Paco Alcácer, l’uomo che sta facendo sognare il Borussia Dortmund

Una stagione che potrebbe diventare memorabile; il Borussia Dortmund, dopo sei anni di dominio bavarese, ha la possibilità di tornare a sollevare il Meisterschale. Per raggiungere questo obiettivo servirà mantenere la testa della classifica per altre sette giornate. Impresa complicata considerando che sabato, all’Allianz Arena, andrà in scena il Klassiker che potrebbe dare una direzione ben precisa a questa Bundesliga. Se ci basiamo sulla storia del campionato tedesco sembra non esserci speranza per il BVB. Le Wespen, però, hanno un’arma in più: stiamo parlando di Paco Alcácer, l’attaccante che sta facendo sognare la tifoseria del Signal Iduna Park. Con sedici goal (tre in meno del capocannoniere Lewandowski) il giovane attaccante si è rivelato decisivo in più di una circostanza; nell’ultimo turno, contro il Wolfsburg, ha realizzato una doppietta che ha permesso al suo Borussia di vincere la gara e portarsi a più due sul Bayern fermato sul campo del Friburgo.

Ma chi è Paco Alcácer? Cresciuto nelle giovanili del Valencia è con il club spagnolo che si è presentato al grande calcio. Le stagioni passate sul prato del Mestalla sono valse il trasferimento al Barcellona ma con la maglia blaugrana non è riuscito ad imporsi. Al Borussia, invece, sta vivendo la sua migliore stagione; Alcácer è un centravanti atipico che ama sia stare in area di rigore sia uscirne per favorire l’inserimento dei centrocampisti o dei suoi compagni di reparto. La sua tecnica lo rende perfetto per il sistema di gioco di Favre che ha costruito una squadra che sappia dare del tu al pallone. Una delle caratteristiche migliori di Alcácer è la capacità di essere determinante dall’inizio o partendo dalla panchina (il Klassiker dell’andata lo ha deciso entrando nel secondo tempo).

Sabato ci sarà il faccia a faccia con Lewandowski: passato e presente del Borussia Dortmund si sfideranno in un match decisivo per il futuro della Bundesliga. La prova del nove per Alcácer chiamato ad espugnare l’Allianz Arena per avvicinare il titolo e porre fine ad un digiuno lungo sei anni.




81000 persone per la Serie C: specchio di un calcio che funziona

Wembley, 81 mila spettatori… no, non stiamo parlando del Live Aid che organizzò Bob Geldof nel lontano 1985: all’epoca i protagonisti furono Mercury e i Queen, gli U2, Elton John e David Bowie. Non parliamo quindi del Live Aid, ne tantomeno della finale di Champions del 2013 tra Bayern Monaco e Borussia Dortmund… e allora chi ha riempito Wembley questo weekend, e perché? Il motivo è stato la finale di EFL Trophy, l’equivalente inglese della nostra Coppa Italia Serie C, che ha visto affrontarsi Portsmouth e Sunderland per aggiudicarsi il titolo. In una cornice di pubblico esageratamente meraviglioso, la partita è stata degna di uno Wembley stracolmo e festante: non sono infatti bastati 120 minuti, conditi da ben due gol per fazione, a decidere l’assegnazione del trofeo, si è dovuti ricorrere all’infame lotteria dei calci di rigore per stabilire il vincitore che, per dovere di cronaca, è stato il Portsmouth. Ma come è possibile che una finale di coppa della terza categoria professionistica inglese coinvolga 85 mila persone? Sicuramente l’eco che ha la competizione sia in patria che fuori aiuta, sicuramente giocarla nel tempio di Wembley coinvolge non solo i tifosi delle due squadre ma anche quelli che amano godersi il calcio in generale… ma il motivo scatenante di tutto questo affetto verso squadre di “bassa” categoria sicuramente va ricercato nelle possibilità economiche: le squadre fino alla quarta categoria inglese hanno società solide economicamente alle spalle, hanno quasi tutte lo stadio di proprietà e offrono spesso la possibilità ai propri supporters di scalare la classifiche e giocarsi le proprie chance in categorie superiori. Il paragone col calcio di casa nostra è impietoso: la EFL Trophy viene trasmessa su Sky in Inghilterra (in Italia è stata visibile su DAZN) mentre la nostra Coppa Italia Serie C viene trasmessa unicamente dalla piattaforma di Eleven Sport, per di più le partecipanti alla nostra coppa sono spesso squadre che nel giro di un paio d’anni finiscono col fallire e perdere quindi supporters ed appeal. Speriamo che la finale tra Monza e la vincitrice di Trapani-Viterbese possa offrirci lo stesso spettacolo ed avere la stessa eco…




