La Serie A va a caccia di talenti: ecco cinque baby-top vicini all’Italia

Ultimamente le più importanti società di Serie A si stanno muovendo molto sul mercato estero, ma non si dirigono a caccia di giocatori già affermati; l’ultima tendenza delle nostre squadre, infatti, è quella di seguire i baby talenti del calcio internazionale, in modo tale da acquistarli ad una cifra quasi sempre irrilevante e farli poi giocare nel nostro campionato: così facendo consentono non solo di far crescere (calcisticamente parlando) queste giovani promesse, ma anche di far lievitare il prezzo del loro cartellino.
A proposito di ciò, noi di RadioGoal24 abbiamo stilato un elenco di cinque baby-top vicini all’Italia.

Ante Ćorić

Ante Ćorić è un centrocampista croato classe ’97, attualmente di proprietà della Dinamo Zagabria. Su di lui è forte l’interesse della Roma, che pochi giorni fa sembra aver piazzato il colpo per una cifra intorno ai 12 milioni di euro. Il ds Monchi vuole infatti costruire al tecnico Di Francesco una squadra di tutto rispetto anche per la prossima stagione, e Ćorić sembra essere il giusto regista di centrocampo per il dopo-De Rossi: con la Dinamo Zagabria ha finora disputato cinque stagioni, giocando 133 partite e segnando 22 reti.

Lautaro Martínez

Lautaro Javier Martínez (classe 1997 anche lui) è un attaccante del Racing Club, squadra argentina che milita nella Primera División. Nei giorni scorsi è arrivata l’ennesima conferma riguardo ad un suo possibile ingaggio da parte dell’Inter: sembra, infatti, che la società nerazzurra abbia già firmato un pre-contratto di cinque anni (a causa del Fair Play Finanziario) con il giovane attaccante argentino, in un’operazione vicina ai 30 milioni di euro. Metà della cifra sarà pagata in contanti, mentre la restante parte dipenderà dagli obiettivi stagionali del club di Milano. L’Inter avrà così la possibilità di schierare un tandem argentino in attacco, con il capitano Icardi supportato da El Toro: questo è il soprannome di Martínez, legato al Racing Club dal 2014 e con cui ha giocato 46 partite, segnando 21 goal.

Lovro Majer

Calciatore croato e attuale centrocampista della Lokomotiva Zagabria, Lovro Majer è un classe ’98 ricercato da mezza europa. In estate è stato accostato anche alla Sampdoria, ma poi la trattativa è sfumata e su di lui hanno messo gli occhi numerosi top club: tra questi ci sarebbe anche il Milan, con il ds Mirabelli che sarebbe rimasto incantato dalle capacità del giovane. Majer è già nel giro della nazionale croata maggiore ed è il classico fantasista dotato di buona tecnica, che gioca alle spalle delle due punte: con la Lokomotiva Zagabria ha disputato 54 gare in totale, andando in rete 14 volte.

Manor Solomon

Astro nascente del calcio israeliano, Manor Solomon è un attuale centrocampista del Maccabi Petah Tiqwa, una delle più importanti squadre di Israele. Nato il 24 luglio del 1999, il diciottenne è un jolly d’attacco dotato di grande talento, già al sevizio della nazionale israeliana maggiore: è stato convocato anche per la partita Italia-Israele delle qualificazioni ai mondiali (il 5 settembre del 2017), ma è rimasto in panchina. La Juventus sembra disposta a piombare fortemente su di lui, ma ha davanti a sé due ostacoli: il prezzo a 5 milioni fissato dal Maccabi Petah Tiqwa e la concorrenza raffigurata dal Liverpool.

Justin Kluivert

Giovane promessa del calcio europeo e figlio d’arte (il padre è Patrick Kluivert, ex giocatore di Ajax, Milan e Barcellona), Justin Kluivert è un attuale attaccante dell’Ajax, già debuttante con la nazionale maggiore dell’Olanda. Affacciatosi in Eredivisie la scorsa stagione, il giovane talento ha fatto registrare fino a questo momento 50 presenze con la maglia dell’Ajax, con cui ha segnato 10 reti. Il Napoli del presidente De Laurentiis sta già sondando il terreno su di lui, ed è pronto ad ingaggiarlo in rosa per la prossima stagione: occhio soltanto ai desideri del ragazzo, che ha manifestato più volte il desiderio di voler seguire le orme del padre e andare a giocare nel Barcellona.

 




All’altra sponda: cinque campioni che hanno cambiato sport

Ci sono atleti che nascono per un solo sport, che lo praticano con passione e che lo onorano fino alla fine, diventando leggende immortali di quella disciplina. E poi ci sono altri, che trascorrono una vita ad allenarsi, a migliorarsi, a cercare di ottenere risultati sempre più ottimali, ma che alla fine si stancano, perdendo gli stimoli e le giuste motivazioni per proseguire quel tipo di carriera. E’ questo il caso di Usain Bolt, l’ex velocista giamaicano che si è ritirato dall’atletica leggera nell’agosto del 2017 e che questa mattina ha svolto il provino per entrare nelle fila del Borussia Dortmund. L’ex uomo più veloce del mondo non è il solo ad aver cambiato sport: sono molti, infatti, i personaggi sportivi famosi che hanno deciso di esercitare un taglio netto con il passato e proprio per questo noi di RadioGoal24 abbiamo deciso di stilare una classifica di cinque campioni sportivi che hanno completamente cambiato la loro routine quotidiana.

