Juventus, sorteggio positivo: ma quali sono le insidie di questo Ajax?

Sono state sorteggiate, all’urna di Nyon, le 4 partite che comporranno i quarti di finale della Champions League 2018/2019. L’unica italiana rimasta, la Juventus, affronterà l’Ajax. Gli olandesi hanno battuto il Real Madrid agli ottavi di finale, grazie ad una partita storica al Bernaebeu, con 4 goal in casa dei campioni di Europa che difficilmente i tifosi si scorderanno. Diciamolo subito: ai bianconeri sono comunque andata bene, molto bene. La differenza tecnica è enorme e, anche se a questi livelli sottovalutare gli avversari può portare alla disfatta, alla squadra di Max Allegri serve solo rimanere concentrata per 180 minuti e fare il suo gioco. Nonostante tutto, l’Ajax è una squadra molto interessante, soprattutto per l’avvenire: il tecnico Erik ten Hag ha costruito un’impalcatura di giovani molto interessanti, come de Jong e de Ligt. Il centrocampista ed il difensore sono fra i più interessanti prospetti del calcio europeo e si sposano perfettamente con il 4-2-3-1 della squadra: gioco veloce, pressing asfissiante, doppie marcature e difesa a zona sui calci piazzati: servirà quinsi stare attenti anche alle due ali Ziyech e Neres, accotati spesso al calcio italiano; il primo ha disposizione grande tecnica, il secondo di una incredibile velocità. Molta attenzione anche alla punta titolare, Dusan Tadic: nonostante i 30 anni ha ancora l’anima e la passione di un ragazzino, pronto a mettersi a disposizione dei compagni ma a trovarsi pronto ad ogni occasione. In questa stagione le grandi soddisfazioni sono arrivate sopratutto in Champions League, visto che in campionato i lancieri sono solo secondi, a due punti di distacco dalla capolista PSV: la lotta al titolo è ancora aperta, ma il valore della rosa è sulla carta ben superiore a tutta l’Eredivise. Nei gironi di Champions League è invece riuscita a passare come seconda con ben 12 punti, solo due in meno del Bayern Monaco e +5 dalla terza Benfica: un ottimo risultato per una squadra che negli ultimi anni è sempre stata considerata solo un’ombra, di ciò che era in passato. Dopo aver affrontato una squadra al suo livello come l’Atletico Madrid, è ora di verificare se la Juventus sia maturata e pronta ad affrontare una sfida in cui ha solo da perdere.




Miracolo Wolfsburg: dall’insperata salvezza alla zona Europa

Il Wolfsburg, nonostante abbia pareggiato contro il Werder Brema, può continuare la corsa verso una clamorosa qualificazione europea. Perché clamorosa? Semplice: la scorsa stagione i Wölfe hanno dovuto sudare le famose sette camicie per raggiungere la salvezza. Un cambiamento radicale che ha trasformato quella che sembrava essere un’impresa impossibile in un concreto obiettivo. 5 risultati utili consecutivi e la voglia di non levare il piede dall’acceleratore. Clamorosa perché il Wolfsburg, solo pochi mesi fa, si giocava lo spareggio per non retrocedere in Zweite Liga. Un lavoro straordinario quello realizzato da Labbadia, specie dal punto di vista mentale.
Quali sono ora i rischi? Sicuramente il giocare per obiettivi completamente diversi da quelli della scorsa stagione potrebbe creare problemi; la prova del nove ci sarà settimana prossima quando Mehmedi e compagni faranno visita ad un Bayern tornato in vetta alla Bundesliga.

Sono passati dieci mesi da quel doppio confronto che ha permesso ai Wölfe di evitare la retrocessione; un periodo di tempo in cui è cambiato tutto soprattutto dal punto di vista dell’obiettivo stagionale, perché Weghorst e compagni hanno abbandonato le zone basse della classifica per viaggiare in posizioni ben più prestigiose. I 39 punti attuali (che valgono il momentaneo settimo posto) sono il frutto di una squadra che ha migliorato le proprie statistiche: una difesa più solida e una fase offensiva che, rispetto alla fine dello scorso campionato, ha realizzato tre goal in più (39 vs 36). Dati importanti che dimostrano il cambiamento dei lupi di Germania.
E ora? Adesso bisogna mantenere la calma e continuare a giocare senza troppe pressioni. Nessuno, ad inizio anno, chiedeva al Wolfsburg di arrivare in Europa e le cose non devono cambiare. Per coltivare il sogno è fondamentale non avere i riflettori puntati contro; qui entra in gioco Labbadia, chiamato a lavorare sotto l’aspetto psicologico per far restare i suoi con i piedi per terra. Impresa difficile che potrebbe complicarsi ulteriormente qualora dovesse uscire un risultato positivo dalla sfida contro il Bayern Monaco. A quel punto nessuno potrebbe più fermarli.