Quando il Real Madrid scartò Neymar

Incredibile ma vero: uno dei potenziali trasferimenti più costosi ed emblematici della storia del calcio, se il passato fosse andato in maniera leggermente diversa, probabilmente non avrebbe ragione di esistere.
Si tratta dell’affare Neymar-Real Madrid, con le ‘merengues’ sempre più forti sul fuoriclasse brasiliano, il cui cartellino, in quel lontano 2006, lo avevano già in pugno per “qualche” milione in meno.

Stagione 2005/06, quartier generale di Madrid sponda Real: nella capitale spagnola sbarca un giovanissimo brasiliano, pronto a dir la sua nell’under 16 del club. Il ragazzo veste per qualche giorno la ‘camiseta blanca’, ma tutto fa fuorchè impressionare l’allora allenatore Gutierrez, che ne boccia le qualità, autorizzando il ‘comeback’ in Brasile, in quel Santos, che, pochi anni dopo, ringrazierà a non finire.
E se qualcuno adesso dubiterà fortemente delle effettive capacità di Gutierrez, qualcun altro – Florentino Perez per dirne uno – si starà mangiando le mani, e forse non solo quelle, per essersi fatto scappare a costo zero e senza averne tratto alcun tipo di vantaggio, nè di natura calcistica nè tanto meno economica, uno dei prospetti più interessanti del panorama mondiale.

Quel che è certo è che Neymar c’è. C’è ed ha voglia di riscatto. Di rivalsa. Che sia con la maglia dei blancos o con un altro top club europeo. Vuole dimostrare, a tutto il Bernabeu, che quel bambino sognante che qualcuno aveva cinicamente deluso ha tutte le carte in regola per calcare il campo del ‘Tempio del calcio’ in qualità di padrone di casa.
‘O Ney’ c’è.
Ricordatevelo.
E, soprattutto, non fatevelo scappare. Ancora.




La storia di Izzo: partito da Scampia, orfano a 15 anni e ora in Nazionale

La storia di Armando Izzo è (purtroppo) sconosciuta a molti. Eppure è di grande esempio per tutti. Ne parliamo perché il traguardo che ha ottenuto, ovvero l’esordio con la maglia della Nazionale, ha un significato estremamente più profondo di quanto si possa pensare.

Izzo è nato e cresciuto a Scampia – quartiere malfamato nella periferia di Napoli. Primo di tre fratelli, era figlio di un magliaio (venditore ambulante d’abbigliamento): “Mio padre è morto a 29 anni. In due mesi se l’è portato via la leucemia”. Armando era solo un giovane adolescente ed era da poco passato al Napoli dopo aver giocato nella scuola calcio di Scampia. A 15 anni aveva dovuto dire basta: “Dovevo lavorare per mantenere la famiglia, il Napoli non mi dava un soldo, non c’era nessuno che mi accompagnasse e riportasse a casa dagli allenamenti. Avevo deciso di smettere. Fu Santoro (l’osservatore che lo seguì per primo, ndr) a intervenire: mi procurò qualche rimborso spese, mi faceva venire a prendere dai suoi collaboratori“.

