Roma, la conferenza stampa d’addio di Luciano Spalletti (LIVE)

Alle ore 13.00 Luciano Spalletti interverrà per l’ultima volta in conferenza stampa per spiegare i motivi del suo addio alla Roma. Seguite LIVE le parole del tecnico giallorosso. Per aggiornare la diretta basta premere F5!

Prende la parola dil direttore sportivo della Roma, Monchi:

“Buongiorno a tutti. Tengo ad aprire questa conferenza che annuncia la fine del rapporto tra noi e mister Spalletti. Una relazione che per me è stata corta, un mese e qualcosa, però molto intensa. Come già ho detto nella mia prima conferenza, prima di arrivare qui già avevo un’opinione eccellente del mister. Vedendolo allenare, quest’opinione si è moltiplicata. Ora per noi inizia una nuova tappa per cui siamo estremamente grati al mister per i risultati ottenuti. Siamo determinati a crescere, ci riusciremo attraverso il lavoro. Spero che un giorno il nostro cammino si rincroci per lavorare insieme. Trigoria è e sarà sempre casa tua”.

La parola passa a Luciano Spalletti

“Sono state parole bellissime. Avendolo conosciuto, anche per me sarà un rimpianto non poter continuare a lavorare con lui. Soprattutto in questo momento con l’addio di Francesco, qui c’è bisogno di punti di riferimento. Secondo me Monchi ha queste qualità. Sono convinto che riuscirà a compattare tutte le risorse della Roma, dove probabilmente non sono riuscito io. Se si riesce a compattarle tutte, sarà una Roma fortissima”.

Un voto alla stagione della Roma?

“Ho preso due appunti. Prima bisogna ringraziare le persone che ho avuto vicino. Il primo pensiero va al dietro le quinte, coloro che mi hanno dato una mano importante. Quelli che arrivano prima, quelli che ci preparano le cose affinché le cose siano più facili. Si è sempre parlato di questa squadra non visibile: senza il loro contributo sarebbe stato difficile per me, disordinato come sono, ritrovato le cose a posto. Parlo dei ragazzi in cucina, delle donne delle pulizia. Quelle persone che viaggiano a fari spenti per i corridoi di Trigoria. Naturalmente i calciatori, la società, il mio staff e tutti gli staff che ci sono. Grazie a loro si lascia una Roma che può guardare al futuro, una Roma sicuramente forte. Ora rispondo alla domanda: io non devo dare un voto, questo lo dovete fare voi. Io voglio solo dire che ho lavorato in maniera seria, cercando di fare il bene della Roma. Chiaramente ho il mio metodo, il mio modo di fare. Io mi fido di questo, ho tentato di metterlo in pratica. Poi siamo arrivati a questo punto. Ognuno nella sua testa dia l’importanza che vuole a una sconfitta o a una vittoria. Io ho gioito e sofferto molto”.

Tre momenti che porta con sé di questi 18 mesi?

Quei risultati che hanno fatto la differenza, sono tutto nel calcio. Però la fotografia migliore è quella della serietà del gruppo, di come mi sono venuti davanti. Tutte le mattine che abbiamo impostato il lavoro giornaliero. Quello è il biglietto per confrontarsi a testa alta contro tutti. Se non lavori in maniera seria, arrivare alla domenica e fare buoni risultati è impossibile. Quindi il lavoro dei ragazzi e quei risultati che hanno fatto la differenza”.

Come allenatore e uomo, cosa le rimarrà per sempre dentro con maggior fierezza?

“Passo sempre attraverso la qualità del modo di lavorare e parlare. Riuscire a far rendere conto ai calciatori quale sia il nostro obiettivo è importante. Dall’altra parte ho trovato massima disponibilità. Dal momento in cui ho preso la Roma, dalla quale non mi ero mai distaccato neanche quando ero in Russia, abbiamo sempre lavorato in maniera seria. Lascio una Roma forte, una squadra che ha individualità importanti che si è sempre comportata da collettivo. Potevamo fare meglio ma non ci sono riuscito. Non abbiamo remato tutti dalla stessa parte: le potenzialità della società e della squadra sono importanti. Ripartendo dalla partita di domenica che sembrava sia una festa che un addio, con il saluto del fenomeno calcistico che è Totti, si possono costruire grandi cose. La Roma può rinascere ancora, sempre che si vada tutti verso la stessa direzione. Questo ambiente è forte e bello, mi dispiace lasciarlo”.

C’è un momento che cancellerebbe, magari anche un suo errore?

“Di errori ne ho fatti, giudicate voi. Forse ho detto cose forti, ma in quei momenti le dovevo dire, negli attimi fondamentali, che smuovono. Qualcuno ha detto che non fa bene al gruppo, ma se fosse stato dentro si sarebbe accorto che era corretto. Adesso non si può tornare indietro: ho sentito i fischi di domenica e li avevo già sentiti. Non me li merito quei fischi, si è parlato di una guerra tra me e Totti che non esiste. Chi ha voluto parlare di questa guerra interna adesso dovrà cambiare, perché il Capitano non c’è più e neanche io ci sarò. La partita di domenica è stata figlia dell’addio di Francesco, con uno stadio stracolmo e pieno di emotività, dove si è visto l’amore per la Roma. Anche la storia delle barriere ci ha tolto molto in questa stagione. Spero che questa sia la linea che ci compatterà tutti e che la Roma possa fare risultati migliori. Con Totti rimarrò amico e lo vedrò ancora”.

