Lazio, come reinvestire i soldi se parte Milinkovic-Savic

E’ di qualche giorno fa la notizia, arrivata direttamente dall’Inghilterra, della trattativa iniziata tra la Lazio e il Manchester United per portare Milinkovic-Savic alla corte di Mourinho. Come si può leggere nelle pagine del Sun, i Red Devils sarebbero pronti a investire fino a 90 milioni di euro (80 milioni di sterline) per arrivare al centrocampista serbo, di cui è rimasto stregato l’ex tecnico dell’Inter. Lotito e Tare hanno sempre dichiarato incedibile l’ex giocatore del Genk, a meno che non arrivino offerte folli, e questa sembra proprio una di quelle. Nell’approfondimento di oggi, andremo a capire come e dove i biancocelesti potrebbero reinvestire la cifra incassata dalla vendita di Milinkovic-Savic

Il sostituto

Secondo le testate giornalistiche italiane, il principale obiettivo per sostituire il serbo sarebbe Bryan Cristante, centrocampista dell’Atalanta. Il 23enne sta disputando la sua miglior stagione in Serie A, condita da 12 goal in 45 presenze, considerando anche Europa League e Coppa Italia. Sull’ex giocatore del Milan c’è anche il forte interesse della Juventus, destinazione su cui però il giocatore pare scettico, in quanto poco convinto di trovare spazio a sufficenza durante la prossima stagione. Ecco perchè Roma sarebbe una destinazione gradita, così come la corte di Inzaghi, che è riuscito a valorizzare Luis Alberto e proprio Milinkovic-Savic, due giocatori che Cristante potrebbe andare a sostituire sullo scacchiere biancoceleste. Per acquistare il cartellino dell’ex Benfica, servono circa 25-30 milioni di euro.

Un difensore centrale

La partenza a parametro zero di de Vrij, impone alla Lazio di cercare un difensore centrale di alto livello che vada a colmare il buco che lascerà l’olandese. Tare ci sta lavorando ormai da molti mesi e la lista dei nomi continua ad allungarsi: Terziev del Ludogorets o Douglas del Dnipro, ma anche Felipe del Corinthians o Doria del Marsiglia. Ci sono pure altri candidati o idee come Heurtaux dell’Udinese o Rugani che non trova spazio nella Juve. Proprio quest’ultimo, nonostante sia l’obiettivo più difficile da raggiungere, potrebbe essere il degno sostituto di de Vrij. Difficile che i bianconeri lo cedano per una cifra inferiore ai 30 milioni di euro, ma con 90 milioni incassati e la partenza di un difensore di alto livello, sarebbe quasi un obbligo provare ad avviare una trattativa con la Juventus.

 




Napoli, 3 punti da cui ripartire per riprovarci il prossimo anno

Un’altra stagione sta per chiudersi ed il Napoli è costretto a guardare ancora una volta la Juventus vincere il suo ennesimo scudetto. La matematica non è ancora d’accordo, perché mancano due giornate al termine del campionato e le squadre sono separate da sei punti, ma la differenza reti è talmente abissale che gli azzurri dovrebbero fare 17 reti nelle ultime due partite, sperando che la squadra bianconera le perda entrambe senza segnare alcun goal. Impresa impossibile, quasi da film di fantascienza, perché la Vecchia Signora nei momenti che contano risponde sempre presente, a differenza di un Napoli che invece manifesta ancora diverse lacune dal punto di vista mentale. Lo dimostrano la sconfitta con la Fiorentina e il pareggio contro il Torino, che evidenziano l’incapacità della squadra azzurra di saper gestire le situazioni determinanti della stagione. Questo era sicuramente l’anno buono per provare a vincere il tricolore, anche perché il club di Aurelio De Laurentiis sembra ormai giunto al termine di un ciclo, a cui a dire addio per primo sarebbe proprio Maurizio Sarri. L’anno prossimo sarà difficile per i partenopei ripetere il lavoro svolto dal tecnico di Bagnoli in questi anni, a meno che non si riparta dai tre punti che noi di RadioGoal24 abbiamo individuato.

Forza mentale

La squadra di Sarri gioca un calcio meraviglioso, che ha incantato mezza Europa, tanto che sono arrivati complimenti importanti anche da parte di allenatori internazionali, tra cui un certo Pep Guardiola. La difficoltà sta però nel fatto che non sempre il bel gioco porta ai risultati sperati, anzi, è proprio quando la squadra ne avrebbe più bisogno che questo viene meno, accompagnato dal  nervosismo in campo e anche in panchina. Questo è sicuramente sinonimo di una forte debolezza mentale, perché una squadra, se vuole confermarsi grande e puntare a vincere qualcosa di importante, deve innanzi tutto compattarsi nei momenti di massima difficoltà e venirne fuori attraverso dei risultati concreti, che non devono per forza arrivare tramite i consueti meccanismi di gioco. Inoltre bisogna entrare in campo concentrati prima su se stessi e poi sugli altri, e questo è un errore che il Napoli ha sempre commesso da qualche anno a questa parte: l’esempio più attuale è quello relativo alla gara persa contro la Fiorentina, arrivata il giorno dopo la vittoria della Juventus sull’Inter. In  quel caso gli azzurri, reduci dalla bella vittoria dell’Allianz Stadium e favoriti per la vittoria finale, hanno gettato alle ortiche l’unico punto di distacco che li separava dai bianconeri, diventati poi sei a causa del pareggio rinvenuto contro il Torino.

Rosa di alta qualità

Per la prossima stagione il Napoli deve assolutamente mirare a migliorare l’organico con degli ottimi rinforzi se vuole vincere il campionato e giocare la Champions League in maniera adeguata. Quest’anno ci sono stati diversi battibecchi tra De Laurentiis e Sarri, dovuti soprattutto alle critiche mosse dal presidente contro il suo stesso allenatore, bacchettato più volte per aver fatto giocare sempre gli stessi giocatori. Il tecnico si è difeso manifestando la propria perplessità riguardo la lunghezza e la qualità della rosa, tanto da essere costretto a rinunciare a Champions League, Coppa Italia ed Europa League pur di arrivare a coronare il sogno di un’intera città, ovvero la vittoria del terzo scudetto del club. Alla fine non gli è riuscito nemmeno quello, e forse il patron azzurro deve farsi un esame di coscienza ed iniziare a mettere mano in maniera pesante al portafogli: il suo modus operandi è sempre stato quello di cercare giocatori promettenti, che possano esplodere e creare da un lato valore aggiunto alla squadra, dall’altro plusvalenze importanti in cui reinvestire, ma per la prossima stagione serve un cambio di rotta immediato, con il quale bisogna puntare a giocatori esperti, affermati e soprattutto abituati a vincere.

Ricerca di un allenatore più pragmatico

“Cosa penso delle dichiarazioni di De Laurentiis? Al presidente non devo replicare niente: mi ha fatto vivere un’avventura straordinaria che è quella di allenare la squadra che tifavo da bambino. Mi dispiace se non è contento, io ho la coscienza a posto, ho cercato sempre di fare il meglio per la squadra, quindi mi spiace ma fino a un certo punto. Se sto riflettendo sul mio futuro? Non certo per quello che ha detto il presidente: anche se dovessi rimanere qui so che De Laurentiis un’esternazione del genere ogni tanto la farebbe, sono abituato, non ci rimango male”. Parole che sanno di addio queste, pronunciate da un Maurizio Sarri attonito dopo il pareggio contro il Torino. Il tecnico naturalizzato toscano ha dato molto al Napoli e la piazza partenopea ha dato tanto a lui, ma ormai le due strade sembrano aver preso dei binari diametralmente opposti. Per la seguente stagione si fanno i nomi di Spalletti, Giampaolo ed Inzaghi, tecnici che piacciono molto a De Laurentiis e che avrebbero certamente l’obbligo di proseguire il cammino sulla lunga strada spianata da Sarri. Il suo calcio ha portato un nuovo concetto di filosofia calcistica in Italia, che elogia la bellezza ed allontana il catenaccio, e l’anno prossimo servirà un allenatore bravo prima nel gestire la rosa, poi capace di conferire gioco e risultati alla squadra: certamente non dovrà fare tutto da solo, ma bisognerà ritrovare la giusta unità di vedute, con società, direttore sportivo e staff tecnico pronti ad unirsi per raggiungere un obiettivo comune.

