“Papà, portami a giocare a pallone”: viaggio tra i padri nel calcio
“Mio padre mi ha fatto il più bel regalo che qualcuno poteva fare a un’altra persona: ha creduto in me.” Diceva Jim Valvano, noto cestista e uomo di sport.
Di un padre all’interno dei proprio ricordi rimane una cosa incancellabile e significativa per quanto mera burocrazia anagrafica: il cognome. Cognomi pesanti che celano lettera per lettera un bagaglio di aspettative, ricordi, valori e tradizioni che se accostati da un pallone da calcio diventano favole, storie da raccontare e situazioni da affrontare.
Essere figlio di un calciatore dunque racchiude tante difficoltà: prima su tutte la delusione, l’aspettativa che si crea intorno ai propri piedi, soprattutto se il proprio nome è associato ad un pezzo di storia del calcio. Ne è un esempio Jordy Cruijff, figlio di un Dio del calcio, mai stato all’altezza del più grande innovatore di questo sport.
Non è però di delusioni quello di cui vogliamo parlare, ma di quei grandi nomi che svestono la maglia e indossano i panni di papà modello, per risolvere tutte le paure dei proprio eredi sportivi e perchè no extra-sportivi.
ENRICO CHIESA, PAPA’ DI FEDERICO:
Attualmente in Serie A il figlio d’arte più promettente, Federico Chiesa ha raccolto un’eredità ancora più pesante perchè legata ad un simbolo di una squadra ben precisa, quella della Fiorentina della quale Enrico ha vestito la maglia dal 1999 al 2002 e che ora vede in Federico l’ideale di bandiera del tifoso viola, il quale sogna di vederlo capitano e simbolo dei gigliati.
Parlando di Federico, Enrico Chiesa ha esposto la sua linea educativa, fondamentale nella crescita del ragazzo: “Non ho alcun consiglio da dare a Federico. Lo vedo tranquillo e le pressioni è normale che ci siano. Dobbiamo sostenerlo tutti insieme: noi genitori e tutti coloro che vogliono bene alla Fiorentina. Nel calcio conta assolutamente solo il campo da gioco e non il cognome. L’ho sempre cercato di dire ai miei due figli, Federico e Lorenzo, che giocano a calcio. Il giudizio finale è sempre quello del rettangolo di gioco.A Federico ho sempre detto di fare il calciatore con grande passione e divertimento. Senza questa gioia è giusto farlo in un’altra maniera. Federico invece si diverte e ha una grande passione per questa professione. Di questo in famiglia siamo tutti contenti. I figli devono essere sostenuti dai genitori soprattutto nelle difficoltà. Bisogna farli crescere anche facendo esperienza dei propri errori. Dai miei tempi sono cambiate tantissime cose. Questo è il mondo che cambia. Dobbiamo essere bravi anche come genitori ad aggiornarci”. 
CESARE MALDINI, PAPA’ DI PAOLO
Essere figlio di un calciatore pluripremiato, ex capitano e CT della nazionale italiana di calcio, può portarti solo a due strade: odiare il calcio o diventare uno degli sportivi italiani più importanti del ventunesimo secolo e oltre. Paolo Maldini ha imboccato la seconda strada accompagnato mano nella mano dal padre Cesare, recentemente scomparso, che ha regalato al calcio italiano pagine di storia e un frutto del suo amore con la moglie Marisa tanto prezioso per tutto il nostro calcio. In questo caso la testimonianza diretta del’amore di Cesare per il proprio figlio viene dalle parole toccanti di Paolo e dei suoi fratelli al momento della morte dell’ex capitano del Milan, scomparso il 3 Aprile del 2016:
“Non ci resta che ringraziarti per il viaggio unico e meraviglioso che abbiamo fatto insieme e che ci farà tornare il sorriso ogni volta che penseremo a te. Ti siamo stati vicini in ogni momento sapendo che te ne saresti andato. Quando ci hai lasciati è accaduta una cosa straordinaria, siamo stati sommersi da messaggi di affetto nei tuoi confronti, messaggi non banali ma toccanti. A ognuna di quelle persone, hai regalato un po’ di te. Grazie Papà“.

