Verso Juventus-Sassuolo, cinque statistiche per analizzare la partita

La Juventus ospiterà il Sassuolo di De Zerbi domenica 10 gennaio alle ore 20.45, la gara sarà valevole per il 17° turno di Serie A.  RadioGoal24 vi accompagna al match tramite cinque statistiche delle due squadre per analizzare al meglio come le due compagini arrivano alla sfida.

1 –  La Juventus è la squadra che ha più volte battuto il Sassuolo in Serie A (10 volte),  i bianconeri hanno infatti perso solo una delle quattordici sfide contro il Sassuolo nella massima competizione italiana, pareggiando tre volte.

2 –  Il Sassuolo ha ottenuto solamente un punto in trasferta contro la Juventus: durante la stagione 2020-2021 ha terminato la gara 2-2,  segnando in una solo match gli stessi goal siglati nelle sei partite precedenti allo Stadium.

3 – L’ultima stagione sportiva in cui la Juventus vinse solo quattro delle prime sette gare casalinghe fu quella del 2015/2016, anno in cui si posizionò ottava in Serie A.

4 – Il Sassuolo non ha mai ripetuto lo stesso risultato di fila per due gare consecutive nelle ultime 12 partite di campionato. L’ultimo match dei neroverdi è terminato 2-1 (vs Genoa).

5 – La Juventus non ottiene tre successi consecutivi in Serie A da luglio (7v), al momento viene da due vittorie di fila.




Serie A, il futuro delle partite in tv è su Amazon Prime Video?

Serie A, il futuro delle partite in tv è su Amazon Prime Video?

Serie A, considerando il momento che stiamo vivendo anche la questione legata ai diritti tv del triennio 2021/24 è ferma ma è proprio in questi giorni stanno tornando forti le voci sul futuro scenario della trasmissione delle partite. Prendendo in esame la Premier League, possiamo vedere come Amazon, l’azienda di commercio elettronico statunitense, ha acquistato i diritti di ritrasmissione sulla sua piattaforma video Amazon Prime di 30 partite del campionato, con l’esclusiva di tutto il Boxing Day. Jeff Bezos, fondatore dell’impero di Amazon, sembra proprio voler includere anche la nostra Serie A.

Come già riportava Milano Finanza, in un articolo a firma di Andrea Montanari, anche Amazon starebbe studiando il dossier relativo ai diritti tv della Serie A. La concorrenza sarà con Dazn, che già si è affermato nel nostro Paese da 2 anni, e ovviamente Sky, che detiene attualmente il pacchetto maggiore di partite trasmissibile del campionato.

Nelle ultime assemblee di Lega il tema dei diritti tv non è stato affrontato ma sarà sicuramente argomento di conversazione delle prossime, considerando anche il fatto che, a causa della pandemia e dello slittamento del campionato sono susseguiti numerosi danni economici, perciò è facile aspettarsi che le società e la Lega Serie A stessa vorranno rimpinguare le loro casse.




Rapporto FIGC 2019: Cosa emerge

I numeri dell’ultimo bilancio integrato pubblicato dalla Figc parlano chiaro: 4,6 milioni di praticanti, 1,4 milioni di tesserati per la FIGC (il 24% del totale relativo a tutte le 44 Federazioni Sportive Nazionali affiliate al CONI), oltre 570.000 partite ufficiali disputate ogni anno (una ogni 55 secondi), di cui il 99% di livello dilettantistico e giovanile.

Il bilancio, come sottolineato da un articolo pubblicato su Gaming Insider, illustra i programmi di sviluppo della Federazione e i risultati raggiunti nel 2019, mettendo in luce l’efficienza organizzativa interna alimentata nell’ultimo anno anche dal processo di internalizzazione della strategia commerciale. Da sottolineare lo sviluppo delle Squadre Nazionali, il potenziamento dell’attività giovanile, la crescita del calcio femminile nonché lo sviluppo della dimensione internazionale e i programmi di rafforzamento della dimensione sociale.