Michael Jordan

Nato a New York il 17 febbraio del 1963, Michael Jordan inizia la sua carriera nel basket all’Università della Carolina del Nord, dove nel 1982 trascina i Tar Heels alla vittoria del campionato nazionale NCAA (National Collegiate Athletic Association). Due anni più tardi arriva l’atteso esordio in NBA con i Chicago Bulls, con i quali ha la fortuna di vincere sei campionati NBA, tre anelli e tre titoli di MVP, proclamandosi in breve tempo il più grande giocatore di basket di tutti i tempi. Le belle storie d’amore, però, hanno sempre una fine, ed ecco che il 6 ottobre del 1993 esce una notizia che da molti viene interpretata come uno dei più brutti pesce d’aprile: “Michael Jordan si ritira dal basket. Giocherà a baseball“. I Chicago White Sox, infatti, nota squadra di baseball della Major League Baseball statunitense, decidono di ingaggiare Air Jordan nella loro squadra. Passare dalla pallacanestro al baseball fu una scelta personale e molto profonda, legata alla scomparsa del padre James, ucciso pochi mesi prima da due balordi che avevano cercato di rapinarlo. Come dichiarato dallo stesso Jordan in un’intervista alla Nbc, egli era molto legato al papà, che aveva sempre puntato a suo figlio come un giocatore di baseball: quella scelta, quindi, fu un semplice tentativo di restare in contatto con suo padre James, esaudendo uno dei suoi più profondi desideri. Dopo un anno e mezzo disastroso trascorso nella MLB, nella quale non si dimostra l’atleta eccezionale conosciuto da tutti, Jordan decide fortunatamente di ritirarsi dal mondo del baseball. Torna a giocare di nuovo a basket e lo fa ancora una volta con i Chicago Bulls, che successivamente vinsero altri tre titoli NBA.
Forse qualcuno gli suggerì qualcosa del tipo: “Torna a casa, Lessie”.

Rio Ferdinand

Rio Ferdinand nasce a Londra il 7 novembre del 1978  ed inizia la sua carriera calcistica prima nel West Ham, con cui vince il premio di miglior giocatore giovane dell’anno e poi con il Leeds, squadra di cui diventa il capitano. Nel 2002 passa al Manchester United: nel corso del tempo diventerà una delle colonne portanti dei Red Devils, con i quali vincerà (tra i tanti titoli) sei Premier League, una coppa d’Inghilterra e una Champions League. Una volta terminato il suo periodo a Manchester, Ferdinand si trasferisce a Londra, sponda Queens Park Rangers, firmando un contratto annuale con la squadra allenata da Harry Redknapp: a fine stagione il club inglese retrocede e l’ex calciatore decide di non rinnovare il proprio contratto con il QPR. Il 30 maggio del 2015 annuncia il suo ritiro dal calcio giocato e due anni dopo, all’età di 38 anni, decide di diventare un pugile professionista. Nel settembre del 2017, infatti, Ferdinand dichiara che la boxe sarà il suo futuro e nei suoi profili social comincia a postare foto e video tramite cui mostra di allenarsi duramente in palestra e di essere in grande forma. Come capitato a Michael Jordan, anche la scelta dell’ex difensore del Manchester United è stata motivata da una vicenda personale: nel 2015, infatti, la moglie Rebecca è morta a causa di un tumore ed i guantoni hanno rappresentato per lui una sorta di medicina, attraverso cui combattere la triste realtà che lo circondava. In un’intervista al Telegraph ha dichiarato: “La boxe è uno sport incredibile per la mente e il corpo e io ho sempre avuto una passione per questo sport. Questa sfida è l’occasione perfetta per dimostrare alla gente ciò che è possibile“.
Un campione è qualcuno che si alza quando non può e Ferdinand è uno di questi: onore a lui.

Dwain Chambers

Londinese di nascita, Dwain Anthony Chambers trascorre la sua vita tra piste di atletica, campi di football e processi per doping. La sua carriera da sportivo inizia nell’atletica leggera, in cui si mette in luce da giovanissimo, vincendo nel 1995 e nel 1997 l’oro nei 100 metri agli Europei Juniores. Successivamente arrivano altri successi: nel 1999 si qualifica terzo ai campionati del mondo di atletica leggera di Siviglia, nel 2002 vince l’oro sia nei 100 metri sia nella staffetta 4×100 metri degli europei di Monaco di Baviera e nel 2003 vince l’argento nella staffetta a Saint-Denis, durante i mondiali di Francia. In quel periodo, però, iniziano ad arrivare anche i primi problemi: ad ottobre del 2003 viene trovato positivo al THG, uno steroide anabolizzante sintetico etichettato come sostanza dopante, ed il 22 febbraio del 2004 viene squalificato dalla federazione britannica per due anni. Con la squalifica in atto, Chambers decide di cambiare scenario e di dedicarsi al football americano: sembra tutto fatto, deve solo firmare un contratto con i San Francisco 49ers, ma poi la situazione sfuma del tutto, senza mai concretizzarsi. Ad aggravare ulteriormente la sua posizione ci pensa l’IAAF (Associazione Internazionale della Federazione Atletica), che nel 2006 gli toglie gli ori europei del 2002 e l’argento mondiale. Terminata la squalifica, prende parte a qualche altra gara di atletica leggera, ma nel 2007 comincia ad interessarsi nuovamente al football americano, allenandosi in un Training Camp della NFL di Tampa, una città della Florida. Nonostante un trascorso nell’atletica poco pulito e legato a diversi processi di doping (lo stesso atleta dichiara di aver assunto 300 miscele diverse di sostanze dopanti) Chambers ci riprova e nel 2009 vince l’oro nei 60 metri ai campionati europei indoor di Torino, precedendo sul traguardo i due italiani Fabio Cerutti ed Emanuele Di Gregorio.
Poteva accettare di fallire, perché chiunque fallisce in qualcosa, ma non poteva accettare di non tentare: tenace.