Primo anno terzo posto, secondo anno secondo posto. Va via perché è impossibile fare di più?

No. L’ho già spiegato. Gli allenatori vanno e vengono. Sono una persona per bene che fa le cose nel modo giusto. Sono 20 anni che faccio questo lavoro e mi fido di me e delle mie scelte. Vado dritto per la mia strada e faccio le cose per il bene della Roma. Non sono i risultati. Vado via perché mi dispiace che ci sia questa situazione, che si è creata. Ripeto i fischi non mi sono piaciuti e mi hanno fatto male perché non me li merito. Se incontrassi quelle persone una per una ed entrassero nella mia testa per un momento capirebbero. Quando abbiamo perso con il Lione e con la Lazio sono stato male, se avessero saputo non avrebbero fischiato”.

Cosa manca a questa Roma che continua ad arrivare seconda?

“Quello è il limite che si vuol dare a questo sport. Io pensavo di avere delle qualità dentro la squadra perché con i direttori precedenti e il presidente abbiamo cercato di allestire una squadra. Poi ci sono anche gli altri: la Juve ha meritato di vincere. Poi c’erano altri obiettivi e altre possibilità per vincere, e invece quelle partite le abbiamo fallite. Ieri sera ho detto che la squadra era un po’ più corta, quest’anno si è un po’ allungata. Avevamo Keita che era un maestro nel prendere la palla sullo stretto. Oggi si parla molto del gioco del Napoli, lo scorso anno gli assomigliavamo molto con Keita e Pjanic. Quest’anno ha deciso di fare una scelta diversa e la squadra si è allungata. Ci sta poi un calciatore forte ad andare dietro la linea difensiva. Edin Dzeko ha fatto tantissimi gol, eppure anche quest’anno lo abbiamo messo in discussione. Immaginiamoci le potenzialità che ha per il futuro. E’ un ragazzo per bene, un po’ sensibile. Se quando fa gol Totti o un altro con un nome che ci piace, si scrive che lui vuole andare via, a lui questo disturba. E’ sempre quest’unità di assieme, questo corpo unico che va forte nella stessa direzione. La cosa che traspare è che la Roma è una squadra forte con altrettante squadre forti. Chiaro che c’è da percorrere una strada lunghissima e difficile. Io sono sicuro che con l’arrivo di Monchi, che è uno di campo, è abituato a parlare lo stesso linguaggio degli allenatori e dei calciatori… se si riesce a farlo lavorare per bene, darà un contributo maggiore a questa squadra con le capacità che ha e la voglia di Pallotta che ha. Non è detto che il calciatore più forte sia soltanto quello che è stato bravo l’anno precedente. Ci sono altre qualità, altrimenti Dzeko non avrebbe fatto così. Vanno supportati tutti. Io ero arrivato secondo, sono arrivato secondo quest’anno. Non è andata bene come avrei voluto, però non vorrei sentir dire che questa seconda edizione è stata di passaggio. Ci sono contenuti importanti che vanno portati dietro per fare una Roma altrettanto più forte”.

Pensa di essere stato lasciato solo dalla società in alcuni momenti?

“Non voglio parlare di queste cose”.

Chi non ha remato dalla stessa parte?

“L’ho detto. Ho parlato della coscienza mia e di altri. Ho fatto il mio lavoro, penso che Francesco sia un grandissimo calciatore, lascia un vuoto difficilmente colmabile. Se non facciamo gruppo, se non ci compattiamo, e spero venga dato come mi sembra che pensi anche il direttore un ruolo importante per il passato che ha e la storia che ha, c’è bisogno di fare gruppo, di stare uniti e vicini. Perché l’esaltazione di un solo elemento portata ai massimi livelli disturba anche l’elemento stesso. Cosa che non ha subìto perché è l’Assoluto, perché è stato forte anche dentro questa esaltazione assoluta. Si è preso le responsabilità lo stesso di quello che gli era stato dato. Però ora c’è bisogno di fare gruppo e di stare vicini. L’esaltazione di un singolo disturba anche l’elemento stesso. Però poi appiattisce gli altri. E quando difendo gli altri per voi è andare contro di lui e non è così. Se non ci sono riuscito vuol dire che ho fallito. La Roma ha potenzialità importanti. La cosa che volevo fare era riuscire a compattarli per lo stesso obiettivo”.

Non le dispiace essere ricordato come il nemico di Totti dopo tanto bene che ha fatto alla Roma? Se non ci fossero stati i fischi, sarebbe rimasto?