Cosa dimostra il bilancio

Il calcio rappresenta il principale sport italiano, confermandosi un vero e proprio asset strategico in grado di accompagnare e favorire lo sviluppo dell’intero Sistema Paese, a livello sportivo, economico e sociale. Rappresenta sempre più la grande passione degli italiani: 32,4 milioni di italiani si dichiarano interessati a questo sport, un numero rappresentativo del 64% della popolazione italiana over 18, mentre a livello globale il calcio italiano registra un’audience pari a 2,3 miliardi di telespettatori. Numeri che si traducono in importanti riflessi dal punto di vista economico: il fatturato diretto generato dal settore calcio è stimabile intorno ai 5 miliardi di euro, ovvero il 12% del PIL del calcio mondiale viene prodotto nel nostro Paese.

Il più alto livello di raccolta

Ma non è tutto: dal rapporto emerge come il calcio sia lo «sport con il più alto livello di raccolta» con i 10,4 miliardi di euro generati nel 2019: in tredici anni c’è stato un incremento di quasi 5 volte. Parallelamente è cresciuto, nello stesso arco temporale, il gettito erariale passato da 171,7 a 248,5 milioni di euro.

Le parole di Gravina

Gabriele Gravina, presidente della Figc, ha dichiarato: “Questa edizione del Bilancio Integrato ha un valore determinante per la programmazione dell’era post-Covid, perché fotografa la dimensione e l’impatto socio-economico del calcio nel nostro Paese prima della pandemia. I riscontri sono davvero impressionanti, sia per l’enorme coinvolgimento tra i nostri concittadini, sia per il rilevante indotto economico, sociale e sanitario generato. Il calcio è sempre più la grande passione degli italiani, come Federazione abbiamo il dovere di sviluppare programmi adeguati, come già stiamo facendo, per impedire che il Covid la pregiudichi irrimediabilmente”.




#PalloneDiCarta – La mia vita: tutte le verità di Sir Alex Ferguson

Dopo 26 anni di grandi successi, Sir Alex Ferguson ha lasciato la panchina del Manchester United nel maggio del 2013. Un’icona, un simbolo, un esempio per ogni allenatore, Sir Alex ha rappresentato i Red Devils, ne ha incarnato lo spirito, è stato un manager a tutto tondo, ha creato un impero partendo dal basso e ha fatto di una squadra operaia una corazzata capace di dominare in Inghilterra e in Europa. Alex Ferguson è stato un allenatore capace di alzare 49 trofei sulle panchine del St. Mirren, Aberdeen e soprattutto Manchester United vincendo campionati, Champions League e Coppe. E’ stato onorificato come Commendatore dell’Ordine dell’Impero Britannico e insignito del prestigioso titolo di Miglior Allenatore del Mondo del XXI secolo.

“La mia vita”

L’autobiografia di Sir Alex Ferguson, scritta insieme a Paul Hayward, caporedattore sportivo del Daily Telegraph e pubblicata in Inghilterra nell’ottobre del 2013 (tradotta in italiano nel gennaio 2014 per Bompiani Edizioni e in edizione riveduta e aggiornata nell’aprile 2015), è un gioiellino da leggere e custodire per gli appassionati di calcio.

Enrico Sisti de La Repubblica ne tesse le lodi parlando di “un articolato e struggente romanzo del Novecento britannico, scozzese e al tempo stesso universale come il volto di Sean Connery”.

Il mio giudizio non si discosta assolutamente perché si tratta di un libro molto ben scritto, appassionante, godibile, dove Sir Alex ci racconta con dovizie di particolari il signore che è stato sia dentro che fuori dal campo. E’ un libro diviso in 27 capitoli nei quali l’allenatore scozzese affronta tutti i temi che hanno caratterizzato la sua grande carriera al Manchester United, impreziosendo la scrittura con aneddoti interessanti. Non ha risparmiato critiche o giudizi pungenti riguardanti i suoi colleghi, su tutti Rafa Benitez ai tempi in cui lo spagnolo allenava il Liverpool: “L’errore che fece fu quello di diventare il mio antagonista personale. Una volta che lo metti sul piano personale, non hai alcuna possibilità, perché io so aspettare. Io ho avuto successo, lui aspirava a vincere trofei che invece andavano in mano mia. Fu molto imprudente”. Qualche critica è stata mossa anche al grande rivale Arsene Wenger, l’allenatore dell’Arsenal con il quale ci fu una famosa litigata dopo la vittoria dello United che interruppe l’imbattibilità dei Gunners che durava da 49 partite. Scaramucce di campo subito rientrate perché sempre c’è stata tra i due grande stima e reciproco rispetto, così come con Roberto Mancini.