 




Champions League, Real Madrid-Liverpool la finale: l’analisi del match

Trentasette anni dopo l’ultima volta, la finale della competizione europea più importante sarà Real Madrid-Liverpool. Dopo molte polemiche, spettacolo e tanti goal, i Blancos e i Reds si sfideranno nella finale di Champions League in programma sabato 26 maggio allo stadio Olimpico di Kiev, h. 20.45. La squadra di Zidane arriva alla finale dopo aver eliminato il Bayern Monaco, battendo i bavaresi in casa per 2-1 e pareggiando 2-2 al Benabeu. Per quanto riguarda la squadra di Klopp, l’ultimo ostacolo verso la finale è stata la doppia sfida contro la Roma, vinta grazie al 5-2 di Anfield, che ha reso vano il 4-2 dell’Olimpico. Andiamo a confrontare le due formazioni, l’andamento della stagione e i segreti tattici delle due finaliste dell’edizione 2017/18.

Rose a confronto

Pochissime squadre al mondo possono vantare una rosa stellare come quella del Real Madrid: Zidane ha a disposizione una dozzina di fuoriclasse puri, con qualche riserva di lusso in panchina. Nonostante gli ottimi giocatori su cui può puntare Klopp nel reparto difensivo e in quello nevraligico del campo, il confronto con i Blancos non può reggere: Carvajal-Ramos-Varane-Marcelo hanno oggettivamente più qualità ed esperienza del quartetto Alexander-Arnold-Lovren-Van Dijk-Robertson; così come Modric-Casemiro-Kroos (senza contare il jolly Isco) sono di un livello più alto del rispettabilissimo terzetto formato da Henderson-Milner-Wijnaldum. I Reds possono però vantare un portiere più in forma e in salute, non tanto per il distacco tecnico che c’è tra Karius e Navas, ma quanto per il pessimo periodo che sta attraversando il costaricano, sempre sommerso dalle critiche. Infine, l’attacco è forse il reparto dove le due formazioni se la giocano alla pari. L’ottima stagione del tridente inglese fa sperare i tifosi, fomentati dalla pazzesca crescita esponenziale che sta vivendo il gioiello Salah. Secondo quanto riportato dalla stampa europea, l’egiziano potrebbe insidiare Cristiano Ronaldo per la corsa al pallone d’Oro, ovviamente in caso di vittoria della Champions League.

Andamento della stagione

Se il terzo posto del Liverpool in Premier League può essere considerato un buon risultato per la squadra di Klopp, non si può dire altrettanto della terza posizione del Real in Liga: i 15 punti che distanziano la squadra di Zidane dal Barcellona capolista sono sintomo di una stagione particolare per i Blancos, a tratti quasi confusionaria, forse caratterizzata in negativo dai molti impegni internazionali (come il Mondiale per Club). I dati e le statistiche sono contro l’allenatore francese, che però ha saputo tenere un altissimo rendimento in Champions. Inoltre, ha già portato a casa tre trofei in questa stagione: Supercoppa Europa, Mondiale per Club e la Supercoppa spagnola. Come scritto in precedenza, il Liverpool può ritenersi soddisfatto del cammino in campionato. Difficile puntare più in alto per la squadra di Klopp, soprattutto con un Manchester City che in Premier sembra non poter aver rivali. Nelle coppe inglesi invece il rendimento non è stato dei migliori: eliminazione al 4° turno di FA Cup e al 3° turno in EFL Cup.

Analisi tattica

Stesso schema tattico per le due finaliste, con entrambi gli allenatori che spesso e volentieri adottano il 4-3-3. Il gioco però si differenza e non poco: i Blancos si affidano agli ottimi piedi di Modric e Kroos e alla loro visione di gioco, con Casemiro che fa da schermo tra il centrocampo e la difesa. Inoltre Isco può dare quella brillantezza e imprevidibilità che il Liverpool ha perso con la partenza di Coutinho (senza però risentirne particolarmente). Il centrocampo madrileno dialoga spesso con le imbucate di Ronaldo, Bale e Benzema, sempre freddi davanti al portiere e vogliosi di costruire gioco al limite dell’area. Il Liverpool è caratterizzato da un centrocampo più fisico e pesante, anche per bilanciare i pochi centimetri che offre il tridente Mané-Firmino-Salah. Sono proprio quest’ultimi ad essere il fulcro del gioco di Klopp, sempre pronti a ripartire con una velocità impressionante, a cercarsi fra di loro e a scambiarsi palloni che spesso si trasformano in palle-goal.

 




Europa League, la finale sarà Marsiglia-Atletico Madrid: l’analisi del match

I verdetti delle semifinali hanno stabilito che saranno Atletico Madrid e Olympique Marsiglia a contendersi la finale dell’edizione 2017-2018 di Europa League. La formazione di Diego Simeone ha piegato l’Arsenal per 1-0 al Wanda Metropolitano di Madrid (rete decisiva di Diego Costa al 47′ del primo tempo), dopo che all’andata a Londra le due squadre avevano pareggiato per 1-1. La banda di Rudi Garcia, invece, è riuscita a qualificarsi nonostante la sconfitta subita in casa del Salisburgo per 2-1: nei tempi regolamentari i padroni di casa avevano pareggiato il 2-0 dell’andata grazie alla rete di Haidara e all’autogol di Sarra, ma la rete di Rolando a quattro minuti dalla fine dei tempi supplementari ha permesso alla squadra francese di avere la meglio. Le due squadre si sfideranno in finale il 16 maggio a Lione, e nel frattempo noi di RadioGoal24 abbiamo cercato di fare un po’ il quadro generale sull’analisi del match.

Rose a confronto

Per dirla molto semplicemente così da non lasciare dubbi, Simeone ha a disposizione una rosa molto più esperta, profonda, completa e soprattutto più forte di quella di Garcia. Rispetto all’ultima Europa League vinta, ovvero quella della stagione 2011-2012, i colchoneros hanno cambiato molte pedine nello scacchiere di gioco, ma di certo oggi non mancano i fuoriclasse: gente come Courtois, Arda Turan, Diego e Falcao è stata rimpiazzata dai vari Oblak, Griezmann, Saul, Diego Costa, Gameiro. Inoltre l’Atletico si è ritagliato una fetta importante anche nell’Europa che conta, disputando due finali di Champions League in tre anni contro il Real Madrid (seppur perdendole entrambe) e quindi sa perfettamente cosa significa giocare in certi palcoscenici. Sul versante opposto c’è un Marsiglia più giovane e inesperto, che non gioca una finale europea dal lontano 1993, anno in cui ha vinto la sua prima ed ultima Champions League. I francesi possono contare sul loro spirito di spregiudicatezza e intraprendenza, facendo affidamento sia su giovani talenti come Thauvin, Ocampos, Sanson, Lopez e Kamara, sia su uomini di esperienza come Rami, Rolando, Payet e Luiz Gustavo.