FRANCESCO TOTTI, PAPA’ DI CHRISTIAN
In questo caso ci troviamo di fronte all’ esempio di un papà di un ragazzo che calciatore ancora non lo è o che quantomeno lo sarò; o forse no. Il cognome è pesantissimo, Totti, che calcisticamente e non solo vale quanto una città intera, Roma, per la quale papà Francesco è più importante dell’omonimo pontefice.
Talento delle giovanili della Roma, attesa spasmodica nel rivedere un Totti in magia giallorossa, elementi che solo un papà “modello” può saper gestire e l’ex capitano giallorosso lo ha più volte confermato con le sue parole:
“Gli insegno quello che mi hanno insegnato i miei genitori: rispetto, educazione. Certo, ha questo cognome pesante. Gioca e la gente spera che io vada a vederlo. Lo lascio fare, non gli dico niente. Tra 3 o 4 anni vedrò di che stoffa è fatto veramente. E se non lo riterrò un campione glielo dirò: meglio la verità piuttosto che una bugia che può metterlo in difficoltà in futuro. Io da una parte gli auguro tutto il bene possibile, perché vedo che in questo momento si diverte, è innamorato del calcio, ha sempre la palla al piede sia in campo sia fuori, è cambiato tantissimo rispetto a due o tre anni fa. Dall’altra non glie lo auguro perché non è semplice per lui avere un cognome così sulle spalle, ogni volta lo accostano a me e prendono come riferimento il padre. Questa cosa mi dà fastidio sinceramente perché so quello che può succedere. In alcuni momenti mi rivedo in lui, anche se all’età che ha lui io ero molto più forte. Però ha margini di miglioramento. Anche se lui non deve sentire queste cose, io sono un padre tedesco, come faceva mio padre con me lui per me è il più scarso di tutti, gli dirò sempre così perché mi hanno insegnato questo“.
EUSEBIO DI FRANCESCO, PADRE DI FEDERICO
La figura dell’allenatore è già molto simile a quella di un papà, ma quando ti capita di essere entrambi la situazione si fa complicata. E’ capitato ad Eusebio Di Francesco, nella stagione 2010-2011, quando da allenatore del Pescara si è ritrovato tra i giovani emergenti un certo Federico Di Francesco, niente di meno che suo figlio. Le carriere di entrambi sono partite da lì per poi separarsi e chissà un giorno incrociarsi. Intanto papà Eusebio non manca mai l’appuntamento con gli elogi al figlio: “Fin dagli inizi l’ho sempre trattato più da papà che da allenatore – racconta Eusebio. Gli ho insegnato l’educazione, il rispetto e la passione. Che significa dare il massimo in tutto quello che si fa. Spesso non vado neanche a vederlo, giusto per non diventare io il protagonista. Prima questo cognome gli pesava di più, all’inizio trovava avversari che gli rinfacciavano di essere un raccomandato, di giocare solo perchè “era figlio di”. Adesso lui la vive con serenità, sta facendo il suo percorso. Come giocatore Federico è in gamba, più tecnico di me. Deve ancora lavorare sul carattere per arrivare ai livelli di papà, ma ha i mezzi per riuscirci. Sarebbe un conflitto di interessi allenarlo in una mia squadra? No, ma è forse più giusto che faccia la sua strada”

Tanti gli altri esempi, dal “cholo” Simeone e suo figlio giovanni a Ionis Hagi, figlio di George. Tutti accomunati da una sola ed unica cosa, l’amore e l’esempio, quello che un po’ tutti amiamo dei nostri padri.
Che siano calciatori o no, ogni uomo può essere padre. ma ci vuole una persona speciale per essere un papà.
Infine, auguri ovviamente a tutti i papà da RadioGoal24!