Doping, guai per Di Livio. Ma guardate chi ha fatto di peggio…!
Lorenzo Di Livio, 20enne centrocampista della Ternana in prestito dalla Roma, nonché figlio d’arte del grande Angelo “Soldatino” Di Livio, è risultato positivo all’antidoping per THC metabolita >Dl, un derivato della cannabis. La diagnosi è arrivata dopo un controllo Nado Italia effettuato il 6 maggio scorso dopo la partita di Serie B Vicenza-Ternana, e ora il giovane calciatore, che ha rinunciato a una controanalisi, è stato sospeso in via cautelare dalla prima sezione del Tribunale nazionale antidoping. Un brutto passo falso, una leggerezza, forse la semplice ingenuità di un ragazzo. Un incidente di percorso che tuttavia farà curriculum.
Ma la carriera del centrocampista è tutt’altro che compromessa, soprattutto alla luce degli illustri colleghi che, nel recente passato, hanno commesso altrettante leggerezze.
Sono infatti molti i giocatori che, più o meno accidentalmente, sono risultati positivi ai controlli antidoping e hanno subìto leggere squalifiche. In molte situazioni i soggetti si sono dichiarati “vittime inconsapevoli” di sostanze che si credevano lecite.
Esempio recente e assai vicino a Di Livio jr è quello del bomber campano, nonché altro ex Roma, Marco Borriello. Il 21 dicembre 2006 Borriello è risultato positivo a prednisone e prednisolone al test antidoping in seguito alla partita di Serie A Milan-Roma. Il giocatore, convinto di non aver mai preso consapevolmente tale sostanza, non ha mai ammesso di aver assunto il cortisone, circostanza che gli sarebbe costata un solo mese di squalifica. Proprio la non ammissione gli costò uno stop di 3 mesi.
A fornire una giustificazione “hot” fu l’allora compagna Belen Rodriguez, la quale affermò che la colpa fosse dovuta a una pomata che stava assumendo per un’infezione e che il “contatto fisico” fu fatale.
Tanti, forse troppi, sono coloro caduti nella trappola del nandrolone, steroide anabolizzante derivato del testosterone. Persino un campione come Jaap Stam subì la squalifica per l’assunzione della sostanza dopante ad inizio millennio. Il 13 ottobre 2001, a seguito di un controllo antidoping dopo la partita Atalanta-Lazio, l’olandese biancoceleste risultò positivo al nandrolone e il 24 gennaio venne condannato a cinque mesi di squalifica, ridotti poi a poco più di 30 giorni dalla Commissione d’Appello Federale.
Più o meno nello stesso periodo, sull’altra sponda del Tevere, Pep Guardiola patì una sorte più severa di quella toccata all’olandese. L’attuale tecnico del City, allora appena trasferitosi dal Brescia alla Roma, dopo una partita contro il Piacenza del 21 ottobre 2001, risultò positivo al nandrolone e venne squalificato per doping per quattro mesi, condannato a sette mesi di carcere e ad un pagamento di una multa di 2.000 euro. Malgrado la brutta mazzata, Guardiola non si arrese e, con l’aiuto del suo avvocato, riuscì ad evitare lareclusione, nonché a ripulire totalmente la propria fedina penale nel maggio del 2009: dimostrato che il suo corpo produceva autonomamente più nandrolone del normale, la Corte di giustizia della FIGC infatti cancellò l’accusa ammettendo il suo ricorso per la revisione del processo sportivo partito dal deferimento della Procura Antidoping del CONI. Tuttavia nessuno gli restituì i mesi persi in giallorosso.
I casi però non sono circoscritti alla sola Italia: non solo la Serie A ha avuto giocatori che si sono casualmente cacciati nei guai. Anche il football d’Oltremanica ha fornito casi illustri.
Recente quello di Kolo Tourè, fratello del più noto Yaya Tourè, ex Arsenal, City e Liverpool attualmente militante nel Celtic, che nel marzo 2011 venne squalificato per l’assunzione di un farmaco per dimagrire presente nella lista delle sostanze vietate. Probabile l’assunzione involontaria (addirittura il farmaco apparteneva alla moglie del giocatore), ma l’antidoping inglese fu spietato e confermò all’ivoriano addirittura 6 mesi di squalifica che compromisero il suo rendimento nei Citizens.
Ma il nome più altisonante proveniente dall’Inghilterra è quello del fenomenale Rio Ferdinand, stella imperitura del Manchester United, altra vittima della forse eccessiva severità dei controlli inglesi. Nel 2004, infatti, una squadra antidoping dello UK Sport arrivò a Carrington durante un allenamento. Tra i selezionati per il test antidoping c’era anche il difensore, il quale però lasciò il campo d’allenamento senza fornire il campione richiesto. Il giorno dopo si presentò per fare il test, ma gli fu detto che sarebbe stato denunciato in base alla regola della “responsabilità oggettiva” in materia di doping. La sentenza fu terribile: 8 mesi di squalifica! Dal gennaio 2004 al settembre dello stesso anno. Ma il dramma vero fu che, a causa di questo mancato controllo (che sicuramente sarebbe risultato negativo), il fuoriclasse dei Reds dovette saltare anche l’Europeo di quell’estate.