Andamento della stagione

Stagione dai due volti quella dell’Atletico Madrid: se in Champions League le cose non sono andate bene, con la chiusura del girone al terzo posto dietro Roma e Chelsea, lo stesso non si può dire del campionato. I colchoneros in Liga stanno viaggiando a ritmi altissimi, tanto che si trovano al secondo posto dietro soltanto ad uno straordinario Barcellona, che ha dato 11 punti di distacco alla squadra allenata da El Cholo e 15 al Real Madrid. In Europa League il calendario non è stato dei più favorevoli, poiché nei quarti e nelle semifinali gli spagnoli hanno dovuto affrontare prima Sporting Lisbona e poi Arsenal, ma proprio la vittoria sui Gunners sembra aver contribuito a renderli favoriti per il successo finale. Venendo al Marsiglia, i francesi occupano il quarto posto della Ligue 1, con il Monaco che dista un solo punto in classifica: nel corso del campionato l’OM ha effettuato una rimonta incredibile, tanto che adesso il sogno Champions League sembra potersi concretizzare. Anche il cammino europeo è stato pazzesco: gli uomini di Garcia hanno sbaragliato la concorrenza, battendo due squadre rivelazione come Lipsia e Salisburgo, e prendendosi di diritto lo scettro di miglior effetto sorpresa di questa Europa League.

Analisi tattica

Garcia predilige giocare con il 4-2-3-1, con un impianto di gioco non molto raffinato, ma che mira a disputare la partita in modo semplice, con le verticalizzazioni, cercando di affidarsi al talento associativo dei propri giocatori offensivi. Il Marsiglia non ama infatti giocare ad alti ritmi, ma preferisce far arrivare il pallone al di là del centrocampo nel più breve tempo possibile, cercando di limitare i tocchi dei suoi difensori al minimo indispensabile. Come accadeva già nella sua esperienza con la Roma, il portiere per Garcia deve essere molto coinvolto nel gioco: i lanci dell’estremo difensore sono spesso l’opzione principale dell’OM in costruzione, che difficilmente accetta i rischi del palleggio per attirare il pressing avversario e guadagnarsi spazi di campo da attaccare. Dall’altra parte c’è invece un mago della tattica, Diego Simeone, capace di trasformare la sua teoria in una vera e proprio filosofia calcistica: il cholismo. Con il suo sistema di gioco, l’ex giocatore di Inter e Lazio richiede e allo stesso tempo infonde una grande intelligenza calcistica ai suoi giocatori. L’Atletico Madrid ama giocare con il 4-4-2, modulo che nel cholismo richiede una tecnica raffinata, in cui tutti i calciatori devono essere in grado di saper gestire il proprio compito, effettuando i vari movimenti offensivi e difensivi attraverso un’organizzazione collettiva, con la giusta prontezza a sacrificarsi in fase di transizione nella quale saranno inevitabilmente chiamati.

 

 

 

 

 




Le migliori imprese-salvezza nella storia della Serie A

Mancano quattro giornate alla fine del campionato e la lotta per non retrocedere in Serie B è ancora apertissima. A parte il povero Benevento, che ha già dovuto dire addio alla Serie A, sono sei le squadre che si giocheranno le ultime carte disponibili per potersi salvare: Cagliari, Udinese, Chievo, Crotone, Spal e Hellas Verona. Se lassù, dunque, Juventus e Napoli se le stanno suonando di santa ragione, in zona salvezza la situazione non è da meno, tanto che questo finale di stagione sta assumendo i contorni di uno dei più entusiasmanti degli ultimi anni. Non possiamo dire con certezza quali di queste squadre abbiano più chance di farcela, anche perché sarebbe un azzardo, ma soprattutto perché nel corso del tempo ci sono state vere e proprie imprese calcistiche nel nostro campionato, in cui club senza un briciolo di speranza sono riusciti ad agguantare un’insperata permanenza in Serie A.

Crotone (stagione 2016-2017)

Nello scorso campionato si parlava di un Crotone spacciato e di un discorso salvezza già chiuso a gennaio, con Palermo ed Empoli pronte a festeggiare la salvezza con largo anticipo. Ma la realtà è un’altra e sappiamo tutti come è andata a finire: i calabresi chiudono il girone d’andata all’ultimo posto con 9 punti, effettuando un sorpasso da cardiopalma sulle dirette concorrenti e trovando la meritata gioia nelle ultime giornate di campionato. Merito va dato soprattutto alla società, che in quella stagione ha sempre difeso l’operato di Nicola, la cui determinazione e costanza nel lavoro hanno creato le basi per poter pianificare una rimonta alla quale non credeva nessuno. Dal 19 marzo 2017, giorno della sconfitta con la Fiorentina in casa, il Crotone inizia la sua marcia verso la salvezza: il via alla rimonta viene dato dalla vittoria sull’Inter per 2-1, con doppietta di Falcinelli. Una volta raggiunta la salvezza, Nicola mantiene le promesse e percorre la tratta Crotone-Torino in bicicletta, sostenendo tra l’altro anche iniziative relative alla riapertura dell’aeroporto di Vigone, sua città di origine.

Sassuolo (stagione 2013-2014)

Nella stagione 2013-2014, anno dell’esordio in Serie A, il Sassuolo parte veramente male. Nelle prime sette giornate i neroverdi riescono a raccogliere soltanto 2 punti, mentre da dicembre in poi la squadra prima di Di Francesco e poi di Malesani racimola la miseria di 3 punti in dodici giornate, ottenendo undici sconfitte e una vittoria (quella del 4-3 contro il Milan, con il poker di Berardi che sancì l’esonero di Allegri). Alla ventisettesima giornata il Sassuolo si ritrova ultimo in classifica con 17 punti, a quattro lunghezze di distanza dalla zona salvezza. Date le circostanze, il presidente Squinzi esonera Malesani ed effettua un ultimo disperato tentativo, richiamando Di Francesco sulla panchina emiliana: il tecnico abruzzese riesce a far ricompattare la propria squadra e a fine stagione le consente di piazzarsi al quartultimo posto, davanti a Catania, Bologna e Livorno, condannate invece alla Serie B.

Cagliari (stagione 2012-2013)

Quello 2012-2013 è un campionato travagliato per il Cagliari. I rossoblu non iniziano al meglio la stagione e chiudono il girone di andata con un distacco di 4 punti dal Pescara. Il presidente Cellino decide così di esonerare Ficcadenti e di chiamare sulla panchina sarda una vecchia bandiera cagliaritana: Ivo Pulga. Nonostante un inizio positivo, in cui arrivano quattro vittorie consecutive, nelle seguenti otto giornate la squadra ottiene soltanto due punti. Il 6 gennaio 2013, inoltre, i sardi perdono per 2-1 contro la Lazio e stabiliscono il record negativo di sconfitte consecutive, che raggiunge quota sei. Nel mese di febbraio la vittoria sulla Roma per 4-2 e il pareggio contro il Milan per 1-1 fanno si che il Cagliari cominci ad allontanarsi dalla zona retrocessione. Nemmeno l’arresto del presidente Massimo Cellino (avvenuto il 14 febbraio, con le accuse di peculato e falso ideologico) incide sui risultati della squadra, che nel girone di ritorno ottiene 15 risultati utili consecutivi. Il 5 maggio il pareggio per 0-0 contro il Chievo, unito alla sconfitta del Palermo contro la Juventus, regala l’aritmetica salvezza con tre domeniche di anticipo. La realizzazione di quella bellissima impresa è anche merito dell’esplosione di Marco Sau, che al suo esordio in Serie A realizza 12 reti.