Solo elogi, invece, per l’ex dei Red Devils, Josè Mourinho, al quale Ferguson ha dedicato un intero capitolo dove troviamo molte frasi di ammirazione nei confronti dello Special One. Lo scozzese e il portoghese, due personaggi entrambi accomunati da grandi doti comunicative oltre ad una sottile abilità nel saper motivare le proprie squadre lavorando sia sul campo che, soprattutto, a livello psicologico.

Tra i capitoli più interessanti c’è senza dubbio quello legato ai ragazzi del ’92, lo splendido gruppo di giovanotti dalle qualità eccezionali tali da riuscire a imprimere il loro nome nella storia del calcio. Calciatori come Paul Scholes, Ryan Giggs, David Bechkam, Gary Neville, Nicky Butt erano i ragazzi del vivaio, entrati nello settore giovanile dello United all’età di 13 anni e “cresciuti” da Sir Alex che li ha portati in prima squadra già a 18 anni. L’allenatore scozzese ha creato una squadra proprio intorno a questo gruppo, aprendo un ciclo vincente per il glorioso club di Manchester. Una menzione particolare per due giocatori che sono rimasti con Sir Alex fino all’ultimo: Giggs, l’esterno gallese dalle qualità sopraffine e Scholes, l’inglese che voleva fare l’attaccante ma, per sua fortuna, è stato arretrato dietro le punte da Ferguson divenendo uno tra i più forti calciatori in quella zona di campo degli ultimi 20 anni.

Non poteva mancare un capitolo dedicato ad un giocatore portoghese che ha vestito la leggendaria numero 7 dei Red Devils, dove l’introduzione già dice tutto: “Cristiano Ronaldo è stato il maggior talento che io abbia mai allenato”. Si apprezzano anche descrizioni di momenti privati come le cocenti delusioni per il campionato vinto al fotofinish dal Manchester City, e per le sconfitte in finale di Champions League contro il Barcellona di Pep Guardiola (la squadra migliore che il suo Manchester abbia mai affrontato) e la cosiddetta “solitudine dell’allenatore” dove “tu hai bisogno di contatto umano, ma gli altri pensano che tu sia troppo occupato”.

Idee chiare e concentrazione, ecco il segreto di un grande maestro che così si esprime sulla possibilità di cominciare tutto da capo: ”Obbligherei tutti i giocatori a imparare a giocare a scacchi, per sviluppare l’abilità di concentrarsi. Quando impari a giocare a scacchi puoi metterci tre o quattro ore a finire una partita, ma una volta che sei diventato esperto e inizi a giocare impiegando 30 secondi per mossa, quello è il traguardo. Decidere velocemente quando sei sotto pressione. Ecco che cos’è il calcio”.




Van Dijk è il difensore più forte al mondo o solo il più costoso?

Dissipati gli sguardi scandalizzati dei media inglesi alla cifra astronomica spesa per Virgil Van Dijk, cominciamo a capire perchè un club bisognoso di vittorie come il Liverpool ha deciso di spendere una cifra del genere per un singolo difensore centrale.

In Italia abbiamo discusso per un anno intero sul Bonucci che sposta gli equilibri: situazione mai vista, perchè un centrale di difesa non li sposta, a meno che non sia il più forte al mondo.
Van Dijk ha spostato gli equilibrii del #Liverpool? Assolutamente sì. 193 centimetri per 92 chili, per nulla lento e con un buon piede (non se ne fanno tanti). Ricorda il connazionale Stam, forse ancor più rude e meno elegante del difensore dei #Reds.

Intendiamoci, un mostro sacro come Sergio #Ramos è insuperabile, ma i difensori giocano sempre in coppia: quindi perchè non dire che è l’altro difensore centrale più forte al mondo? Se non ci credete basta vederlo giocare, andando oltre la dicitura “80 milioni” e osservare i muscoli in azione di un difensore moderno e completo, che gioca in una macchina perfetta che sogna l’all-in di trofei.
In #PremierLeague il Liverpool c’è, in Champions pure, ma l’importante è che al centro ci sia sempre Virgil #VanDijk.