Tim Wiese

Originario di Bergisch Gladbach, una città della Renania settentrionale, in Germania, Tim Wiese inizia la sua carriera da calciatore con il Bayer Leverkusen. Il 15 gennaio 2002 viene acquistato come terzo portiere dal Kaiserslautern, come riserva di un certo Roman Weidenfeller, ma in seguito alla cessione di quest’ultimo al Borussia Dortmund, Wiese comincia a giocarsi il posto da titolare con Koch, altro portiere della squadra. Nel 2005 viene acquistato dal Werder Brema, dove giocherà fino al 2012, per poi trasferirsi all’Hoffenheim (dove giocherà due stagioni) e annunciare il ritiro dal calcio nel 2014. Una volta abbandonato il prato verde, Tim Wiese decide di intraprendere la carriera da bodybuilder, arrivando a pesare 117 chili (trenta in più rispetto a quando giocava a calcio) e ad attirare l’attenzione di Paul Levesque, meglio conosciuto come Triple H, un mito del wrestling internazionale e scopritore di nuovi talenti per la WWE. Nel suo primo incontro, Wiese combatte in un incontro a squadre al fianco dello svizzero Cesaro e dell’irlandese Sheamus. Dopo un match adrenalinico e molto intenso, è proprio l’esordiente wrestler ad effettuare lo schienamento decisivo, ai danni di Epico. A fine gara ha dichiarato: “La mia carriera nel calcio è terminata da tempo. A dicembre compirò 35 anni, credo che questa sia l’età migliore per fare il wrestler. Quando sono nel ring non ho paura, sono gli altri che devono averla“.
Insomma, una spiccata passione per la geometria: dal rettangolo verde al quadrilatero del ring.

Tyson Gay

Velocista americano nato a Lexington il 9 agosto del 1982, Tyson Gay debutta nell’atletica che conta nel 2005, anno in cui si concentra principalmente nei 200 metri e durante il quale inizia ad effettuare le sue prime gare da professionista. Nel 2006 inizia a migliorare le proprie prestazioni gara dopo gara e nel 2007 arriva la consacrazione definitiva: ai mondiali di Osaka, infatti, Gay conduce la gara dei 100 metri davanti ad Asafa Powell, bissa il successo nei 200 metri davanti al favoritissimo Usain Bolt e si impone anche nella staffetta 4×100 metri. Tre successi che equivalgono a tre medaglie d’oro, a cui si aggiunge quella d’argento nel 2008 a Pechino, quando arriva secondo nella gara in cui Bolt stabilisce il nuovo record mondiale dei 100 metri con 9″72 secondi. Come altri atleti della sua disciplina, però, anche Tyson Gay si trova a dover fronteggiare i problemi con il doping: nel 2014 viene trovato positivo ad un test antidoping e l’AMA (Agenzia Mondiale Antidoping) lo squalifica inizialmente per due anni, per poi ridurre tal squalifica a dodici mesi. Questa decisione di limitare la condanna fa infuriare non poco i personaggi del mondo  sportivo, tra cui lo stesso Usain Bolt che dichiarò: “Gay ha tradito lo sport, andrebbe buttato fuori a vita“. Conclusa l’esperienza con l’atletica leggera, l’ex corridore statunitense decide di avviare una nuova carriera, quella dello slittino, e per questa ragione si iscrive ai campionati americani di spinta di bob, che si disputano a Calgary, in Canada. Sin dal principio, il suo obiettivo è quello di entrare a far parte della squadra di slittino degli USA come frenatore, ma il giorno stesso della gara Gay cambia idea. Sembra infatti che, non avendo ancora acquisito la giusta esperienza con quella nuova disciplina, attraverso un consulto con lo staff e con gli allenatori, si decide di non farlo gareggiare in modo tale da fargli guadagnare una preparazione migliore.
Se vuoi correre, corri un chilometro. Se vuoi cambiare vita, dedicati allo slittino.

 

 

 

 

 

 




Inter, la parabola discendente. La stagione nerazzurra vista dalle dichiarazioni di Spalletti

“Se sono più tranquillo per l’obiettivo Champions dopo questo risultato? In certi momenti abbiamo la faccia tosta di esserci con intensità, in altri lasciamo palla agli avversari, non riusciamo ad avere continuità, non so cosa succederà nella prossima partita. Io non sono convinto che l’Inter abbia tutta quella qualità di cui si parla, per andare a giocare nella metà campo avversaria servono certe doti. Noi abbiamo fatto un pessimo periodo, ma in generale non abbiamo mai giocato un grandissimo calcio.”

Con queste dichiarazioni, Luciano Spalletti ha scosso l’ambiente dell’Inter dopo il pareggio per 0-0 contro il Napoli. Cosa avrà voluto dire l’allenatore? Voleva spronare la squadra o criticare velatamente (ma nemmeno troppo) la società nerazzurra? Proviamo a ripercorrere le tappe della stagione tramite le parole del mister di Certaldo.