Catania (stagione 2009-2010)

La stagione 2009-2010 è la tredicesima in Serie A per il Catania, che però non inizia nel migliore dei modi: nelle prime tre gare di campionato arrivano altrettante sconfitte, e il primo punto arriva alla quarta giornata nel pareggio casalingo contro la Lazio. L’8 dicembre 2009, dopo quindici giornate in cui il Catania ha raccolto solo 9 punti e si trova ultimo in classifica, viene esonerato il tecnico Atzori e viene ingaggiato Sinisa Mihajlovic, che contribuisce ad un cambio di rotta immediato della sua squadra. Il tecnico serbo riesce a vincere contro la Juventus a Torino, dopo 46 anni senza vittorie in casa dei bianconeri, e ottiene due vittorie fondamentali contro Lazio e Roma, con le quali permette ai catanesi di uscire definitivamente dalla zona retrocessione. I successi di quella seconda parte di stagione sono frutto anche delle buone prestazioni di Maxi Lopez, acquistato a gennaio e diventato capocannoniere della squadra, con undici goal messi a segno in sei mesi.

Chievo (stagione 2008-2009)

Il Chievo nella stagione 2008-2009 riesce a compiere un vero e proprio miracolo. La squadra veronese non inizia bene il campionato, tanto da ritrovarsi con soli 9 punti al termine del girone d’andata. Agli inizi di novembre, dopo un 3-0 rimediato in trasferta contro il Paermo, Iachini viene sostituito da Di Carlo e tale operazione segna la svolta per i gialloblu, che cominciano a risalire la classifica in maniera progressiva. Nell’ultima giornata di andata viene sconfitto il Napoli, mentre nel 30° turno arriva lo spettacolare pareggio per 3-3 in casa della Juventus, in cui Pellissier segna una fantastica tripletta a Buffon. Nella seconda parte di campionato il Chievo ottiene 28 punti in 21 partite e chiude la stagione con 38 punti, staccando la zona retrocessione di quattro lunghezze.

 

 




Napoli, 3 mosse per l’impresa in casa della Juventus

Domenica sera, alle h. 20.45, andrà in scena il big match di Serie A tra Juventus e Napoli, in programma allo Stadium di Torino. I partenopei inseguono il sogno Scudetto, alimentato dal pareggio dei bianconeri contro il Crotone e della vittoria degli azzurri sull’Udinese di Oddo: adesso, la distanza tra le due formazioni, è tornata a misurare 4 punti. Considerando anche il calendario, molto più complicato per la squadra di Allegri che dovrà giocare contro Inter e Roma nelle ultime cinque giornate di campionato, l’impresa partenopea non è poi così utopica. Ma come si fa a battere la Juventus a Torino?

Attaccare le vie centrali

La partita contro il Real Madrid, così come quella contro la Sampdoria, possono essere esempi emblematici di come si possa mettere in difficoltà la squadra bianconera. Nonostante i Blancos giochino molto sulle fasce, la squadra di Allegri è andata in crisi non appena gli spagnoli hanno cominciato a giocare nello stretto e tra le linee, come si può ammirare nell’1-0 e nel 3-0 del Real. Attaccare e puntare direttamente i centrali difensivi, non nel pieno della fiducia e forse scoraggiati dalle recenti uscite, potrebbe essere la mossa vincente. Degna di nota è sicuramente la vittoria per 3-2 della Sampdoria, che senza giocare sugli esterni, ma attaccando gli spazi centrali con le due punte e il trequartista, è riuscita nell’impresa di battere l’armata juventina.

Difesa solida

Negli ultimi 10 scontri diretti, tra campionato, Coppa Italia e Supercoppa, il Napoli ha subito almeno un goal dalla Juventus. L’ultima porta inviolata risale alla stagione 2013/14, quando i partenopei riuscirono a battere i bianconeri per 2-0 al San Paolo, grazie ai goal di Callejon e Mertens. Questa potrebbe essere la volta buona, grazie anche alla solidità difensiva che Sarri è riuscito a trasmettere alla squadra: infatti, l’anno scorso a questo punto della stagione, il Napoli aveva subito 35 goal, e cioè 12 in più rispetto a quest’anno. Cercare di non subire goal dalla Juventus, è il primo passo per arrivare alla vittoria.

Milik o Mertens?

L’ultima mossa la deve azzeccare Sarri. La difficile scelta che si prospetta all’allenatore toscano, potrebbe essere la chiave decisiva della partita. Chi giocherà nel ruolo di prima punta? Milik o Mertens?
Il polacco è molto più in forma del belga: l’ex Ajax, dopo il rientro dall’infortunio, ha già segnato due goal decisivi contro Chievo Verona e Udinese. A favore del 30enne ex PSV, c’è sicuramente la tattica. Sarri è diventato uno dei migliori allenatori d’Italia dopo aver scovato il talento da prima punta del belga che, senza dare punti di riferimento, a messo a ferro e fuoco tutte le difese di Serie A.




Goal&Cash – I diritti TV in Bundesliga

Nuovo appuntamento con Goal&Cash, la nuova rubrica di RadioGoal24 che tratterà il punto di vista finanziario rispetto ai maggiori campionati di calcio europei. Questo nuovo appuntamento cercherà di raccontare, e spiegare nel dettaglio, il funzionamento economico nel grande calcio del Vecchio Continente, soffermandosi sugli incassi che derivano dalle televisioni. Settimana scorsa vi avevamo parlato del funzionamento e della ripartizione dei diritti TV in Liga.

Oggi ci focalizzeremo sui diritti TV in Bundesliga con la relativa ripartizione dei soldi assegnati alle squadre della prima divisione e della Zweite Liga, analizzando come sono cambiati nel corso degli ultimi anni.

Diritti TV Bundesliga

A differenze dei maggiori campionati europei, il criterio di ripartizione dei diritti TV in Bundesliga è molto particolare e, soprattutto, meno equo. La somma che riceve ogni singola squadra, infatti, è ottenuta in base ai risultati ottenuti nelle ultime 5 stagioni. Anche a causa di questa suddivisione il Bayern Monaco, in Germania, non avrà rivali ne ora ne negli anni a venire.

Come possono cambiare i diritti TV nella Bundesliga 2017/2018

Dalla stagione 2017/2018 entrerà in vigore un accordo quadriennale che porterà nelle casse dei club tedeschi un totale di 5,64 miliardi di euro: 1,16 miliardi a stagione. Parliamo di un aumento dell’85% rispetto all’accordo precedente, con una divisione molto più “democratica” del montepremi. Verranno adottati, proprio per questo, 4 criteri di distribuzione, come deciso dal consiglio di amministrazioni della DFL lo scorso novembre:

  • Il 70% del montepremi verrà diviso fra tutti i club della Bundesliga e Zweite Liga, tenendo conto della classifica quinquennale di ciascuna delle due competizioni;
  • Una quota pari al 23% terrà conto della classifica ponderata degli ultimi 5 anni;
  • Una quota pari al 5% terrà conto della classifica complessiva dei 36 club negli ultimi 20 anni;
  • Una quota pari al 2% verrà distribuita proporzionalmente ai minuti giocati dai calciatori Under23 formati nei club;

La nuova ripartizione dei diritti TV nella Bundesliga 2017/2018.

Con questo nuovo contratto, la Bundesliga si porta al livello della Liga spagnola per introiti televisivi.

Incassi diritti TV Bundesliga 2016/2017

Gli incassi dei diritti TV della Bundesliga 2016/2017.