 

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L’avvio difficile dell’Inter. Ecco le difficoltà dei nerazzurri

L’uno a uno contro l’Atalanta ha confermato le difficoltà di inizio stagione dell’Inter.  Tre vittorie (contro Fiorentina, Benevento e Genoa) in sette gare di campionato e i soli due punti conquistati nel girone di Champions; ruolino di marcio negativo per i nerazzurri che si immaginavano tutta un’altra partenza considerando gli arrivi, nel mercato estivo, di gente come Hakimi e Vidal. Ma quali sono le difficoltà dei ragazzi di Conte? In primis il tecnico è troppo attaccato alla sua idea di calcio; il 3-5-2 (o 3-4-1-2), infatti, non sembra fornire le giuste garanzie soprattutto dal punto di vista difensivo e i ventuno gol subiti tra Serie A e Champions lo dimostrano chiaramente. Una soluzione potrebbe essere il passaggio alla difesa a quattro considerando anche le difficoltà mostrate dal trio Kolarov-D’Ambrosio-Darmian (in particolare l’ex Roma autore di prestazioni decisamente sotto tono).

Un altro limite è la totale dipendenza da Lukaku; l’attaccante è fondamentale negli schemi di Conte e la sua assenza, contro Parma, Real Madrid e Atalanta (il belga è entrato nel finale), si è fatta sentire. Nel roster offensivo dei nerazzurri manca un giocatore con le caratteristiche dell’ex United capace di far salire la squadra e diventare un porto sicuro nei momenti di difficoltà. Da qui a fine stagione servirà trovare delle alternative perché, nonostante Lautaro abbia dato una dimostrazione importate, gli impegni sono tanti, ravvicinati ed è difficile pensare che Lukaku possa disputare tutte le gare allo stello livello.

L’ultimo problema riguarda i continui problemi fisici di Sensi. Nella scorsa stagione l’ex Sassuolo si è dimostrato determinante in mezzo al campo formando, con Barella e Brozovic, un terzetto di assoluto valore. In questa stagione si è visto poco e la squadra ne sta risentendo considerando anche un Vidal non ancora al meglio della forma. Questa sosta dovrà servire a Conte per riordinare le idee e presentarsi, al termine della pausa nazionali, con una squadra pronta ad accelerare; dal ventidue novembre al ventitré dicembre ci saranno dieci partite tra campionato e Champions e l’Inter non può permettersi ulteriori passi falsi.




Atalanta-Inter, la conferneza stampa di Conte

Antonio Conte ha incontrato i giornalisti nella conferenza stampa in previsione della gara di domani contro l’Atalanta. L’inter affronterà gli uomini di Gasperini domani alle ore 15.00.

Come arriva l’Inter alla fine di questo tour de force?
Ci arriva come tutte le squadre. È la settima partita in venti giorni, chiaramente c’è un po’ di stanchezza. Al tempo stesso c’è la voglia di fare una buona partita, cercheremo di fare i giusti calcoli, capire magari chi è più o meno stanco e gestire nei novanta minuti questo tipo di situazione.


Com’è l’umore dopo Madrid? Lukaku va a Bergamo?
L’umore è come dev’essere. Lukaku si è allenato con noi oggi, quindi molto probabilmente verrà convocato per la partita contro l’Atalanta.

 

L’anno scorso, probabilmente, in Atalanta-Inter si è vista la miglior partita. Cosa deve fare per ripeterla?
Penso che l’anno scorso ci siano state molte partite fatte molto bene. È inevitabile che, andando ad affrontare l’Atalanta, ci si ricordi dello 0-2 finale. Affrontarla non è facile: è allenata da un buonissimo allenatore, Gasperini, che negli anni ha dato credibilità. È difficile giocare con loro, danno molta pressione sui portatori di palla e sono bravi in fase offensiva. Dovremo fare sicuramente una grande gara per uscire indenni dalla trasferta di Bergamo.

 

C’è preoccupazione da parte di Conte per il discorso classifica, rispetto al distacco dal vertice?
Preoccupato di cosa? Noi dobbiamo fare il nostro percorso. Al di là delle preoccupazioni o meno se meritiamo è giusto che vinciamo le partite, e la classifica migliora. Se non meritiamo è giusto che non vinciamo le partite e la classifica rimane più bassa. Dipende da quello che faremo.

 

Qualche settimana fa aveva detto che preferiva un 5-4 rispetto a uno 0-0. Adesso, rispetto a com’è la situazione, in vista di domani preferirebbe una vittoria giocando male o comunque un’altra buona prestazione ma non i tre punti?
Di solito le buone prestazioni portano i tre punti, quindi non posso pensare di giocar male per ottenere i tre punti. Di solito giocando bene si ottengono i risultati.