La rivoluzione di Kovac: il Bayern ora vince dando spazio ai giovani

La vittoria per sei a zero sul Wolfsburg (una delle squadre migliori per rendimento degli ultimi due mesi di Bundesliga) ha dimostrato come il Bayern Monaco sia in un grandissimo momento di forma. Il lavoro di Kovač sta portando i suoi frutti e non era così scontato, specie al suo primo anno all’Allianz Arena dove sappiamo quanto pretenda il presidente del club; l’ex allenatore dell’Eintracht Francoforte ha cambiato totalmente filosofia e vestito dei bavaresi a partire dalle scelte tecniche. Attenzione, l’ampia rosa del Bayern e l’età avanzata di alcuni elementi hanno sicuramente aiutato Kovač in determinate valutazioni ma il tecnico ha dato una precisa impronta alla sua squadra.

Partiamo dalla difesa dove un certo Niklas Süle si è preso, piano piano, il posto da titolare al posto di Boateng (non proprio uno qualsiasi); le qualità del giovane centrale non sono mai state in discussione ma riuscire, nel giro di un anno, a prendersi il centro della retroguardia bavarese non è cosa da poco. Nell’ultimo turno ha giocato Boateng ma solo per far riposare l’ex Hoffenheim in vista della delicata sfida di Champions League contro il Liverpool. A centrocampo la novità è Renato Sanches, sbarcato all’Allianz Arena nella stagione 2016-2017; il centrocampista all’inizio ha deluso le aspettative al punto che è stato mandato in prestito allo Swansea dove non ha avuto miglior fortuna. Tornato alla base, Kovač ha fortemente voluto la sua permanenza in squadra; in diciotto mesi non ha giocato tantissimo ma ogni volta che è entrato in campo ha dimostrato di poter essere un’arma importante per il presente e soprattutto il futuro visto le sue caratteristiche (fisico e con gli strappi che tanto piacciono al mister). Il cambiamento più importante è l’attacco: se Lewandowski è il punto fermo e Muller si alterna tra il reparto offensivo e il ruolo di mezzala, la novità è rappresentata da Gnabry e Coman. Rispettivamente classe 95′ e 96′ hanno sfruttato al meglio le difficoltà di Robben e Ribery; questi ultimi due, a fine anno, lasceranno il Bayern Monaco e allora il testimone passerà alle due giovani promesse.




L’onnipotenza calcistica di Cristiano Ronaldo: con lui la Juve può tutto

Questa sera Cristiano Ronaldo ha dimostrato perché è fra i più grandi calciatori della storia. Perché ha vinto cinque volte il Pallone d’Oro. Perché è costato 100 milioni. Perché ne prende 30 a stagione. Perché ha vinto cinque Champions League.

È un fenomeno calcisticamente onnipotente.

La Juventus aveva bisogno di fare tre goal ad una delle migliori difese d’Europa, un’impresa: ebbene ci ha pensato il 7, decisivo come sempre. Ha dato dimostrazione di cosa voglia dire essere un campione: lo è tecnicamente e mentalmente. Un carattere che lo ha portato a caricarsi le responsabilità sulle spalle, accettando una sfida che ha mangiato con ferocia.

CR7 ha distrutto con una tripletta memorabile l’Atletico Madrid, mostrando a tutti le qualità sovrumane che l’hanno portato dov’è ora. Con lui in campo si ha davvero la sensazione che tutto possa accadere.

Questa vittoria è anche una rivincita per Massimiliano Allegri, allenatore ingiustificatamente criticato da mesi: anche lui, nel momento decisivo, ha tirato fuori la maestria che serviva. Un tecnico formidabile e vincente, che sa come gestire una squadra di campioni.

Non sappiamo se la Juventus vincerà la Champions, ma la sensazione di onnipotenza ci fa pensare che quest’anno il trionfo sia vicino come mai lo è stato nell’ultimo decennio.