“Come nemico di Totti, fa sempre parte della coscienza di quello che vede il nostro rapporto, e potrei citare qualcuno. Se si va a sentire quei 3 o 4 sentiti tutto l’anno, ripetono le stesse cose. Sono diventati ritornelli. Spero ci sia qualcuno che comprenda la scelta che in alcuni momenti ho fatto. Ci sono dei dati tecnici a stare di qua che diventano fondamentali per fare delle scelte e portare avanti un discorso. Quando sono arrivato, la Roma era in difficoltà, non c’erano molti leader, non c’era una situazione che lasciasse intravedere un’uscita veloce da questa situazione. Ho preso decisioni che hanno portato ad un percorso dove probabilmente Francesco è stato tra quelli che ho ringraziato di più, perché l’ho fatto giocare di meno. Vorrei non me ne volesse. Se lui ha giocato poco e questa Roma ha fatto il record di punti, ci sarà la possibilità di avere un altro modo di fare per arrivare alla vittoria. Questo senza togliere niente a quello che è stato lui, a quel fenomeno. E’ dalle giocate e dall’estro del campione che si tira fuori un concetto di una squadra. Ci ho preso dentro le sue qualità per mostrare una strada ai compagni di squadra. I fischi partono da lontano. Io la gente la incontro. Gli allenatori non li mandiamo via quando sono a Roma, vanno via da soli. Perché c’è tutto questo contorno che si verifica… a me disturba un po’ meno, ad altri l’ha disturbato di più, pet questo disturbo voluto di metterlo contro Totti, di creare il problema alla Roma. Io continuerò a dire sempre così e con Totti rimarrò amico. Anzi, ora che ha deciso così e si renderà conto che è altrettanto bello il dopo, diventeremo stretti amici, amicissimi, e chissà che una volta non si possa raccontare una storia insieme, e che lui stesso non capisca anche che questo fatto, l’esaltazione assoluta che toglie qualcosa, che diventa un ‘io’ e si toglie il ‘noi’ alla squadra. Per lui giustamente siamo stati tutti un po’ più disponibili verso gli altri. I calciatori non sono tutti uguali. Guardo chi viene prima, chi lavora meglio, le guardo tutte le cose. Voi non lo so se lo avete fatto. Si è parlato sempre di questo dualismo. Se ero io, a questo punto spero che Francesco continui. Non sono stato io quello che l’ha fatto smettere, lui ha smesso da solo, perché anche l’età che ha secondo me gli impone di smettere. L’avrò fatto smettere o l’avrò fatto giocare un anno in più? Secondo me l’ho fatto giocare un anno in più. Gli ho voluto strabene”.

Fino a febbraio la Roma andava a 100 all’ora, poi a marzo ci sono stati i problemi nelle coppe. Perché, nonostante avesse parlato delle difficoltà che avrebbe incontrato, non è riuscito a evitare certe sconfitte?

“Non sono riuscito a lavorare bene con la squadra e a creare argini e muro che impedisse di perdere quelle partite. Dopo il derby perso ci siamo però rialzati, abbiamo lavorato molto bene dimostrandolo a San Siro contro il Milan. Ho comunque commesso errori che hanno limitato la squadra”.

Quando ha pensato di lasciare la Roma?

“Non c’è un episodio preciso. La decisione è stata ponderata e maturata. io ho un rapporto bellissimo con i giocatori, ero convinto di vincere e di poter stimolarli ancora, ma non è stato così. Vengo a lavorare presto e vado via tardi perché stare insieme a tutto lo staff è importante ed è un motivo per parlare e ascoltare: qualcosa di importante viene sempre fuori”.

Lei all’Inter e Di Francesco alla Roma. Cosa deve pensare il tifoso della Roma?

“Di Francesco è stato annunciato?  Cos’era una trappola o pensavate che fossi un po’ coglione? Io non ho ancora accordi, pur essendo libero di parlare con chi voglio. Inizierò da domani a vedere quale potrebbe essere il mio futuro. Se qualcuno vorrà telefonarmi lo ascolterò”.

Pensa che Di Francesco potrebbe essere l’uomo giusto per la sua sostituzione?

“Spero che sia uno tra Montella e Di Francesco il prossimo allenatore della Roma, perché conoscono l’ambiente e hanno fatto bene in questi anni”.

Se a gennaio fossero arrivati due giocatori, che il club non è riuscito a prendere, pensa che sarebbe cambiato qualcosa?

“Ho ricevuto tutto quello di cui avevo bisogno, ho preso i calciatori che mi stavano bene. Anzi, c’era la possibilità di inserirne anche un altro ma per difendere il gruppo ho deciso di fare in questo modo, cercando di fare stare tranquilli coloro che erano già in rosa. Pallotta ha fatto vedere che vuole investire e fare cose importanti, a cominciare dallo stadio per la Roma. Non vuole farlo per interessi suoi ma solo per il club: sarebbe tutto più facile, sia per la società che per il calcio in generale. È lì la chiave per avere introiti, spettacolo e nuovi calciatori. Un cantautore romano ha scritto sulla tomba l’epitaffio: ‘Non escludo il ritorno’. Mi piace pensarla così”.

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