Nella stagione 2016/2017 gli incassi dei diritti TV della Bundesliga ammontavano a 980 milioni di euro (relativi all’ambito nazionale), più i 206 milioni di euro provenienti dall’estero, per un totale di 1,186 miliardi. Questi vanno divisi per le 36 squadre che compongono la Bundesliga e la Zweite Liga. In testa c’è, ovviamente, il Bayern Monaco con 95,8 milioni (praticamente 1/10 del totale), ma a far clamore è il Lipsia che è ultimo in questa speciale classifica, nonostante il 2° posto dello scorso campionato. Tutto questo perché la suddivisione è in base ai risultati ottenuti negli ultimi 5 anni e, 5 stagioni fa, il Lipsia si trovava in quarta divisione tedesca, ossia nel calcio dilettantistico. Ad oggi il club è in grande deficit rispetto alle compagini avversarie. Sono 29 i milioni arrivati nelle tasche del Lipsia, ben 9 in meno dell’Hannover, penultimo. Cifre importanti per il Borussia Dortmund (86,5 milioni), Schalke04 (80 milioni) e Bayer Leverkusen (77 milioni).

Incassi diritti TV Bundesliga 2015/2016

La ripartizione dei diritti TV nella Bundesliga 2015/2016.

Gli incassi della Bundesliga 2015/2016 derivati dai diritti TV sono stati 850 milioni di euro. L’80% di questi sono andati ai club della Bundesliga, il restante 20% alla serie inferiore. Rispetto all’annata precedente, sono ben 50 i milioni di euro in più che i 18 club del massimo campionato tedesco si sono spartiti con il Bayern Monaco che è passato dai 47,5 milioni del 2014/2015 a ben 72 milioni. Cifre importanti anche per Bayer Leverkusen (56,4 milioni), Borussia Dortmund (59,5 milioni) e Schalke04 (60,1 milioni).

 




Juventus nella storia? Ecco i 5 cicli più vincenti nella storia della Serie A

Spesso ce lo si dimentica, oppure quando una squadra è forte lo si da per scontato, ma i cicli nel calcio sono una cosa davvero rara, soprattutto nel contesto moderno. E’ difficile che una squadra vinca per molti anni consecutivi, imponendosi sia a livello nazionale che internazionale: le uniche eccezioni sono il Real Madrid degli anni ’50 (vincitore di 5 Coppe dei Campioni), il Barcellona del periodo 2004-2011 (che nel giro di sette anni ha vinto 5 campionati e 3 Champions League) e il Liverpool degli anni ‘70-’80 (capace di vincere 4 Coppe dei Campioni, di cui due consecutive nel 1977 e nel 1978). Oltre a queste rarità, sembra che il canovaccio a ripetersi con più frequenza sia quello legato alla costruzione di periodi vincenti, che però terminano con una vittoria in ambito internazionale (vedi ad esempio l’Inter del post-Triplete). Questo però non è il caso della Juventus, o meglio non ancora, ma per un semplice motivo: alla squadra bianconera manca il trionfo in ambito europeo, che equivarrebbe a significare la vera e propria ciliegina sulla torta. La Vecchia Signora ha costruito un ciclo iniziato con Antonio Conte l’11 settembre del 2011, con la vittoria per 4-1 contro il Parma allo Juventus Stadium (ora denominato Allianz Stadium), e che avrebbe portato alla vittoria di 3 scudetti e di 2 Supercoppe Italia. Una volta dimessosi il tecnico leccese, sulla panchina juventina è arrivato Massimiliano Allegri, che ha vinto altri 3 scudetti consecutivi, 3 Coppe Italia e 1 Supercoppa italiana, sfiorando l’Europa per ben due volte nell’arco di tre anni. Adesso la squadra di Torino sembra destinata a vincere il suo settimo scudetto di fila, con una quarta finale consecutiva di Coppa Italia da giocare e con la possibilità di scrivere la storia: ma è già successo in Italia di poter assistere a dei cicli calcistici così duraturi? Ovviamente sì, e noi di RadioGoal24 vi proponiamo di seguito i cinque cicli più vincenti nella storia della Serie A.

Torino fine anni ’42-’48 (il Grande Toro)

Il Grande Torino ha rappresentato ciò che nessun’altra squadra italiana potrà mai fare: il nostro paese era reduce da una guerra persa, aveva poca credibilità agli occhi del mondo e sono state le imprese dei nostri campioni a risollevare l’orgoglio patriottico, come quelle di Bartali, Coppi, della Ferrari e appunto del Grande Toro. La squadra granata ha avuto l’onore di possedere in rosa giocatori come Mazzola, Loik, Ossola e Menti, che insieme ad altri compagni hanno contribuito a realizzare un totale di 408 reti segnate nel quinquennio dei 5 scudetti consecutivi e della Coppa Italia. La vittoria casalinga più netta è stata quella della stagione 1947-1948, con il 10-0 sull’Alessandria, mentre la trasferta più significativa è arrivata contro la Roma nella stagione 1945-1946, con un netto 0-7. Altri tempi, altro calcio, ma il Torino di quel tempo si è proclamato davvero un club formidabile, una vera e propria squadra son la “s” maiuscola. Il Grande Toro ha anche rappresentato per anni un forte blocco della nazionale italiana, tanto che a fine aprile del 1949 i giocatori dovevano prepararsi per la sfida contro il Portogallo e, per farlo, sono partiti per Lisbona, dove hanno disputato la loro ultima gara contro il Benfica: al ritorno dalla capitale portoghese infatti, il 4 maggio del 1989, l’aereo che trasportava la squadra granata ha trovato una fitta nebbia nei pressi di Torino e a causa della scarsa visibilità è andato fuori rotta, schiantandosi contro i muraglioni di sostegno del giardino della Basilica di Superga uccidendo tutti i passeggeri. Fu quindi un disastro aereo che spezzò quel sogno, quello spirito vincente, che però resterà per sempre nella storia del calcio italiano e mondiale.

Milan anni ’90 (Sacchi-Capello)

L’arrivo di Silvio Berlusconi nel 1986 ha sicuramente cambiato le cose in casa Milan: l’ex presidente ha infatti ringiovanito la rosa ed ha cominciato a porre le basi per creare un ciclo vincente. Dopo gli arrivi di giocatori importanti come Donadoni e Galli, nel 1987 è stato cambiato anche l’allenatore e si è seduto sulla panchina rossonera Arrigo Sacchi, che nella stagione precedente con il Parma aveva eliminato il Milan dalla Coppa Italia. Nel corso degli anni sono continuati ad arrivare campioni: nella stagione 1987-1988 sono stati acquistati Ancelotti e i due olandesi Gullit e Van Basten, a cui nel 1989 se ne è aggiunto un terzo, Frank Rijkaard. Il trio olandese è stato il principale protagonista dei successi dei rossoneri a cavallo tra gli anni 1980 e 1990, che hanno portato il club di via Turati a vincere 1 campionato, 1 Supercoppa italiana, 2 Champions League, 2 Supercoppe Uefa e 2 Coppe Intercontinentali. Dopo quattro stagioni gloriose che hanno portato i rossoneri a guadagnarsi il soprannome di Immortali, nel 1990 Sacchi ha lasciato il Milan per diventare commissario tecnico della nazionale italiana, ed ha preso il suo posto Fabio Capello. Fuori dalle coppe a causa della squalifica rimediata l’anno prima nella partita contro il Marsiglia, la squadra dell’allenatore friulano è riuscita a vincere il campionato della stagione 1991-1992 senza troppi problemi, segnando 74 goal e subendone 21: a questo successo in Serie A se ne sono aggiunti altri tre, arrivati consecutivamente tra il 1993 ed il 1996. Nel 1994 inoltre i rossoneri sono riusciti a vincere anche la Champions League, battendo il Barcellona nella finale di Atene per 4-0: da sottolineare che all’inizio di quella stagione erano arrivati gli addii di Gullit ed Evani (passati alla Sampdoria) e di Rijkaard (ritornato all’Ajax).