Cheapeu CR7.




Allegri ha costruito una Juventus perfetta nella sua normalità

Una Juve perfetta, trascinata dalla normalità di Ronaldo ed Allegri. E di uno stadio, che ha “normalmente” tifato. Una ordinarietà che appaga. E ripaga. Una Che significa reprimere tutti i numeri e le statistiche in partenza palesemente ostili. Che vuol dire rimontare davvero, non semplicemente sfiorare come accaduto a Monaco di Baviera e Madrid.

La migliore partita di stagione, erede di quella del Bernabeu di quasi un anno or è. Atteggiamento paziente in avvio, con tiki-taka tipicamente spagnolo diretto alla comprensione delle incertezze avversarie. Inizio di ripresa ruggente, con raddoppio immediato. E con i benefici della tecnologia e dei dispositivi vibranti dell’arbitro. Una successiva fase di transizione per opportunamente rifiatare e finale nuovamente arrembante per prevenire i supplementari. Tutto a fronte di una sola palla gol concessa.

I singoli. L’allenatore: preferenze iniziali (Bernardeschi e Spinazzola), quelle in corsa (Dybala per il mantenimento della palla a risultato in via di acquisizione), quelle minuto per minuto: da Matuidi a Cancelo terzini sinistri, per giungere alla designazione di Can laterale basso di destra.

La normalità di Ronaldo, si diceva. Tripletta in Champions, l’ottava al pari di Messi; 25 gol in 33 partite contro l’Atletico. Un normale Ronaldo di Coppa, che vince da solo. O, al più, sfruttando i presupposti dei compagni: come non esaltare la velocità trascinante di Bernardeschi all’84’, con beffa inferta ad un avversario subentrato ed indotto in errore?

Atletico e Simeone annichiliti, privati dell’ambizione di affermarsi in patria (finale al Wanda Metropolitano il 1 giugno), traguardo riuscito solo a Juve e Borussia a fine anni novanta.

Il tutto nella serata delle 500 gare bianconere di Chiellini, capitano.

Il tutto, soprattutto, nella serata del 12 marzo, ricorrenza di nascita dell’Avvocato Agnelli. Stella delle stelle juventine.




PSG: l’ennesima dimostrazione che con i soldi non si vincono le partite

Già in partenza era difficile ribaltare lo 0-2 incassato all’andata, in più i Red Devils, tra infortunati e squalificati, sono arrivati a Parigi senza undici calciatori, tra i più importanti a disposizione del tecnico scandinavo: formazione quindi rimaneggiata con un PSG un po’ difensivo e orfano di Neymar con Cavani in panchina.
Sull’1-2 attimi di suspance. L’arbitro va a vedere di persona l’episodio: le panchine lo disturbano mentre lui chiede tempo; secondi infiniti al Parco dei Principi fino a che Skomina non si volta e correndo verso l’area di rigore dei francesi indica il dischetto. È calcio di rigore. Proteste, piccole scaramucce tra i calciatori, ma poi arriva il momento: Rashford contro Buffon, mai stato una grande para rigori; se lo United segnasse, volerebbe ai quarti. Parte la rincorsa, l’ex portiere della Juve intuisce ma non basta. 1-3! Epilogo della gara straordinario per gli inglesi, tragico per i parigini: senza una parte molto importante della rosa – su tutti Mata, Pogba e Martial – e con lo svantaggio dello 0-2 dell’andata, ma con grande cinismo, Solskjær e la sua squadra si sono portati a casa una vittoria eroica che verrà sicuramente ricordata da chi l’ha vissuta e chi ha avuto la possibilità di raccontarla. Non ha vinto la forza dei singoli, ma ha vinto la squadra: PSG a casa, come ogni anno; ManchesterUnited ai quarti di finale!

Il calcio che vediamo in questi ultimi anni è fatto principalmente di mercato, plusvalenze, diritti TV, procuratori e social. Per fortuna, però, rimane sempre uno sport in cui si vince con la forza e con la voglia della squadra; con la caparbietà e con il cinismo del gruppo di calciatori che scendono in campo, a prescindere dal loro valore economico. Proprio per questo, forse, rimane lo sport più bello di tutti.