Izzo non ha mai nascosto la sua vita difficile e i rischi che ha passato nella sua infanzia: il timore di percorrere la strada peggiore, di seguire persone sbagliate in un ambiente così difficile. “Saremmo finiti in braccio alla camorra, sempre in cerca di manovalanza, senza quel miracolo”: il miracolo è ovviamente il successo col calcio, che lo ha portato a sistemare sua madre e i due fratelli minori. E i suoi figli, di cui il primo ad appena 17 anni – quando la sua attuale moglie ne aveva solo 14. “A luglio 2010 cambia la mia vita. Insieme ad altri ragazzi della Primavera, parto per il ritiro estivo e conosco Mazzarri. Un giorno mi chiama e dice: “Il preparatore mi ha detto che non hai corso insieme agli altri. Perché?”. “Non ho le scarpe da ginnastica”. Lui apre il portafogli e dice a uno dello staff: “Vagliele a comprare”. Mazzarri è uno che per i suoi giocatori è disposto a morire”.

Poi l’Avellino, il Genoa, il Torino. La Nazionale italiana. Una storia umana prima che sportiva, che ci insegna che non importa dove nasci, come cresci o cosa ti accade nella vita: “Ignorante io? Forse sì, ma criminale mai”.




Giovanissimi e bel gioco: la nuova Inghilterra di Gareth Southgate

Giovanissimi e bel gioco: la nuova Inghilterra di Gareth Southgate

Fatece largo che passamo noi, sti giovanotti de’ sta Londra bella”… suona tanto male? Abbastanza. Ma è così che intonerebbero un coro i tifosi inglesi a Wembley seguendo la loro Nazionale oggi, magari sulle note di un’ipotetica canzone dei Pink Floyd. Ok, stiamo decisamente fantasticando, ma la Nazionale dei Tre Leoni negli ultimi due anni si è davvero fatta il lifting ringiovanendo la rosa, portando alla ribalta numerosi giovanotti di talento.

Il processo ha avuto inizio al termine di Euro 2016 quando l’Inghilterra di Hodgson uscì agli ottavi di finale contro la tenace Islanda, dopo aver passato il Girone B per seconda alle spalle del Galles. I dirigenti FA cominciarono a progettare la nuova Inghilterra: prima fu mandato via Hodgson per Allardyce, poi fu sostituito anche Big Sam (in seguito allo scandalo del The Daily Telegraph) in favore del giovane rampante tecnico dell’Under 21 inglese Gareth Southgate.

Soprannominato “Nord” per la sua somiglianza con il presentatore televisivo Denis Norden, Gareth Southgate viene nominato CT dell’Inghilterra il 28 settembre 2016 e da lì ha inizio la sua rivoluzione: la sua Nazionale si schiererà col 3-1-4-2 e col 4-3-3, si giocherà un calcio propositivo fatto di possesso palla rapido e di qualità, la rosa dovrà avere un’età media bassa per giocare con intensità le gare pressando costantemente l’avversario. Da molti inquadrato con un visionario impreparato, presto tutti i tifosi si sono dovuti ricredere su Southgate quando a Russia 2018 ha portato la Nazionale inglese in semifinale.

L’impronta del nuovo CT si nota non solo dal bel gioco espresso, ma anche dagli uomini in rosa: con l’età media pari a 25, Southgate ha portato in prima squadra giovani di grande talento e ottimi esordienti come il portiere Pickford, i terzini Chilwell ed Alexander-Arnold, i centrali Maguire e Keane, i mediani Winks e Rice, i centrocampisti Loftus-Cheek e Ward-Prowse, il centravanti Wilson e, soprattutto, i fenomenali millennials Hudson-Odoi e Sancho. La nuova Inghilterra promette bene e Southgate sembra proprio che sia riuscito a salvare capre e cavoli… la regina potrà dormire sonni tranquilli qualora Dio decidesse di andare in vacanza!