Inter (epoca Mancini e Mourinho)

L’Inter vincente di Mancini è sicuramente figlia di Calciopoli: come ben sappiamo, la Juventus nel 2006 è stata retrocessa in Serie B, e a Milano sono arrivati proprio due ex giocatori bianconeri,  Ibrahimovic e Vieira. Da qui l’Inter è partita per costruire il suo ciclo vincente, tanto che successivamente sono arrivati calciatori di livello come Eto’o, Snejider e Milito. Ma andiamo per ordine: il 2006 è iniziato come l’anno precedente, ovvero con la vittoria in Supercoppa italiana contro la Roma (battuta 4-3), e si è concluso con il trionfo del quindicesimo scudetto. L’unico trofeo che iniziava a mancare era la Champions League, vinta l’ultima volta nel 1965, ma nel 2007 e nel 2008 l’Inter viene eliminata rispettivamente prima dal Valencia e poi dal Liverpool. La disfatta contro i Reds è quella che ha portato all’addio di Mancini, che nella stessa sera della conferenza stampa post-gara, l’11 maggio 2008, si è auto-esonerato da allenatore, per poi tornare sui propri passi ed essere allontanato ufficialmente dalla società il 29 maggio. Il 2 giugno 2008 viene ufficializzato sulla panchina dell’Inter José Mourinho, che ha quindi avuto un’eredità pesante da portare avanti: in quattro anni Mancini ha vinto 3 campionati, 2 Coppe Italia e 2 Supercoppe italiane. Il 24 agosto del 2008 è arrivato il primo successo del tecnico portoghese sulla panchina nerazzurra, battendo in finale ancora una volta la Roma, ma non si è certo fermato lì: in due anni è riuscito a vincere 5 trofei, tra cui 2 scudetti, 1 Coppa Italia, 1 Champions League ed 1 Supercoppa Italia, portando la società dell’ex presidente Moratti ad ottenere la massima consacrazione sia in Italia che in Europa.

 

 

 

 

 




Roma, continua il sogno: l’analisi delle possibili avversarie

Dopo l’eliminazione della Lazio dall’Europa League, la Roma rimane l’unica squadra a rappresentare il calcio italiano in Europa. L’impresa dell’Olimpico contro il Barcellona è ancora fresca negli occhi dei tifosi giallorossi, che adesso attendono con ansia il sorteggio di Nyon, in programma quest’oggi alle ore 13.00. Nel frattempo, noi di RadioGoal24 abbiamo analizzato le tre possibili avversarie della squadra capitolina: Real Madrid, Liverpool e Bayern Monaco. 

Real Madrid

Dopo un inizio di stagione assai complicato, caratterizzato sia da crisi di gioco che di risultati, il Real Madrid è tornato alla carica, e non è un caso che tutto ciò sia coinciso con il grande recupero del suo giocatore più importante: Cristiano Ronaldo. Il primo a dover essere temuto è senza dubbio lui, Mr. Champions League, che dal 21 gennaio ad oggi ha segnato la bellezza di 26 reti: una macchina da goal praticamente perfetta, la cui ultima marcatura su calcio di rigore ha eliminato la Juventus, tra sogni infranti e mille polemiche. In Liga le cose non vanno bene, il -15 dal Barcellona è pesante, ma in Europa è tutta un’altra storia: quello è l’habitat naturale dei Blancos, e lo confermano le tre finali vinte negli ultimi quattro anni, per un totale di 12 coppe dalle grandi orecchie collezionate in bacheca. La squadra di Zidane si schiera spesso con un 4-3-1-2, facendo affidamento all’imprevedibilità di Isco, che in posizione di trequartista può giocare tra le linee, effettuando costanti inserimenti in area e creando diversi grattacapi alle difese avversarie. In attacco, poi, non dimentichiamoci di due fuoriclasse assoluti come Bale e Benzema. Se il reparto avanzato resta il punto di forza del Real però, lo stesso non si può dire della difesa: 35 reti subite in campionato e ben 9 in 10 partite di Champions League sono sinonimo di numeri allarmanti. La retroguardia madrilena quindi non è impeccabile, ma parecchio penetrabile, e lo ha dimostrato anche la gara di due giorni fa contro la Juventus: Sergio Ramos rimane la colonna portante della difesa (e la sua assenza mercoledì si è sentita parecchio), ma le corsie esterne sono ampiamente attaccabili, dato che Marcelo e Carvajal tendono di più ad impegnarsi nella fase offensiva che in quella difensiva.

Liverpool

Stagione fantastica per il Liverpool, che viaggia al terzo posto in Premier League e che ora ha tutte le possibilità di potersi giocare un posto in finale di Champions League dopo 11 anni. La squadra di Klopp si caratterizza soprattutto per la sua intensità, per la corsa e per il peso offensivo: tutte doti che hanno permesso di eliminare il Manchester City di Guardiola, battuto tre volte in questa stagione. Con un 4-3-3 votato all’attacco, infatti, la squadra inglese ha la possibilità di contare sul tridente offensivo composto da Salah, Firmino e Mane, con l’egiziano (ex Roma tra l’altro) a rappresentare il nemico numero uno: in questa stagione ha siglato 39 goal in 44 presenze, a cui si aggiungono anche 13 assist. Numeri quindi straordinari per Salah, che sta vivendo il periodo più bello della sua carriera, confermandosi tra l’altro uno degli attaccanti più prolifici d’Europa. In casa Liverpool però le cose non sono tutte rose e fiori, perché se il reparto avanzato può vantare un notevole rateo di goal, lo stesso non si può dire della difesa, dove le cose vanno un tantino peggio: 49 reti stagionali subite sono troppe, specialmente se si pensa al grande sborso economico fatto a gennaio per Van Dijk, pagato 85 milioni e diventato il difensore più pagato nella storia del calcio. L’olandese sembra non aver dato la giusta quadratura ad una squadra inadatta a saper gestire le partite e capace di saper andare solo a tutta sparata: non è un caso che il Liverpool sia stato rimontato 8 volte dopo una situazione di vantaggio, un vizio che la squadra inglese non vuole togliersi.

Bayern Monaco

Il Bayern Monaco, già vincitore della Bundesliga con sei giornate di anticipo, è approdato alle semifinali di Champions League dopo quattro anni. Anche per i tedeschi la stagione non è iniziata nel migliore nei modi, con Ancelotti colpevole di non essere riuscito a dare una sua impronta alla squadra ed esonerato per questo dopo pochi mesi. Sembrava una squadra allo sbando il Bayern, ma il ritorno di Jupp Heynckes sulla panchina bavarese a novembre ne ha permesso la rinascita: da quel momento sono arrivate 29 vittorie, 2 pareggi e soltanto 2 sconfitte. Il lavoro svolto dal tecnico tedesco si è visto fin da subito, dato che è stato capace di far adottare alla sua squadra delle varianti tattiche che possono cambiare anche a partita in corso, passando dal 4-3-3 al 4-1-4-1. Il giocatore più pericoloso è sicuramente Lewandowski, un killer d’area di rigore, capace di segnare in questa stagione ben 35 goal. Non bisogna però sottovalutare Muller, giocatore preso spesso in scarsa considerazione ma micidiale, dotato di imprevedibilità e buona tecnica, oltre ai due velocisti per eccellenza, Robben e Ribery, che in Inghilterra definirebbero “old but still good”. Anche il centrocampo merita la sua parte, con Thiago Alcantara ritrovato in cabina di regia e con un James Rodriguez che, dopo un inizio difficile, sta finalmente tagliandosi il suo spazio. Per quanto riguarda la difesa, il Bayern ha subito 21 goal in Bundesliga e 8 in 10 partite di Champions League, confermandosi quindi una squadra più equilibrata rispetto a Real Madrid e Liverpool. La coppa dalle grandi orecchie manca a Monaco da cinque anni: l’ultima è stata vinta proprio da Heynckes nella stagione 2012-2013, in quella bellissima finale contro il Borussia Dortmund.