Conferenza stampa al termine del match Napoli-Inter 21/10/17

L’Inter si presenta allo scontro contro il Napoli da imbattuta e seconda in classifica, dietro solo agli Azzurri. Il match termina 0-0, con una prestazione della squadra di Sarri nettamente superiore a quella vista allo stadio San Siro nel match di ritorno.
“Oggi abbiamo fatto una buonissima partita, che poteva essere giocata anche meglio. A questi calciatori vanno fatti i complimenti. Continuano a dirci che siamo fortunati, ma la vera fortuna per me è allenare questi calciatori. Pian piano ve ne accorgerete…Sanno fare il loro mestiere, sanno dove vogliono andare e oggi sono venuti qui a giocare una buonissima partita. Inter da scudetto? Noi ci sentiamo forti, ma abbiamo ancora molto da crescere: dobbiamo guardare partita dopo partita”

L’allenatore dell’Inter, nonostante i suoi abbiano giocato oggettivamente a un livello inferiore di quello visto domenica scorsa, è sembrato soddisfatto della prestazione di squadra. Probabilmente, era convinto che, con il passare del tempo, i giocatori avrebbero continuato ad avere una crescita esponenziale, come si era potuto osservare nei primi due mesi di gestione spallettiana.

Conferenza stampa prima del match Juventus-Inter 09/12/17

“Ora abbiamo una precisa identità e sappiamo che possiamo competere a questi livelli. Per raggiungere i nostri obiettivi serviranno tanti punti e ogni partita deve essere l’occasione per portarne a casa. Ecco perché andiamo a Torino per vincere.”

E al termine della partita, finita 0-0: “Vedo molti dispiaciuti per questa prima sconfitta che tarda ad arrivare come se pensassero che sia un incantesimo da spezzare per far tornare nuovamente il cigno un brutto anatroccolo… Sappiamo però che per adesso la fiaba è un’altra. E’ quella in cui sono i gufi a diventare colombe. Noi siamo passati da quelli che c’avevano culo a quelli che devono vincere il campionato. Le due cose non vanno d’accordo.”

Parole forte quelle del tecnico toscano, quasi l’antitesi di quelle rilasciate domenica sera dopo lo 0-0 con i partenopei. Dichiarazioni anche comprensibili, considerando che dopo la sfida con i bianconeri, l’Inter è rimasta alla testa della classifica, conquistata la giornata precedente grazie proprio alla Juventus, vincente in casa del Napoli. Con il senno di poi, sono state affermazioni azzardate?

Al termine del match contro il Pordenone in Coppa Italia, vinto solamente ai rigori, Spalletti ‘attacca’ la società, rea di creare aspettative troppo alte. Dopo quella partita, inizierà la crisi dell’Inter:
“Secondo me bisogna fare attenzione, credo che fino a quando la società non presenterà le vere intenzioni che ha, su come agire in questo mercato, dovremmo fare tutti un po’ di silenzio. Creare quelle aspettative che si sono create prima dell’inizio del campionato, avere la sfiducia che c’era in base ai nomi di cui si era parlato, non fa bene ai tifosi, ai calciatori, all’Inter e ai risultati. Di conseguenza se mi chiedete chi voglio, ve li dico. Voglio Segio Ramos, Iniesta e Sanchez. Quelli che hanno pedalato fino ad ora hanno portato primi in classifica l’Inter, ci vuole rispetto”. (15/10/17)

L’ultima frase del 59enne è emblematica.

Dopo la crisi nerazzurra, decorata da 3 sconfitte e 5 pareggi consecutivi, Spalletti attacca un’altra volta i dirigenti nerazurri
“Consiglierei al presidente di creare una terza squadra, quella virtuale da far allenare ai dirigenti. Prenderemo provvedimenti fra di noi, ne parlerò col presidente. Perché poi dentro lo spogliatoio ci sono io. Siamo terzi e si parla di rivoluzione. Se scrivete dei nomi, vuol dire che qualcuno ve li dice.” (16/02/17)

Nelle dichiarazioni dell’allenatore è impossibile non notare una parabola discendete, che si frantuma al suolo con le aperte critiche dei mister ai giocatori, risalenti a qualche giorno fa. Spalletti, dal difendere società e squadra, ha screditato prima la società, e poi anche la squadra. Semplice sfogo del momento, o dichiarazioni mirate ha spronare e correggere il comportamento della società e le motivazioni dei giocatori? L’ex allenatore della Roma ha perso la pazienza o ha voluto dare un segnale forte, per far invertire la rotta di tutta l’Inter, facendo capire che non è così che si costruisce una grande squadra?
In un momento decisivo della stagione, a dieci giornate dal termine del campionato e con una corsa Champions più accesa che mai, è difficile trovare una spiegazione non tanto alle parole di Spalletti (più che comprensibili), ma del perchè abbia volute sputarle fuori adesso, soprattutto dopo un match in cui l’Inter non ha concesso nemmeno un tiro in porta a una squadra come il Napoli. Sicuramente, avrà avuto le sue buone ragioni.




Rifondazione Italia: Conte, Ancelotti o Mancini?

Manca 10 giorni al malinconico ritorno in campo dell’Italia: dopo la clamorosa mancata qualificazione al mondiale in Russia, gli Azzurri dovranno dare vita a una nuova era, con nuove idee, nuove facce e anche un nuovo allenatore. Per i match contro Argentina (23/3) e Inghilterra (27/3) sarà Luigi Di Biagio a diramare le convocazioni e a guidare in campo la Nazionale: l’ex allenatore dell’Under 21 sarà però, a meno di clamorose conferme, solo un traghettatore, fino a quando non sarà stato scelto il vero allenatore della rinfondazione. Nei giorni scorsi, sui giornali sportivi sono girati tanti nomi, ma quelli di Antonio Conte, Roberto Mancini e Carlo Ancelotti con più insistenza e fondatezza. Quale di loro è il più adatto per cominciare un nuovo ciclo azzurro?

