – ha previsto un investimento di circa 26 milioni per Zapata: non proprio spiccioli. È evidente che Gasperini volesse puntarci (dopo l’accoppiata Petagna-Cornelius, che aveva fatto bene a livello di rendimento ma aveva lasciato perplessi per quanto riguarda le reti segnate) e che avesse bisogno di un centravanti che la buttasse alle spalle del portiere avversario con continuità.

In una stagione lunga (per via degli sfortunati preliminari di Europa League) e faticosa, che ha visto l’Atalanta soffrire più del previsto, il recupero di Duvan Zapata era ed è fondamentale. Adesso, dopo la bella tripletta all’Udinese, ci si aspetta una conferma: Zapata può trascinare la Dea con i suoi goal? Può giustificare i milioni di euro investiti?

L’Atalanta ha bisogno di Duvan quasi quanto Duvan ha bisogno dell’Atalanta: il colombiano ha 27 anni, ha avuto le sue occasioni con Napoli, Udinese e Sampdoria. Si trova in una condizione per cui “ora o mai più”.
Da qui in poi può diventare la sua stagione, passando da 2 goal in 14 gare a – chissà – avvicinarsi alla tanto ambita quota delle 20 reti stagionali.

La sua condizione atletica è in stato di grazia, ha siglato una grande tripletta ad Udine: l’Atalanta ora sa da chi ripartire.

Seguici sul nostro profilo Instagram 📷




Roma, Di Francesco verso l’esonero: il problema però non è solo lui

Non ci stiamo alla solita favoletta “non si può cambiare una squadra, si cambia l’allenatore”: non ci stiamo perche questa squadra non è migliorabile. La #Roma ha unicamente margini di crescita, ma talmente tanti che si sta ritorcendo contro. Quali sono le certezze di questa squadra? Nessuna, solo certezze negative, come che quando va in vantaggio e deve coprirsi subisce di più o che Schick non la prende mai. E gli uomini? Zero certezze anche qui, ognuno per un motivo differente: le certezze De Rossi, Dzeko, Pellegrini ed El Shaarawy per infortunio. Per rendimento non sono certezze Kolarov, Fazio, N’Zonzi, Pastore. Per mancanza di maturità non sono certezze Cristante, Kluivert e Schick. Brilla la stellina Zaniolo, ma è una luce troppo fioca per eliminare il buio giallorosso.E cosa può fare Di Francesco? Questa squadra è costruita per questi punti raccolti, inutile girarci intorno: oltre la lotta per il quinto posto una squadra così priva di certezze e sradicata delle radice che la reggevano, non può andare. E quale allenatore saprebbe fare meglio di così? Quanti con questa squadra sarebbero riusciti a passare il girone di #Champions, quanti sarebbero già scappati? Al fianco di #DiFrancesco, solo alla guida di una squadra inallenabile, una squadra solo potenziale e zero potenza. “Co questi ce vole la frusta” direbbe forse l’unico allenatore in grado di fare un miracolo.Forse.

Seguici sul nostro profilo Instagram 📷




Il calcio ha fatto l’ennessima figura di M****

Difficile rovinare una serata emblematica e di festa come quella di ieri: il primo Pallone d’Oro femminile della storia del calcio. Eppure Martin Solveig, noto dj francese, ci è riuscito. Ada Hegerberg, attaccante norvegese classe 23enne dell’Olympique Lione (186 goal in 193 partite in carriera, quattro campionati francesi vinti di fila e tre Champions League), è stata protagonista di un breve incubo: Solveig, al momento della premiazione di un meritatissimo Pallone d’Oro, le chiede di “twerkare”. Poco prima Mbappé – premiato come miglior Under 21 – era stato protagonista di un balletto per festeggiare, da cui: “Prima ho preparato un piccolo festeggiamento per Kylian, che è stato al gioco, magari possiamo fare qualcosa di simile… sai twerkare?”. Nel panico e nel silenzio generale, la calciatrice ha risposto con un secco “no”. Solveig l’ha fatta grossa: c’è chi parla di sessismo, chi accusa chi parla di sessismo, chi dice di non ingigantire la cosa e chi contesta il calcio di essere maschilista. Una cosa è certa: di sicuro non è stata un’uscita di buon gusto. Il calcio ha fatto una figura di merda. Inutile negarlo. Ha dimostrato, in una delle poche circostanze in cui il calcio femminile è messo in mostra, di non essere paritario: il che – per carità – nel 2018 è ancora quasi comprensibile; ma che addirittura si possa sbeffeggiare la miglior calciatrice al mondo proponendole un balletto così provocatorio è davvero troppo. Il calcio non ha perso occasione di far vedere quanto poco sia consapevole del suo ruolo sociale. Solveig si è (e chi mancherebbe) subito scusato. La stessa Hegerberg ha subito perdonato il dj, aggiungendo che fra l’altro non è rimasta offesa dalla battuta. Però la figuraccia rimane, e al pubblico ciò che è arrivato è un messaggio profondamente negativo. C’erano poche cose che potevano rovinare questa serata, e Martin Solveig è riuscito a pescare la carta peggiore dal mazzo: GG – “good game” come dicono i giovani d’oggi.

Seguici sul nostro profilo Instagram 📷




Luka Modric: Il pallone d’oro del popolo

Finisce un’era calcistica e finisce diretta tra le mani di Luka #Modric, il centrocampista più elegante al mondo, nonchè il più forte di tutti. Dopo l’egemonia del duo Messi-Ronaldo, il croato è una ventata di aria fresca: una scelta popolare nel senso più stretto del termine, dello stesso popolo che al mondiale ha tifato Croazia ed il suo leader tecnico e carismatico Luka, scappato dalle bombe di Tito e ritrovatosi nell’Olimpo del calcio a giocarsi la finale delle finali da assoluto protagonista. In una corsa impari a livello di popolarità, Luka Modric sembrava dovesse essere la scelta troppo valida per essere presa in considerazione per un premio che troppe volte ha dimostrato di essere mascherato dietro un velo di ipocrisia, apparenza e superficialità. Tanti fenomeni candidati, pochi veramente meritevoli, se non nessuno più di Luka Modric, il ragazzo di Sarajevo che è partito dal premio di miglior giocatore della Bosnia-Erzegovina nel 2004, per arrivare a tenere in mano il premio più sognato da qualsiasi giovane calciatore. Soprattutto da chi diceva che “chi è in grado di giocare il campionato bosniaco sarebbe stato in grado di giocare ovunque” e aggiungiamo noi, di vincere qualsiasi cosa. Dunque godiamoci finalmente un #pallonedoro vero, meritato e soprattutto popolare. Lunga vita a #LukaModric, #ballondor 2018.

Seguici sul nostro profilo Instagram 📷