Manuel Neuer: colui che ha per sempre cambiato il ruolo del portiere

Lo scorso 27 marzo ha spento 33 candeline uno dei giocatori più influenti degli ultimi anni: Manuel Neuer, portiere della Germania e del Bayern Monaco. Uno che in carriera ne ha passate tante: ricordi spiacevoli – il suo manichino impiccato dai tifosi dello Schalke quando si trasferì in terra bavarese – ed altri gloriosi, come il Mondiale vinto con la sua Nazionale.
Neuer ha cambiato per sempre il modo di interpretare il ruolo del portiere. L’apice della sua espressione calcistica si è visto ai Mondiali in Brasile nel 2014: raramente fra i pali, spesso fuori dall’area di rigore; un regista aggiunto, un portiere coi piedi di un centrocampista in grado di impostare il gioco con estrema qualità.

E poi le uscite, punto debole per molti suoi colleghi ma punto di forza per Manuel: forse il migliore di sempre in questo settore. Ha mischiato il coraggio di lasciare la porta libera per affrontare gli attaccanti al suo talento da colosso difensivo – sia fisicamente che tecnicamente – aggiungendoci una sfrontatezza che per molti è definibile “pazzia”, ma da tanti altri vera e propria genialità.

Da quando esiste Neuer, il ruolo è cambiato per sempre: ora il portiere perfetto non è più solo colui che è forte ed agile fra i pali, ma chi riesce anche a giocare coi piedi contribuendo alla fase di possesso palla e, appunto, a garantire una presenza negli ultimi 20 metri di campo grazie alle uscite.

Ora, a 33 anni e dopo aver vinto un Mondiale, una Champions League, sei campionati tedeschi e cinque Supercoppe (di cui una europea), Neuer sta vivendo il suo peggior momento: un infortunio al piede che lo tormenta da mesi e che non gli garantisce la continuità e la condizione di cui necessita.
Chissà se tornerà quello di prima, con lo spettro di Ter Stegen in Nazionale e un posto da titolare al Bayern Monaco condizionato dai problemi fisici: intanto noi gli auguriamo buon compleanno, perché grazie a lui abbiamo visto la rivoluzione del ruolo di portiere. E vorremmo rivederlo come qualche anno fa il prima possibile.




Un nome, un programma: Harry Kane all’anagrafe, uragano di fatto

Uragano: violento ciclone tropicale, tempesta molto violenta con vento e pioggia. Perché con 17 gol e 4 assist in 26 partite non sapremmo definirlo in altri modi se non con la parola “uragano”. Nemmeno i 40 giorni di stop l’hanno fermato, nemmeno le 8 gare saltate per la rottura dei legamenti della caviglia hanno placato The Hurricane, l’uragano. Un nome che è tutto un programma: Harry Kane all’anagrafe, Hurricane di fatto.

È forse l’attaccante più forte del mondo il centravanti del Tottenham? Questo non sappiamo dirlo e sarebbe anche difficile fare una classifica a riguardo, ma sicuramente è il più completo e moderno tra i centravanti: Kane ha 25 anni ma va in doppia cifra da quando ne ha 21, vincitore già di due titoli di capocannoniere della Premier League e della Scarpa D’Oro al mondiale in Russia, ha siglato ben 174 gol da quando gioca tra i professionisti, può giocare prima punta, seconda punta e trequartista all’occorrenza, vanta una fisicità possente dall’alto dei suoi 188cm per 86kg, è dotato di una tecnica sopraffina ed è anche discretamente veloce. Il 28 dicembre 2018 Harry Kane è stato perfino nominato Membro dell’Ordine dell’Impero Britannico per i servizi resi al calcio di Sua Maestà.

Questa estate compirà 26 anni, dunque entrerà nel pieno della sua maturità e della sua carriera, e difficilmente il Tottenham riuscirà a tenerlo ancora a Londra: d’altronde se Kane vorrà alzare trofei con continuità difficilmente ci riuscirà con gli Spurs, e allora ecco che si materializza l’opportunità sotto forma di interessamento per l’acquisizione a luglio del ragazzo da parte di United, City e Real Madrid. Uno con le sue caratteristiche starebbe bene ovunque, farebbe le fortune di qualsiasi club, certo l’essere inglese lo porterà inizialmente (qualora dovesse cambiare paese) a qualche difficoltà di ambientamento visto che i britannici sono da sempre un popolo abitudinario, ma in campo poi parleranno il talento e la genialità per Kane, non certo l’abitudine a prendere il tè ogni pomeriggio alle cinque.