Antonio Conte

L’attuale allenatore del Chelsea dovrebbe concludere a fine stagione la sua avventura in Inghilterra. Dopo la Premier vinta lo scorso anno, i rapporti con la dirigenza sono precipitati giorno dopo giorno, a partire dal deludente mercato estivo. Il 5° posto in campionato, a 4 punti dalla zona Champions League, non basterà ad Abramovic per convincersi a riallacciare i rapporti con Conte. Il 48enne leccese è probabilmente la prima scelta della Lega, ma anche la più complicata: difficilmente il tecnico deciderà di riprendere in mano la squadra azzurra dopo solo due anni dall’Europeo del 2016. Inoltre, c’è anche la corte del Paris Saint-Germain a complicare le trattative.

Roberto Mancini

L’allenatore dello Zenit San Pietroburgo ha già espresso la sua voglia di azzurro: “Ho un sogno: vincere da c.t. ciò che non ho vinto da calciatore: un Mondiale. È da 40 anni che lavoro in campo tutti i giorni, da calciatore e da allenatore. E poi sono giovane, posso ritornare in un club dopo la Nazionale…In grandi club ho lavorato e vinto. Allenare la Nazionale è bello. Sarebbe un onore, un orgoglio. E vincere un Europeo o un Mondiale ancora di più. I giovani bravi ci sono. Mi piacciono Belotti, Pellegrini, Romagnoli che può crescere ancora tanto. E ogni stagione ne vengono fuori altri.” Bastano queste parole per trasmettere ai tifosi dell’Italia la voglia dell’ex Inter di cominciare un nuovo ciclo. La sua freschezza e la sua determinazione potrebbero essere un ottimo stimolo per i giocatori.

Carlo Ancelotti

Esonerato a inizio stagione del Bayern Monaco, Ancelotti è in cerca di una nuova avventura e ha già strizzato l’occhio alla Nazionale: “Io ct della Nazionale? No, non è un’ipotesi lontana, Costacurta mi conosce bene e io conosco bene lui. È necessario per la Nazionale aspettare. Io ufficialmente sono ancora sotto contratto (con il Bayern Monaco, ndr), altri stanno lavorando ed è giusto aspettare per valutare il lavoro di Di Biagio nella Nazionale maggiore.” Tradotto, se ci fosse la possibilità non ci vorrebbe molto a trovare un accordo con la Lega. L’esperienza e la caratura dell’ex Milan potrebbero essere un’ottima ricetta per trasmettere la vittoria nel dna della nuova squadra.

 




Goal&Cash – I diritti TV in Liga

Nuovo appuntamento con Goal&Cash, la nuova rubrica di RadioGoal24 che tratterà il punto di vista finanziario rispetto ai maggiori campionati di calcio europei. Questo nuovo appuntamento cercherà di raccontare, e spiegare nel dettaglio, il funzionamento economico nel grande calcio del Vecchio Continente, soffermandosi sugli incassi che derivano dalle televisioni. Settimana scorsa vi avevamo parlato del funzionamento e della ripartizione dei diritti TV in Premier League.

Oggi ci focalizzeremo sui diritti TV in Liga con la relativa ripartizione dei soldi assegnati alle squadre Prima e di Segunda División, analizzando come sono cambiati nel corso degli ultimi anni.

Diritti TV Liga

In Spagna la ripartizione dei diritti televisivi è caratterizzata dalla vendita centralizzata di quest’ultimi, grazie al decreto emesso dal governo iberico chiamato Real Decreto-Ley n.5/2015, che non ha più permesso alle società di trattare con le televisioni solo ed esclusivamente la cessioni dei propri diritti TV, cosa che favoriva le due big Real Madrid e Barcellona.

A partire quindi dalla stagione 2016-2017 il regolamento per la suddivisione delle entrate prevede che la cifra totale degli incassi sia riservata per il 90% alla Liga, mentre il restante 10% alla Segunda Division spagnola. Successivamente ci sono quattro criteri fondamentali da tenere in considerazione:

La nuova divisione dei diritti TV in Spagna a partire dalla stagione 2016/2017.

  1. una quota in parti uguali (50% per la Liga, almeno 70% per la Serie B);
  2. una quota basata legata alle prestazioni sportive (per le squadre della Liga si terrà conto degli ultimi 5 campionati, per la Serie B solo dell’ultimo);
  3. una quota (un terzo del residuo) legata alla vendita di biglietti e abbonamenti nelle ultime cinque stagioni;
  4. una quota (due terzi del residuo) basata sul contributo della squadra alla visibilità del campionato.

Per evitare che Real Madrid e Barcellona, nessuna squadra potrà percepire più del 20% della somma totale relativa agli al punto 3 e 4, inoltre il rapporto tra la prima e l’ultima società non può essere superiore al 4,5. Se il ricavo totale legato alla vendita dei diritti superasse il miliardo di euro all’anno, la soglia del 4,5 verrebbe ridotto fino al 3,5 nel caso in cui il montepremi arrivasse a 1,5 miliardi di euro annui.