Solskjær: il risolvi problemi che merita la riconferma allo United

Solskjær è po’ come il Mr Wolf di Pulp Fiction: arriva, studia in un secondo la situazione, parla coi diretti interessati, dà delle rapide direttive e in men che non si dica il problema viene risolto. “Sono Ole, risolvo problemi”, è così che si è presentato, come il personaggio scritto da Tarantino per Harvey Keitel. Ole arriva sulla panchina dello #United al posto di Mourinho il 19 dicembre quando i red devils in classifica sono appena sesti, a -11 dalla zona Champions. Niente paura, arriva Ole: il problem solver.
La prima cosa che fa Solskjær è studiare la situazione: c’è da ridare fiducia ad uno spogliatoio, improntare un gioco offensivo che esalti le doti dei ragazzi, far firmare i rinnovi e, soprattutto, fare punti… mission impossible? Forse.
Parte uno: convoca nel suo ufficio uno ad uno i propri calciatori e parla con ognuno, si complimenta con loro per i successi ottenuti in carriera, li tratta da pari e gli spiega cosa significa fare parte dello United.
Parte due: via il 4-2-3-1 con annesso pullman difensivo e ripartenze, si gioca col 4-3-3 palleggiando con qualità e verticalizzando, Pogba viene spostato da mediano a mezzala e viene data fiducia a tutti sfruttando il turnover.
Parte 3: De Gea, Martial, Herrera, Rashford e Pogba, non proprio gli ultimi arrivati dunque, tutti loro sembravano distanti anni luce dalla questione rinnovo con Mourinho, Ole ci ha impiegato meno di due mesi a convincerli tutti a rinnovare.
Parte 4: va bene lo spogliatoio, va bene la questione rinnovi, ora c’è da fare punti per convincere tifosi e società… e allora ecco che in sedici partite arrivano la bellezza di tredici vittorie, due pareggi ed una sola sconfitta (2-0 contro il PSG in Champions, e giusto stasera c’è il ritorno…). Insomma, Ole se l’è meritata, perché andare a mettere sotto contratti milionari allenatori che non conoscono l’ambiente United? Il Manchester c’è già passato con Moyes, Van Gaal e Mourinho, il post Ferguson è stato devastante per tutti loro, e allora perché non ripartire proprio da un pupillo di Ferguson affiancato in panchina da Mike Phelan, vice storico di Sir Alex. Solksjær è tornato a colpire: sempre in corsa, sempre dalla panchina.




Coraggio, giovani e bel gioco: l’Ajax ha cambiato il calcio europeo

È finita un’era. È finita l’era del Real Madrid campione d’Europa. E non date la colpa all’addio di Ronaldo perché colpe non ce ne sono, ma solo meriti. Il merito dell’Ajax, un baluardo del calcio europeo (ormai declassato a fucina di talenti da anni) che questa sera ha avuto un sussulto e ha recuperato i fasti dei primi anni ’90 e battendo gli imbattibili, segnando addirittura 4 goal al Santiago Bernabeu.

Giovani, calcio propositivo e tanto, tanto coraggio: un mix vincente che per una volta ci ricorda che a calcio ci si può giocare – e pure bene. Che sì le grandi squadre sanno vincere anche soffrendo e proponendo poco gioco, ma la palla è rotonda per tutti e la regola è sempre quella: vince chi la butta dentro; e chi è più bravo a farlo merita l’applauso e soprattutto il passaggio del turno.
Non andrà fino in fondo l’Ajax, forse, ma sicuramente il volto della coppa dalle grandi orecchie cambia tutto in una notte: ora si torna a sognare per tante squadre che da anni si sono arrese all’idea di metterci le mani sopra. Ora è caccia aperta, sotto alla nuova regina, alla quale, quando sarà, ricorderemo di ringraziare i ragazzi olandesi.

PS: È il peggior Real Madrid degli ultimi 20 anni.