Ok, il futuro è radioso per Kane, ma il presente parla ancora di ghiotte chance europee per il ragazzo e per il Tottenham in Champions League




Il predestinato: chi è Joao Felix, l’uomo nel mirino della Juventus

Juventus, City, United, Liverpool e Barcellona sulle sue tracce. Una clausola rescissoria da 120 milioni che presto diventerà di 200. Ma chi è questo giovane fenomeno che tutti vogliono?

Joao Felix Sequeira è un giocatore portoghese classe 1999 cresciuto prima nel Porto, poi nel Benfica – sua attuale squadra. 1,78 m per 74 kg, è un centrocampista estremamente versatile, probabilmente ancora alla ricerca del suo ruolo ideale: gioca da mezzala, trequartista, esterno d’attacco e seconda punta. Quest’anno nel campionato portoghese si è fatto decisamente notare: a 19 anni (da esordiente) ha segnato 10 goal in 18 partite e fornito 5 assist vincenti. Numeri da predestinato.

Joao Felix è il classico giocatore da grande squadra e bel gioco: ama avere il possesso della palla, scambiare passaggi coi compagni, effettuare uno-due e inserirsi: da qui gli assist, i goal, i passaggi vincenti e la centralità nel gioco. I suoi punti di forza sono certamente la tecnica (è destro ma usa bene il sinistro), il dribbling e la visione di gioco. Un mix fra Rui Costa e Iniesta (ovviamente con le dovute proporzioni), come scrivono in patria.

Calciatore di fantasia e intuiti che sa anche andare in verticale, centrando la porta e dimostrando grande freddezza in area di rigore. Insomma, un potenziale campione: per questo la Juventus sta provando ad anticipare la concorrenza; il rischio di un’asta da oltre cento milioni è dietro l’angolo. Il tempismo sarà determinante.




Schalke, una stagione maledetta e l’incubo retrocessione

Lo Schalke sta vivendo una stagione da incubo e la disfatta contro il City rischia di non essere il punto più basso; i Knappen sono al quindicesimo posto della classifica e hanno solo tre punti di vantaggio sulla zona playout. Un margine difficile da mantenere sia perché lo Stoccarda sta vivendo un buon momento di forma sia per le difficoltà di Uth e compagni. Complicato spiegare il cambiamento di una squadra che l’anno scorso chiuse la Bundesliga al secondo posto; Tedesco, esonerato dopo il sette a zero subito contro i Citizens, non è riuscito a ripetere quanto fatto solo pochi mesi fa. Cerchiamo di spiegare cosa sia successo ai Knappen, passati dalla Champions all’incubo Zweite Liga.

I numeri nel calcio non sono tutto ma spiegano, nel miglior modo possibile, la situazione di una squadra e quella dello Schalke è tutt’altro che positiva. Analizzando le statistiche del club rispetto all’anno scorso possiamo notare come ci sia stata una netta flessione. Sei vittorie, ventisette goal fatti e quarantaquattro subiti contro i diciotto successi uniti alle cinquantatré reti realizzate e le trentasette incassate. Un confronto impietoso per capire, in prima battuta, l’attuale posizione di classifica dei Knappen. Come abbiamo detto, però, i numeri non sono tutto e allora passiamo al secondo problema, il mister.

Tedesco ha pagato la sua inesperienza; dopo l’ottimo esordio sulla panchina dello Schalke (esprimendo un gran bel gioco e facendo divertire la gente della Veltins-Arena) ha trovato enormi difficoltà nel riuscire a confermare le sue idee di gioco. Il 3-4-3, alternato al 4-2-3-1, non ha dato le risposte che il giovane tecnico avrebbe voluto; la squadra non ha mai trovato l’equilibrio tra i reparti e, in entrambe le fasi di gioco, ha mostrato enormi difficoltà. Difesa fragile, attacco poco incisivo ed una serie di infortuni hanno portato alla situazione attuale.