Come nella maggior parte delle competizioni, una parte dell’importo raccolto attraverso le gare per l’assegnazione dei diritti televisivi venga utilizzata anche per finalità di sistema. Inoltre, per evitare di penalizzare troppo le due big sono state stilate due clausole “salvaguardia” per Barcellona e Real Madrid: verrà fatto un confronto con i ricavi della stagione 2014-2015: nel caso in cui la cifra complessiva dei diritti TV fosse inferiore rispetto a quella incassata in tale stagione, allora i ricavi verranno suddivisi in proporzione rispetto in quanto ottenuto nello stesso anno. Se, invece, la cifra complessiva fosse maggiore, ma le due incassassero di meno a causa dei nuovi criteri, allora gli incassi totali verrebbero riproporzionati fino al pareggio degli introiti del 2014-2015.

Incassi diritti TV Liga 2016/2017

La Liga spagnola ha chiuso il 2016/17 con un rapporto tra la prima e ultima stimato a 3.7:1, un significativo miglioramento rispetto al 2014/15, ultima stagione in cui i diritti tv venivano distribuiti individualmente. L’aumento del valore dei diritti tv ha sostanzialmente spinto verso un sistema di distribuzione più equo, permettendo comunque a Real Madrid e Barcellona di mantenere cifre simili a quelle che ricevevano quando i diritti tv venivano venduti individualmente.

Da questo prospetto, esposto da AS, possiamo vedere come la nuova ripartizione abbia appiattito (leggermente) il gap, specie nella parte centrale e in quella finale della classifica. Barcellona e Real Madrid hanno perso rispettivamente 27 e 32 milioni di euro, rimanendo comunque sopra i 100 milioni. In aumento di  5 milioni sia l’Atletico Madrid che il Valencia, che restano comunque molto distanti. Il resto degli altri club ha avuto un aumento di 3 milioni in media, facendo salire a 30 il minimo del ricavato di ogni club.

Incassi diritti TV Liga 2015-2016

Alcuni ricavi dei diritti TV vanno alla Federazione, come “autofinanziamento”, per esempio per sostenere le squadre retrocesse.

Durante la stagione precedente al decreto Real Decreto-Ley n.5/2015, la Liga incrementò di 386 milioni gli incassi rispetto all’annata precedente, guadagnando 614 milioni di quota nazionale e ben 622 milioni da quella internazionale. Dal totale va tolta la commissione di 93 milioni destinata a Mediapro.

Ci sono anche ulteriori contributi, a carico delle squadre, che servono alla Federazione per autofinanziarsi e per poter reinvestire, come per esempio una quota del 3,5% che serve come paracadute per le squadre retrocesse, o l’1% destinato alla fondo promozione della Lega Calcio spagnola.

Gli incassi dei diritti TV della Liga 2015/2016.

Tolte queste cifre, la quota netta di 1.075 milioni di euro viene suddivisa tra Liga e Segunda Division (90% e 10%). La quota spettante al massimo campionato spagnolo è di 968 milioni di euro che vengono suddivisi su 3 campi: il 50% a tutti i club (circa 24,2 milioni cada uno), un 25% sulla base del seguito del club (abbonamenti, biglietti, visibilità) ed il restante 25% a seconda dei risultati sportivi ottenuti negli ultimi 5 anni. Questa metodologia, diversa rispetto a quella attuale, consentiva a Real Madrid e Barcellona di incassare ben 140 milioni di euro a testa.

 




Famo Sti Stadi – Mapei Stadium, il primo impianto di proprietà in Italia

Torna oggi Famo Sti Stadi, la nuova rubrica di RadioGoal24 che vi racconterà nei dettagli tutti gli stadi di proprietà del nostro calcio e non solo. La scorsa settimana vi avevamo parlato del nuovo Stirpe di Frosinone, mentre oggi analizzeremo la casa dell’U.S Sassuolo e della Reggiana, lo stadio Città del Tricolore di Reggio Emilia meglio noto come Mapei Stadium.

La costruzione dello stadio iniziò nel 1994 nella zona nord di Reggio Emilia e fu completato in circa otto mesi. Progettato sotto il modello di stadio all’inglese, la struttura prevede gli spalti a ridosso del campo, seggiolini con schienale con annessa copertura, garantendo a tutti gli spettatori un’ottima visione del campo e quindi della partita. In Italia fu il primo stadio di proprietà, essendo stato Franco Dal Cin, allora amministratore delegato della Reggiana, il principale fautore del progetto.

L’impianto si trova ora al centro di un’area attiva dal punto di vista commerciale e ben collegata con la città grazie al servizio di trasporto pubblico. Dopo essere stato inaugurato, all’impianto fu dato il nome di Giglio e divenne ufficialmente la casa della Reggiana. Nel 2010, iniziarono nuovi lavori di ristrutturazione terminati due anni dopo e, in occasione del derby con il Carpi, venne ribattezzato come Stadio di Reggio Emilia Città del Tricolore, per volere della Reggiana e del comune di Reggio Emilia. Per la stagione 2013-2014 lo stadio venne scelto dal neopromosso Sassuolo per la disputa delle partite casalinghe, dapprima sotto un contratto d’affitto e successivamente acquistato, nel dicembre 2013, per 3,75 milioni di euro da Mapei, società che appartiene al patron del club neroverde, Giorgio Squinzi.

Lo stadio prese successivamente il nome di Mapei Stadium e poco dopo fu avviato un importante progetto di ammodernamento, relativo sia al campo da gioco che alla riqualificazione della struttura dello stadio stesso. Il progetto proseguirà nel prossimo futuro con l’obiettivo di divenire un punto di riferimento per lo sport divenendo uno stadio polifunzionale a tutti gli effetti, come d’altronde era previsto nel progetto iniziale.