 

 

 




ESCLUSIVA RG24 – Lazio, Cucchi: “Vi racconto lo Scudetto vinto a Perugia”

Riccardo Cucchi è intervenuto durante la nostra trasmissione DoveOsanoLeAquile. Ecco le sue parole.

Come è nata la tua passione per la Lazio?

“E’ nata con il calcio, io credo naturalmente che non sia possibile fare il lavoro che ho fatto io, quello che stai cercando di fare tu, senza essere appassionati di calcio. E per essere appassionati di calcio, inevitabilmente, ognuno di noi deve avere una squadra del cuore. Sono nato a Roma, quando ero ragazzino mio papà mi porto’ a vedere una partita della Lazio, avevo dieci anni era un Lazio-Vicenza, da lì nacque la mia passione per il calcio, che già avevo conosciuto attraverso la radio e soprattutto per i colori della maglia biancoceleste, ma io sono anche altrettanto convinto che non sia possibile che un giornalista sia anche tifoso. Ecco questo abbinamento giornalista-tifoso è un abbinamento impossibile nel nostro mestiere, in modo particolare per chi fa servizio pubblico, io direi in modo generale per tutti i giornalisti. Fedele ad una bella definizione di Enzo Biagi del nostro mestiere, Enzo Biagi definì’ cosi’ il giornalista: “un testimone della realtà”. Beh se devi essere un testimone della realtà, e io credo che un giornalista sia testimone della realtà, deve essere ovviamente un testimone attendibile, quindi obiettivo e di conseguenza è impossibile abbinare il proprio mestiere alla passione per una squadra. Ma direi di più vorrei allargare anche all’orizzonte, è impossibile essere giornalisti e tifosi, qualunque sia l’ambito nel quale il giornalista opera. Mi riferisco naturalmente alla politica, mi riferisco naturalmente alla cronaca, mi riferisco alla giudiziaria. Un giornalista non deve prendere parte, un giornalista deve raccontare i fatti e fare in modo che chi ascolta, naturalmente, si possa formare un’opinione. Quindi non è stato difficile per me diciamo mettere da parte la mia passione per la Lazio, tenerla nascosta per trentotto anni e rispondendo ogni volta che qualcuno mi faceva la fatidica domanda “per quale squadra tifi?”, rispondendo appunto “se ho una squadra del cuore lo saprete quando smetterò’ di lavorare” perché ritengo che sia giusto che un giornalista sia, diciamo, distaccato dai fatti che racconta e li possa raccontare con obiettività, la massima obiettività possibile.”

Qual è stata quel giorno l’emozione a Perugia? Nel senso, sapendolo tu ma non potendolo dire, commentando la partita, quant’è stata la gioia al momento del fischio finale, dopo quell’acquazzone, dopo la ripresa e quando la Lazio finalmente era di nuovo campione d’Italia?

“Guarda ti racconto l’episodio, lo racconto a quelli che sono in ascolto in questo momento. Io nel 1974, in quel famoso Lazio-Foggia, che con il calcio di rigore di Chinaglia decreto’ il primo scudetto a favore della Lazio, io ero in curva, nella Curva Nord a vedere la partita e avevo naturalmente incollato all’orecchio la radiolina, una volta si faceva cosi’, all’interno della quale sentivo la voce di Enrico Ameri che era in postazione cronaca allo Stadio Olimpico e che raccontava quella partita, che raccontava il calcio di rigore di Chinaglia e che al fatidico triplice fischio finale grido’ al microfono “Lazio campione d’Italia”. Bene io in quel momento avevo un sogno, naturalmente non sapevo se l’avessi potuto realizzare o meno, e quello cioè di fare il mestiere di Enrico Ameri, ero appena uno studente, e naturalmente immaginai in quel preciso momento, mentre Ameri gridava “Lazio campione d’Italia!” immaginai pensa che meraviglia sarebbe se un giorno riuscissi a fare questo mestiere e magari mi toccasse, mi capitasse l’occasione di poter gridare, come stava facendo Ameri in quel momento “Lazio campione d’Italia”. Quindi immaginati un po’, quando io ero stato inviato a Perugia per Perugia-Juventus e naturalmente ricorderanno tutti quelli che sono in ascolto, lo ricorderai anche te, la Juventus era in testa alla classifica. Alla Juventus sarebbe bastato battere il Perugia per aggiudicarsi lo scudetto. Questa era la ragione per la quale Perugia-Juventus era il primo campo e Lazio-Regina era il secondo campo con Bruno Gentili, perché eravamo tutti convinti che alla fine la Juventus, anche in quella stagione, avrebbe conquistato il suo scudetto. Poi andò’ come tutti sappiamo, andò che la partita fu interrotta per un’ora, il nubifragio straordinario, incredibile, biblico che si abbatté su Perugia. Ricordiamo tutti il goal di Calori al quarto minuto di gioco, la partita finita all’Olimpico con la gente ancora ferma sugli spalti, ad attendere l’esito di Perugia-Juventus, seppi soltanto dopo, molto dopo, che all’interno dello Stadio Olimpico la mia voce veniva diffusa, quindi i tifosi laziali erano lì in trepida attesa per sapere dalla mia voce come sarebbe finita Perugia-Juventus. Quindi immagina un po’ nel momento in cui Collina decreto’ la fine della partita cosa potesse attraversare il mio cuore, la mia testa, la mia mente. Cercai naturalmente di essere, come sempre, colui che celebra uno scudetto,  ho cercato di celebrarli tutti allo stesso modo, io soltanto sapevo quale tempesta emotiva stava attraversando evidentemente il mio cuore. Lo raccontai poi, tornando a casa, a mio figlio che nel frattempo era allo stadio e aveva vissuto Lazio-Regina dallo Stadio Olimpico e fu lui a raccontarmi che la mia voce era stata diffusa all’interno dello stadio, quindi davvero una giornata memorabile da questo punto di vista.”

Lazio-Roma al di là della rivalità è veramente tornato un derby che compete le prime posizioni, nel senso tra due squadre che si giocano finalmente qualcosa o che comunque fanno parte integrante di questo campionato ed è una delle prime volte da molti anni in cui non c’è effettivamente una favorita,  non c’è una squadra che è in vantaggio sull’altra perché entrambe stanno facendo, veramente, un ottimo campionato.