 

Nelle partite di livello più alto, Real Madrid, Siviglia, Barcellona e Juventus, è mancato poco per riuscire a fare risultati. Dall’alto dell’esperienza di Conte quel poco come lo si può raggiungere in tempi brevi per fare lo step che manca?
Per adesso manca quel “poco”. Quello che dobbiamo fare è lavorare sodo, in maniera intensa, per far sì che si annulli. Per adesso quel “poco” è determinante: l’ho detto ai miei calciatori, significa che ancora non ci siamo.

 

Domani Atalanta-Inter, assieme a Torino-Crotone, sono le prime due partite fra squadre entrambe in zona rossa. Questo influisce un po’ per il momento particolare?
È inutile dire che tutto questo non influisca. A differenza del passato oggi siamo molto più colpiti: sono colpiti tanto i calciatori, a casa le famiglie, le mogli e i bambini. Fai allenamento non contando sui giocatori, perché ci sono improvvise positività che hanno del clamoroso. Sicuramente la situazione è difficile, non è semplice per nessuno. La dobbiamo affrontare, lo stiamo facendo: spesso qualcuno se ne dimentica, perché al di là dell’aspetto sportivo c’è anche quello umano, che spesso viene tralasciato in favore di altre cose. Sicuramente non è semplice, soprattutto per chi deve gestire queste situazioni.

All’inizio della conferenza parlava di dover gestire le forze, sia durante la partita sia fra le regole. Per un allenatore come cambia la gestione in base ai cinque cambi? A volte perché si è un po’ frenati dal farlo presto, magari già all’intervallo o a inizio secondo tempo?
A Madrid si vede che c’era poca necessità. Menomale l’ha fatto anche Zidane, altrimenti sarei solo io il matto. Partiamo dal presupposto che, per fare cinque cambi, devi avere i giocatori. Noi, in queste partite, siamo partiti con sei giocatori positivi, a cui se n’è aggiunto un altro, Sanchez e Sensi infortunati più ora Lukaku. Devi avere la rosa, pianificare le situazioni e un piano A e B. Si può partire con una squadra meno offensiva e poi farla diventare più offensiva a gara in corso, con cinque sostituzioni. Oppure puoi fare l’opposto: partire forte, andare in vantaggio e diventare più ermetico. Fa parte di una strategia ma devi avere i giocatori a disposizione: quando non li hai perché positivi o rientranti dal Coronavirus, oppure infortunati, diventa difficile per qualsiasi allenatore.

Per Sensi ci sono delle tempistiche più o meno certe sul suo rientro in campo? Si sta lavorando per permettergli di giocare con continuità?
Per quanto riguarda Sensi bisogna parlare coi medici, con l’aspetto dell’area riabilitativa. Per il resto è da un po’ che stiamo cercando di fare qualcosa per cercare di dare continuità al giocatore, però purtroppo non sta dando dei buoni risultati. Il giocatore è quasi sempre indisponibile.




Il successo del calcio virtuale: Come Twitch può cambiare il pubblico

Twitch è una piattaforma di #Amazon che consiste nello streaming di utenti che giocano ai videogames.
Una particolarità di questo sito sta nella fruizione: per evitare di avere pubblicità e per poter avere in chat delle emoticon personalizzate – oltre che per sostenere il proprio streamer preferito – esistono tre tipi di abbonamento: da 5, 10 o 25 euro al mese. E si possono anche fare libere donazioni al canale.

Il ragazzo nella foto si chiama Cristiano Spadaccini, in arte #Zano, ed è lo streamer di FIFA numero uno in Italia e quarto al mondo per numero di follower: una delle sue ultime trasmissioni sul suo canale ha toccato i 25mila spettatori live ed ha superato la quota dei 4mila abbonati.
Numeri non banali: lo spostamento di denaro per questo genere di riscontro equivale a più di 20mila euro al mese fra abbonamenti, donazioni e ricavi dalle pubblicità (attenzione: ciò che rimane allo streamer difficilmente sorpassa il 50%). Cosa possiamo dedurne? Zano propone FIFA – ergo calcio virtuale – nella maggior parte delle sue live. È il contenuto tramite cui raggiunge più utenti. Un ragionamento su come la fruizione del calcio sia in evoluzione è giusto farla: per quanto moltissimi spettatori lo seguano per il suo intrattenimento, c’è una buona parte che lo guarda proprio perché gioca a FIFA. Tradotto: ci sono migliaia di persone in Italia che ogni giorno guardano calcio virtuale, anche pagando soldi veri per usufruirne al meglio. Il confine tra e-sport e contenuto divertente è sottile: su #YouTubeil pubblico è stato abituato ad highlights o frammenti delle partite, su #Twitch le persone restano ore a guardare decine di incontri integrali di #FIFA.