La struttura conta attualmente 23 717 posti a sedere e oltre ad avere un’ottima funzionalità per quanto riguarda il carattere sportivo, il Mapei Stadium vanta una piena integrazione con servizi commerciali e di intrattenimento, parti integranti della struttura. Nella sua storia, l’impianto fu il primo in Italia in cui venne testata la Goal Line Technology, oltre ad aver ospitato successivamente la finale di Uefa Women’s Champions League, la competizione europea più importante per quanto concerne il calcio femminile, giocatasi il 26 maggio 2016.




Famo Sti Stadi – Alla scoperta del nuovo Stirpe

Parte oggi Famo Sti Stadi, la nuova rubrica di RadioGoal24 che andrà alla scoperta degli stadi di proprietà del nostro calcio e non solo. Cominciamo la nostra avventura con quello più “fresco” in Italia: il Benito Stirpe di Frosinone.

Inaugurato il 28 settembre 2017, venne progettato a metà degli anni ’70. La prima pietra fu posta nella seconda metà degli anni ’80, ma la struttura restò incompiuta per circa 30 anni. I lavori ripresero nel 2015 su iniziativa del Frosinone Calcio, con il presidente Maurizio Stirpe, che ha ottenuto dal comune i diritti per gestire l’impianto fino al 2061, grazie anche ad un finanziamento di 8 milioni di euro da parte del Credito italiano, a fronte dei 20 milioni spesi dalla società.

Struttura intitolata a Benito Stirpe (padre di Maurizio ndr), che fu presidente del Frosinone negli anni ’60. La squadra e i tifosi ciociari si trovano, dunque, con una nuova casa. E’ il quarto stadio di proprietà in Italia, dopo il Mapei Stadium (Sassuolo), l’Allianz Stadium (Juventus) e la Dacia Arena (Udinese). Questo è un fattore molto importante sia per gli incassi che per la crescita del club. La struttura è capace di 16.125 posti tutti al coperto, divenendo così il terzo impianto calcistico più grande del Lazio dopo lo stadio Olimpico e lo stadio Flaminio (ad oggi abbandonato).

Il presidente Stirpe, nonostante le diverse pratiche da sbrigare, può dirsi soddisfatto, ricevendo molti complimenti per il suo nuovo “gioiello”, persino dal presidente del CONI Giovanni Malagò, presente all’inaugurazione. Finita la cerimonia è stata giocata la prima partita all’interno dello Stadio Benito Stirpe, che ha visto trionfare la Prima squadra del Frosinone per 6 a 0 contro la Primavera.

Protagonista del match Federico Dionisi, autore di una tripletta. La prima gara ufficiale disputata, invece, è stata quella del 2 ottobre 2017 contro la Cremonese, valida per la 7° giornata di Serie B e terminata col punteggio di 0-0, che ha lanciato la squadra ciociara in vetta solitaria a quota 14 punti.

 

 




Goal&Cash – I diritti TV in Premier League

Inizia oggi Goal&Cash, la nuova rubrica di RadioGoal24 che tratterà il punto di vista finanziario rispetto ai maggiori campionati di calcio europei. In questa nuova avventura cercheremo di raccontare, e spiegare nel dettaglio, il funzionamento economico nel grande calcio del Vecchio Continente, soffermandoci specialmente sui ricavi che hanno le società proveniente dai diritti tv.

Oggi parleremo dell’Inghilterra che vanta un modello studiato con grande efficacia e che garantisce grandi ricavi. Ma andiamo a scoprire nel dettaglio come funzionano i diritti TV in Premier League.

Diritti TV Premier League

In Inghilterra solo il 45% delle partite viene trasmesso dalle Pay TV, in modo da spingere sempre più tifosi ad andare allo stadio. Questo funziona anche grazie al grande lavoro che è stato fatto a partite dagli anni ’80, dopo il disastro di Bradford in cui morirono 56 persone perché lo stadio, costruito con i legno, prese fuoco.

Da 20 anni l’Inghilterra vanta stadi all’avanguardia, che invogliano la gente a gremire gli spalti. Questa programmazione televisiva, meno invadente ma più efficace, permette agli stessi club di guadagnare nettamente di più, anche grazie al seguito che arriva dall’estero. Tutti i diritti nazionali sono ripartiti per il 50% in parti uguali e ciò garantisce ad ognuno dei 20 club più di 51 milioni di sterline all’anno.

Oltre a questa ripartizione uguale, vi è anche un 25% che viene assegnato a seconda del numero di volte in cui una determinata squadra viene trasmessa in diretta (bonus relativo alla popolarità mediatica). L’ultimo 25%, invece, viene spartito secondo bonus legati alle prestazioni di squadra e dunque a seconda del piazzamento nel massimo campionato inglese.

Come possono cambiare i diritti TV nella Premier League 2017/2018

Ma tale equità relativa agli incassi legati ai diritti TV sembra destinata a cambiare. Le 20 squadre della Premier League si sono riunite il 4 ottobre 2017,  per discutere di tali divisioni e le squadre più blasonate del campionato (Arsenal, Chelsea, Liverpool, Manchester United, Manchester City e Tottenham) starebbero spingendo per avere maggiori ricavi in quanto piazze più importanti. Il punto del dibattito, che si deciderà tramite una votazione da parte di tutte e 20 le compagini, sarebbe quello sui guadagni che arrivano direttamente da Oltremanica.