“E tra l’altro una stagione che ha regalato agli appassionati di Roma e Lazio quattro derby, cosa che non capita frequentemente. Quindi diciamo che il derby è diventato una costante del calcio romano, che ha bisogno secondo me, sia dalla parte laziale, sia dalla parte romanista, di ritrovare un po’ di passione, di ritrovare quell’entusiasmo che caratterizzava i derby. Sai , avendo i capelli bianchi, io ti posso raccontare di aver visto, da tifoso, tanti derby a Roma e ricordo sempre lo Stadio Olimpico gremito di pubblico. Ricordo persino derby nei quali, tanti anni fa, tifosi della Lazio e della Roma, erano mescolati insieme e le bandiere della Lazio e della Roma sventolavano una accanto all’altra. All’epoca in cui ero ragazzo non c’era la divisione tra curve, settori di una squadra o dell’altra. Quindi ecco, quel tipo di passione che ricordo ultimamente si era un po’ smarrita, vuoi per la divisione dei settori delle due curve, vuoi per tanti altri fattori, per disamore nei confronti magari di scelte societarie e quant’altro. Bene io sto in qualche modo percependo il ritorno di questa passione. Io sono stato a vedere il derby di ritorno, tra Roma e Lazio, di Coppa Italia, non più da radiocronista, ma da semplice appassionato e ho fatto una scelta precisa, dopo trentotto anni sono tornato allo stadio, non più da giornalista, non più da radiocronista e ho scelto di vedere il derby di Coppa Italia in Curva Nord assieme ai tifosi della Lazio, perché era un desiderio che coltivavo da tanti anni e sono tornato a fare, per un giorno, il tifoso in curva. Io ho notato e percepito dalla parte della Curva Nord una tale passione, un tale entusiasmo, un tale attaccamento alla maglia della Lazio, che mi ha fatto pensare, appunto, che qualcosa stesse cambiando. Tra l’altro quella era la serata nella quale si inaugurarono le curve senza barriere, ecco io credo che ci sia un ritorno da questo punto di vista, tra l’altro, una curiosità che ti fornisco, in quella occasione, una telecamera di Radio2 mi scopri’, mi sorprese, mi riprese e questa sera in una trasmissione che andrà in onda su Rai2 che si chiama Nemo, questa sera mi hanno detto che manderanno un filmato, il quale testimonia la mia presenza in curva e soprattutto la grande passione e il grande affetto con il quale sono stato accolto all’interno della curva, dai tifosi della Lazio. Ma tutto questo per dirti che comunque il derby di Roma stia tornando quello che era una volta. Un derby di passione, entusiasmo e soprattutto, una grande speranza, un derby di serenità, di passione serena e un derby dedicato e riservato alle famiglie. Io ho visto tanti bambini in curva e spero che naturalmente anche domenica, ci siano bambini allo stadio.”

Tornerai allo stadio domenica? E che partita ti aspetti da amante del calcio?

“Io mi aspetto una partita bella, mi aspetto una partita giocata a cuore aperto, dall’una e dall’altra. Beh sappiamo che Roma e Lazio hanno entrambi obiettivi importanti da centrare nel corso di questa stagione. La Roma deve ovviamente blindare il secondo posto, che rappresenta l’obiettivo più importante a sua disposizione. Il secondo posto significa accesso diretto alla Champions League, il secondo posto che significa confermare che dopo la grande Juventus, una Juventus straordinaria e un avversario impossibile per tutti in questo momento, c’è comunque la Roma. E la Roma non può’ stare del tutto tranquilla, perché è vero che ha quattro punti di vantaggio sul Napoli, ma il Napoli è sempre il Napoli e io direi che questo campionato che ci ha regalato tante partite imprevedibili, risultati imprevedibili, naturalmente potrebbe regalare altre sorprese, cosa che la Roma non si augura, quindi la Roma deve naturalmente conquistare i tre punti. Ma i tre punti servono anche alla Lazio, che deve evidentemente continuare la sua galoppata verso l’obiettivo della qualificazione in Europa League. La Lazio, a differenza della Roma, ha un altro obiettivo stagionale, che è rappresentato naturalmente dalla finale di Coppa Italia. Finale complicatissima, difficilissima, credo che sia davvero inimmaginabile che la Lazio possa battere questa Juventus. Pero’ nel calcio tutto è possibile ed è legittimo che la Lazio ci creda e ci debba credere naturalmente fino in fondo. Quindi è un derby importante per entrambe le squadre. Credo che sarà un derby sulla falsa riga di quelli che abbiamo visto, perché la Roma ha sicuramente un tasso tecnico superiore rispetto alla Lazio, la Lazio ha più intelligenza e duttilità tattica, Inzaghi ha spiegato bene come si può fermare la Roma nei derby che ha giocato e affrontato la Roma con grande intelligenza e lucidità. La Lazio è una squadra che ha ritrovato vigore da un punto di vista, non soltanto tecnico calcistico, ma da un punto di vista psicologico, una squadra nella quale ritrovo un grande attaccamento alla maglia da parte dei ragazzi che la indossano. Avete in mente anche voi alcuni gesti in particolari, Milinkovic nel derby che indica lo scudetto della Lazio ai suoi tifosi, le parole di Cataldi di qualche giorno fa, il suo amore dichiarato nei confronti della Lazio. C’è un ritorno di affetto nei confronti della maglia della Lazio. Credo che Inzaghi sia stato da questo punto di vista un protagonista assoluto di questo recupero di sensibilità nei confronti dei tifosi, nei confronti della maglia e questo secondo me è un grande vantaggio per la Lazio, una squadra compatta nella quale tutti giocano per lo stesso obiettivo, quindi immagino un derby in cui la Lazio cercherà con intelligenza tattica di irretire la Roma dal punto di vista tattico, immagino una Roma molto aggressiva e un derby aperto a qualsiasi risultato.”

Il tuo parere su Simone Inzaghi e la sua corsa verso la curva al gol di Immobile, si è tornati a quel tipo di lazialità che i tifosi aspettavano?

“Quella corsa di Inzaghi, che quasi quasi avrebbe voluto correre nel campo e calciare lui il pallone verso la porta della Roma, Inzaghi ha portato tutta la squadra sotto la curva, ha dato il cinque ai tifosi che poteva raggiungere, beh questo è un modo di vivere il calcio e di vivere la passione, che è straordinario. Io tra l’altro faccio tanta difficoltà a parlar male di Inzaghi, neanche se non fosse bravo, come sta dimostrando di essere, perché Inzaghi per me è stato un giocatore importante, ho avuto l’onore e il piacere di raccontare le quattro reti che Inzaghi segno’ in Champions League contro il Marsiglia che fu record della Champions, non soltanto per la Lazio. Ho avuto il piacere di ricevere la sua maglia, io ho poche maglie perché non ho mai avuto questa mania di collezionare maglie, ma quella di Inzaghi ce l’ho. E’ un ragazzo intelligente, umile, lo era in campo, lo è come allenatore e ha dimostrato di essere bravo. Se ricordate come è partita l’esperienza di Inzaghi, una seconda scelta, perché diciamoci la verità, Lotito lo aveva già spedito a Salerno, pensando a Bielsa, pensando ad altri, e poi ripiego’ su Inzaghi, come una soluzione di seconda scelta. Ha dimostrato di essere molto bravo, si sta rivelando un allenatore molto interessante e soprattutto è riuscito da laziale perché comunque lui è rimasto sempre in società, allenando la primavera, ed è un uomo che ha capito quanto fosse importante non soltanto riavvicinare i tifosi, ma caricare la squadra di sentimenti positivi. Questa Lazio è forte, non soltanto perché ha buoni giocatori, dovrebbe essere migliorata, comunque, nella prossima stagione, perché alcune pecche tecniche tattiche ce le ha. Pero’ è una squadra che da tutto in campo e riesce ad ottenere risultati anche superiori alle aspettative, per questa nuova vitalità  che in qualche modo di è manifestata grazie al lavoro di Inzaghi che soprattutto è attaccamento ai colori.”