Ed ora? Contro il Lipsia sulla panchina dei Knappen si è seduto Huub Stevens e, nonostante la sconfitta, qualcosa è cambiato. In primis il modulo con cui lo Schalke si è schierato, un classico 4-4-2 che sembra essere il vestito migliore per questa squadra; rispetto alle ultime uscite Uth e compagni sono stati più pericolosi in zona offensiva. Difficile dire se sia stata intrapresa la strada giusta. La prova del nove ci sarà al rientro dalla pausa quando lo scontro diretto con l’Hannover dirà molto del futuro dei Knappen.




Quagliarella araba fenice: l’uomo dei record sfida Ronaldo per il titolo di bomber della Serie A

Chi avrebbe mai potuto immaginare che Cristiano Ronaldo sarebbe arrivato nella Serie A e non sarebbe stato saldamente in testa alla classifica capocannonieri a dieci giornate dalla fine. Chi lo avrebbe detto, che ad impedire ciò, sarebbe stato un attaccante di 36 anni militante in una squadra di metà classifica, al momento fuori dalla zona Europa. Eppure, è successo e l’Italia sorride sotto i baffi, perché è in questi casi che emerge tutto l’orgoglio azzurro, di uno che proprio in questi giorni ritroverà la Nazionale dopo anni, dopo che ormai nessuno e lui in primis ci sperava più.

L’uomo dei record, l’uomo anche dei gol impossibili, è Fabio Quagliarella. Raggiunta quota venti per la prima volta in carriera, a questa età, tanto di cappello. Lo ha fatto calciando il sesto rigore stagionale domenica pomeriggio, contro l’Atalanta, per un momentaneo pareggio prima che gli orobici sbancassero il Marassi. Ronaldo nel frattempo si risparmiava contro l’Udinese per essere al top contro l’Atletico Madrid, saltando la prima partita in casa della stagione, appena la seconda volta fuori dopo i sessanta minuti di Bergamo. A conti fatti, ha anche giocato più di Quagliarella: segnando una rete in meno del nostro bomber tricolore.

Ciò nonostante bwin vede ancora favorito Ronaldo nelle quote relative al cannoniere della Serie A, posizione rafforzata dalla grande prestazione in Champions League del lusitano, che ha permesso alla Juventus di compiere una delle più grandi imprese calcistiche degli ultimi tempi. L’unica incognita riguarderà il possibile turnover nei prossimi appuntamenti di campionato che vedranno come protagonista la Vecchia Signora, ormai lanciata verso lo scudetto e con un vantaggio abissale nei confronti del Napoli.

Non solo loro due, almeno per ora, perché a guardarli da molto vicino c’è un nome che nessuno poteva nemmeno lontanamente pensare ad inizio stagione e che invece mantiene ancora oggi una costanza pazzesca, anche dopo aver cambiato maglia. Si parla ovviamente di Piatek, il polacco trasferitosi dal Genoa al Milan, senza minimamente veder scendere la propria media realizzativa anzi, rimpinguandola decisamente. Anche l’ultima vittoria rossonera è firmata dal pistolero, tanto per cambiare.

Non mancano invece le delusioni di grandi nomi, nel corso di questa stagione. Per motivi diversi alcuni dei leader degli scorsi anni stanno deludendo: su tutti i due a pari merito dello scorso anno, Immobile e Icardi. Se il laziale ha dato segnali di ripresa nell’ultimo periodo, per l’argentino è il momento più difficile in carriera, per i noti fatti anche extra campo con l’Inter e tutto l’ambiente. Non meglio i re dei bomber precedenti, da Belotti a Dzeko: anche in questo caso un percorso inverso, col gallo che sembra finalmente in gran spolvero nelle ultime giornate, mentre per Dzeko prosegue l’involuzione preoccupante di questa stagione, costata caro anche a Oporto, nel ritorno di Champions.

Quagliarella, Cristiano Ronaldo o Piatek: uno di questi tre, outsider (Zapata?) permettendo sarà il capocannoniere della Serie A, stagione 2018/19.