Ad oggi ogni squadra ne riceve una fetta uguale, ma i 6 club più importanti del torneo stanno cercando di proporre una nuova formula, che permetta loro di avere un margine più ampio sui miliardi provenienti dall’estero. La tesi delle 6 squadre principali è che i nuovi mercati stiano fiorendo soprattutto grazie a loro: la nuova proposta prevede che, ad una ripartizione fissa del 65% a tutte le squadre, il restante 35% delle risorse televisive venga spartito a seconda del piazzamento in campionato. Stiamo parlando di ben 1,3 miliardi di dollari.

Questo schema rende al meglio l’efficacia del sistema vigente dei diritti TV in Premier.

Il voto arriva in un momento critico per la Premier League, che si sta preparando a pubblicare in questi giorni l’ultima gara per i diritti TV interni, attualmente valutata 5,1 miliardi di sterline (6,75 miliardi di dollari), con un contratto triennale tra Sky e Bt.

Questa cifra è stata un sorprendente aumento del 70% rispetto al precedente accordo; già concordate, invece, quelle per i mercati di Brasile, Cina, Africa subsahariana e Stati Uniti, con un valore cresciuto del 1.000% per il mercato della cinese.

Se tale proposta passasse il modello di incassi legati alle TV verrebbe stravolto e quasi sicuramente assisteremmo ad un campionato diverso e forse più impari.

Incassi diritti TV Premier 2016/2017

Ripartizione diritti TV Premier League.

L’anno successivo la situazione è addirittura migliorata, ritoccando verso l’alto i risultati della stagione precedente del 71%. A termine del 2016/2017 tutti e 20 i club inglesi sono partiti da una base di 79 milioni di sterline a testa (50%, circa 1,5 milioni), più la variante legata alle partite trasmesse in diretta (25%, da un minimo di 12,3 milioni ad un massimo di 32,8 per un totale di 407 milioni di sterline), ed infine quella del piazzamento di squadra (25%, 1,9 milioni alla squadra che si piazza ventesima, 38,8 a chi conquista il campionato, per altri 407 milioni di sterline).

Il totale è dunque di circa 2,39 miliardi di sterline incassati lo scorso anno a livello nazionale ed internazionale (781 sono i milioni arrivati dall’estero). Fa riflettere ancora una volta la cifra ricevuta da una squadra retrocessa: il Sunderland, arrivato ventesimo, ha incassato ben 93 milioni di sterline, circa 105 milioni di euro. Il Chelsea di Antonio Conte, campione d’Inghilterra, ne ha incassati, in euro, circa 177.

Incassi diritti TV Premier League 2015/2016

In totale il ricavato è stato di 1,638 miliardi di sterline grazie alla vendita dei diritti TV in Inghilterra e all’estero. Ma andiamo ora ad analizzare nello specifico gli incassi provenienti dai diritti TV della Premier League 2015/2016. Tale cifra è stata spartita tra i club del maggior campionato inglese in maniera molto più equa rispetto a come accade negli altri campionati europei, grazie ad un accordo sottoscritto nel 1992 dai club che diedero alla luce la Premier League. Considerando che la squadra che ebbe più introiti fu l’Arsenal ricavando 100,95 milioni di sterline, fa riflettere che l’Aston Villa, retrocesso, incassò ben 66,62 milioni con un rapporto 1,52 a 1, minimo storico per il campionato britannico.

 

 




Consigli per le scommesse: la schedina per sabato 23 settembre

La redazione di RadioGoal24 ha preparato dei consigli per le scommesse per sabato 23 settembre, per provare ad andare in cassa giocando i vari campionati europei.

Roma-Udinese

Per la Roma di Eusebio Di Francesco una partita sulla carta facile quella di domani contro l’Udinese. Negli ultimi cinque incontri i friulani hanno sempre perso contro i giallorossi. Facilmente pronosticabile una vittoria facile del club capitolino con almeno due goal di scarto.
Consigliamo l’1 Handicap, quotato a 1.65.

SPAL-Napoli 

Si preannuncia una partita abbastanza tranquilla per i partenopei contro la SPAL. La prolificità dell’attacco azzurro che ha già siglato 19 goal dall’inizio del campionato fa pensare all’ennesima goleada napoletana in quel di Ferrara.
Consigliamo il 2 + OVER 3.5, quotato a 2,30.

Juventus-Torino

Il derby è sempre una partita a sé. Considerando che si gioca al’Allianz Stadium, ovviamente la Juventus è la favorita a vincere il match. Considerata la tanta fantasia dell’attacco granata capitanato da Andrea Belotti, prevediamo una partita in cui segneranno entrambe le squadre.
Consigliamo quindi l’1 + GOAL, quotato a 2.80.

Leicester City-Liverpool

Aggiungiamo un match della Premier League nella nostra giocata. Quello tra le Foxes ed il Liverpool di Jurgen Klopp è sicuramente un match che darà spettacolo e, a nostro giudizio, sarà ricco di goal.                                                                               Consigliamo quindi il GOAL, quotato a 1.60.

RICAPITOLANDO

Roma-Udinese 1 Handicap
SPAL-Napoli 2 + OVER 3.5
Juventus-Torino 1 + GOAL
Leicester City-Liverpool GOAL

Quota totale: 17,00. Giocando questa schedina da 10 euro se ne possono vincere 170,33!




Juventus, ufficiale: arrivano Del Sole e Delli Carri

La Juventus ufficializza gli acquisti dei giovanissimi Ferdinando Del Sole e Filippo Delli Carri. Il primo rimarrà in prestito al Pescara per la prossima stagione, mentre il secondo potrebbe aggregarsi da subito al gruppo bianconero.