Bayern Monaco: i giovani per conquistare il Meisterschale

La vittoria per sei a zero sul Wolfsburg (una delle squadre migliori per rendimento degli ultimi due mesi di Bundesliga) ha dimostrato come il Bayern Monaco sia in un grandissimo momento di forma. Il lavoro di Kovač sta portando i suoi frutti e non era così scontato, specie al suo primo anno all’Allianz Arena dove sappiamo quanto pretenda il presidente del club; l’ex allenatore dell’Eintracht Francoforte ha cambiato totalmente filosofia e vestito dei bavaresi a partire dalle scelte tecniche. Attenzione, l’ampia rosa del Bayern e l’età avanzata di alcuni elementi hanno sicuramente aiutato Kovač in determinate valutazioni ma il tecnico ha dato una precisa impronta alla sua squadra. Partiamo dalla difesa dove un certo Niklas Süle si è preso, piano piano, il posto da titolare al posto di Boateng (non proprio uno qualsiasi); le qualità del giovane centrale non sono mai state in discussione ma riuscire, nel giro di un anno, a prendersi il centro della retroguardia bavarese non è cosa da poco. Nell’ultimo turno ha giocato Boateng ma solo per far riposare l’ex Hoffenheim in vista della delicata sfida di Champions League contro il Liverpool. A centrocampo la novità è Renato Sanches, sbarcato all’Allianz Arena nella stagione 2016-2017; il centrocampista all’inizio ha deluso le aspettative al punto che è stato mandato in prestito allo Swansea dove non ha avuto miglior fortuna. Tornato alla base, Kovač ha fortemente voluto la sua permanenza in squadra; in diciotto mesi non ha giocato tantissimo ma ogni volta che è entrato in campo ha dimostrato di poter essere un’arma importante per il presente e soprattutto il futuro visto le sue caratteristiche (fisico e con gli strappi che tanto piacciono al mister). Il cambiamento più importante è l’attacco: se Lewandowski è il punto fermo e Muller si alterna tra il reparto offensivo e il ruolo di mezzala, la novità è rappresentata da Gnabry e Coman. Rispettivamente classe 95′ e 96′ hanno sfruttato al meglio le difficoltà di Robben e Ribery; questi ultimi due, a fine anno, lasceranno il Bayern e allora il testimone passerà alle due giovani promesse.

Un Bayern nuovo, con una carta d’identità fresca e la voglia di imporsi nel panorama nazionale ed europeo. Tutto questo grazie al lavoro di Kovač che già in questa stagione potrebbe portare i primi risultati.




Viva i numeri della concordia!

Parlano i numeri! Solo in caso di pari tra Napoli e Juve sarebbero rimaste invariate le rispettive risultanze casalinghe ed esterne. Ed invece è crollata la striscia partenopea al San Paolo dopo 1 anno (4 marzo 2018: Napoli-Roma 2-4). Resiste la capolista, con i suoi 72 punti, imbattuta in campionato da quasi dodici mesi – Koulibaly in Juve-Napoli del 22.04.2018 – ed in trasferta addirittura dal 19 novembre 2017, dal 3-2 di Marassi con la Samp.

Parlano i dati della Juventus. Due tiri a Roma contro la Lazio e due gol; una conclusione a Bologna ed 1 rete; una punizione ed un colpo di testa ieri a Napoli ed altra vittoria. Totale: nove punti. Sono 16 invece quelli di vantaggio sulla seconda; ma sarebbero stati tanti e troppi pure 13 e, subordinatamente, anche 10.

È necessario scindere la Juve di campionato da quella di Coppa. Rectius, delle Coppe. I bianconeri nel lungo periodo sono irresistibili; negli scontri ad eliminazione diretta molto più fronteggiabili.

È oltremodo ingeneroso contestare la Juve per le performance di campionato. Non esaltanti certamente, ma pur sempre volano di un ruolino spettacolare e con prognosi finale di 108 lunghezze (72 + i 36 rimanenti). I bianconeri, migliore attacco, offendono poco nelle ultime settimane ma concedono inezie: 8 gol subiti in 13 trasferte, dodici delle quali vinte.

I numeri, quelli finali, neutralizzano peraltro altrui pali e rigori non trasformati. Finanche un dettaglio: se Ronaldo cede l’esecuzione, la Juve torna a segnare su punizione con Pjanic.

Sullo scontro diretto, in conclusione. Gara strepitosamente spettacolare, vero confronto fra le migliori del calcio nazionale. Le opinioni possono e debbono essere contrastate e contrastanti: ogni tesi è sostenibile. Napoli quasi superiore ad ogni avversità, Juventus…la solita. Due appunti: rischioso lasciare l’ammonito Pjanic in campo dopo il primo tempo; Insigne non deve essere eccessivamente pregiudicato dall’errore dagli undici metri.

Ha diretto l’erede di Rizzoli, il sig. Rocchi di Firenze. La sera prima, nel derby di Roma, Mazzoleni di Bergamo. Entrambi saluteranno a fine anno per raggiunti limiti di età. Ah…i numeri!