Su come il calcio (reale o non) viene seguito c’è un oggettivo cambiamento: il nuovo pubblico non guarda la #TV, sta su internet. E non si tratta di “pirateria”: molti sono disposti a pagare per usufruire al meglio di un servizio. Ciò che fa la differenza è soprattutto la partecipazione: gli utenti del nuovo millennio vogliono avere voce in capitolo, commentare, essere attivi mentre osservano.

Come cambierà il modo di guardare il calcio in Italia? Gli e-sports sostituiranno mai lo sport vero e proprio?

 

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47 anni fa compariva il primo sponsor su una maglia di calcio

47 anni fa avvenne la prima storica sponzorizzazione su una maglia da gioco.
Fino agli anni settanta la visibilità dei vari marchi nel mondo del calcio era limitata ai cartelloni pubblicitari presenti all’interno degli stadi. Sulle maglie da gioco era vietata ogni sorta di sponsorizzazione: c’era timore di modificare lo spirito agonistico per via degli intenti commerciali.

L’8 gennaio 1972 il presidente dell’Eintracht Braunschweig, Ernst Fricke, ed il presidente della famosa azienda di liquori#Jägermeister, Gunter Mastm, trovarono un accordo.
L’azienda si impegnava a versare 100.000 marchi nelle casse del club affinchè sulle maglie da gioco fosse apparso lo stemma del liquore.
Per aggirare le regole della DFB (la federazione tedesca), che permetteva l’applicazione sulle maglie dello stemma del proprio club, l’8 gennaio 1973 la società votò per il cambio dello stemma che divenne il logo della Jagermeister. L’unica differenza fu l’inserimento delle iniziali della squadra (E.B.). L’esordio del nuovo stemma in campo fu il 24 marzo 1973, nella gara contro lo Schalke 04.

L’affare rischiò di saltare poco prima del fischio d’inizio, in quanto il nuovo stemma sulla divisa misurava 18 centimetri, rispetto ai 14 permessi dalla DFB. L’arbitro del match, dopo qualche esitazione, chiuse un occhio e diede inizio all’incontro: la maglia sponsorizzata fece così il suo esordio.

 

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In Europa gli stadi di proprietà sono il 19%, in Italia appena il 3

In #Europa gli stadi di proprietà rappresentano solo il 19% delle strutture presenti. In #Italia sono appena 3.

I vantaggi di avere uno stadio di proprietà ormai sono noti a tutti, ma sembra sempre più complicato per le società calcistiche avere un impianto tutto per sè. Ciò che emerge dal “Club Licensing Benchmarking Report” della #Uefa relativo alla stagione 2016/17 è proprio questo: in totale solo il 13% dei club europei più blasonati possiede direttamente il proprio #stadio e solo il 19% include nei propri bilanci gli introiti inerenti a questo.
Solamente in 5 campionati la percentuale delle squadre che hanno una propria struttura supera il 50%, ovvero in Inghilterra (15 club), Germania (9 club), Irlanda del Nord (7 club), Scozia (9 club) e Spagna (16 club). In questa classifica purtroppo l’Italia non si avvicina neanche, avendo a disposizione solamente 3 stadi di proprietà, ovvero quelli di #Juventus#Udinese e #Frosinone, cosa che ha portato a queste società notevoli vantaggi riguardanti il bilancio e non solo.

Nel resto dell’Europa altri paesi battono il nostro da questo punto di vista. L’Olanda ne conta 8, il Belgio 7, il Portogallo e la Svezia 4 e la Norvegia 3. Al di fuori, però, dei 20 campionati principali, solo 36 stadi su 400 club sono inclusi come patrimonio del club nei loro bilanci. In totale, ci sono 17 campionati di primo livello in Europa in cui nessun club possiede direttamente il proprio stadio.

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